Diario pakistano, numero sedici

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L’altro giorno ho avuto occasione di presenziare per la prima volta la cerimonia dell’abbassabandiera al Wagah Border, frontiera cosiddetta internazionale tra India e Pakistan, nel Punjab, diviso ufficialmente tra i due paesi nel 1947 (esiste anche una linea di demarcazione non riconosciuta, quella nel Kashmir conteso da entrambe le parti, chiamata Line of Control: entrambi i paesi ambiscono a controllare la totalità del territorio del Jammu e Kashmir, senza riconoscerne l’occupazione parziale dell’altro, per cui è una frontiera di fatto, ma chiusa e non riconosciuta come tale).

Quella del Wagah Border è l’unico punto di transito tra i due paesi, la cui frontiera riconosciuta è peraltro di 2900 km., cui vanno aggiunti i 740 km. della linea di controllo.

Un solo passaggio aperto su 3.600 km. dimostra il grado di chiusura e impermeabilità tra i due paesi dalla loro controversa nascita nel 1947, conosciuta come Partition (dell’India britannica). Infinita la letteratura indo – pakistana sul tema della dolorosa partizione, il mio testo favorito in materia rimane Midnight’s Children di Salman Rushdie.

La frontiera indo – pakistana costituisce la maggiore concentrazione di forze armate nel mondo, con centinaia di migliaia di soldati schierati a difesa d’una linea che è quasi interamente fortificata, salvo in tratti d’alta montagna, e in buona parte illuminata (da parte indiana). Da non dimenticare che poi si tratta di due potenze nucleari.

Se il movimento di persone e gli scambi commerciali sono limitati e sottoposti a mille controlli e procedure, il Wagah Border è divenuta l’espressione grafica dello stand – off permanente, il confronto tra i due paesi che è parte fondamentale della cultura nazionale e dell’identità di entrambi. Avendo vissuto sia in India che in Pakistan, posso testimoniare quanto sia importante il sentimento nazionalista in entrambi: d’altra parte, stiamo parlando di due paesi che da una cultura comune, quella dell’Hindustan primigenio poi divenuto India britannica, nella quale per secoli hanno dominato politicamente i musulmani su una maggioranza di religione induista, hanno seguito dal 1947 in poi cammini divergenti. Il Pakistan, nato come negazione stessa dell’India gandhiana d’India per tutte le religioni e come casa dei musulmani, è stato governato quasi sempre da regimi militari ed è divenuto sempre più religioso e musulmano, e dal 1971 in poi (perdita della parta orientale, divenuta Bangladesh) sempre più legato al mondo arabo e in particolare all’Arabia Saudita (da qui l’influenza in Pakistan del wahabismo conservatore).

L’India è rimasta quasi sempre democratica, salvo l’Emergency decretata da Indira Gandhi per due anni tra il 1975 e il 1977 e perlopiù sotto il controllo d’un ideologia secolare, quella del Partito del Congresso e con diverse comunità religiose al suo interno (anche centocinquanta milioni di musulmani, oltre a sikh, cristiani, jainisti, zoroastriani e buddisti). Solo negli ultimi decenni si è fatta strada un’ideologia su base religiosa induista, l’Hindutva, che ha preso il potere recentemente con l’elezione di Narendra Modi.

India e Pakistan sono nate da un parto doloroso e sanguinoso, e sono rimaste nemiche da allora: quattro guerre aperte (1947, 1965, 1971, 1999) e infinite scaramucce a scambi di cannonate, come anche in questo periodo, dall’ottobre 2014 ad oggi.

Se il confronto «congelato» tra India e Pakistan rappresenta il conflitto latente più pericoloso al mondo, tra potenze nucleari che sono il secondo e sesto paese al mondo per popolazione, è in gran parte ignorato nel resto del mondo per dure ragioni: primo perchè considerato questione regionale, con poche possibilità d’avere influenze negative al di fuori della zona in conflitto (salvo che il terrorismo internazionale ne viene alimentato, il fronte del Kashmir e indiano è uno dei punti d’attacco del terrorismo islamico); secondo perchè il suo carattere nucleare rende improbabile un’escalation.

L’India vede la relazione con il Pakistan come questione bilaterale  in cui la comunità internazionale non deve intromettersi; il Pakistan come una questione multilaterale, che andrebbe risolta dalle Nazioni Unite.

I libri di testo indiani e pakistani sono pieni di riferimenti negativi al vicino, i film indiani e pakistani presentano della questione versioni divergenti, che caricano le colpe sempre sulla malvagità intrinseca dell’altro.

In questo quadro, difficile per le diplomazie fare passi avanti, e questo spiega sessant’anni di quasi incomunicabilità e nulli progressi (un po’ come in tempi di pre – indipendenza musulmani e induisti non poterono mai mettersi d’accordo sul modo in cui convivere).

Il Wagah Border è divenuto il punto fisico in cui sessant’anni d’incomprensioni si materializzano in una cerimonia che ha molti aspetti di teatralità: (https://www.youtube.com/watch?v=ieaIwwQPBQQ).

Due cancelli identici sanciscono la linea di frontiera, e alle tre e mezza si chiudono definitivamente: le due parti abbassano la bandiera in contemporanea, uno di fronte all’altro, ripetendo movimenti speculari forzati all’eccesso, che sembrani simulare un’invasione dell’altra parte ma che si arrestano a pochi centimetri della linea.

Uniformi pressochè identiche, con copricapi verdi per i pakistani e arancioni per gli indiani: d’altronde, entrambi gli eserciti sono eredi di quello britannico, come testimoniano le relative uniformi di gala, di taglio britannico.

Il clima è da stadio, e d’altronde da entrambe le parti si sono cistruite gradinate per accogliere gli spettatori che gridano e cantano come in Europa facciamo solo più per il calcio. La musica è assordante e si sente solo quella della tua parte, dando l’impressione di superiorità sull’altra e di stare «vincendo».

Il faccia a faccia ha aspetti grotteschi (http://www.dailymotion.com/video/x297vyz_flag-lowering-ceremony-at-wagah-border-held-with-full-of-enthusiasm-at-pakistan-side_news) ma è il frutto di sistemi educativi e informativi che non lasciano spazi al dubbio: il nemico ha torto, noi abbiamo ragione. Solo la forza puo’ dirimere le nostre differenze, il dialogo è cosa da deboli.

Per un post-nazionalista come me, convinto dalla storia che il nazionalismo sia stato portatore di cosi’ tante disgrazie da meritare d’essere sepolto sotto un buon strato di terra e che non vede ragioni razionali per teorizzare la «superiorità» d’una nazione sull’altra, come quella dell’essere nati in un luogo piuttosto che in un altro, una cerimonia di questo tipo costituisce uno spettacolo più inquietante che divertente, anche se sono conscio della sua sostanziale teatralità (anche se un po’ più in là si sparano davvero).

Ho trovato pero’ curioso e preoccupante notare come la febbre nazionalista ti prenda facilmente: non solo scolaresche, ma signore apparentemente tranquille e ragazze giovani che mai classificheresti como «nazionaliste» si scaldino al ritmo d’ «Pakistan Zindabad» o di «Allah Akbar» e s’identifichino con quei soldatoni che fanno risuonare i loro stivali da guerra in un ipotetico attacco al nemico.

Come detto, dalla tua parte senti solo i tuoi: gli altri, qualche metro più in là, ti sembrano burattini silenziosi, non «belli e forti» come i tuoi. Sei portato a autoconvincerti della forza e della ragione di questi tuoi. Pura manipolazione, come tante volte nella storia hanno fatto i demagoghi e gli ultra’ nazionalisti. Mandando al sacrificio milioni di persone.

Vedendo una frontiera militarizzata di questo tipo, viene in mente quanto dovremmo valorizzare quello che siamo riusciti a fare in Europa, dove abbiamo sostituito a secoli di scontri un’altra modalità di soluzione dei problemi, e abbiamo potuto persino permetterci di eliminarli del tutto, quei cancelli, non solo tenerli aperti.

Certo, forse adesso stiamo pagando il prezzo del nostro ottimismo ingenuo, e frontiere aperte al nostro interno hanno favorito chi le ha usate per costruirci sopra traffici, di criminalità o di persone che siano.

Dobbiamo rivedere certi aspetti del nostro stare assieme, ma senza commettere l’errore di buttare tutto via: la pace e l’apertura ci hanno portato molta prosperità, non dobbiamo perdere il senso delle proporzioni rispetto alle nostre difficoltà attuali: un mondo «chiuso» è comunque uno meno ricco e promettente.

Buona notizia: il giorno prima della mia visita a Wagah Border, la ministra degli esteri indiana si recava a Islamabad per la conferenza del Processo di Istanbul – Heart of Asia, un’iniziativa multimaterale per i rilancio dell’Afghanistyan mediante iniziative di respiro regionale. Questa visita significa lo sblocco dei rapporti tra India e Pakistan, congelati dal 2008 (attentati di Mumbai, condotti da attentatori venuti dal Pakistan). Nei sessant’anni precedenti, il dialogo non ha portato a nessun risultato, ma almeno mette a tacere le armi.

Scrivo queste righe in una Islamabad soleggiata ma gelida, in una casa fredda come solo in un paese spesso caldo si riesce, impermeabili a ogni forma di riscaldamento como sono le case di qui.

Due considerazioni facete: quando s’arriva a questa stagione le persone che lavorano in casa sono perennemente raffreddate: inutile consigliare loro di mettersi qualcosa nei piedi (non usano le calze nemmeno in pieno inverno) o di chiudere le porte: non lo faranno mai, nella loro cultura le porte devono stare aperte all’aria tutto l’anno anche in pieno inverno. Dici loro di farlo, e ti guardano come se parlasse un folle: è quello che fanno tutti gli indo – pakistani quando parla un occidentale, di qualsiasi argomento si tratti. Anche di fronte all’evidenza, come in questo caso, non possono MAI ammettere di non aver ragione. Tra parentesi, in questi paesi è vietato l’uso del fazzoletto, vi lascio immaginare il destino delle mucose nasali.

D’altra parte, osservo il risultato di certe riparazioni fatte in casa che assomigliano tremendamente a quelle fatte ovunque in questo paese: India e Pakistan sono gli unici luoghi nei quali una riparazione o un restauro, anzichè migliorare almeno temporaneamente le cose, le lascia peggio di come stessero prima. Unica risposta: braccia allargate, this is Pakistan…

Islamabad, 12 dicembre 2015.