Hugo Chávez si è imposto negli ultimi anni come un leader capace di provocare passioni estreme, favorevoli o contrarie, sia nel suo paese, il Venezuela, che nel resto del mondo, dove si seguono le sue costanti eccentricità con curiosità, ammirazione o ripudio, secondo l’angolo visuale dell’osservatore.
In quest’articolo cercheremo di analizzare alcuni aspetti del fenomeno Chávez, cercando di decifrare un personaggio istrionico come pochi altri, che secondo me non dovrebbe essere né ridicolizzato né esaltato, ma semplicemente analizzato con realismo e conoscenza di causa.
Abbiamo già parlato diverse volte su questa rivista di Hugo Chávez: dapprima per difenderlo dalle accuse, portategli da più parti all’epoca delle sue prime vittorie elettorali (1998 e poi 2000) di chi lo giudicava personaggio non democratico, a causa del suo passato di ufficiale golpista, che l’avrebbe privato dei requisiti minimi per proporsi come leader democratico.
Accusa di per sé infondata perché, se è vero che Chávez rimane fondamentalmente un militare e non è persona portata al consenso o al dialogo con l’opposizione, le sue molteplici vittorie elettorali hanno sempre dimostrato che può contare in Venezuela su un’indubbia maggioranza politica. Sino all’ultima recente sconfitta referendaria, Chávez si è sempre imposto con chiarezza nelle successive contese, elettorali o referendarie, in cui si è cimentato.
Nonostante alcuni limiti che esporremo e nonostante le insistenti e, in buona misura infondate, accuse dell’opposizione, tali elezioni o referendum sono stati correttamente organizzati dalle autorità elettorali venezuelane (CNE, Consejo Nacional Electoral): è altrove che si deve guardare per interpretare la popolarità di Chávez, non ad eventuali frodi elettroniche (il Venezuela è il paese, assieme al Brasile, più avanzato al mondo in materia di voto elettronico).
Successivamente, abbiamo analizzato Chávez nel contesto della svolta a sinistra dei governi latinoamericani nel primo decennio del XXI secolo, di cui Chávez è indubbiamente uno dei protagonisti più appariscenti.
Difficile identificare un solo modello che acсоmuni stili diversi come quelli del nostro, di Lula, dei Kirchner о della Bachelet: è però indubbio che i governi che guardano a sinistra, che danno priorità alla dimensione sociale, senza peraltro trascurare l’ortodossia macroeconomica, sono ormai maggioritari in America Latina.
Chávez può considerarsi il leader di questa nuova tendenza? Solo in parte, dato che la sua influenza si esercita solo sui paesi che partecipano alla cosiddetta ALBA (Alternativa Bolivariana de las Américas): oltre al Venezuela, Cuba, Bolivia, Nicaragua e Dominica, ed in certa
misura sull’Ecuador. I paesi del cono sud (Brasile ed Argentina), pur avendo rapporti intensi con il Venezuela, sono ben lungi dal lasciarsi influenzare dal suo leader, che tengono a distanza debita. Chávez risulta molto più efficace nei confronti di paesi più prossimi geograficamente (Bolivia, in parte Ecuador) o ideologicamente (Nicaragua), sensibili alla petrodiplomacia di Chàvez.
Fondamentale poi l’asse con Cuba, il cantiere della retorica chavista.
La prima analisi aveva quindi difeso i numeri di Chávez come leader con legittimità democratica, sospendendo il giudizio sulla sua proposta politica all’esame dei risultati della sua gestione.
Dopo quasi un decennio di presidenza Chávez, il giudizio non può che essere controverso. Egli ha dimostrato solo in parte una genuina vocazione democratica: una democrazia piena non può limitarsi ad accettabili processi elettorali, ma deve strutturarsi sull’indipendenza dei poteri dello Stato, sul corretto ed equilibrato funzionamento delle istituzioni, su di un dialogo ragionevole con l’opposizione, con cui deve impostarsi un dibattito sulle riforme istituzionali e le scelte fondamentali per il paese, sul rispetto al di sopra di ogni sospetto delle libertà fondamentali ed i diritti umani.
Tutte queste dimensioni sono state carenti nel Venezuela di Chávez, dove peraltro si sono sempre celebrate consultazioni elettive in linea con gli standard internazionali in materia: condizione necessaria ma non sufficiente per qualificare una democrazia.
L’opposizione venezuelana ha faticato a lungo ad accettare Chávez: invece di analizzare a fondo le ragioni della propria emarginazione elettorale, ha intrapreso per parecchio tempo un cammino del tutto sbagliato, quello di negargli legittimità, invece di ammettere che il successo di questi era il risultato delle manchevolezze di quarant’ anni di vita politica venezuelana. In occasione del primo trionfo elettorale di Chávez del 1998, la società venezuelana si schierò a grande maggioranza con l’ex-colonnello. Vi segui una reazione sempre più irrazionale e scomposta al consolidamento del suo potere: l’opposizione si dimostrò incapace d’accettare il nuovo scenario politico, e la propria improponibilità a fronte dell’offerta populista di Chávez. Una politica diretta in primo luogo a quei tre quarti della popolazione che avevano goduto solo delle briciole del benessere derivante dal petrolio, risorse in buona parte dissipate dai vari governi anteriori a Chávez.
Il culmine di questa strategia di negazione dall’evidenza, alimentato anche da un appoggio incompetente e cieco d’un’amministrazione Bush del tutto impreparata alle nuove tendenze emergenti sullo scenario latinoamericano, fu il tentativo di golpe dell’11 aprile 2002, appoggiato senza remore dagli Usa e, ancora più sciaguratamente riconosciuto dal governo di Aznar, che agì scorrettamente, senza informare i propri soci dell’UE, di cui pure ostentava in quel momento la Presidenza.
Il golpe fallì, vittima delle proprie debolezze, e della poca presentabilità di chi l’aveva intrapreso.
Chávez uscì rafforzato da questa vicenda, cui seguì l’affermazione nel successivo referendum revocatorio del 15 agosto 2004, in occasione del quale ancora una volta l’opposizione invocò frodi non dimostrate e poco credibili anziché ammettere il fatto di essere minoranza nel paese.
Il muro contro muro, alimentato in buona misura anche dalla retorica e dall’onnipresenza di Chávez e dai molti abusi della sua amministrazione e dei militanti delle organizzazioni chaviste nella vita quotidiana dei venezuelani, continuò sino alle elezioni legislative del dicembre 2005, boicottate dall’opposizione, che regalò in questo modo a Chávez il 100% della rappresentanza parlamentare.
Se l’opposizione ha a lungo sbagliato strategia, alcuni aspetti dell’esercizio del potere da parte di Chávez sono stati e rimangono davvero inquietanti: ad esempio, l’uso indiscriminato e selettivo delle liste di firmatari del referendum revocatorio (le cosiddette liste Tascón e Maisanta), che hanno permesso d’identificare le simpatie politiche della pratica totalità della popolazione venezuelana, violando in questo modo diritti fondamentali dei cittadini ed esercitando forme d’intimidazione improprie d’una democrazia.
Anche la sottomissione assoluta al governo dei mezzi di comunicazione pubblici, in primis le televisioni statali, divenute cassa di risonanza esclusiva del presidente e delle sue politiche, e la presenza ossessiva ed incontinente sugli schermi di un presidente oggettivamente logorroico e verbalmente irrispettoso di chiunque non la pensi come lui, non ha certo contribuito ad affermare la democrazia nel Venezuela di Chávez.
Chávez, e questo è uno dei suoi grandi limiti, non ha mai dimostrato di avere abbandonato una mentalità da militare per adottarne una da uomo di stato: per lui l’opposizione non può che essere composta di nemici e cospiratori, contro cui invocare la solidarietà del popolo in un’ottica non democratica ma rivoluzionaria.
Da questa mentalità deriva un approccio sempre basato sul confronto verbalmente eccessivo nei confronti di chi resiste, legittimamente o no, al cambio proposto dal governo: il modo di risolvere la crisi che paralizzò PDVSA, l’impresa petrolifera nazionale, portò a migliaia di licenziamenti e una successiva grave crisi aziendale a causa della mancanza di quadri competenti. Ma Chávez non dialoga, travolge, perchè di fronte a lui non ci sono oppositori, ma solo sabotatori.
La stessa logica ha improntato la scelta dei propri collaboratori: i successivi governi di Chávez sono sempre stati formati più da fedeli, spesso di formazione militare, che da persone professionalmente competenti, metodo dubbiosamente efficace se si vogliono risultati concreti.
Il costante uso da parte di Chávez di una retorica inutilmente rivoluzionaria e i ripetuti inviti a chi non fosse d’accordo ad andarsene dal Venezuela, nonché le successive epurazioni effettuate, oltre che in PDVSA anche nelle diverse amministrazioni pubbliche, hanno contribuito non poco a spaventare buona parte della popolazione, metodo anch’esso ben poco democratico.
Le elezioni presidenziali del 2006 videro comunque di nuovo una vittoria netta di Chávez, che s’impose sul candidato unico dell’opposizione, Manuel Rosales. I risultati di quelle elezioni non furono contestati, ma esse furono macchiate da altri difetti: la persistenza di forme d’intimidazione indiretta, soprattutto psicologica, nei confronti dei votanti; la totale identificazione dell’amministrazione pubblica con la campagna elettorale di Chávez; l’uso improprio di risorse pubbliche per tale campagna; la parzialità assoluta delle catene televisive pubbliche, cui fece contraltare, questo si, uno schieramento totalmente anti – Chávez nelle televisioni private.
Si poteva pensare che una vittoria tranquilla su un’opposizione finalmente unita ed in parte rassenerata, consigliasse a Chávez moderazione e dialogo: invece, fedele al suo carattere, immediatamente dopo la rielezione si lanciò in un’ulteriore accelerazione del suo progetto “rivoluzionario”, imponendo una nuova riforma costituzionale, approvata senza discussione da un Parlamento a lui ascritto (tuttavia, uno dei movimenti alleati, Podemos, se ne smarcò). Si sarebbe trattato della seconda riforma costituzionale promossa da Chávez in pochi anni, dato che la Costituzione bolivariana è del 1999: quel testo aveva rafforzato i poteri presidenziali ed introdotto la rielezione del presidente, avvenuta nel 2006.
Il nuovo testo introduceva il principio della rielezione indefinita, che ha sollevato non poche perplessità sulla scena internazionale, ed aveva come obiettivo quello di trasformare il Venezuela in un’economia socialista, anche mediante numerose ristatalizzazioni di imprese precedentemente privatizzate.
In parallelo a questo processo costituzionale, altri preoccupanti segnali di un’ulteriore svolta autoritaria di Chávez furono il ritiro della concessione al canale televisivo privato RCTV, che provocò numerose manifestazioni di protesta soprattutto da parte degli studenti e il giro di vite nei confronti delle ONG (organizzazioni non governative), per le quali si è proposto un sistema di tutela statale molto più rigoroso.
Tutto indica insomma che Chávez abbia intenzione dunque di statalizzare l’economia e controllare più strettamente la società: si tratta di sviluppi criticabili? Il dibattito è aperto. Certo, i modi che egli ha spesso usato non brillano per democraticità, ma abbiamo già visto che questa non è la sua impostazione e non la cambierà.
Al tempo stesso, egli ha dimostrato d’avere con se una maggioranza dei venezuelani, anche se nell’ambito di un paese troppo polarizzato e rigidamente diviso tra classi, il risultato questo d’uno sviluppo squilibrato che data da ben prima di Chávez.
La grande fortuna di Chávez, che è un tribuno ed un retore, ma non un abile gestore, è stata l’ascesa incontrastata dei prezzi del petrolio, che gli ha permesso di spendere in infrastrutture, anche se i ritardi rimangono importanti, ed in politiche sociali.
Il limite dei programmi sociali, le cosiddette Missioni, risiede da un lato nella loro limitata sostenibilità, che non è assicurata perché dipende in grande misura dai proventi petroliferi, ma soprattutto nel fatto che, anziché essere gestite dai Ministeri, sono strutture indipendenti ed opache. Cosa succederà a tali missioni transitorie se le entrate petrolifere dovessero diminuire? Che tipo di rafforzamento istituzionale si ottiene emarginando la macchina statale dall’erogazione dei fondi?
Ciò non toglie che le misiones stanno dando risultati concreti e sono molto apprezzate dalle popolazioni dei quartieri più poveri: pensiamo alla Misión Robinson, per insegnare a leggere e scrivere ai bambini, alla Misión Ribas, per rafforzare gli studi elementari, alla Misión Barrio Adentro per portare l’assistenza medica nei quartieri in cui essa brillava per la sua assenza. Tutti questi programmi sono ispirati dalle esperienze cubane e contano in buona parte sull’assistenza tecnica di medici e educatori del paese caraibico.
Un notevole sforzo è stato anche fatto per rilasciare documenti d’identità a diverse centinaia di migliaia di venezuelani privi d’esistenza anagrafica: anziché chiedere loro di presentarsi presso gli sportelli pubblici, sono state équipes mobili che sono andate a cercare questi cittadini nei loro quartieri periferici.
Esponenti dell’opposizione hanno criticato quest’iniziativa, giudicata elettoralista, ma non è invece una grave carenza dei governi precedenti aver permesso che un paese non povero come il Venezuela abbia tra lasciato d’interessarsi ad una parte significativa della propria popolazione? Come questi esempi mettono in evidenza, difficile dare giudizi univoci a fronte di una realtà complessa.

I proventi petroliferi gli hanno permesso di lanciarsi in un’ambiziosa politica estera, particolarmente attiva nell’ambito sudamericano. L’elezione di Miguel Insulza alla testa dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) evidenzia che per la prima volta non sia stato il candidato appoggiato da Washington a prevalere: non è solo il fattore – Chávez, ma è certo un
segno dei tempi. Il lancio del Banco del Sur, cui hanno aderito altri sei paesi latinoamericani (Argentina, Brasile, Bolivia, Ecuador, Paraguay ed Uruguay), senza voler essere un’alternativa secca alla Banca Mondiale, costituisce una nuova fonte di finanziamento, in mani latinoamericane, per progetti infrastrutturali e sociali.
A parte il rafforzamento volutamente provocatorio dei rapporti con stati come Iran, Corea del Nord e Bielorussia, la presenza di Chávez è molto visibile negli stati a lui più vicini ideologicamente: il Venezuela usa il petrolio, venduto a prezzi molto favorevoli ai propri alleati, come arma di penetrazione. Al petrolio si accompagna poi una retorica rivoluzionaria e di sfida agli Stati Uniti, che oggi sono su posizioni molto difensive e caute in una regione che un tempo considerarono loro zona d’influenza esclusiva.
Chávez finanzia copiosamente le campagne elettorali dei candidati a lui più affini nei paesi della regione (salvo criticare, quando a interferire nelle campagne elettorali sono altri paesi) e visita assiduamente i propri alleati, che sostiene in forma fin troppo rumorosa. Il metodo Chávez si è fatto sentire in Bolivia ed Ecuador, dove i presidenti eletti si sono affrettati a proporre nuove costituzioni ed a rivedere i contratti e le concessioni ottenute dagli investitori internazionali. Politiche legittime, intendiamoci, improntate all’obiettivo di riequilibrare rapporti economici ereditati del passato ed accordi conclusi dai governi precedenti secondo modalità non sempre trasparenti e non sempre vantaggiose per le popolazioni. Giusto quindi che si rivedano i modelli economici e le modalità d’investimento, e che si cerchi d’ottenere una maggior quota delle risorse naturali, abbondanti nella regione.
Importante però che tali cambiamenti siano effettuati mediante negoziati ragionevoli, in grado di garantire la continuità dei flussi d’investimenti internazionali.
A mio modo di vedere, la maggioranza degli investitori, anche italiani, che sono giunti in America Latina negli anni ottanta e novanta (o che già vi erano presenti), hanno reagito con misura e compostezza a queste nuove politiche: non bisogna dimenticare che questi investimenti sono redditizi, ma migliorano anche il livello di vita delle popolazioni. Sarebbe quindi sbagliato incaponirsi sulla lettera dei contratti: più ragionevole invece rinegoziare con spirito aperto tenendo in conto la nuova realtà politica. Gli obiettivi da rispettare sono la continuità dell’investimento e l’equilibrio nei confronti del paese, che deve rimanere un importante beneficiario.
Come detto, le imprese europee che sono, non dimentichiamolo, le prime investitrici in America Latina, hanno reagito in maniera composta, facendosi assistere dai propri governi in maniera costruttiva, al fine d’evitare crisi dolorose per entrambe le parti.
Importante però che anche da parte dei governi non si ecceda nello spaventare gli investitori ed i mercati, perché i primi a soffrirne sarebbero i cittadini latinoamericani.
Un’altra caratteristica di Chávez sono gli eccessi retorici, spesso non accompagnati da azioni coerenti: se il suo intervento nella crisi degli ostaggi colombiani non è stato del tutto improduttivo, Chávez non si sta dimostrando capace di capitalizzarlo, agendo con prudenza. Si invece mosso fuori dei canoni, provocando una crisi inutile con Bogotà, quando con più circospezione avrebbe potuto ottenere risultati ben migliori.
Se si volesse dare sostanza agli attacchi verbali contro gli Stati Uniti, perché non ridurre le vendite di petrolio verso quel paese? Eppure, in tutti questi anni, agli Usa non è mai mancata una goccia di petrolio venezuelano.
Chávez è stato il primo fautore di una politica economica che mette al primo posto le ristatalizzazioni e le rinazionalizzazioni. Sarà benefica per i cittadini dei paesi del “socialismo del XXI secolo” questa nuova tendenza?
Rimane da vedere. Se i meccanismi democratici non saranno avviliti, saranno loro stessi a valutarlo, nell’ambito della loro libertà d’espressione. Per questo è importante che Chávez riveda i toni della propria retorica rivoluzionaria.
In questo senso, il risultato del referendum costituzionale del dicembre 2007, nel quale per strettissimo margine i venezuelani hanno respinto la proposta di nuova riforma costituzionale, è stato mio modo di vedere un ottimo sviluppo:
- – la democrazia venezuelana ha dimostrato d’avere, dopo un periodo lungo e difficile, di nuovo gli anticorpi del dissenso civile: dimenticati i toni catastrofici del passato, l’opposizione si è organizzata e, trascinata dai giovani, ha fatto prevalere il no;
– le istituzioni venezuelane, ed in particolare le tanto criticate autorità elettorali, hanno dimostrato ancora una volta di essere indipendenti: se no, come spiegare una vittoria del no con il 50,7% dei voti? Domanda provocatoria: che sarebbe successo se quel 50,7% fosse stato di sì? Si sarebbe accettato senza fiatare un risultato di stretta misura a favore di Chávez?
– anche Chávez è uscito rafforzato, suo malgrado, dalla sconfitta nel referendum. Una vittoria di stretta misura per una costituzione di contenuti così netti e radicali sarebbe stata solo una fonte d’ulteriori divisioni in un paese che ha invece bisogno di ritrovarsi. Il fatto che abbia accettato, pur a denti stretti, il risultato, è invece buon segno.
Non c’è il minimo dubbio che Chávez riproporrà in altro modo buona parte delle proposte costituzionali, ma i venezuelani ed il mondo ora sanno che ci sono mezzi democratici per opporsi se la maggioranza dei cittadini non è favorevole.
In conclusione, Chávez è un personaggio certamente particolare: vuole a tutti i costi riprendere l’eredità di Castro, assurgendo a leader rivoluzionario dell’America Latina. Le sue buone intenzioni in materia sociale sono in parte vanificate dalla sua limitata capacità di gestione; la sua mentalità autoritaria contrasta con le esigenze di una democrazia compiuta; i suoi eccessi retorici divertono, ma sono spesso inopportuni.
A mio modo di vedere, Hugo Chávez non è né un demonio da esorcizzare, né un eroe da esaltare: è un personaggio contraddittorio, sempre alle prese con il proprio egocentrismo bulimico.
Resto convinto che il miglior modo per giudicare un uomo politico siano i suoi risultati, non i suoi discorsi, le sue gaffes o le sue intenzioni. Chávez ha ottenuto certi risultati in materia sociale, che la popolazione venezuelana apprezza. Da qui, e dagli errori dei partiti politici che governarono il Venezuela dagli anni cinquanta in poi, discende la sua grande popolarità attuale.
Chávez riuscirà a cambiare il Venezuela per sempre ed in meglio se sarà in grado di moderare i propri eccessi, usando l’enorme capitale politico di cui è in possesso per affiancare alle iniziative in materia sociale un insieme di riforme economiche che rafforzino l’economia venezuelana al di là del petrolio e se saprà costruire una democrazia nella quale si possano riconoscere tutti i venezuelani.
Se così non fosse, e se dovesse perseguire i suoi obiettivi politici come se il dissenso non esistesse, avrà perso la sua grande occasione di fare qualcosa di significativo per il paese che dirige da ormai quasi dieci anni.





