Oggi è Eid-al-Adha, una delle feste più importanti del mondo islamico, celebrata in famiglia. E’ quella che noi conosciamo comunemente come «festa dell’agnello «, che celebra il sacrificio che Abramo era disposto a fare del suo figlio Isacco prima che l’angelo venisse a avvertirlo che la sua determinazione era bastata. Una festa d’origine biblica celebrata dai musulmani del mondo intero, sappiamo bene che la tradizione vuole che dal fratello di Isacco, Ismaele, si sia sviluppato il popolo che poi divenne islamico, conosciuto per questo anche come ismaelita.
Ieri ho chiesto ad alcuni colleghi pachistani come si sarebbe svolto il loro Eid, una festa che io avevo conosciuto quando mio padre lavoro’ in Marocco ed io andai a trovare i miei, senza saperlo, proprio nei giorni della festa. Ricordo che una delle prime notti che passai nella casa dei miei genitori a Casablanca sentivo un sottofondo di belati venire da tutte le direzioni: poi capii che erano gli agnelli che ogni famiglia marocchina avrebbe sgozzato la mattina dopo: il re, allora Hassan II, capo religioso del paese, l’avrebbe fatto in diretta televisiva, accompagnato dai suoi figli maschi.
Questo mi spiego’ le curiose immagini dei giorni precedenti, in cui avevo visti agnelli vivi trasportati nei modi più curiosi: sui tetti di autobus, schiacciati da una rete, in macchine, persino in moto, con un passeggero a barcamenarsi con un agnello vivo in mano mentre il conducente s’immerge nel traffico.
Qui in Pakistan non è obbligatorio sacrificare un agnello: puo’ essere una capra, una pecora o una mucca: l’importante è la rappresentazione del sacrificio e la distribuzione della carne.
L’autista con cui ha parlato di come l’avrebbe celebrato quest’anno m’ha detto che comprare un agnello o una capra è troppo caro per lui, per cui ha aderito al metodo del condividere una mucca con altre famiglie: sono in sette. I capifamiglia la macellano la mattina, poi dividono la carne in sette parti, una per famiglia.
La porzione familiare viene poi ulteriormente divisa nelle tradizionali tre parti: un terzo per la famiglia stretta, un terzo per la familia allargata, un terzo per i poveri (l’elemosina, si sa, è una delle pietre fondanti dell’Islam).
Se i parenti si possono permettere anche loro un animale, non c’è bisogno di scambiarsi carne.
Ci sono milioni di famiglie che non possono permettersi una spesa di questo tipo, e questa festa diviene una delle rare occasioni in cui possono consumare carne. I poveri osservano attentamente quali famiglie comprano un animale da sacrificare e poi passano a prendersi la loro parte, una specie di Hallowen ma non per gioco o sfizio.
In Marocco celebrare l’Eid era considerato un obbligo, e una vergogna non riuscire a provvedere un agnello alla propria famiglia, specie per chi era emigrato in città e si sentiva appunto obbligato a tornare al paese con un agnello sotto il braccio. Ogni tanto il re, capo religioso alauita, esonerava, a causa di problemi economici del paese, dall’obbligo della festa, che supponeva un notevole investimento e spesso indebitamento.
In Pakistan non esiste un’autorità unica religiosa come in Marocco, per cui lo scenario è più frastagliato: i pachistani non si sentono «obbligati» a celebrare questa festa come lo sono per il Ramadan, pero’ se possono preferiscono che sia un giorno speciale. Come noi a Natale, quanti di noi l’ignorano completamente limitandosi a un pasto uguale a tutti gli altri?
Islamabad è una città amministrativa, poco vivace, per cui non ho testimoniato in quest’occasione scene colorite come quelle che avevo vissuto in Marocco: probabile che in provincia sia diverso.
L’anno scorso, Eid era stato ai primi d’ottobre: io e isabel eravamo appena arrivati in Pakistan, ancora in albergo (nessuno ci aveva informato del lungo ponte immediatamente successivo al nostro arrivo), straniti dalle misure di sicurezza e da una città bloccata da manifestazioni politiche. Quei primi giorni non potemmo uscire dall’albergo per muoverci in una città deserta nè nessuno dei colleghi penso’ ai nuovi arrivati (abitudine che noi cerchiamo di non riprodurre, è fondamentale far sentire accolte in un nuovo paese persone appena arrivate e in preda a mille dubbi: anche se poi non è che a te succeda sempre). In quei giorni, io e Isabel ci guardavamo negli occhi, vedevamo il vuoto attorno a noi, pensavamo a nostro figlio lontano e ci chiedevamo cosa diavolo fossimo venuti a fare qui. Poi, dopo i dubbi iniziali ti metti in movimento, ma è sempre meglio contare solo sulle tue forze.
Eid è coinciso quest’anno con la tragedia vicino alla Mecca, 717 persone schiacciate dalla calca durante la celebrazione dell’Hajj. Alcuni canali televisivi pachistani trasmettono le immagini dalla Mecca 24 ore al giorno 365 all’anno: due milioni e mezzo di pellegrini sono alla Mecca in questi giorni, una muraglia umana che impressiona a vederla. In folle di questo tipo, non è inusuale che movimenti improvvisi generino situazioni di questo tipo, succede regolarmente negli affollatissimi festival religiosi indiani, con spesso centinaia di vittime. E’ la dinamica delle folle, non il frutto del fanatismo.
Siccome da noi le folle non si accalcano più per motivi religiosi, abbiamo avuto problemi simili in stadi in occasione di eventi sportivi un ulteriore sintomo delle differenze tra le nostre società.
Nel clima di risentimento anti-islamico e non – dialogo nel quale viviamo, non c’è dubbio che una vicenda di questo tipo attiri ben poche simpatie in occidente, e venga interpretata più come una «degenerazione» che come un incidente deprecabile. Non dubito che alcuni esulteranno pure, come già si sono affrettati a fare alcuni politici estremisti che nel torbido sguazzano. Al mondo c’è posto anche per loro, purtroppo.
Islamabad, Eid-Al-Adha, 24 settembre 2015.