Diario pakistano: numero sei

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Ancora una volta stavo preparando un’entrata del mio diario,e ancora una volta è venuto a intromettersi un atto terroristico: il 16 dicembre era stato l’attacco di Peshawar, qualche giorno fa quello di Parigi, su cui ho scritto qua:

http://www.lospaziodellapolitica.com/2015/01/il-mondo-tra-l11-settembre-e-la-strage-di-parigi/

La mia pagina di diario invece s’intitola «Saluti dalla terra dei container».

Normalmente, non facciamo molta attenzione ai container: sono un oggetto fondamentale per le nostre vite, perche’ dentro di loro si muovono la stragrande maggioranza dei prodotti che consumiamo, ma la maggior parte di noi non ne vede quasi mai uno  nè da lontano, salvo che viva vicino a un porto, e men che meno da vicino.

Il container invece e’ un oggetto fondamentale nella vita pakistana, specialmente a Islamabad, che ne e’ costellata, e dove essi servono a molto di più che a trasportare merci.

In Pakistan i container sono un mezzo di controllo del traffico: stanno li’, appoggiati tra una corsia e l’altra quando tutto è normale, pronti a essere mezzi di traverso appena c’è bisogno, soprattutto quando sono in corso manifestazioni politiche di protesta, come molto spesso durante il 2014:

Container 1
container 2

La Islamabad del mio primo mese era tutta cosi’, mezza bloccata da container che impedivano ogni visione e spostamento: una città incomprensibile, che ho incominciato a decifrare solo quando l’affluenza dei manifestanti ai comizi tenuti ogni sera di fronte al parlamento dal leader della protesta, l’ex-giocatore di cricket Imran Khan, ha incominciato a scemare: alla fine saranno stato 121 comizi consecutivi!

I contanier vengono usati a ventaglio, le strade si aprono e chiudono a piacere con questo mezzo d’indubbia efficacia ma d’una bruttezza difficilmente uguagliabile. In realtà, il motivo per cui qua si usano questi pesantissimi contenitori e non delle semplici transenne è che questi non li muovi proprio, e sono, letteralmente, a prova di bomba (non è una parafrasi in questo caso).

Il container ha quindi un uso importante nell’ordine pubblico, ma in questo paese ha anche un grande significato politico, perchè i leader tendono a usarli al posto dei palchi smontabili: nel caso di Imran Khan è diventato un vero e proprio simbolo della protesta contro la corruzione politica e lui è ben attento a parlare sempre da uno di loro. Il luogo della protesta è stato poi delimitato da decine di container, al di fuori dei quali sostava la polizia. Un vero e proprio castello, sotto il quale ho scoperto qualche giorno fa, alla fine della protesta, sottostanti tribune per le parate ufficiali:

Container 3

Ma anche il principale partito d’opposizione, il PPP che fu di Benazir Bhutto, ha un container nella sua simbologia: sui figlio Bilal da i suoi (pochi) comizi dallo stesso che uso’ sua madre il giorno in cui venne assassinata, mentre si stava allontanando da quel luogo.

Senza container,  forse non ci sarebbe vita politica in Pakistan.

Da un container in mezzo alla strada è venuta fuori, come una sorpresa, la mia Volkswagen Tiguan venuta da Bruxelles: siamo andati a prenderla presso quello che immaginavo fosse il magazzino della compagnia di trasporti. Invece no, quattro o cinque containers stavano li’ in uno spiazzo lungo l’autostrada, e sono rimasto allibito nel vederci la  mia macchina, cosi’ spaesata qui, dove non esiste questa marca, il volante è a destra e non come il suo a sinistra, venirne fuori come da un pacco regalo. Sono entrato nel container e l’ho tirata fuori, sotto lo sguardo sorpreso di decine di curiosi (tutti maschi) che non mancano mai in queste oocasioni da queste parti: uno straniero che guida al contrario che tira fuori una macchina sconosciuta da un container in piena autostrada. Grandi risate.

Dopodichè abbiamo preso la strada di casa, lontanissima, attraversando la città con una macchina targata Belgio. Come nei migliori manuali di sicurezza, primo passare inosservati. No problem comunque, stare in una macchina normale quandi si e’ usi al blindato è come vestire di seta dopo una vita in un sacco da frate.

Da un container sono anche venute fuori tutte le nostre cose, dopo due mesi e mezzo dalla partenza da Waterloo:

Camion 2
Camion 1

Sembra incredibile che tutta la tua vita possa stare dentro un container, per quanto grande che sia, con ben 470 scatole. Di fronte a una folla interessatissima (tutti uomini) che non avrà avuto nient’altro da fare tutto il giorno che stare a osservare le operazioni di scaricamento (stare a guardare è in assoluto l’attività favorita degli uomini indo – pakistani, seguita dal bere il tè). Il resto è optional.

Una squadra di scaricatori, diretta da uno splendido pashtun con barba bianca (Lala, cioé nonno), di cui purtroppo non ho preso la foto, il più anziano ma anche il più forte, da tradizione di quella razza rocciosa, ha poi portato dentro tutta la nostra vita, cominciando a aprire tutte le scatole, meno quelle dei libri. Risultato: tra la folla, una dozzina di persone più noi due, più gente che faceva lavori vari nella casa, dopo ben poco non si capiva più nulla. Sono venute fuori innumerevoli lampade, decine di quadri (con una moglie pittrice non si scampa, mi vendico con migliaia di libri), una quantità inverosimile d’elefanti d’ogni materiale e taglia, a quanto pare in India ne abbiamo fatto razzia, e assurdità variegate tutte per terra come in un bazar indo – pakistano. Quello che è stata la nostra casa per qualche settimana.

L’ordine d’apparizione dei vari oggetti è sempre il più improbabile in questi casi: se cerchi lenzuola, avrai cappotti, se cerchi ombrelli avrai racchette da tennis e cosi’ via. Nella confusione più assoluta, troneggiava il nostro inseparabile compagno Don Chisciotte di legno e i due indios pipiles de El Salvador, imperturbabili e enigmatici come sempre, stavolta cosi’ lontano da casa, per dirla alla Bowles:

Pipiles

E’ iniziata quindi la tappa casalinga pakistana, anche se le sorprese non facevano che iniziare: faro’ qualche appunto su cosa significhi vivere in un paese cosiddetto in via di sviluppo, esperienza non fatta da molti tra coloro che hanno la pazienza di leggermi.

In Pakistan la logistica e le infrastrutture, pur non essendo le peggiori del mondo, sono a livelli inimmaginabili da noi: per dare un’idea, gas e elettricità, in piena capitale, arrivano a intermittenza. In casa la luce manca tra le cinque e sei ore al giorno, il che obbliga a avere meravigliosi generatori grandi come un camion in giardino, uno spettacolo di rara bellezza. Senza quello sei finito: eccolo un altro oggetto che in Europa conosciamo poco: il generatore, irrinunciabile nel Sud del mondo. Il rumore del generatore, alimentato a diesel, t’accompagna giorno e notte, a intermittenza. Più quelli dei vicini, ovviamente. Ho calcolato che la luce se ne va una cinquantina di volte al giorno, in media. In assenza di luce pubblica, il generatore supplisce. Se in India era necessario solo ogni tanto, qui lo è in continuazione, necessario un pieno di diesel alla settimana. Questo significa stabilizzatori per gli apparecchi elettrici e UPS, anche loro begli oggetti decorativi, gli elefanti si stanno facendo amici tecnologici.

Le case non sono riscaldate, e sono concepite per le temperature caldissime del resto dell’anno, ma l’inverno qui è rigido, attorno allo zero di notte, e vi assicuro che senza riscaldamento le idee rimangono fresche, e non solo quelle. In teoria ci si riscalda col gas, ma dopo aver comprato varie stufe a gas, ho scoperto che il paese è in crisi energetica, e il gas non arriva quasi mai. Si deve sopravvivere in una – due stanze riscaldate con aria condizionata.

La nostra casa, che di per sè è bella, non era occupata da qualche anno, per cui appena entrati ha incominiciato a guastarsi tutto, fenomeno naturale se vogliamo. Solo ora, dopo un mese di permanenza, incomincia a schiarirsi la situazione. Le idee rimangono comunque fresche, non ricordavo questo freddo in casa dai tempi della montagna da bambino, quando s’andava in bagno la mattina e si gelava.

Spesso si pubblica degli stipendi favolosi dei diplomatici e del loro stile di vita lussuoso: indubbiamente, case e stile di vita sono attraenti. Bisogna pero’ considerare che la logistica anche nelle belle case in questi paesi è quella ambiente, che ti riporta a decenni fa, a situazioni cho noi avevamo dimenticato. Per questo alcuni colleghi amano solo le destinazioni cinque stelle, tipo Parigi o New York. Io, nonostante tutto, trovo più stimolanti quelle rustiche, dove ti trovi di fronte la vita del resto del mondo (la maggior parte della popolazione locale combatte il freddo solo con coperte attorno al corpo, tanto per capire).

La cosa curiosa è che per gli espatriati non funzionano le regole del libero mercato; anche per ragioni di sicurezza, affrontiamo un’offerta coatta, limitata e carissima. Per dare un’idea, la mia casa attuale, bella ma con tutte le manchevolezze descritte, costa esattamente il TRIPLO di quella in perfetto stato di nostra proprietà in Belgio, affittata casualmente lo stesso giorno in cui noi entravamo qui.

Buona parte dello stipendio se ne va quindi in spese di questo tipo, con molti prezzi gonfiati per stranieri senza che tu possa farci molto.

Di certo, in Pakistan non ti rovini con spese alcooliche, visto che l’alcool non è in vendita. Un’altra volta raccontero’ l’esperienza del recarsi nell’unico bar di Islamabad, nascosto in un sotterraneo di un hotel.

Il vantaggio della non reperibilità di bevande alcooliche è che dopo un po’ ti scordi che esistano: tra questo e un Natale di lavoro, ho lasciato cinque chili per strada da quando sono arrivato qua.

E per finire con i container, in uno di quelli dov’è situata per ragioni di sicurezza l’Ambasciata d’Italia, abbiamo trascorso la notte di Natale con i pochi italiani dell’Ambasciata rimasti qui. Una quindicina di persone, con una sola famiglia, gli altri soli, chiusi in un edificio superprotetto nella solitaria zona diplomatica della capitale. Come tipico della nostra nazionalità, l’inevitabile malinconia è stata pero’ compensata da una discreta allegria, nonostante l’ambiente generale fosse di shock dopo Peshawar. D’altronde, questa è la nostra vita, che peraltro abbiamo scelto, anche se per me è stato il primo Natale e Capodanno senza i miei in ventidue anni di carriera.

Domani finisco le ultime scatole, inshallah.

Islamabad, 10 gennaio 2015.