Diario pakistano: numero dieci

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Tra cricket, donne velate e altre a capo scoperto.

Ieri sono stato a Lahore, seconda città del Pakistan, a vedere una delle partite della serie che stanno giocando Pakistan e Zimbabwe. Il cricket si goca in serie, con tre formati (20 e 50 overs, partite che finiscono nel corso della giornata) o nella sua forma classica, il Test, che dura cinque giorni.

Quando due nazionali s’incontrano, giocano diverse partite consecutive, i cui risultati alimentano un ranking, come nel tennis. Attualmente il Pakistan è ottavo e lo Zimbabwe dodicesimo in quel ranking.

Questa serie è importante perchè è dal 2009 che non si giocavano più partite internazionali in Pakistan, a causa dell’attentato che proprio a Lahore ebbe luogo contro la squadra dello Sri Lanka. Da allora i verdi del Pakistan devono giocare le partite del loro sport nazionale sempre in trasferta perchè nessuno accetta di venire a giocare qui per ragioni di sicurezza. E’ un grosso colpo sportivo, ma soprattutto morale: intendiamoci, è comprensibile che non si vogliano correre rischi, ma per il pubblico pakistano, che adora questo sport, è una vera sofferenza dover rinunciare a poter andare allo stadio a incitare i propri idoli. Il rendimento stesso della squadra ne ha risentito, scendendo nella scala dei valori internazionali di questo sport dal top a una posizione media.

Per questo motivo, si sono messi a disposizione tutti i mezzi possibili per far si’ che questo ritrovarsi della squadra del Pakistan con il proprio pubblico avvenisse senza problemi. Lo Zimbabwe ha nicchiato fino all’ultimo, ma alla fine ha accettato l’invito, cosa impensabile oggi come oggi per squadre come Australia, Nuova Zelanda o Inghilterra (l’India pure, ma quello è un altro discorso).

Lo spiegamento di forze dell’ordine era imponente e fin qui tutto è andato bene. Una delle misure adottate dal Pakistan Cricket Board è stato quello d’invitare diplomatici stranieri ad assistere alle partite, per far vedere come fossero sicure ma anche come segno di solidarietà con lo sforzo fatto in questo campo.

In prima battuta hanno invitato gli ambasciatori dei paesi di cricket, Australia etc., non potevano certo pensare che il rappresentante dell’Unione Europea, un italiano perdipiù, fosse per ragioni del proprio vissuto un appassionato di questo sport. L’ho fatto presente e puntuale è arrivato l’invito, che ho usato ieri sera.

A me il cricket, sport che ignoravo fino all’arrivo in India nel 2002, piace moltissimo. L’ho scoperto tardi e lentamente, guardandomi uno dopo l’altro partita su partita (in India danno cricket 24 ore al giorno) per carpirne poco a poco le complesse regole e penetrare in un universo complesso e affascinante. Ogni europeo non britannico ti dirà del cricket due cose: 1. non capisco le regole; 2. è noioso. Non mi risulta molto chiaro come da 1. si possa passare logicamente a .2 ma è quello che dicono tutti.

Le regole non le conosciamo alla nascita, questo è vero, ma si possono imparare (ammetto che se ne puo’ anche fare a meno), ma il cricket è tutto fuorchè noioso. Certo, è il prodotto d’un mondo specifico, quello dell’impero britannico, con tempi e modi antichi: la pausa si chiama «tè» e le partite originalmente duravano cinque giorni, adatte ai temi lunghi della noiosa vita coloniale.

La versione più corta, quella più in voga attualmente, prevede 300 (lanci di) palline per squadra, un totale di otto ore, quelle che ho passato ieri allo stadio.

Quella corta, «televisiva», inventata solo un decennio fa, prevede 120 palline per squadra e dura «solo» tre ore.

Il cricket è come detto, un universo in sè, con valori e regole tutti suoi, ma che trovo ammirevoli. Non si fischia il contrario, se ne applaudono le gesta e le performances, si rispettano le decisioni arbitrali senza discussioni.

Non entrero’ qui in dettagli in materia, non è questo il punto di questa pagina, ma mi limito a dire che per me scoprire il cricket è stato, oltre che un piacere per la sua bellezza sportiva, un irrinunciabile complemento necessario per capire e lavorare in India e ora in Pakistan. Potrebbe uno straniero vivere e lavorare in Italia ignorando cosa sono la Juve o il Milan? Non rimarrebbe un eterno outsider? Ecco, cosi’ è stato per me, non trovo soddisfacente che uno straniero che vive in questi paesi dica «non mi interessa» o «non lo capisco»: persino il linguaggio, politico e non, è intriso di termini mutuati dal cricket.

Sono anche un giocatore di cricket, tra i peggiori al mondo probabilmente ma faccio parte del gruppo. Sono cosi’ modesto (ma si puo’ perdonare, mi ci son messo a quaranticinque anni) che non ho ancora capito quale sia il mio ruolo in campo, se battitore o lanciatore, perchè sono scarso in entrambi i ruoli. Almeno so quello che si deve fare, in teoria.

Ho giocato per tre anni nel modestissimo campionato salvadoregno di questo sport, composto da cinque squadre di professori della scuola britannica, alunni, ex-alunni, qualche indiano e un extraterrestre italiano che lavora per l’Unione Europea. Il mio top è stata una partita giocata con la nazionale di El Salvador, naturalmente persa, con i vicini del Costa Rica ma in cui riuscii un «catch», eliminando il miglior battitore avversario.

Mi ha fatto quindi molto piacere poter vedere per un volta una partita internazionale «vera» sul campo. Al Gaddafi Stadium (si’, intitolato proprio a quel Gaddafi li’) si è vista una partita più tattica che spettacolare, ma uno stadio pieno di gente entusiasta, in festa, felice per aver ritrovato una rara occasione di convivenza, cosi’ difficile da queste parti dove ogni concentrazione di folla diviene motivo di timore è sempre un bello spettacolo. Un bell’ovale verde, tanta musica e cori, supporto persino per gli avversari e qualche bella giocata.

Il cricket è come il suo derivato baseball uno sport che dalla gradinata non si segue con l’attenzione estrema del calcio: ci si puo’ distrarre, chiaccherare, mangiarsi qualcosa: quando un’azione merita, c’e’ sempre il replay (la televisione ritrasmette il cricket con dieci secondi di ritardo, per permettere anche a chi è allo stadio di rivedersi «in diretta» la giocata persa).

Il pubblico non sta otto ore sugli spalti, ma solo per un po’, in un ricambio continuo, nel quale conta più l’aspetto festivo che quello della tensione agonistica. Specie in questo caso. Il Pakistan ha vinto una partita giocata con tenacia anche dalla squadra africana, che ha ceduto solo alle ultime battute, ma l’equilibrio in campo è stato notevole per molte ore.

Qualche appunto sull’ambiente: stadio pieno a intermittenza, tanta allegria e musica, nell’insieme un bello spettacolo. Tanti ragazzi giovani, ragazzi mescolati a ragazze sorridenti, uno spettacolo non comune da queste parti, loro bellissime nei loro vestiti lunghi (kurta pijama) multicolori ma dominati dal verde della bandiera. E con le teste scoperte, i capelli lunghi neri al vento: non lo si vede tutti i giorni.

Tanti ragazzini dinocollati coi loro passi adolescenziali pieni d’insicurezza: per tanti di loro la prima volta allo stadio.

Uno si chiede chi da diritto a dei fanatici ignoranti e violenti di privare di un piacere semplice come lo stare insieme serenamente a vedersi una partita un popolo intero, costretto a rinunciare a cosi’ tanto solo per l’arbitrio di pochi.

Prima che si arrivasse all’intervallo, è stata annunciata la cena, e senza aspettare che il gioco terminasse le sedie nella tribuna d’onore attorno a me si sono svuotate rapidamente, come sempre da queste parti, dove il richiamo del cibo è ancora il più forte: in pochi minuti il rumore di pali e palline è stato sovrastato da quello di forchette e mandibole: ottimi pollo e lenticche, tra l’altro (murg e dal makhani, i miei piatti favoriti e ultraclassici).

A un certo momento è serpeggiata la paura: si è sentita un’esplosione vicina allo stadio. Nulla si è interrotto ma io avevo seduto accanto il capo della polizia locale e uno della mia scorta e si sono subito messi in movimento per capire cos’era successo. Tutti ci siamo guardati negli occhi pensando per un attimo al peggio, la moglie del capo della polizia pregava in silenzio. Alla fine è stato solo un corto circuito che ha fatto saltare una terminale elettrica a un km. dallo stadio, ma in quei pochi minuti di nervoso silenzio sono emerse tutte le paure represse con cui si vive da queste parti.

Alla fine, vittoria pakistana, grande festa nello stadio, e poi in silenzio a casa, nella notte di Lahore (mezzanotte è molto tardi da queste parti).

In definitiva un bello spettacolo, anche rinfrescante per l’allegria sentita nell’ambiente, che ricorda qquanti pochi momenti di serenità si hanno da queste parti.

All’immagine delle ragazze sorridenti e capo scoperto dello stadio si è poi accavallata oggi quella delle donne del Khyber Pakthunkhwa, provincia molto conservatrice alla frontiera con l’Afghanistan, nella quale oggi si sono svolte le elezioni locali, per la prima volta dopo dieci anni. In quella provincia, a pochi chilometri da Islamabad, le donne devono andare con il capo coperto e quasi tutte le sposate anche con il volto coperto, lasciando alla vista solo gli occhi (in Afghanistan neanche quelli).

Nei giorni scorsi, alcune jirga (consigli di notabili locali) avevano emesso ordinanze vietando alle donne di votare, nonostante la legge glielo consenta. In un distretto, Dir, in cui si è votato già la settimana scorsa nessuna donna ha votato su 50.000 iscritte nelle liste.

Siamo molto distanti socialmente dall’allegria dello stadio di Lahore: le sezioni elettorali femminili, con commissarie di seggio velate e sedute in silenzio, apparivano vuote, almeno nelle zone rurali.

In vista di questa situazione, Unione Europea e Nazioni Unite hanno emesso un comunicato pubblico, invitando autorità nazionali e provinciali e partiti a mettere tutto in atto affinchè il diritto di voto delle donne fosse esercitato, come previsto dalle legga pakistana e le convenzioni internazionali cui il Pakistan ha aderito, superando barriere sociali e culturali ancora fortissime.

Tanto l’UE come la Nazioni Unite promuovono progetti per stimolare il rispetto dei diritti essenziali, compresi civili e politici, delle donne in quetso paese: gli ostacoli che si devono affrontare non sono tanto legali (le leggi sono quelle giuste), ma di natura culturale. Le donne, perlopiù analfabete, non conoscono i loro diritti, e dipendono in tutto dal marito, in certe zone non fa parte della loro storia avere da dire nelle scelte al di fuori della casa.

Vedremo come andrà: è comunque una battaglia lenta e difficile, nella quale se possiamo contare con alleati pakistani, attivisti e cittadini moderni, dobbiamo anche fare i conti con forze che remano contro, nelle influenti pieghe più conservatrici del paese.

Tutto cio’ stando attenti a trovare i toni giusti, senza dare l’impressione di stare interferendo o di dare lezioni. Non sempre facile, ma bisogna farlo lo stesso. Come ho concluso il mio discorso nel ricevimento per l’Europe Day, l’Unione Europea è amica del Pakistan e l’appoggia con forza nella lotta contro il terrore, l’integralismo e per lo sviluppo, ma senza rinunciare a insistere sul rispetto di valori fondamentali che anche questo paese si è impegnato a rispettare.

Islamabad, 30 maggio 2015.