Abbiamo vissuto gli ultimi mesi sotto la minaccia d’una spada di Damocle di quelle che non ti aspetti. La storia che raccontero’ oggi mi servirà anche ad illustrare alcuni degli aspetti più controversi del sistema giudiziario di questo paese e a capire il contesto e i rischi cui sono esposte costantemente la maggior parte delle persone.
Circa tre mesi fa, ci fu un giorno abbastanza agitato a casa nostra: sentivamo che la coppia che lavora da noi, John, che è soprattutto cuoco ma anche autista e sua moglie Tara, che si occupa delle pulizie, riceveva molte chiamate telefoniche. Quando abbiamo chiesto di cosa si trattasse, ci è stato detto che un loro amico aveva avuto un infarto.
La mattina dopo, li abbiamo trovati in lacrime in cucina: con la voce rotta dal nervosismo, ci hanno raccontato che la polizia li accusava di….omicidio.
L’amico in questione risulta che era il loro cognato, marito della sorella di Tara, che apparentemente non aveva avuto un infarto ma si era impiccato la sera prima. Il padre del deceduto, d’accordo con la prima moglie (la sorella di Tara è la seconda) accusava i nostri due d’aver prima ucciso il figlio e poi simulato il suicidio.
Conoscendo le persone in questione la storia risultava molto poco verosimile: ma bisogna capire il contesto locale. Il deceduto era musulmano, come la prima moglie e ovviamente il padre accusatore. La seconda moglie una cristiana convertita al momento del matrimonio, cosi’ come i nostri impiegati.
Anche se in teoria tutti uguali davanti alle legge, appartenere a una minoranza religiosa ti rende molto fragile e vulnerabile in questo paese.
Una parentesi sulla situazione dei cristiani in questo paese, di cui si è parlato abbastanza di recente in Europa soprattutto a causa della bomba di Lahore a Pasqua, un po’ frettolosamente definita anti – cristiana anche se ha ucciso molti più musulmani che cristiani (e soprattutto tanti bambini che erano al luna park, 29).
La loro situazione, come del resto quella di tutte le minoranze, comprese quelle musulmane, in questo paese a stragrande maggioranza sunnita è complicata, perchè a una teorica uguaglianza rispetto alla legge e rispetto dei diritti come per qualsiasi cittadino pakistano corrisponde in realtà una chiara discriminazione, che rende le loro vite molto precarie.
Se al momento della sua nascita nel 1947 il Pakistan di Jinnah era si’ musulmano, ma laico ed aperto a tutte le religioni (da qui la bandiera verde a raffigurare l’Islam, con il bianco come simbolo di tutte le altre), alla visione laica e tollerante dei primi anni (non dimentichiamo che il Pakistan come idea nasce dalla volontà di sfuggire a una potenziale situazione di oppressione religiosa nella nascente India indipendente a maggioranza induista, quindi nella visione originale allo statuto privilegiato dell’Islam nel paese doveva per forza corrispondere la tolleranza religiosa che nelle intenzioni del fondatore del paese, il laico Muhammad Jinnah) è presto seguita, morto Jinnah già nel 1948, un progressivo allineamento con posizioni islamiche sempre più conservatrici.
Quali le ragioni? Da una parte il fatto che i militari hanno preso progressivamente il controllo del paese, e per rafforzare la loro legittimità hanno stretto un’alleanza con i mullah, che hanno dato al loro potere una patina di rispettabilità religiosa. Sin dai primi anni, sono stati introdotti emendamenti alla Costituzione che hanno rafforzato la preminenza dell’Islam sulle altre religioni, sconvolgendo il disegno laico originale dei padri fondatori.
Persino il presidente laico Zulfikar Ali Bhutto, che fu presidente e primo ministro negli anni settanta e che rappresentava la corrente modernista e secolare molto forte in quegli anni nel mondo islamico (Nasser, il partito Baath) essendo d’origine sciita gioco’ la carta religiosa, introducendo alcune pratiche che continuano sino ad oggi, come la sorprendente esclusione dalle liste elettorali degli appartanenti alla setta ahmadi, un ramo non riconosciuto dell’Islam: cittadini pakistani senza diritto di voto per compiacere i mullah conservatori, che li considerano eretici.
La dittatura del generale Zia-ul-Haq, profondamente devoto e legato all’Arabia Saudita, che mandarà a morte Bhutto, rafforzerà i legami con Riad e con la versione wahabita dell’islamismo sunnita, che farà sempre più breccia in Pakistan dagli anni settanta in poi. Nel 1971, la frattura tra Pakistan occidentale e orientale (l’attuale Bangladesh) aveva privato il paese della comunità islamica orientale, più tollerante, e ridotto il paese alla sua parte occidentale. A partire da quel momento, un flusso costante di lavoratori pakistani si dirige verso l’Arabia Saudita, creando un filo doppio tra i due paesi (rimesse emigranti, sostegno economici della casa Saud al Pakistan rafforzatosi ulteriormente da quando il Pakistan sviluppo’ l’arma nucleare, a fine anni settanta). Riad considera Islamabad la sua garanzia nucleare anti – iraniana (si tratta dell’unico paese nucleare islamico).
Tutto questo per dire che gli ultimi decenni hanno visto aumentare il predominio d’un islamismo sunnita sempre meno tollerante nei confronti delle altre scuole coraniche, quando il ramo dominante storicamente in questa parte del mondo islamico era il sufismo, tollerante e con grande valenza culturale, specie nel campo della poesia. Anche l’idea multireligiosa del Pakistan è stata sostituita da un’interpretazione sempre più rigida dell’islamicità inclusa nel nome «Islamic Republic of Pakistan».
Chi sono i cristiani del Pakistan? Sono essenzialmente concentrati nel Punjab, attorno a Lahore, e sono i discendenti di induisti o musulmani di casta bassa (si pensi che questo paese era India sino al 1947) convertitisi al cristianesimo per rifuggire l’oppressione castale che li teneva ai margini della società.
La società pakistana mantiene al suo interno un rigido sistema di casta, quantunque non più ufficiale, a differenza dell’India, dove le caste sussistono e hanno una precisa lettura istituzionale mediante il sistema delle quote e il sistema d’elezione per casta in certi distretti elettorali.
In pratica, questo significa che i cristiani, più che per ragioni strettamente religiose, sono al fondo della scala sociale perchè da sempre vi appartenevano, senza che la conversione al cristianesimo ne abbia migliorato la situazione.
I cristiani sono, assieme agli induisti rimasti in Pakistan, i più poveri dei poveri: si dedicano ai lavori più umili, non hanno possibilità d’ascensione sociale o professionale e mai un musulmano acceterebbe che un suo figlio/a si sposasse con uno di loro.
Spesso sono cristiani coloro che lavorano per stranieri: in questo modo loro rifuggono dai maltrattamenti riservati loro per essere «gli ultimi della classe» e noi siamo meno costretti dai rigidi costumi islamici che porterebbero domestici musulmani: tipo che non potrebbero convivere con alimenti per loro impuri, come alcoolici o insaccati, o una donna non potrebbe girare per casa in mia presenza.
L’emarginazione dei cristiani è quindi una realtà, ed ha portato a mostruosi eccessi come incendi di chiese, massacri in quartieri cristiani e linciaggi di cristiani accusati spesso pretestuosamente di blasfemia, ma ha natura più sociale che religiosa, e si estende anche ai membri di altre confessioni religiose.
Più che di un problema «anti cristiano» come piace a molti descriverlo in occidente, siamo in presenza d’una società sempre più asfissiante per chiunque non risponda a un’ortodossia religiosa accettata come dominante: è un filo sottile di differenza che conta pero’ parecchio, anche per orientare le azioni a tutela delle minoranze che come Unione Europea sosteniamo in questo paese, spesso in totale solitudine e in prima linea (cosa non esente da rischi, perchè qualsiasi atto o dichiarazione intesa come non islamica puo’ portare a reazioni scomposte ed estreme). Si tratta quindi di un difficile cammino sulle uova, dove le dichiarazioni roboanti che a qualcuno piace fare al sicuro nei nostri paesi possono divenire motivo di serio pericolo qui. Una cosa da poco come riprodurre una vignetta di Charlie Hebdo sul tuo profilo Facebook ad esempio, cosa da non fare quando vivi in un paese come questo (anche perchè provocazione conroproducente).
Per tornare al caso dei nostri John e Tara, si puo’ capire il loro panico: la pena prevista per omicidio è l’impiccagione, e come cristiani accusati da musulmani si trovavano in una posizione di fragilità assoluta.
Tra l’altro io pensavo che l’accusatore fosse persona socialmente dello stesso livello loro, solo per poi scoprire che trattavasi invece di un direttore in un ministero, quindi un potente rispetto a loro, che sono meno di nulla in questa società.
L’oggetto del contendere erano la proprietà della casa e certi risparmi, che il suicida avrebbe lasciato alla seconda e non alla prima moglie. ma credo che influisse l’origine cristiana della seconda moglie, che nessuna conversione puo’ alterare (succede anche con l’induismo, che non accetta le conversioni, cosa non capita da molto occidentali che «impazziscono » con l’India, pensando di poter divenire parte di un sistema che li rifiuta per quante ashram frequenti e yoga pratichi).
Loro si sentivano quindi perduti, del tutto incapaci di reagire a un problema più grande di loro, il terrore di ogni cristiano o minoranza in questo paese: essere accusati di fronte alla giustizia da persona più potente di loro.
Un inciso sul sistema giudiziario: sia in India che in Pakistan, e soprattutto nel secondo caso, la giustizia è un mero riflesso dei rapporti di potere impliciti nella società: un caso giudiziario quasi sempre finirà a favore del più ricco, che potrà comprare i giudici o anche senza farlo godrà della sua rispettabilità, che lo farà prevalere. Anche in caso di colpa manifesta, gli basterà pagare una somma riparatrice alla parte lesa per venirne fuori indenne.
Per questo motivo in Pakistan non esiste nessuna fiducia nella giustizia «moderna», vista come un’imposizione britannica (tra l’altro, le leggi sono scritte in inglese, lingua che la maggior parte della popolazione conosce molto male) e i cittadini ignorano completamente quali siano i loro diritti e il contenuto delle leggi. I potenti vincono sempre, punto.
In questa chiave va capito l’uso della legge coranica: in Pakistan coesistono tre tipi d’ordinamento. La legge moderna, in inglese, eredità delle leggi coloniali britanniche spesso ancora in vigore; la sharia o legge coranica, derivata dal Corano; le leggi tribali, usi e consuetudini ataviche con valore di legge (tipo il diritto di un clan di uccidere per ritorsione chi ha ucciso qualcuno appartenente al clan, situazione che la legge non persegue ulteriormente).
In Occidente esiste una versione distorta dell’uso della Sharia, cui si attribusicono comportamenti aberranti che appartengono invece alle leggi tribali, che prevalgono sulle altre in certe parti del paese. Tendiamo a considerare la Sharia un orrore, quando in realtà essa è spesso ben vista dalle popolazioni locali perchè meno corrotta e paradossalmente meno oppressisva rispetto alle leggi tribali, spietate con le donne ad esempio e quella occidentale amministrata in modo corrotto.
Quando in Occidente si parla di uso della Sharia si pensa a un’imposizione oppressiva: nel nostro caso lo sarebbe, ma in certi segmenti della società pakistana è in realtà un sollievo rispetto alle degenerazioni degli altri sistemi legali. Sorprendente, vero?
Il caso di John e Tara partiva quindi da premesse pessime. Chiamammo subito i nostri uomini della scorta perchè s’informassero dei dettagli: prima al commissariato ad ottenere una copia della denuncia, poi in cerca di un avvocato.
Da parte nostra, abbiamo pagato il bail, cauzione per evitare che fossero arrestati (è in fase di carcere preventiva che le peggiori anomalie si producono, perchè la polizia estorce confessioni con la forza) e io ho scritto al giudice una lettera assicurando che essi si trovavavo a casa nostra al momento dei fatti loro imputati.
In questo modo non sono stati arrestati, ma per diverse settimane sono dovuti andare in tribunale a prestare «dichiarazioni». Un giorno non si presentava il giudice, un giorno l’avvocato loro, un giorno l’avvocato avverso. Dopo un paio di mesi di patemi, il giudice ha deciso che sarebbe stato necessario attendere i risultati dell’autopsia, che finalmente, la settimana scorsa, ha confermato che il suicidio era stata la causa della morte e che non esistevano segni di collutazione precedente.
Il sollievo nel volto di una persona prosciolta dall’accusa d’omicidio è certamente qualcosa di speciale.
Da parte nostra, mai abbiamo dubitato che fossero assolutamente capaci di compiere cio’ di cui erano stato accusati: ma il caso ci ha rivelato i rischi e fragilità di un sistema giudiziario nel quale pregiudizi e potere contano più della legge.
Certo, pur con tutta la nostra fiducia, se per un istante chiudi gli occhi e pensi che avrebbe potuto essere vero ti cambiano le prospettive.
In realtà, prosciolti in tre mesi non è poi male, va più per le lunghe in Italia: rimangono l’arbitrarietà dell’accusa e il sospetto che il mio intervento come «ambasciatore» quindi ai loro occhi un «potente» anche se esterno al loro sistema sia stato decisivo.
Se fossero stati da soli, il caso avrebbe senz’altro seguito un’altra via, anche per la loro assolutà ignoranza in materia e impossibilità di pagarsi buoni avvocati.
La soddisfazione rimane quindi limitata, e i problemi restano: non per nulla uno degli ambiti prioritari della cooperazione dell’Unione Europea con questo paese tocca la «rule of law» e il miglioramento del funzionamento della giustizia civile e penale. Ma il peso che rimane preponderante di leggi tribali e abitudini scritte nel DNA di questa società, nonchè la scorciatoia dell’affidare alle corti militari un ruolo straordinario per far fronte al terrorismo inteso in senso lato (nella pratica, ogni caso che loro piaccia considerare come tale) rende i progressi in quel campo molto modesti. Un progetto di «accesso alla legge» nella provincia del Punjab per diffondere informazione sui diritti essenziali alla popolazione meno familiarizzata con essa nelle lingue locali sta comunque dando buoni risultati.
Islamabad, 9 maggio 2016.