Diario pachistano, numero dodici

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In questo momento non sono in Pakistan, prime vacanze dopo dieci mesi full time a Islamabad e dintorni. Un’anomalia rispetto al regime di vacanze di solito concesso a chi è destinato in un luogo di queste caratteristiche. La maggior parte dei paesi europei permette un viaggio di ritorno ogni due  – tre mesi, una sosta di una – due settimane per interrompere la tensione insita in una destinazione come questa, anche perché spesso le famiglie non accompagnano il diplomatico. Per motivi di risparmio, l’Unione Europea ha però di deciso di tagliare i giorni di vacanza per coloro partiti in una destinazione «complessa» dopo il 2014, assimilandoli a quelli di chi lavora a Bruxelles e di permettere in teoria alle famiglie di risiedere a Islamabad. Come se fosse lo stesso prestare servizio nella capitale belga o quella pakistana. La regola non si applica però a chi era partito prima del 2014, così nel mio caso si da il paradosso che autorizzo continuamente i periodi di vacanza di collaboratori, cui però il loro superiore non ha diritto che molto più raramente. Curiosità dei labirinti amministrativi delle grandi istituzioni, e conseguenza di decisioni prese spesso in base a criteri populisti e di facciata, per soddisfare l’opinione pubblica, senza tenere conto dell’impatto reale di tali scelte. Posso senz’altro testimoniare che dieci mesi senza un giorno di vacanze in un ambiente teso in cui ci si muove con macchine blindate e scorta non sono una soluzione ottimale, anche se visto da fuori forse soddisfa l’ingannevole obiettivo di «tagliare i privilegi»…

Ho però parecchi spunti per il mio diario, note prese nel corso degli ultimi indaffarati mesi che non ho avuto il tempo di sviluppare.

Approfitto delle vacanze per pubblicarne alcune.

Qualcuno che mi segue su Facebook ricorderà l’8 maggio l’incidente dell’elicottero che coinvolse diversi ambasciatori nel nord del Pakistan.

L’incidente ha avuto conseguenze pesanti sul clima respirato a Islamabad nei mesi scorsi. Io e mia moglie Isabel non partecipammo all’escursione per caso: si trattava di un viaggio organizzato dal Ministero degli Affari Esteri in collaborazione con il corpo diplomatico per promuovere il turismo nella bellissima zona nord del paese, quella montagnosa denominata Gilgit Baltistan. È la zona più sicura del Pakistan: pur facendo formalmente parte del Kashmir rivendicato dall’India, ne è separato amministrativamente (si chiamavano territori del Nord fino a qualche anno fa, ora sono stati ribattezzati appunto Gilgit Baltistan), e non vi si estende la turbolenza abituale nella zona del Kashmir rimasta nel lato indiano, dove le popolazioni mussulmane richiedono il referendum d’autodeterminazione in attesa dal 1948.

Il Gilgit Baltistan è zona bellissima di montagne himalayane, valli e laghi di straordinaria bellezza, e non vi è presenza dai gruppi terroristici o militanti, al contrario di quasi tutto il resto del paese. La zona ha un grande potenziale turistico, come del resto l’hanno anche i confinanti Jammu Kashmir e Ladakh dal lato indiano, che conoscemmo ai tempi della nostra destinazione in India.

È infatti divenuto la quasi unico meta di turismo interno da parte degli espatriati che risiedono in Pakistan, assieme alla città di Lahore. Praticamente impossibile però attrarre turisti dall’estero, praticamente inesistenti in Pakistan da ormai diversi anni.

L’idea del viaggio era quello di promuovere una visione positiva del Pakistan, organizzando un breve viaggio di tre giorni per i capi missione diplomatici e le loro famiglie con mezzi di trasporto militari per facilitare i movimenti in una zona impervia. Per mostrare che anche in Pakistan esistono destinazioni turistiche che valgono la pena.

Era da almeno due anni che se ne parlava, e infiniti erano stati i rinvii, fino a che nel mese di maggio di quest’anno finalmente il viaggio avvenne. Nel mio caso, ero personalmente diviso tra un certo scetticismo sull’opportunità di un’iniziativa di questo tipo, che metteva risorse pubbliche a disposizione dei diplomatici e delle loro famiglie per un obiettivo solo in parte professionale, e la possibilità di recarmi in una zona bellissima normalmente di difficile accesso.

Il dubbio sulla nostra partecipazione venne però risolto senza remore dal fatto che nella data finalmente prescelta dovevo restare a Islamabad per ricevere un’importante visita da Bruxelles. Fine della storia per noi, per nostra fortuna.

Il viaggio si sarebbe svolto in aereo militare fino all’aeroporto di Gilgit, da dove la cinquantina di partecipanti si sarebbe divisa in quattro elicotteri per raggiungere un nuovo centro turistico a Naltar, dov’era previsto un pranzo con il primo ministro del Pakistan. Poi altri due giorni di visite nella regione. Il tutto per dimostrare alla comunità internazionale, attraverso i suoi rappresentanti nel paese, che il Pakistan ha un futuro turistico e non è solo instabilità e problemi.

La sera prima della partenza, il caso volle che tutto il corpo diplomatico, viaggiatori e no, si ritrovasse in una cena – concerto organizzata dal ministero degli esteri nel giardino del ministero, tutta una novità in un paese alla disperata ricerca di normalità. Nessuno di noi poteva immaginare che sarebbe stata l’ultima volta che avremmo visto alcuni dei colleghi.

La mattina dopo, i partecipanti si ritrovarono alla base aerea militare, con un’aria di scolaresca in gita, inusuale da queste parti.

Un paio d’ore dopo, all’arrivo a Gilgit, i partecipanti vennero divisi in quattro elicotteri, in ordine alfabetico per paese, che partirono uno dopo l’altro per l’appuntamento a Naltar. Gli elicotteri sono partiti a distanza di alcuni minuti l’uno dagli altri, per cui gli occupanti degli altri non hanno visto l’incidente: quello che credo fosse il terzo ha voltato normalmente fino al luogo previsto per l’atterraggio, ma negli ultimi metri i piloti hanno perso il controllo, quasi sicuramente per un problema tecnico, e l’impatto a terra, fuori dal luogo previsto ma sul tetto di una scuola vicina è stato molto forte, provocando qualche contusione a bordo ma niente di grave.

Pochi secondi dopo però il fuoco è divampato, impedendo l’uscita di chi era rimasto dietro: questo spiega perché alcuni passeggeri siano usciti illesi, altri si siano solo contusi e alcuni siano rimasti intrappolati, venendo completamente arsi dalle fiamme fino all’ irriconoscibilità.

Alla fine, dei 17 passeggeri e tre membri dell’equipaggio otto sono morti: tre ambasciatori (Norvegia, Filippine e Indonesia), le mogli degli ambasciatori d’Indonesia e Malaysia e i tre militari dell’equipaggio, che stavano aiutando i passeggeri a lasciare l’elicottero al momento dell’incendio. In un caso le ferite sono state di notevole entità, in altri tre casi meno gravi, alcuni passeggeri sono rimasti illesi.

Nel frattempo, a Islamabad giungevano notizie contraddittorie: messaggi da altri ambasciatori che sostenevano che non era successo nulla (loro erano altrove e non avevano visto nulla, in effetti), per cui le informazioni televisive secondo cui c’erano vittime risultavano contraddittorie.

Le autorità pachistane portarono tutti gli altri in un hotel, dove per qualche ora i partecipanti all’escursione rimasero senza comunicazione.

Un gruppo terrorista ha rivendicato l’attentato, ma tutto indica che il problema sia stato di natura tecnica: gli elicotteri russi in dotazione all’esercito pachistano sono mal mantenuti da anni e non risultano raccomandabili.

Se noi avessimo partecipato all’escursione non saremmo stati su quell’elicottero: i partecipanti erano divisi per ordine alfabetico, noi saremmo stati in un altro.

Cio’ non toglie che l’impatto sia stato notevole: da una cerimonia religiosa all´altra, da una partenza di salma a una cerimonia commemorativa, tutto il mese di maggio è stato caratterizzato da molti momenti commoventi. Chi aveva partecipato direttamente al viaggio era naturalmente più colpito, ma anche chi aveva conosciuto persone sparite in un attimo o avrebbe potuto esserci si è sentito molto immedesimato.

L’11 maggio avremmo dovuto celebrare il giorno d’Europa, ma ho deciso di rimandare a fine mese: impossibile pensare a celebrazioni festose immediatamente dopo l’incidente.

Al di là di responsabilità e cause dell’incidente, l’iniziativa a favore del turismo è andata nel peggiore dei modi, e di fatto per un bel po’ non si useranno mezzi di trasporto governativi.

Ripeto che avevo i miei dubbi sull’opportunità di quest’iniziativa, ma ciò’ non toglie che il toccare con mano la morte non può colpirti e non provocare una riflessione sulla fragilità della nostra condizione umana.

A fine mese, finite le cerimonie funebri, abbiamo comunque tenuto il giorno d’Europa, con alcuni colleghi feriti assenti.

Rispetto al mio predecessore, molto musicale e festaiolo, ho tenuto la cerimonia su toni più austeri, anche perché non credo molto a feste diplomatiche danzanti: sono ricorrenze ufficiali, non mi convince molto il tono leggiadro, preferisco orientare la serata verso i contenuti di ciò che che si rappresenta più che verso le forme: gli inni, un breve discorso con alcuni punti essenziali, disponibilità verso tutti gli ospiti.

In quelle circostanze, da anfitrione, senti tutta la banalità e superficialità di una posizione come la mia: fanno la fila per ritrarsi in una foto assieme con te, non perché sia tu come persona ma per ciò che rappresenti. Cosa che alcuni colleghi dimenticano spesso, pensando d’essere persone favolose, senza ricordare che finita la festa (o il tuo ruolo) non sei più nessuno.

Curioso come tanti che occupano posti pubblici non si rendano conto della transitorietà della posizione, e che occupare un certo posto in un momento dato non fa di te una persona migliore, o speciale. Sembra evidente, ma i più lo dimenticano.

Madrid, 31 luglio 2015.