Diario pakistano, numero quattordici

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Un periodo molto agitato quest’ultimo (ma quando mai sarà tranquillo questo travagliato paese?), per cui ritorno al diario in un ritaglio di tempo.

Se il numero di attentati terroristici è in ribasso (dei perchè ne discuteremo in un’altra occasione) con l’eccezione della provincia del Baluchistan, dove invece è in aumento (ma sono attentati e morti di un conflitto completamente sconosciuto in occidente, per cui non vengono nemmeno riportati dai nostri media), il 26 ottobre c’è stato un terremoto. Una scossa del 7.7, il cui epicentro nella catena montagnosa dell’Hindu Kush è stato fortunatamente molto profondo, 212 chilometri sotto terra, per cui ha provocato danni meno intensi di quelli di una scossa simile nel 2005, che provoco’ 87.000 morti in Kashmir. Le vittime mortali sono tra le 300 e le 400.

I terremoti in Pakistan sono sempre nelle zone dell’Himalaya, molto sismiche, e in quella valli isolate i danni sono sempre consistenti a causa della precarietà delle infrastrutture. I danni appariranno col tempo, perchè molte vallate sono impervie e inaccessibili.

Del terremoto si è parlato in tutto il mondo; il che ha provocato apprensione in molti amici: ma fuori dalle zone montane si è solo sentito, senza che provocasse danni.

Il governo si è affrettato a affermare di non avere bisogno d’aiuti per l’emergenza, posizione motivata dal fatto che le zone colpite sono in buona parte quella di presenza talibana, alla frontiera con l’Afghanistan, caratterizzate anche da una massiccia presenza delle forze armate, e li’ non si desidera una presenza di stranieri (di fatto, anche noi diplomatici possiamo recarvici solo con permesso, concesso col contagocce). Sicuramente chiederanno assistenza più tardi, quando saranno più chiari i danni e i bisogni per la ricostruzione.

Il 10 ottobre è stato il giorno mondiale per l’abolizione della pena di morte, un tema di grande frizione tra l’Unione Europea e il Pakistan, quindi al centro delle nostre attività in questo paese.

Per l’Unione Europea, l’abolizione della pena di morte è divenuto uno dei principali  cavalli di battaglia a livello mondiale. Abolizionisti completi ormai da diversi anni, alle Nazioni Unite, anno dopo anno riusciamo a ottenere il consenso di un numero sempre maggiore di paesi per le nostre risoluzioni che richiedono l’abolizione o almeno la sospensione (moratoria) delle esecuzioni.

140 paesi hanno ormai abolito, per legge o di fatto, la pena di morte: una sessantina non l’hanno ancora fatto, con Cina, Usa, Iran e Arabia Saudita in testa nel numero di persone giustiziate. Gli Usa, si sa, sono un caso a parte: la pena di morte è stata abolita in 19 stati, esiste ancora in 31, ma è in Texas che avvengono l’80% delle esecuzioni. Fenomeno legato alla sovranità statale, non federale, l’impossibilità di farne oggetto d’un dibattito nazionale rende il tema complesso. Certo, i paesi che accompagnano gli Usa come maggiori utenti della pena di morte dovrebbero almeno far pensare, ma gli americani non ragionano cosi’. Come anche nel caso dell’uso di armi, rimangono del tutto insensibili ai paragoni internazionali, considerando questi loro diritti innati.

Di certo noi europei del XXI secolo siamo diversi, e non possiamo esimerci dal proporre il nostro modello abolizionista ai nostri interlocutori nel mondo. La pena di morte non è di per sè vietata da convenzioni internazionali, è competenza di ogni paese decidere se usarla o no, ma esiste un trattato internazionale quasi universale, l’ICCPR – International Covenant on Civilian and Political Rights – (http://www.ohchr.org/en/professionalinterest/pages/ccpr.aspx), che è stato ratificato da 168 paesi e che prevede che la pena di morte possa essere applicata solo per crimini di estrema gravità e che non possano in nessuno caso essere giustiziati minori, donne in cinta e persone con disturbi psichici.

Il Pakistan ha firmato questa convenzione, e dal 2008 al 2014 aveva sospeso le esecuzioni (moratoria), senza peraltro abolire la pena di morte, che i tribunali hanno continuato ad applicare.

Grazie a questa moratoria, e ad altre condizioni che il Pakistan aveva compiuto, l’Unione Europea nel 2014 ha concesso al Pakistan un regime commerciale di particolare favore, chiamato GSP +, che permette alla maggior parte dei prodotti pakistani d’entrare in Europa senza dazi: una bella spinta per la loro competitività, che si è tradotta nel solo 2014 in un aumento del 20% delle esportazioni in Europa,  specie di prodotti tessili (un miliardo di dollari in più). A cambio, l’Europa non richiede pari trattamento commerciale, ma progressi tangibili nel rispetto dei diritti umani.

Queste concessioni hanno senso anche perchè contribuiscono alla lotta contro il terrorismo, creando condizioni per una maggiore crescita economica e posti di lavoro.

La strage di Peshawar del 14 dicembre 2014, in cui 145 persone, quasi tutti bambini di una scuola legata all’esercito, sono stati massacrati a colpi di mitra ha provocato una comprensibile reazione in paese di per sè molto colpito da questo fenomeno. Basti pensare che dal 2001 ad oggi, quando le toori gemelle e l’invasione dell’Afghanistan scatenarono il terrorismo mondiale, non meno di 60.000 pakistani ne sono caduti vittime. Come se una città come Siena fosse sparita in quindici anni.

Comprensibile che la tolleranza verso il terrore sia limitata in questo paese.

Sull’ondata emotiva di Peshawar, la moratoria è stata sospesa, e condannati a morte per terrorismo in attesa d’esecuzione da un decennio sono stati giustiziati.

In quel caso, come Unione Europea siamo obbligati a ribadire la nostra opposizione all’uso di tale mezzo, pur appoggiando in altro modo la lotta contro il terrorismo.

D’altronde, non è per nulla dimostrata l’efficacia di questa pena, tanto che in Europa abbiamo potuto sconfiggere il terrorismo dell’ ETA, della Baader Meinhof, dell’IRA e delle Brigate Rosse senza farvi ricorso. Facendo uso, questo si’, dello stato di diritto e della giustizia anche in modo severo. Ma senza pena di morte.

Il governo pakistano s’affretto’ a rassicurare l’UE che la pena di morte si sarebbe circoscritta ai soli condannati per terrorismo, rimanendo sospesa per tutti gli altri.

Bisogna sapere che in Pakistan la pena di morte è prevista per 27 delitti, alcuni dei quali (Blasfemia, Apostasia, Adulterio) non possono certo essere considerati delitti  di «estrema gravità» come previsto dall’ICCPR di cui abbiamo parlato sopra. Per il momento nessun condannato per blasfemia – il casi più noto quello di Aasia Bibi –  è stato mai impiccato, ma il pericolo rimane. I condannati a morte per quel delitto rimangono in carcere a vita.

Questo fa si’ che ci siano nelle carceri pakistane non meno di 8000 condannati a morte. Se 25 condannati per terrorismo sono stati impiccati, da febbraio in poi la distinzione tra condannati per terrorismo o no è saltata, e il numero di impiccagioni per delitti comuni (omicidi) è salito esponenzialmente. Ad oggi, 290 persone sono state giustiziate, facendo del Pakistan il secondo paese al mondo per numero d’esecuzioni dopo la Cina. In termini relativi rispetto alla popolazione, il primo è l’Arabia Saudita.

In molto casi, la condanna viene inflitta per terrorismo anche in caso di delitti comuni. Una conseguenza dell’inesistenza a livello internazionale d’una definizione consensuale di cosa sia terrorismo e cosa no. In Pakistan si condanna per terrorismo quasi sempre, anche in casi in cui non ne sussistono i presupposti.

Da febbraio in poi, nessuno dei giustiziati aveva legami con il terrorismo. Ragion per cui il motivo principale che le autorità avevano addotto per giustificare il ritorno della pena di morte, la lotta al terrorismo, è del tutto disatteso.

Il problema di fondo è quello dell’assoluta inaffidabilità del sistema giudiziario che pronuncia queste numerose condanne a morte: la tortura è usata sistematicamente in fase investigativa, le prove sono spesso inquinate o inesistenti, i giudici sottomessi a mille pressioni «perchè mandino alla forca». Un quadro di questo tipo a maggior ragione sconsiglia l’uso della pena di morte.

A fronte del numero crescente d’esecuzioni, l’UE, assieme alle Nazioni Unite e ad Amnesty International ha dovuto per forza reiterare in continuazione la propria contrarietà all’uso della pena di morte, sottolinenandone limiti e inconvenienti. Il suo rappresentante nel paese divenendo la faccia di questa posizione, di certo non popolare: l’opinione pubblica pakistana è in gran parte favorevole alla pena di morte. Spesso si sostiene che sia conforme all’Islam: in realtà più che di Islam stiamo parlando di una legge del taglione d’atavica memoria, vigente in questa parte del mondo: chi uccide deve essere ucciso.

Ogni mia intervista televisiva o giornalistica in cui ribadivo la nostra posizione è stata accompagnata da insulti nei miei o nostri confronti, tipo quello d’essere «un amico dei terroristi». In un paese in cui si passa in fretta ai fatti sono definizioni che ti fanno pensare.

Come UE abbiamo richiesto di sospendere esecuzioni in casi dubbiosi (con poco successo) e abbiamo concentrato i nostri sforzi sui casi più dubbi, riguardanti minori e nei quali esistevano fondate ragioni per credere che fosse stata usata la tortura.

L’esperienza ha indicato pero’ che a volte insistere su un caso specifico risulta deleterio, perchè in quel caso le autorità diventano ancora più sensibili, e procedono all’esecuzione per far capire che sono immuni alla pressioni.

Il caso delle centinaia di condannati a morte minorenni rimane pero’ preoccupante: in Pakistan milioni di persone non hanno certificati di nascita, e la loro età è indeterminata. In caso di dubbio sull’età non si puo’ procedere con un’esecuzione, ma il Pakistan lo fa lo stesso. Impossibile non protestare, insulti o no, e non si tratta certo d essere amici dei terroristi.

Emblematico il caso di un condannato a morte paralitico a causa d’una poliomelite contratta in carcere e non curata, la cui esecuzione è stata sospesa non per ragioni umanitarie, ma per l’impossibilità tecnica di eseguire la sentenza per impiccagione d’una persona in quello stato (pensateci, la corda non si tende abbastanza).

Si tratta d’una battaglia quasi perduta in partenza, vista la grande popolarità della pena di morte in questo paese e l’assoluta ignoranza delle condizioni in cui viene comminata. Addirittura, da dicembre dell’anno scorso in poi i casi di terrorismo vengono affidati a tribunali militari privi di qualsiasi garanzia.

Una curiosità è l’esistenza d’un meccanismo di «perdono» da parte delle famiglie delle vittime che possano accettare una compensazione economica risarcitoria che non solo evita la pena di morte, ma porta alle liberazione del condannato. Meccanismo che favorisce chi puo’ pagare e che dimostra come non si tratti di una questione di giustizia, ma di vendetta. Il famoso taglione.

In questo quadro, il 10 ottobre l’UE ha promosso attività per promuovere l’abolizione della pena di morte, la cui eco rimane pero’ molto ristretto a una minoranza di persone.

Difficile immaginare che le posizioni in materia cambino in un futuro prossimo: il rifiuto della pena di morte è legato allo sviluppo della democrazia, dello stato di diritto e fortemente impregnato di fattori culturali. Una battaglia difficile, per il momento perdente, che non possiamo pero’ esimerci dal combattere.

Islamabad, 7 novembre 2015.