Diario pakistano, numero diciotto

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Negli ultimi tempi sono stato diverse volte a Karachi, capitale economica del Pakistan e una delle più grandi megalopoli al mondo, con una popolazione imprecisata e incalcolabile tra i 20 e 30 milioni di abitanti.

Karachi non è una bella città, ma un agglomerato abbastanza confuso di  persone, quartieri composti da case in gran parte in pessimo stato, spazi non costruiti (le potremmo dire zone verdi, ma di verde è rimasto ben poco), zone industriali (nelle megalopoli asiatiche formatesi negli ultimi trent’anni non esiste distinzione tra zone residenziali e industriali). Tanto per dare un’idea, la città è cresciuta talmente in fretta e i poteri municipali sono cosi’ flebili che non esiste raccolta sistematica di rifiuti (ben visibili nelle strade) e le case non ricevono acqua corrente, distribuita invece con cisterne per iniziativa privata. Rispetto a Islamabad, la fornitura d’elettricità è invece più regolare, a causa della presenza dei grandi gruppi industriali pakistani nel suo territorio.

Karachi è la tipica megalopoli di un paese in via di sviluppo, cresciuta in poco tempo fino a divenire quasi fuori controllo, anche se poi come sempre emergono equilibri locali che permettono a queste città di non esplodere: equilibri che hanno poco a che vedere con l’azione dei poteri pubblici, ma piuttosto con altre dimensioni come la solidarietà all’interno dei gruppi etnici che la compongono, principale riferimento per gli abitanti (i quartieri sono chiarmente identificati per etnie); l’organizzazione dei gruppi criminali, che controllano le diverse attività che si svolgono nella città; la necessità di mantenere la città in funzionamento a causa del suo peso economico.

Karachi è stata in passato una città pericolosissima, con decine di morti violente al giorno, legate essenzialmente alle faide tra etnie diverse tipiche del Pakistan (le principali a Karachi sono i mohajir, pakistani venuti dall’India nel 1947; i sindhi venuti dalle campagne della provincia circostante; i pashtun venuti dal nord; i punjabi, etnia dominante del Pakistan, i baloch venuto dalla provincia limitrofa del Balochistan).  Tutte queste etnie tendono a usare lingue diverse, hanno tradizioni, storie e spesso caratteristiche sociali e religiose diverse e tendono a costruire relazioni all’interno del proprio gruppo, nonchè ad avere rappresentanti politici della loro etnia. Immaginatevi questo microcosmo in una città di decine di milioni d’abitanti senza forti poteri pubblici nè gestione centralizzata e potete immaginare cos’è Karachi: una città che stordisce. Non è tanto colpita dal terrorismo, quanto dalle lotte fratricide tra gruppi di potere. Oggi continua a essere pericolosa, ma l’azione dei rangers, polizia militare pakistana, la tiene più o meno sotto controllo.

Karachi è città senza passato, sviluppata dagli inglesi come porto sul mar arabico: non ha quindi monumenti d’interesse o «cose da vedere».

Quando io arrivo a Karachi, il rito è sempre lo stesso: esco dall’aeroporo, accompagnato da una persona di scorta, e mi attende una macchina blindata. All’uscita dal parcheggio, una macchina della polizia, mitra spianati, è in attesa, e mi scorterà sino all’albergo (di solito viaggio di sera, per iniziare le attività la mattina). Poi sempre scortato fino al ritorno in aeroporto. E’ il trattamento riservato ai diplomatici stranieri, il Pakistan non desidera che possano divenire vittime di uno dei molteplici «incidenti» che caratterizzano Karachi.

L’esserci venuto diverse volte nelle ultime settimane mi ha fatto pensare a qualcosa di diverso, che mi porterà a divagare nelle prossime righe dal Pakistan strictu sensu: ieri in aereo pensavo a che ho vissuto e viaggiato in tanti luoghi al mondo che spesso sono divenuto «pendolare» su rotte del tutto diverse dalle abituali. E il «pendolare» è persona che vive attorno ad abitudini, che si sente a casa nella routine: quello che mi colpisce è che queste routine ti aiutano a sentirti a casa quand’anche tu ne sia invece lontanissimo.

Questo mi ha portato a riflettere quanto l’uomo abbia bisogno di riferimenti, di familiarità attorno a sè. E quanto la pratica possa renderti familiari cose che tempo prima nemmeno conoscevi: siamo essere molto più malleabili e adattabili di quanto noi stessi vogliamo credere.

Pendolare vero, nel senso di quello che prende un mezzo, pubblico e privato per fare lo stesso percorso mattina e sera, o dal lunedi’ al venerdi’, lo sono stato solo in due occasioni: un anno e mezzo tra Varese e Milano, all’inizio dell’università: ferrovia Nord, arrivo a Cadorna e poi in autobus fino alla Bocconi.

E poi tra Waterloo, dove ho casa e Bruxelles, stazione Schuman, quartiere europeo, mezz’ora di treno che mi evita gli ingorghi del «ring» brussellese. Quattro anni sinora, lo faro’ do nuovo in futuro perchè detesto guidare nel traffico.

Sin da bambino ho pero’ sentito altri percorsi effettuati regolarmente come «miei», sviluppando un’affezione per luoghi e riferimenti lungo il percorso la cui vista mi riconfortava, dicendomi che ero sulla strada giusta, che stavo «arrivando».

Il più lontano nel tempo il percorso in macchina tra Torino e la Nizza dove viveva la mia nonna; poi, molto più pregnante, quello in treno tra la Torino dove nacqui e la Siena dove mi trasferii da bambino: Torino – Pisa in diretto, poi il più lento incedere sulle tratte Pisa – Empoli ed Empoli – Siena. Ogni stazione un nuovo avvicinamento, e poi la familiarità assoluta con ogni immagine da Poggibonsi in poi. Se il viaggio avveniva in macchina, emozione e sensazione di casa sin dall’uscita di Firenze Certosa, poi la superstrada per Siena, conosciuta palmo a palmo. Sensazione sempre più forte via via e definitiva alla vista delle torri di Monteriggioni.

Poi mi trasferii  a Varese, e se all’inizio il cambio lo amai poco, poi il percorso divenne abituale nelle due direzioni, con sensazione di piacevolezza in entrambi i tratti finali: per Varese dall’imbocco nella Milano Laghi, superiore nel tratto dopo il casello di Gallarate, nella parte fuori pedaggio ma ancora autostrada che i varesotti riuscirono evidentemente a negoziare a loro favore.

Poi andai in università a Milano, con i miei per lavoro in Marocco, e la «pendolarità» seguente fu tra Milano e Madrid, dove vissi diversi anni dopo l’università: nulla di più familiare che quel viaggio aereo e l’arrivo a Barajas, nell’aeroporto di allora che corrisponde all’attuale terminale 1 (delle quattro attuali). A Madrid, la sensazione di casa inizia subito fuori dall’aeroporto, ma soprattutto all’arrivo sull’Avenida de Americas: da li’ in poi sono a casa ovunque.

Se queste «pendolarità» sono di lunga data, nel corso del tempo ho scoperto su me stesso che la sensazione di familiarità derivata dal ripetere con frequenza una certa rotta si è ripetuta in molto altri luoghi: a memoria, sull’autostrada tra Bruxelles e Lussemburgo, percorsa in epoche diverse in entrambe le direzioni; in Brasile, tra la Brasilia dove vivevo e le Rio e Sao Paulo dove mi recavo con frequenza (un’esperienza da fare nella vita è atterrare all’aeroporto Santos Dumont nel sud di Rio di giorno, una delle viste più spettacolari al mondo). Per un certo periodo della mia vita, mi sentivo di casa all’imbocco della spiaggia di Copacabana, entrata dal lato Leme, o all’arrivo alla Lagoa de Freitas.

In India, tra Delhi e la Bombay dove mi recavo spesso (per qualche misterioso motivo, tutti questi voli di routine da Brasilia, Delhi e ora Islamabad durano un’ora e quaranticinque minuti), il senso di casa iniziava a Delhi sulla confusa strada verso Gurgao: oggi l’arrivo a Delhi è divenuto irriconoscibile e «moderno» paragonato al passato, quell’inconfondibile uscita dall’aeroporto nei colori e odori dell’India; a Bombay al contatto col mare.

In El Salvador, paese piccolo piccolo, tutti i trasferimenti avvenivano in macchina, e la sensazione di casa si dava nel lungo percorso dall’aeroporto all città. L’aeroporto è molto lontano e in una zona rurale non perchè, come una volta sentti dire da un’intelligentissima americana che aveva fatto scalo a  San Salvador, perchè in El Salvador non ci sia «nulla», ma perchè trattasi di paese montagnoso e vulcanico, e vicino alla capitale non c’è spazio per un aeroporto internazionale. La realtà è spesso più semplice di quanto raccontiamo a noi stessi sulla base dei nostri pregiudizi.

Un’altra rotta che ho percorso con frequenza in passato e che sento mia è quella tra Barcellona e Madrid, due tra le città che più amo al mondo, ma per me non è l’abituale «puente aereo», che ho preso poco, ma i 615 chilometri della vecchia strada che percorrevo: a casa da Zaragoza in poi in entrambe le direzioni (curiosamente, si chiama Zaragoza anche il paese che precedeva la mia zona di residenza sulla strada tra San Salvador e il mare, venti chilometri). Diversa la pronuncia, pero’. E anche quella tra l’aeroporto di Casablanca, ben lontano dalla città, e la casa dei miei genitori in quella città.

Non sono arrivato a Roma con frequenza tale da sviluppare un’abitudine romana, per cui non ho un punto da cui in poi mi senta nella capitale.

Pensavo quindi ieri a tutte queste rotte abituali e a quanto l’essere umano si culli nelle proprie abitudini, e le costruisca per sentirsi più sicuro, a casa. Quando anche, come Paul Bowles, sia in realtà a volte «Troppo Lontano da Casa». Penso all’angoscia che provoca sentirsi perduto, senza riferimenti, in terre che non senti tue, in territori che ignori. Territori che spesso sono della tua mente. Siamo in difficoltà quando non ci sentiamo a casa, siamo più tranquilli quando invece vi ci sentiamo.

Forse per questo mio costante girare ho sempre sentito il bisogno di conoscere a fondo la storia e la cultura dei luoghi dove ho vissuto e con molti di loro ho sviluppato un rapporto d’amore assoluto, come con Siena, che divenne mia fin dal primo giorno, quando con mio padre arrivammo sulla Piazza del Campo mentre cambiava colore dall’azzurro al blu scuro e poi al nero, in contrasto forte con il colore della terra di tutti i palazzi: chi è stato in Piazza all’imbrunire conosce la potenza di quella transizione.

Alcuni cambi sono stai desiderati, altri meno: ma ho sempre amato confondermi, sentirmi uno dei tanti. Sempre straniero, sempre «da fuori», ho deciso di fare di tutto per percorrere quello spazio tra te stesso e le realtà che ti circonda: c’è chi decide di sentirsi sempre «altro», io al contrario ho bisogno di sentirmi sempre identificato.

Forse per questo svolgo il mio lavoro con passione, e mi dispiace per coloro che lo vivono burocraticamente. E forse per questo altri vengono mandati nei luoghi comodi, io no. E sempre per questo ho sempre amato i paesi nei quali l’ho esercitato, quand’anche difficili e pieni di contraddizioni. Amo il Brasile, amo l’India con le sue mille complessità, adoro il piccolo El Salvador «pulgarcito de América» con tutte le sue ferite.

Pensavo di non amare il Pakistan, paese duro, scontroso, piacevole come uno strofinamento di carta vetrata sul corpo.

Invece ieri in aereo mi sono reso conto d’improvviso che, unico straniero tra tutti pakistani a  a bordo, mi sentivo totalmente tranquillo, in pace e in sintonia con l’ambiente che mi circondava. Donne velate, uomini barbuti, io chiaramente «altro». Eppure tutti mi sorridevano, mi trattavano con gentilezza e io di rimando con loro. Siamo di culture diverse, ma condividiamo assieme un tratto di percorso. Ieri in aereo, ma più in generale viviamo nello stesso periodo storico e affrontiamo le stesse sfide. Pensavo a don Luigi Giussani (del movimento di CL si possono pensare mille cose, ma che il suo fondatore fosse persona di grande genialità è fuori discusisone)  quando diceva che in tram a Milano si sentiva in sintonia con i suoi compagni di viaggio, e sorrideva loro. Anch’io ieri mi sentivo cosi’, lasciando per un momento perdere tensioni, preoccupazioni sul futuro, la mia prossima nomina, il momento dell’Europa etc. Solo in sintonia con chi mi circonda.

Superando le barriere mentali che noi stessi ci creiamo, possiamo superare assieme tante difficoltà, perchè quanto più approfondisci, quanto più capisci che la sfida di fondo è la stessa per ognuno di noi: trovare un senso alla nostra vita  in questa confusione generale e cercare di costruire qualcosa che magari resti. Non necessariamente con valenza «economica», come pensiamo troppo spesso in Occidente.

Per farlo abbiamo bisogno di valori forti, ma anche dell’umiltà che ogni nuovo incontro suscita.

E alla fine, mi sono reso conto che sto cominciando a amare anche il Pakistan.

Islamabad, 20 febbrario 2016.