Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 15.1.2011, attualmente inaccessibile.
Categoria: Spagna
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L’ultima lotta armata d’Europa, in memoriam
Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 21.10.2011
https://stefanogatto.wordpress.com/2011/10/20/eta-abbandona-le-armi/
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Italia e Spagna: tante cose ci uniscono, ma il calcio…
Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica nel luglio 2012
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Elezioni catalane: la tormenta perfetta?
Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 4.12.2012
Leggere e impaginare i testi di Stefano sulla Spagna è quanto per me si avvicina di più al concetto di “formazione” all’interno di LSDP: prima di farlo, non sapevo quasi niente della Spagna, e dopo due anni mi sembra di aver frequentato un corso. Non solo Coursera: anche questa è una forma di università online.
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La crisi politica spagnola: una breve analisi
Passata l’euforia del 1992, la Spagna sta vivendo una durissima crisi sociale, politica ed economica: è prevedibile che in tempi brevi esca dal tunnel nel quale sembra essersi infilata o è piuttosto preventivabile un’implosione del sistema di tipo italiano?
Solamente un anno fa, nel giugno 1993, Felipe Gonzàlez aveva ottenuto un’insperata vittoria elettorale (la quarta consecutiva): pur non confermando la maggioranza assoluta dei seggi che aveva accompagnato il Partido socialista obrero español (Psoe) dal 1982, i socialisti avevano potuto contare su una chiara maggioranza relativa nei confronti del Partido popular (Pp) di José María Aznar. Grazie all’appoggio esterno dei nazionalisti moderati catalani e baschi, Felipe (così tutti chiamano in Spagna il leader socialista) aveva potuto formare un governo monocolore, evitando l’alleanza impossibile a sinistra con la coalizione Izquierda unida del comunista, non troppo modernista, Julio Anguita.
La vittoria si era prodotta nonostante la crisi economica del dopo ’92 di fosse già scatenata e il tasso di disoccupazione, gran tallone d’Achille dell’economia spagnola, avesse già raggiunto livelli drammatici.La nueva derecha di Aznar era sembrata più convincente nel corso della campagna elettorale e il Pp sembrava poter rappresentare per la prima volta un centro-destra credibile in un paese nel quale i fantasmi di quarant’anni di franchismo sono ancora racchiusi in molto armadi.
Dall’altra parte il Psoe, come partito, appariva senz’altro logorato dalla lunga tappa governativa (undici anni in solitario). La sua inattesa vittoria non è da accreditarsi tanto al partito, quanto alla figura di Felipe, politico di gran carisma, al quale buona parte degli elettori dubbiosi diedero alla fine un ultimo voto di fiducia, facendo registrare una partecipazione alle urne molto superiore a quella tradizionale. Molti élettori, che in condizioni normali non avrebbero votato per i deludenti socialisti, ma che mai e poi mai l’avrebbero fatto per i popolari, preferirono rinunciare all’astensione per evitare il pericolo di un ritorno al potere della destra.Nella stessa notte elettorale Felipe riconobbe il messaggio degli elettori e promise un cambio sobre el cambio: riaprire il Psoe alla società e fronteggiare la crisi economica.
Cos’è successo da allora? Sul fronte del partito González ha guidato un rinnovamento interno, le cui principali vittime dovevano essere i seguaci del suo ex numero due, Alfonso Guerra, l’uomochiave del partito. Se i renovadores si sono presentati al XXXIII Congresso federale del partito tenutosi a marzo con una chiara maggioranza dei delegati, González non è riuscito in quella sede a riappropriarsi completamente del Psoе: la composizione della nuova giunta esecutiva è stata piuttosto il frutto di un compromesso con la componente guerrista del partito, espressione di un socialismo di vecchia maniera, forse malvisto dall’opinione pubblica a livello nazionale, ma molto forte a livello di consensi nelle comunità autonome, che fungono
da serbatoio tradizionale di voti per il Psoe (Andalusia e Extremadura).L’opinione pubblica ha quindi percepito i risultati del congresso come un sostanziale tradimento delle promesse elettorali di Felipe.
Sul fronte della crisi economica il governo non ha mostrato nel corso dell’anno alcuna capacità di reazione: il poсо amato ministro dell’Economia Carlos Solchaga è stato sacrificato sull’altare del riavvicinamento alla società, ma la sua sostituzione con Pedro Solbes non ha apportato nessuna iniezione di fiducia all’esangue economia spagnola.
E’ senz’altro vero che i problemi che deve affrontare il sistema economico spagnolo sono generali e non legati solo alla congiuntura, ma soprattutto alle rigidità strutturali del sistema stesso.Ma fino a che punto un partito da dodici anni al potere può mascherarsi dietro meccanismi che ha provveduto in buona parte ad alimentare?
La generosità dei sussidi di disoccupazione o l’onerosità per le imprese dei meccanismi di licenziamento nel sistema precedente alla recente riforma del mercato del lavoro erano dei chiari segnali di un notevole sbilanciamento a sinistra della legislazione nel campo del diritto del lavoro.
Tale tendenza era certo legittima per un partito socialista nei primi anni Ottanta e ha svolto un ruolo importante nel processo di eliminazione del paternalismo dominante nella stessa materia nel periodo franchista, ma risulta difficilmente compatibile con la realtà economica degli anni Novanta.Il problema è che González risulta pосо credibile come profeta di ricette neo-liberali. Il ragionamento che sempre più spagnoli fanno è il seguente: non sarebbe più logico che fosse la destra moderata a comportarsi da destra? Il Psoe è stato il protagonista della modernizzazione della Spagna e del suo inserimento a pieno titolo nel contesto europeo. Può
essere il suo stesso establishment il fulcro della fase politica successiva?
A parte il drammatico problema della disoccupazione (24 per cento!), altre scelte-chiave di politica economica fanno discutere: ad esempio, l’ostinazione nel voler mantenere la peseta agganciata al Sistema monetario europeo non ha permesso che si verificasse quell’effetto benefico sulle esportazioni che ha avuto invece molta importanza nel caso italiano e ha bruciato ingenti quantità di riserve valutarie.
Ma soprattutto è la mancanza di mordente del governo, l’assenza d’iniziativa che ha inquietato maggiormente l’opinione pubblica spagnola negli ultimi dodici mesi.
A tutto ciò si deve aggiungere la valanga di scandali emersi ultimamente, che hanno messo in serio pericolo il governo González.Al riguardo è opportuna una premessa: in Spagna la corruzione non è endemica, non è un «sistema».
Una pubblica amministrazione relativamente efficiente non è stata mai coinvolta, negli ultimi anni della democrazia, in grossi scandali.
Per questo motivo l’ondata di rivelazioni sulle attività illegali del governatore della Banca di Spagna, Mariano Rubio e del direttore generale della Guardia Civil, Luis Roldán ha provocato una commozione popolare senza precedenti nel paese.
A questi scandali istituzionali si deve aggiungere il clamoroso crollo di uno dei miti nazionali del settore privato, il presidente del Banco español de crédito, Mario Conde, che dietro la facciata di uomocopertina si è rivelato un banchiere semplicemente nefasto. Alcune istituzioni tradizionalmente più solide del Paese (Banco de España, Guardia Civil, Banesto) sono servite ad affaristi senza scrupoli per facili arricchimenti, facilitati da complicità ad alto livello e dal clima di frenesia speculativa che ha caratterizzato la seconda metà degli anni Ottanta.
González è additato come il principale responsabile politico del clima venutosi a creare e anche se è legittimato a governare fino al 1997, pare attualmente difficile che possa portare a termine la legislatura.
Ma quali sono le alternative?
Il Partido popular di José M. Aznar è l’unico che possa assumere il potere: il giovane leader dei popolari ha riorganizzato il partito, modernizzandolo e adattandolo alle esigenze di un paese
che è stato a lungo alla ricerca di una forza di centro-destra chiaramente democratica.
In questo senso il Pp si è liberato dall’ingombrante presenza del suo fondatore, Manuel Fraga Iribarne, un po’ emarginato nella sua Galizia, dove presiede la Xunta con modo di fare da capo di stato.
I collaboratori di Aznar sono giovani, preparati, senza legami col passato franchista. Ma basterà tutto ciò per mandare il Psoe un giorno all’opposizione?
Probabilmente sì, ma non bisogna sottovalutare la lezione delle ultime elezioni generali.Finchè il Pp non supererà il problema della propria debolezza in tre comunità-chiave, quali l’Andalusia (dove il Psoe ha ancora un enorme vantaggio sui popolari in termini di consensi), la Catalogna e i Paesi Baschi (nei quali l’elettorato moderato è accaparrato dai partiti nazionalisti, Convergencia i Unió e il Partido nacionalista vasco) difficilmente pоtrà raggiungere una maggioranza di seggi nelle Cortes.
Aznar ha puntato sull’emergente Javier Arenas in Andalusia, nominandolo presidente del partito locale: saranno illuminanti al riguardo i risultati delle elezioni locali in Andalusia per vedere se il Pp può ridurre in maniera significativa il proprio gaprispetto al Psoe.
In Catalogna e nei Paesi Baschi la scelta dei partiti maggioritari di continuare ad
appoggiare il governo socialista mette in una posizione imbarazzante il Pp, che non può rivendicare una sensibilità particolare per i problemi nazionalisti così importanti in queste due comunità autonome.
La collaborazione di Convergencia е Pnv con il governo centrale sta distribuendo dividendi importanti per le comunità autonome in generale (vedasi la cessione da parte dell’Amministrazione centrale del 5 per cento del gettito dell’Irpef, l’imposta sul reddito) e per le due comunità citate in particolare: il Pp si trova quindi senza un ruolo specifico in
Catalogna e nei Paesi Baschi, dato che l’elettorato di centro-destra ben difficilmente abbandonerà i partito nazionalisti moderati e gli elettori di centro-sinistra difficilmente passeranno al Pp dovendo superare non solo pregiudiziali di ordine ideologico, ma anche altre di ordine regionalista.Tale complessa situazione sta limitando fortemente l’ascesa del Partido popular, che è invece stata assai significativa nel resto del Paese.
Altre possibilità non esistono: Izquierda unida ha un tetto limitato di consensi; altre opzioni di centro si sono evaporate (il Centro democrático y social di Suárez).
Il sistema politico spagnolo è quindi divenuto bipolare, ma in tale quadro le possibilità di alternanza nel potere non sono ancora del tutto chiare.
Il Psoe ha svolto un ruolo fondamentale nella storia spagnola: l’esemplare processo di transizione non avrebbe potuto completarsi senza la sua presenza al governo.
Il problema attuale del partito è quello della sua perdita di slancio, del suo logorio: vivere in Spagna negli anni Ottanta significava essere pervasi dall’entusiasmo, dall’ottimismo innovativo di una generazione di quarantenni che aveva preso in mano le redini di un paese che scopriva finalmente le proprie grandi potenzialità, lasciandosi dietro le spalle decenni di sostanziale isolamento.Oggi si sorride vedendo le giacche di velluto e le camicie a quadretti indossate nei primi anni Ottanta dai leaders del Psoe, passati ora a un rigoroso grigio. Risultano irriconoscibili. Ma l’impronta che i socialisti hanno dato alla Spagna è comunque indelebile e fondamentale: essi hanno rappresentato la migliore opzione possibile per il Paese negli ultimi dieci anni.
Questo li legittima a restare al potere per ancora molto tempo? (Felipe ama ripetere di aver bisogno di venticinque anni per trasformare completamente il Paese: saremmo quindi solo alla metà del suo tragitto).
A parte loro la perdita di credibilità dell’ultimo anno, il grosso problema che i socialisti si portano dietro da anni è l’assoluta assenza di un leader alternativo a González: tutti i sondaggi d’opinione vedono una drastica caduta di consensi elettorali per il Psoe nel caso in cui l’attuale primo ministro non ripresentasse la propria candidatura: probabilmente rinunciare a Felipe sarebbe un passo decisivo verso la sconfitta.Aznar sa che, nonostante i suoi progressi personali a livello d’immagine, non può competere con González a livello di cаrisma: anche per questo motivo la tattica attuale del Pp è quella di chiederne le dimissioni, ma senza elezioni anticipate.
Un altro socialista dovrebbe formare un governo fino alle prossime elezioni: Aznar spera di poter confrontarsi con un altro leader socialista molto meno poроlare di Felipe, attendendo al tempo stesso l’onda lunga dell’uscita dalla recessione economica (che non è ancora dietro l’angolo in Spagna). Di fatto al Partido popular non converrebbe vincere delle eventuali elezioni anticipate nell’anno in corso e coscienti di questo gli strateghi del Pp gridano allo scandalo, ma cercano di prendere tempo prima di trarre le logiche conseguenze della loro opposizione.
La situazione politica spagnola è quindi in buona misura bloccata: il Psoe come partito può perdere le elezioni, ma Felipe ha ancora un capitale di credito personale non indifferente. Per sfruttarlo è però condannato a essere il candidato eterno del suo partito.
La cartina al tornasole attraverso la quale verrà giudicato l’operato di Felipe in quel che resta della legislatura attuale sarà il suo impegno contro la corruzione e la sua capacità di liberare il partito dall’ipoteca degli scandali.Il Partido popular non può che crescere, ma con le limitazioni territoriali di cui abbiamo già discusso, che gli amputano una quota decisiva di consensi.
Tale situazione bloccata non fa però presagire una escalation di tipo italiano, dato che non sembrano in gioco le basi stesse del sistema. Si tratta solamente di un passaggio difficile verso il completamento del processo di transizione democratica, che potrà dirsi compiuto solo nel
momento in cui un’alternanza sarà davvero possibile: è curioso ascoltare un leader della destra spagnola proclamarsi l’erede di Manuel Azaña, il mitico presidente della II Repubblica spagnola uscita sconfitta dalla guerra civile: Aznar ha bisogno di presentarsi all’opinione pubblica come un leader affidabile, in grado di ispirarsi all’insegnamento di un grande progressista (non di sinistra) del passato, per potere far presa su quei tre milioni di elettori di centro che rappresentano l’ago della bilancia.
Paradossalmente,González aveva adottato la stessa tattica nel 1982: citare Azaña gli era servito per convincere gli elettori di centro a vincere le proprie riluttanze e a dare una possibilità alla sinistra.
Certo fa effetto pensare che dopo quasi sessant’anni il presidente Azaña ridiventi un punto di riferimento della politica spagnola: è questa una di quelle grandi rivincite che la Storia, a volte, riserva a personaggi a loro tempo sconfitti.