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  • Le elezioni politiche venezuelane

    Le elezioni politiche venezuelane

    Le elezioni parlamentari del 26 settembre 2010 rappresentano un passo avanti per la democrazia venezuelana.

    Il PSUV di Hugo Chávez si è imposto in numero di seggi, mantenendo la maggioranza assoluta anche grazie alla riforma elettorale dell’anno scorso che diede maggior rappresentanza agli stati controllati dal partito di governo, ma l’opposizione entra in parlamento dopo cinque d’assenza, e questo può gettare le basi per un futuro politico più equilibrato in Venezuela.

    La legge elettorale ha prodotto risultati sorprendenti, se pensiamo che 100.000 voti di differenza (5.423.324 per il Partido Socialista Unido de Venezuela – PSUV di Chávez, pari al 48.13% dei voti) hanno corrisposto a 98 seggi su 165, mentre i 5.320.364 de la Mesa para la Unidad Nacional (MUN), pari al 47.22%, hanno portato all’elezione di solo 65 deputati.

    Senza dubbio, si tratta di un sistema distorto, dato che se una perfetta proporzionalità tra voti ed eletti non è sempre possibile, una tale distorsione in un sistema teoricamente proporzionale va di là del ragionevole. Per lo PSUV, il 48.13% dei voti corrisponde al 59.39% dei seggi, per l’opposizione il 47.22% corrisponde al 39.39%. Venti punti di scarto. Ad ogni modo, per l’opposizione a Chávez si tratta di un successo, perché ritrova la via del parlamento, cui aveva follemente rinunciato boicottando le elezioni parlamentari del dicembre 2005.

    In questo modo l’opposizione, che denunciava la poca trasparenza del processo elettorale in mano al CNE (Consejo Nacional Electoral), aveva lasciato via libera a Chávez, che in questi cinque anni ha potuto legislare a piacere.

    Dell’errore l’opposizione si pentì già nel 2006, quando presentò un candidato unico alle elezioni presidenziali, Manuel Rosales, allora governatore dello stato di Zulia, che ottenne il 32% dei voti contro il 68% ottenuto da Chávez alla sua seconda rielezione.

    Tra le tante leggi che l’assemblea d’obbedienza chavista ha promulgato in questi anni per promuovere il socialismo del XXI secolo, vi furono anche le leggi che spogliarono d’ogni autorità i governatori e sindaci eletti nel 2008, per passarle ad autorità di nomina governativa, e la distorta legge elettorale di cui sopra.

    Inoltre, l’assemblea monocolore approvò una riforma costituzionale “bolivariana” che ha modificato notevolmente l’organizzazione dello stato venezuelano, introducendo anche la rielezionesenza limiti del Presidente della Repubblica (respinta in referendum popolare nel 2007, tale riforma è stata poi approvata in un altro referendum nel 2009).

    I risultati elettorali di quest’ultima tornata, pur squilibrati, non permettono alla maggioranza d’ottenere i 2/3 dei seggi necessari per compiere le principali nomine istituzionali in solitario, né quella di 102 deputati che avrebbe permesso di governare per decreto.

    In questo senso, gli sviluppi di questa nuova situazione potrebbero essere positivi, poiché la maggioranza sembrerebbe obbligata a negoziare con l’opposizione sui temi d’interesse nazionale.

    Non è sicurissimo che questo sarà il cammino scelto da Chávez, che ha una concezione molto tribunizia e autoritaria della politica, in cui non c’è posto per l’opposizione.

    Entrambe le parti politiche venezuelane hanno la loro parte di colpa nella degenerazione del clima politico nel paese.

    L’opposizione ha negato per anni, e senza fondamento, la legittimità delle successive vittorie elettorali di Chávez dal 1999 ad oggi. Il favore con cui molti accolsero il tentativo di colpo di stato contro Chávez del 2002 dimostrò come molti sostenitori dell’opposizione non potessero concepire che le vittorie di Chávez fossero reali, anche se ottenute con maggioranze chiarissime, e fossero favorevoli a qualsiasi mezzo per fermarlo.

    La scelta di convocare un referendum revocatorio (2004) e l’ostinazione con cui i proponenti negarono la validità della vittoria del no a favore di Chávez venne a dimostrare una volta di più che l’opposizione al chavismo non poteva concepire l’idea che Chávez avesse una maggioranza di consensi nel paese, cosa che invece era vera.

    Le missioni d’osservazione elettorale internazionali dimostrarono che il sistema elettronico di votazione usato in Venezuela, lungi dall’essere un veicolo per frodi, funziona adeguatamente. Le critiche formulate al sistema venezuelano riguardavano invece l’ovvio sbilanciamento delle autorità di governo nell’appoggiare in tutti i modi le campagne elettorali del chavismo, mediante un uso partigiano della spesa pubblica a fini elettoralistici ed l’occupazione totale dei mezzi di comunicazione statali.

    Dal canto suo, Chávez ha in buona parte sprecato il capitale politico accumulato in successive vittorie elettorali, negando ogni possibiledissidenza, governando in modo autoritario, forzando le situazioni senza aprire mai a possibili compromessi. Le continue statalizzazioni d’imprese private e mezzi di comunicazione e le riforme istituzionali cui abbiamo accennato sono eloquenti.

    Hugo Chaves

    Il risultato elettorale può essere considerato come positivo anche da Chávez che, pur deluso dal non poter governare per decreto come aveva sperato, riesce a ritagliarsi una maggioranza di seggi in una situazione della quale il pessimo stato dell’economia nazionale,ancora totalmente dipendente dal petrolio e il deterioramento della sicurezza hanno minato in gran parte le comode maggioranze di consensi di cui Chávez ha goduto per dieci anni.

    I principali cantieri politici di Chávez in questo decennio sono stati la costruzione di un nuovo modello di socialismo e la sua esportazione nel resto d’America latina mediante l’ALBA, un processo a trazione venezuelana e petrolifera.

    L’attuale congiuntura economica e i problemi del Venezuela nell’usare in maniera efficiente i redditi petroliferi, una tradizione venezuelana che Chávez non ha minimamente intaccato, fanno emergere dei seri dubbi sulla sostenibilità a termine di tale modello.

    D’altro canto, ci si può chiedere se sia legittimo portare avanti progetti di riforma presentati dal suo stesso proponente come epocali con l’appoggio di solo metà della popolazione.

  • Nuovi venti d’integrazione in America Latina

    Nuovi venti d’integrazione in America Latina

    Il recente vertice tra Unione Europea ed America Latina di Madrid (17-19 maggio), forse passato un po’ inosservato a causa dei contemporanei problemi finanziari dell’Ue e la situazione specialmente delicata della Spagna, presidente di turno, è invece stato particolarmente importante per una serie di decisioni prese che danno una svolta alla politica europea nei confronti di una regione latinoamericana che si trova in un momento complesso, ma anche molto dinamico.
    E ormai lontana l’epoca nella quale l’America Latina veniva considerata una semplice periferia statunitense, alle prese con dittature, debiti endemici, povertà, bassa crescita economica, costante confusione istituzionale.
    Passato il decennio perduto degli anni ottanta, le riforme intraprese dalla maggioranza dei paesi latinoamericani negli anni novanta hanno avuto generalmente successo, anche se i miglioramenti sociali avvenuti sono rimasti inferiori a quelli macroeconomici: alla fine del XX secolo, il debito sociale aveva sostituito quello finanziario che la regione aveva patito nei vent’anni precedenti.

    Un decennio più tardi, molte cose sono cambiate in America Latina: il Brasile è definitivamente emerso come quella potenza regionale e globale che ha sempre voluto essere, dimostrando al mondo che la crescita economica può andare unita alla redistribuzione della ricchezza anche nel contesto latinoamericano; gli Stati Uniti non sono più il fratello maggiore in grado di dettare le regole del gioco; l’ALBA è divenuto un modello di riferimento alternativo, pur pieno di contraddizioni. La Cina si fa sentire nella regione, specie come acquirente di materie prime ma anche come investitore. Persino la Russia e l’Iran, tramite la loro alleanza con il Venezuela bolivariano, fanno capolino. Al tempo stesso, il Brasile consolida la sue presenza extra-regionale, in primis in Africa ma facendo sentire il suo peso in tutti gli scenari: G-20, OMC, accordo nucleare con Iran e Turchia. Il Cile raggiunge il Messico nell’OECD.

    E non dimentichiamo poi che, nonostante tutto, l’Europa è ancora un investitore importante, se non il primo, nel complesso dell’America Latina: capitali spagnoli e portoghesi, ma anche tedeschi, francesi e italiani (secondari gli interessi britannici). E l’Ue è il primo partner commerciale di buona parte dell’America Latina.
    Insomma, gli scenari regionali sono molto cambiati rispetto ad un decennio fa, ed anche le prospettive che i cittadini latinoamericani possono nutrire rispetto al proprio futuro.
    Gli scenari dell’integrazione regionale latinoamericana sono anch’essi cambiati nel corso degli ultimi anni: l’America Latina non è estranea a tentativi d’integrazione regionale sulla falsariga europea. Anzi, il Mercado Común Centramericano e la Comunidad Andina nacquero immediatamente dopo il Trattato di Roma. In entrambi i casi però, i progressi nell’integrazione sono stati molto limitati, e se l’obiettivo è sempre stato quello di seguire l’esempio europeo, in realtà tanto il blocco centroamericano che quello andino non sono mai riusciti a creare al loro interno quella dinamica virtuosa che, tramite l’eliminazione progressiva delle barriere commerciali e la successiva creazione di una politica commerciale comune, hanno fatto talmente progredire l’integrazione europea sino all’adozione di una moneta comune.

    Nel caso andino (Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, il Venezuela si ritirò nel 2006) si crearono istituzioni modellate su quelle europee, ma non si è mai raggiunto lo stadio di unione doganale, per la quale è necessaria l’esistenza di un dazio esterno comune, e quindi d’una politica commerciale unificata (obiettivo raggiunto dall’allora CEE nel 1968).
    Nel caso centroamericano, potremmo dire che non è stato raggiunto nemmeno lo status di area di libero commercio, visto che sono ancora numerosi gli ostacoli alla libera circolazione dei prodotti tra i cinque paesi membri (Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua).
    Nel caso dei paesi del Cono Sud, il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay), nato nel 1999 con il Trattato di Asunción, pur adottando un approccio poco istituzionale e del tutto intergovernativo, avanzò parecchio nel corso dell’ultimo decennio del XX secolo.
    Il Mercosur adottò un dazio esterno comune, pur imperfetto, già nel 1994, e le cifre dimostrano che i volumi commerciali intra-regionali crebbero impetuosamente almeno sino alla crisi argentina del 2001 – 2002, rappresentando un importante pilastro per lo sviluppo economico dei suoi paesi membri e soprattutto del Brasile di Cardoso (1994 – 2002) е dell’Argentina di Menem (1989-1999).

    La tremenda crisi argentina del 2001, causata dall’impossibilità per l’Argentina di mantenere il cambio 1:1 con il dollaro, che era il perno della politica dell’allora ministro dell’economia Cavallo, venne a rallentare lo sviluppo del blocco, tanto dal punto di visto istituzionale come commerciale. Troppo lo squilibrio tra un Brasile sempre più solido ed un’Argentina in preda al caos ed in grave ritardo nel proprio processo di modernizzazione economica, processo certo non ulteriormente avanzato nemmeno durante le successive presidenze Kirchner e Fernández, che hanno visto al contrario un risorgere del nazionalismo economico.
    Il promettente Mercosur degli anni 90 è quindi divenuto il Mercosur stagnante dei primi anni 2000, bloccato nel suo sviluppo interno: mentre l’Argentina si dibatteva con le proprie (infinite) crisi, il Brasile si faceva i muscoli sfruttando il suo enorme potenziale economico negli anni di Lula, divenendo un attore di prima grandezza dello scenario internazionale senza avere più bisogno del Mercosur come veicolo d’espansione.
    Esistono alcune ragioni generali per spiegare il relativo fallimento dell’integrazione economica in America Latina: da una parte, la complementarità relativamente bassa all’interno degli spazi economici centroamericano ed andino, anche se questo fattore non è d’applicazione nel caso del Mercosur.
    L’esistenza poi, sino ai primi anni novanta, di scenari economici non virtuosi (debito, iperinflazione) che rendevano impossibile un’integrazione tra economie in crisi. Anche il poco sostegno dato dagli Stati Uniti ai processi d’integrazione regionale sino agli anni novanta non contribuì a rafforzarli: Washington ha sempre guardato con sospetto a processi che possano rafforzare la coesione tra i propri partner, come dimostra anche la riluttanza degli USA a concludere accordi con regioni anzichè con paesi.
    Fu invece l’apparizione dell’Unione Europea in America Latina negli anni novanta (politica lanciata dall’allora commissario europeo Manuel Marín) che dette uno stimolo all’integrazione regionale latinoamericana, mediante la proposta formulata ai tre blocchi di concludere accordi commerciali biregionali con ognuno dei tre blocchi quando i progressi nei rispettivi processi d’integrazione lo permettessero (essenzialmente, quando si fossero dotati anch’essi d’un dazio esterno comune).
    Lo scadente stato delle infrastrutture regionali è stato causa ed effetto della scarsa integrazione: l’esempio europeo dimostra che i fondi strutturali fecero moltissimo per rafforzare l’integrazione.
    Un’altra difficoltà per l’integrazione regionale deriva dalla riluttanza dei governi latinoamericani nei confronti d’ogni possibile cessione di sovranità allo stile europeo: l’integrazione è vissuta come un processo di pura politica estera, non avendo mai raggiunto in nessun caso una massa critica paragonabile alla dimensione comunitaria che conosciamo in Europа.
    Inoltre, gli organismi regionali latinoamericani sono sempre rimasti esclusivamente economici, senza mai assumere, o pretendere di farlo, un ruolo politico, come quando l’Ue venne a completare la CEE. La dimensione politica americana è sempre stata rappresentata dall’OEA, un organismo diplomatico classico, strettamente intergovernativo e dalle competenze abbastanza limitate. L’OEA fu cassa di risonanza statunitense sino agli anni 90, sino a divenire più variegato a partire dalla fine del secolo per ragioni che analizzeremo più avanti.

    Il primo decennio del nuovo millennio ha cambiato sostanzialmente le carte in tavola: i paesi che sono riusciti a portare avanti ambiziose riforme economiche ed a sostenerle nel tempo si sono rafforzati, entrando nel club degli emergenti (in primis il Brasile, ma anche il Messico, grazie al rapporto con gli USA, il Perù e senz’altro il Cile, che ha perseguito un modello di sviluppo improntato al liberalismo economico ed alla conclusione d’accordi commerciali con tutti i principali attori economici internazionali). Altri, come l’Argentina, hanno caracollato. Il gruppo della ALBA (Alternativa Bolivariana de las Américas) hanno intrapreso un altro cammino, finanziato soprattutto dal petrolio venezuelano: quello di un neo – statalizzazione dell’economia, fondata su un’ideologia sud – sud con toni anti-capitalistici.
    Sono parte dell’ALBA, il cui nome è in voluta contrapposizione all’ALCA (Asociación de Libre Comercio de las Américas, un tentativo infruttuoso d’integrazione economica panamericana pilotato dagli Usa arenatosi da anni) i seguenti paesi: Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Dominica. Antigua y Barbuda, San Vicente y las Granadinas.

    L’ALBA volutamente rifugge gli schemi classici dell’integrazione “liberale”, per proporre un altro modello, quello dell’integrazione tra popoli sulla base di progetti comuni, quali lo scambio di medici, insegnanti, modelli educativi, prodotti (petrolio) non su basi di mercato ma sovvenzionati a prezzi stabiliti dai governi. Il motore politico dell’ALBA è l’ideologia bolivariana di Chávez (el Libertador, integratore d’America ante litteram), saldata con il castrismo ed impregnata d’antiamericanismo. Il motore economico (od il combustibile) il petrolio venezuelano distribuito generosamente negli anni in cui l’oro nero ebbe corsi molto alti.
    La sfida dell’ALBA, cui senza appartenere guarda con simpatia anche l’Argentina di Cristina Fernández, è quella di proporsi come un modello alternativo d’organizzazione politica, economica e sociale, improntata su leader forti dal discorso molto populista, eletti in elezioni formalmente corrette ma svoltesi in una clima di sempre maggiore asfissia delle oppоsizioni, ed un notevole statalismo economico.
    All’interno dell’America Latina, lo sviluppo di un blocco che pretende di rompere con i modelli che guidarono le riforme economiche degli anni novanta ha portato ad una certa frattura dello scenario politico, nel quale si delineano tre gruppi; oltre all’ALBA, i paesi chiaramente liberali, che rifuggono le tentazioni neo populiste (Colombia, Perù, Costa Rica, Panama) e quelli con governi d’ispirazione socialdemocratica latinoamericana, i cui modelli sono il Brasile di Lula ed il Cile della Bachelet, recentemente sostituita da un Piñera sì liberale ma che non sembra aver intenzione di sovvertire il modello economico consensuale prevalente in quel paese andino. L’Argentina parrebbe ispirarsi a quei modelli, ma con molte contraddizioni e tentennamenti. Uruguay, El Salvador e Guatemala hanno anch’essi governi d’ispirazione socialdemocratica.

    Che riflessi hanno avuto questi movimenti profondi sulla geografia dell’integrazione politica ed economica? L’OEA è non più espressione degli interessi diretti degli USA, i quali hanno sostanzialmente dimenticato la regione negli anni Clinton e Bush. Però, a causa delle divisioni interne delineate sopra, essa è divenuto un organismo abbastanza inefficace a far fronte alle crisi regionali di natura politica (Honduras) o alle emergenze tipo Haiti.
    Il segretario generale Insulza è stato recentemente rieletto più per mancanza d’alternative che per vera convinzione, e molti paesi, pur votando per lui, hanno espresso il bisogno di dare un’importante sterzata all’organizzazione, per renderla più efficace.
    Nel 2008 nacque l’UNASUR (Unión de las Naciones Suramericanas), con l’obiettivo d’integrare tutte le nazioni dell’America del Sud in un solo processo d’integrazione emisferica sia politico che economico, che unisca agli acquis economici del Mercosur e della Comunità Andina una nuova piattaforma politica. Il blocco è stato sinora caratterizzato, a causa della colorazione di sinistra della maggioranza dei governi della regione, da una certa orientazione a sinistra, pur con le ovvie differenze, già analizzate, tra paesi ALBA e paesi moderati. L’UNASUR nacque da un’idea sostanzialmente brasiliana: Brasilia ambiva divenire un leader continentale sulla base d’una piattaforma più ampia del barcollante Mercosur.

    UNASUR ha appena eletto come segretario generale l’ex-presidente argentino Kirchner.
    Esiste poi dal 1986 il Gruppo di Rio, cui appartengono tutti i paesi latinoamericani: nato come foro regionale eminentemente politico avente come obiettivo il consolidamento della democrazia in un decennio nel quale i paesi latinoamericani passarono dalle dittature alla democrazia, è alla ricerca di una nuova agenda, una volta conclusa sostanzialmente con successo quella transizione.
    Da qui la recente creazione della Comunità degli Stati Latinoaemricani e dei Caraibi, nata nella cosidetta Cumbre de la Unidad di Cancún (febbraio 2010); formalmente una riunione del Gruppo di Rio, ampliata però agli
    stati caraibici. La nuova Comunità, le cui specificità verranno definite nel prossimo biennio, viene a costituire un’organizzazione panamericana priva di USA e Canada, ed è vista da alcuni (ALBA) come un’alternativa all’OEA, da altri come un suo complemento.
    Scenari complessi ed in movimento, che vale la pena seguire perché riflettono le differenze esistenti nel dibattito regionale su temi d’importanza globale come la crisi economica, la delinquenza ed il narcotraffico, la corsa al riarmo (particolarmente acuta in America Latina nell’ultimo periodo ed oggetto di dibattito nell’ultima assemblea dell’OEA), la lotta alla povertà ed all’esclusione. Tutti temi su cui i paesi latinoamericani hanno interesse a confrontarsi ed elaborare ipotesi di soluzione comune.

    Per quanto riguarda il ruolo dell’Unione Europea, nonostante i notevoli interessi economici in gioco, la strategia di concludere accordi biregionali con i tre blocchi principali si è trascinata per anni, in parallelo anche con la Ronda dello Sviluppo di Doha (DDA) senza poter portare a risultati probanti, anche a causa della sostanziale asimmetria dei negoziati, mantenuti tra un blocco di 27 paesi davvero integrati sotto la leadership di un organo comune, la Commissione, e gruppi di paesi tra loro divisi e rappresentanti di mercati non veramente integrati.
    Il negoziato Ue – Mercosur si arenò già nel 2002, venendo poi data priorità al negoziato multilaterale OMC (DDA). Quello con la Comunità Andina si arenò più recentemente a causa del disaccordo di fondo con la natura dell’accordo prima del Venezuela, poi di Bolivia ed Ecuador.
    Il recente vertice di Madrid ha portato, come dicevamo all’inizio, a risultati molto significativi. Infatti:
    – Vengono rilanciati i negoziati per un accordo d’associazione (AA) tra Unione Europea ed il Mercosur.
    – A fronte dell’impossibilità di negoziare un accordo biregionale con la Comunità Andina, si sono concluse i negoziati per la conclusione di accordi commerciali bilaterali con Perù e Colombia.
    -Si concludono i negoziati per un accordo d’associazione (AA) tra Unione Europea, America Centrale e Panama.

    Quest ultimo accordo raggiunto a Madrid segna la conclusione del primo accordo d’associazione (politico, commerciale e di cooperazione) concluso tra due blocchi regionali. Anche se sostanzialmente ignorato, a causa del peso economico relativo della regione centroamericana, dai media europei (non da quelli centroamericani), l’accordo merita, per la novità che rappresenta, l’attenzione di riviste più specializzate.
    Al di là del potenziale commerciale, l’AA Ue – AMCP è di natura diversa dal CAFTA, concluso dai paesi della regione nel 2005, che era una sommatoria di accordi bilaterali tra tali paesi e gli USA, senza dimensione regionale. Il suo principale atout è il rafforzamento della sempre vacillante
    dimensione regionale centroamericana, con effetti benefici non tanto sul commercio e gli investimenti bilaterali (che pure esisteranno), quanto sulla crescita economica in questa regione ancora povera ed estremamente esposta alla violenza ed al narcotraffico. Se questi
    temi sembrano lontani dagli interessi italiani, pensiamo alle ripercussioni dell’agenda globale ed alla crescente presenza in Europa delle gangs centroamericane, che preoccupano anche il governo italiano, che ha recentemente ospitato a Roma un convegno su questo tema.

    Simon Bolivar

    L’Italia è poi osservatore del SICA (Sistema de Integración Centroamericana) ed il Presidente Berlusconi ha recentemente partecipato a Panama all’ultimo vertice di questo organismo, ricambiando la visita del Presidente panamense Martinelli. Le imprese italiane non dovrebbero rimanere indifferenti a queste nuove opportunità che si aprono in America Centrale.

    Il nuovo accordo prevede periodi asimmetrici per l’eliminazione dei dazi doganali, e costituisce un accordo completo, in linea coi dettami dell’OMC. L’America Centrale s’impegna a completare il proprio processo d’integrazione, sino all’adozione d’un dazio comune, nei prossimi anni, anche se l’accordo entrerà in vigore già prima, al termine del processo di ratifica.
    In conclusione, l’America latina è cambiata molto in questi anni, ed anche se i risultati delle riforme economiche sono variabili, il rafforzamento della democrazia è indubbio, anche se crisi come quella dell’Honduras e la sfida dell’ALBA sono venute ad aprire nuovi fronti.
    La geografia dell’integrazione sta cambiando, obbedendo ai nuovi venti politici che spirano nella regione (anche l’amministrazione Obama mostra un certo interesse, ed un nuovo tocco). L’Unione Europea ha rettificato alcune sue politiche precedenti, adattandolo alla nuova realtà. Questo il principale risultato del vertice di Madrid, che non va affatto sottovalutato.

  • El Salvador e Honduras: due modi diversi d’interpretare la democrazia

    El Salvador e Honduras: due modi diversi d’interpretare la democrazia

    Le vicende dell’ultimo anno in El Salvador ed Honduras evidenziano due momenti diversi del processo di democratizzazione in America Centrale: un anno fa, si temeva che le elezioni presidenziali, previste per il marzo 2009 in El Salvador, potessero dar luogo ad una situazione confusa nel caso la destra, al potere da vent’anni ma in realtà da sempre, ne uscisse
    sconfitta.

    D’altro canto, la situazione pareva assai più tranquilla in Honduras, dove le scelte eterodosse del presidente Zelaya, che per decisione sostanzialmente personale aveva portato il paese nell’ALBA, Alleanza Bolivariana per le Americhe, non sembravano far presagire una rottura dell’ordine costituzionale come quella che sarebbe poi avvenuta il 28 giugno, aprendo una crisi
    che si è successivamente complicata in maniera imprevedibile.

    Un anno più tardi, Mauricio Funes, eletto presidente in El Salvador il 15 marzo 2009, affianca Lula e la Bachelet con indici d’approvazione dell’80%, mentre l’Honduras si è isolato dalla comunità internazionale a causa del modo disastroso in cui ha gestito la crisi – Zelaya.

    La crisi honduregna ha sorpresa molti osservatori, che credevano ormai passato il tempo degli interventi militari in America Latina: il colpo di stato “pseudo-costituzionale” del 28 giugno 2009 ha visto una reazione sorprendentemente unanime della comunità internazionale: Stati Uniti. blocco bolivariano, tutta l’America Latina e l’Ue hanno condannato all’unisono l’esautoramento del presidente Manuel Zelaya e la sua successiva espulsione manu militari dal paese. Nessun governo ha riconosciuto il governo di fatto diretto dal presidente del congresso honduregno Micheletti: dal 28 giugno 2009 in poi la comunità internazionale ha cercato di trovare una soluzione che permettesse di ristabilire la legalità infranta, senza riconoscere una situazione di fatto che avrebbe fatto retrocedere la democrazia latinoamericana di vent’anni.

    Mauricio Funes
    Manuel Zelaya

    Un primo sviluppo significativo provocato dalla crisi honduregna è stata proprio la reazione della comunità internazionale: pensare che gli Usa e Chávez potessero essere d’accordo sul sostegno da dare a Zelaya e che nessun governo si sia sentito tentato da un possibile riconoscimento del governo Micheletti dimostra quanto la democrazia si sia rafforzata in America Latina nel corso degli ultimi vent’anni: dai tempi della caduta delle dittature
    militari, iniziata negli anni ottanta e conclusasi con la democratizzazione in Cile (1990), nessun golpe ha avuto successo (e sempre meno ne sono stati tentati). L’immediata espulsione dell’Honduras dall’OЕA, Organizzazione degli Stati Americani, e la sospensione di ogni forma di cooperazione con il governo giudicato illegittimo di Tegucigalpa non sarebbero mai stati possibile qualche anno fa, perché la solidità democratica della regione è ormai significativa.

    Se è parso subito evidente a tutti, salvo ai promotori della destituzione di Zelaya, che non si potesse transigere con gli sviluppi in odore di golpe, in Honduras, bisogna dire che il presidente deposto Manuel Zelaya non è affatto libero da colpe. Eletto nelle fila del partito liberale, che, da decenni,
    con il partito nazionale si alterna al potere in Honduras, era divenuto minoritario perfino all’interno del proprio partito quando, per ragioni tattiche, decise di far aderire l’Honduras all’ALBA senza che nel paese ne esistessero i presupposti: in Honduras non esisteva un movimento significativo ispirato al socialismo del XXI secolo, né Zelaya godeva del consenso popolare interno che si sono saputi costruire Chávez, Morales e Correa.

    Zelaya accarezzò l’idea di mettere in moto un processo di rielezione simile a quelli intrapresi negli ultimi anni in Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua: cominciare da una riforma costituzionale che prevedesse la rielezione per poi trasformare in maniera significativa la società a partire da una posizione di forza nelle istituzioni e giocando su una quasi – coincidenza tra governo e partito – movimento.

    Una dinamica di questo tipo non poteva aver luogo in Honduras perché né Zelaya possiede le doti carismatiche degli altri presidenti menzionati, né aveva a sua disposizione un movimento popolare da poter mobilitare. Zelaya si limitò a governare in forma populista in un paese profondamente diseguale dal punto di vista della ripartizione della ricchezza.

    Messo in minoranza nel proprio partito (il suo vicepresidente e candidato designato del partito liberale alle elezioni non condivideva per nulla le sue posizioni), Zelaya si lanciò in un’improbabile fuga in avanti, ostinandosi a promuovere un referendum sulla riforma costituzionale persino dopo il voto contrario del Congresso e l’opinione negativa della Corte Suprema, che lo giudicò incostituzionale. La mattina del referendum “autoconvocato”, Zelaya fu arrestato dai militari ed immediatamente espulso, mentre il Congresso votava la sua destituzione.

    I promotori della destituzione di Zelaya riuscirono a coagulare attorno a loro la maggioranza dei consensi interni: a fronte dell’unanime rifiuto di riconoscere la situazione di fatto da parte della comunità internazionale, in Honduras si è sviluppato un nazionalismo esacerbato che non ha esitato a preferire l’isolamento ad ogni possibile soluzione negoziata che mettesse in dubbio la legittimità del golpe e del governo di fatto.

    Micheletti ha boicottato ogni tentativo di mediazione, come quello affidato dall’OEA al presidente del Costa Rica Arias, divenuto ancora più necessario dopo il rocambolesco ritorno a Tegucigalpa del presidente deposto, installatosi dal 23 settembre nell’ambasciata brasiliana.

    Gli sviluppi in Honduras hanno messo in luce l’immaturità di una classe politica che non ha esitato a sacrificare gli interessi del paese sull’altare dei propri disegni di potere. Senza poi capire che i tempi in America Latina sono definitivamente cambiati, e che la tolleranza verso l’autoritarismo è finita.

    Le elezioni del 29 novembre 2009 hanno visto l’elezione di Porfirio Lobo, che ha prevalso su Santos, candidato del partito liberale, in un’elezione non boicottata da un numero significativo d’elettori ma neanche osservata dai principali organismi d’osservazione elettorale (OEA, Ue, Centro Carter).

    Le elezioni come tali sono state riconosciute solo da un pugno di paesi: USA, Costa Rica, Panama, Perù. Gli altri paesi latinoamericani e l’Ue si sono mantenuti più prudenti, non volendo riconoscere come valido un ritorno alla democrazia esercitato sotto la tutela del presidente di fatto Micheletti. Solo all’indomani della sua uscita di scena, e dell’uscita dal paese di Zelaya, il processo di ristabilimento dei rapporti con l’Honduras è lentamente cominciato, anche se prenderà tempo.

    Roberto Micheletti
    Porfirio Lobo Soza

    La crisi ha messo in evidenza da un lato la solidità dell’attaccamento alla democrazia in America Latina, che ha impedito il riconoscimento di una situazione di fatto, ma anche la poca efficacia degli strumenti multilaterali, quali l’OEA, nel sostenere efficacemente la democrazia in situazioni di crisi acuta.

    L’unanimismo iniziale della comunità internazionale si è attenuato quando gli Usa hanno deciso di riconoscere le elezioni: come fatto rilevare da Castaneda, ex ministro degli esteri messicano, tutti i processi di transizione politica richiedono certi compromessi, quali elezioni tenute in presenza di un regime non pienamente democratico.

    Il Brasile si è fatto paladino della posizione contraria, quella della necessità di restituire la presidenza a Zelaya, posizione che prevalso in sede OEA e che ha adottato anche l’Ue. Una volta svanita tale possibilità (dopo le elezioni del 29 novembre), tale posizione è evoluta verso la richiesta di formazione di un governo d’unità nazionale e le dimissioni di Micheletti, condizioni anch’esse non soddisfatte.

    Per quanto riguarda l’Ue, a parte il congelamento della cooperazione con l’Honduras, ha dovuto sospendere anche i negoziati per la conclusione d’un accordo d’associazione biregionale con l’America Centrale, che riprendono solo a fine febbraio, in vista di una possibile conclusione a maggio (vertice di Madrid Ue – America Latina).

    Una lezione molto più confortante viene invece da El Salvador: l’elezione del riformista Maurico Funes, candidato del FMLN (Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional), ex -movimento guerrigliero trasformatosi in partito politico in seguito agli accordi di pace del 1992, non ha portato alla catastrofe che ARENA, il partito al potere da vent’anni, vaticinava.
    L’immediata accettazione del risultato elettorale da parte del candidato di ARENA Rodrigo Ávila, pur sconfitto per un margine ridotto, fu una notizia confortante per la democrazia latinoamericana. E gli osservatori internazionali confermarono la correttezza di un’elezione vissuta nel paese come una lotta epocale.

    Funes ha poi confermato coi fatti la sua visione socialdemocratica, in sintonia con il modello di Lula e Bachelet, e governa con rinnovata attenzione alla politica sociale senza perdere di vista l’ortodossia economica.

    Nonostante la crisi abbia colpito duro El Salvador, un paese molto dipendente dalle rimesse dei 2.5 milioni di propri cittadini emigrati negli Usa (a fronte dei meno di sei residenti nel paese), la visione da statista di Funes gli ha permesso do ottenere molti consensi, pur creando qualche scontento tra chi, nell’ FMLN, vorrebbe abbracciare il modello chavista. La destra tradizionale, alle prese con un presidente di sinistra diverso dalle aspettative si è avvitata in una crisi che ne rende inevitabile la modernizzazione.
    L’ultimo atto del presidente Funes è stata la richiesta di perdono, a nome dello Stato, alle vittime della guerra civile (1979-92), un’iniziativa mai presa dai governi di ARENA. Dal canto suo, il vice presidente di Funes, Sanchez Cerén, ha chiesto perdono a nome del partito, cui Funes non appartiene. La destra, diretta dall’ex -presidente Cristiani, considera di non dover chiedere perdono.

    Pur tra molte difficoltà, El Salvador cerca di rimarginare le dolorose ferite della propria guerra civile, e lo fa rafforzando la propria democrazia. L’Honduras, paese dalla struttura sociale molto simile ma mai passato attraverso una guerra civile, si dibatte tra le proprie contraddizioni e si chiude su se stesso, indebolendo la democrazia senza che l’elezione di Lobo il 29 novembre abbia risolto del tutto la crisi apertasi con l’allontanamento di Zelaya.

  • La nuova Costituzione boliviana

    La nuova Costituzione boliviana

    Nel 2005, l’elezione di Evo Morales alla presidenza della Bolivia ha avuto un enorme significato simbolico, poiché per la prima volta nella storia del paese, e, di fatto, nella storia dell’America Latina, accedeva alla massima carica una persona appartenente a un’etnia originaria e non un discendente dei colonizzatori.

    Gli elettori hanno espresso in quei giorni una chiara volontà di cambiamento, tanto che Morales è stato eletto addirittura al primo turno, con maggioranza assoluta (53%: un evento raro in Bolivia, reso possibile dal totale discredito nel quale erano caduti i partiti e la classe politica tradizionale. Discredito che continua tutt’oggi.

    Investito di tale ampio mandato, Morales si è impegnato a cambiare profondamente l’organizzazione del paese, per porre rimedio alle ingiustizie storiche che, a suo giudizio, hanno caratterizzato i cinque secoli successivi all’arrivo degli Spagnoli: nella visione di Morales e del movimento che lo appoggia, il M.A.S. (Movimiento al Socialismo), le basi delle disuguaglianze precedono l’indipendenza della Bolivia (1825), e rimontano appunto alla colonizzazione.

    Per questo motivo, Morales ha messo al centro del proprio programma di governo una rifondazione della Bolivia, centrata sulla redazione di una nuova Costituzione.
    Dopo un laborioso processo, costellato da diverse crisi e non privo d’incidenti violenti, tale nuova Costituzione è stata approvata per via referendaria lo scorso 25 gennaio ed è entrata in vigore l’8 febbraio, con una cerimonia svoltasi nella città di El Alto, nei pressi di La Paz, bastione del consenso per il M.A.S. e per Morales.
    La sensazione generale è, però, che l’approvazione della nuova Costituzione non rappresenti affatto il momento finale della crisi boliviana e che le fratture che si sono evidenziate nel corso degli ultimi anni siano ben lontane dal ricomporsi.
    In quest’articolo cerchiamo di ripercorrere brevemente i punti salienti della complessa situazione boliviana e cercare di capire in che direzione si sta dirigendo il paese.
    Cominciamo dai risultati: su base nazionale, la Costituzione ha ricevuto il voto favorevole del 61,43% degli elettori (2.064.417), mentre il 38,57% ha votato no (1.296.175). La partecipazione è stata molto elevata (90,24%), ma dobbiamo ricordare che in Bolivia il voto è obbligatorio e non presentarsi al seggio ha conseguenze significative dal punto di vista amministrativo.
    A prima vista, la maggioranza a favore del nuovo testo sembrerebbe quindi chiara. Però un’analisi attenta mette in luce una situazione più diversificata.

    Quattro dei nove dipartimenti che compongono il paese, quelli della cosiddetta media luna (Pando, Beni, Santa Cruz de la Sierra y Tarija) hanno votato chiaramente contro il nuovo testo costituzionale, con percentuali che variano dal 56 al 67%. Si tratta delle quattro regioni della pianura orientale, dove si concentrano il gas e il petrolio, divenuti negli ultimi anni le prime risorse del paese.
    I dipartimenti dell’altipiano (La Paz, Oruro e Potosí) hanno votato ad ampia maggioranza a favore della nuova Costituzione, così come Cochabamba, altro dipartimento dalle caratteristiche simili a quelli dell’altipiano, dove pero la maggioranza per il sì è stata meno netta.

    A cavallo tra i due, il dipartimento di Chuquisaca ha votato, con maggioranza risicata, per il sì (5500 voti di differenza, due punti e mezzo). In questo dipartimento è situata Sucre, la capitale costituzionale del paese, che pero non è sede delle istituzioni governative che si trovano quasi tutte a La Paz. La questione del trasferimento della “capitale effettiva”, da La Paz a Sucre, ha avuto la sua importanza nel dibattito pre-costituzionale ed ha anche provocato dei morti negli scontri avvenuti a Sucre nel 2007.

    Tale questione non è per nulla risolta nel nuovo testo, che ripropone il principio teorico già presente nella Costituzione precedente, senza stabilire modalità e calendario dell’eventuale trasferimento.
    Quindi, quattro dipartimenti su nove sono contro la nuova Costituzione, quattro sono a favore, e uno è diviso. Non è un caso che nei giorni successivi al 25 gennaio si guardasse con attenzione al risultato incerto di Chuquisaca: il valore simbolico dato dal fatto che una maggioranza di dipartimenti si sarebbe potuta schierare contro la Costituzione sarebbe stato notevole.

    Interessante notare che questa distribuzione del voto coincide esattamente con
    i risultati del referendum sull’autonomia dipartimentale, che si è tenuto nel 2006 in contemporanea con l’elezione dell’assemblea costituente: cinque dipartimenti, quelli dell’altipiano, non volendo l’autonomia, votarono contro, quattro, quegli stessi quattro che adesso hanno votato contro la Costituzione, votarono a quel tempo per l’autonomia.

    Questi stessi quattro dipartimenti votarono a favore dell’interruzione del mandato di Evo Morales, nel referendum “revocatorio” del 10 agosto 2008, mentre gli altri appoggiarono la prosecuzione del suo mandato.

    Il referendum del 25 gennaio 2009 ha confermato ancora una volta la spaccatura tra la Bolivia dell’altipiano e quella delle pianure, che è in larga misura anche la spaccatura tra la Bolivia d’origine indigena e quella composta prevalentemente da boliviani d’origine europea.
    Ma la divisione non è solo di natura geografico-amministrativa: tutti i maggiori centri urbani hanno votato contro la nuova Costituzione, ad eccezione di quelli sull’altipiano (La Paz, El Alto, Oruro). Tutti gli altri, compresi Sucre e Cochabamba, si sono manifestati a maggioranza contro.
    La Bolivia rurale è quindi a favore della nuova Costituzione, quella urbana contro.
    Se sovrapponiamo a tali divisioni le differenze d’ordine etnico e la differenza di peso economico tra le due Bolivie, possiamo capire in che misura il dibattito sulla nuova Costituzione abbia diviso il paese, e come il risultato attuale non faccia che riflettere tali divisioni.
    Quali sono le ragioni per cui la nuova Costituzione boliviana ha sollevato tante controversie? Esse riguardano sia i contenuti del testo sia i numerosi vizi procedurali che hanno viziato la sua approvazione.

    A mio modo di vedere, è difficile stabilire una gerarchia tra queste due diverse obiezioni: se pochi dubitano che la Bolivia abbia bisogno d’un cambiamento anche istituzionale (tant’è vero che persino chi si oppone alla Costituzione ha proposto riforme, sotto forma di nuove regole per l’autonomia dei dipartimenti), il mix tra le due obiezioni, quelle di fondo e quelle di
    forma, ha dato luogo ad una tale confusione che alla fine i cittadini boliviani non hanno effettuato la loro scelta in base ai contenuti della Costituzione, ma piuttosto a favore o contro Evo Morales.

    Quindi il referendum costituzionale si è trasformato in una sorta di referendum revocatorio-bis, e non per nulla i risultati sono stati in pratica identici alla consulta del 10 agosto scorso.
    Partiamo dai contenuti: la nuova CPE (Constitución Política del Estado) è un documento complesso, composto da ben 411 articoli.
    L’idea essenziale è quella, assai ambiziosa e originale, di ricostruire la Bolivia su nuove basi, partendo dai diritti delle popolazioni originarie.
    Non che 500 anni di storia, o duecento anni d’indipendenza possano, di per sé, essere cancellati, ma la Bolivia necessita di essere riorganizzata a partire dai diritti e dai doveri dei cittadini su base di uguaglianza. Il sottofondo è quello della sottomissione, culturale ed economica, che le popolazioni indigene hanno sofferto sin dai tempi della colonizzazione, e che non è per nulla migliorata nella Bolivia indipendente, sempre dominata dalle élites bianche.
    Per raggiungere questo scopo, la CPE inizia, dopo un poetico e interessantissimo preambolo che definisce le basi storiche della nuova Bolivia plurale, dalla definizione del paese come “Stato Unitario Sociale di Diritto Plurinazionale Comunitario”.
    I primi articoli insistono moltissimo sulla multiculturalità della Bolivia: divengono ad esempio ufficiali tutte le lingue indigene (36). Ogni dipartimento dovrà dichiararne ufficiale almeno una, oltre allo spagnolo.
    Si ribadisce il principio di Sucre capitale, ma questa non è una novità.

    Alcuni principi etici delle popolazioni indigene elencati nell’articolo 8, quali ad esempio “ama qhilla, ama llulla, ama suwa” (non essere debole, non mentire non rubare), sono elevati a principi costituzionali, al pari di altri come l’uguaglianza, la solidarietà, la libertà e molti altri valori “occidentali” elencati nella seconda parte dello stesso articolo.
    Nell’art.9, si stabilisce, come fine e funzione fondamentale dello Stato, la Costituzione di una società giusta ed armoniosa, cementata sulla decolonizzazione.
    Nei capitoli successivi viene elencata una lunga serie di diritti civili, politici e sociali, cui si vengono ad aggiungere i diritti specifici della nazioni e comunità indigene originarie, tra le quali la protezione della cultura, della lingua, dell’uso esclusivo delle risorse esistenti nei loro territori e l’uso nei loro territori del diritto indigeno tradizionale, causa quest’ultima di grande controversia. A tale diritto, di natura comunitaria, la Costituzione dà precedenza nelle zone d’autonomia indigena: la coesistenza tra il diritto moderno e quello tradizionale porrà problemi d’applicazione e coerenza d’indubbia complessità.

    Se, culturalmente, la Costituzione vuole contribuire a riscrivere la storia della Bolivia e indirizzarla su nuove basi, essa prevede anche una complessa riorganizzazione istituzionale che, all’autonomia dei dipartimenti ed a quella dei comuni, aggiunga anche quella delle comunità indigene contadine, che sia esclusiva nella propria zona di competenza. E questo uno dei temi maggiormente polemici, perchè tocca la questione, altamente sensibile, del controllo delle risorse economiche presenti nei territori dei dipartimenti: come sappiamo, la maggioranza delle risorse gasifere e petrolifere è concentrata nei dipartimenti dell’Est, che non si accontentano del quadro di competenze previsto dalla Costituzione, ma che propongono, come alternativa, degli statuti d’autonomia dipartimentale che sono stati approvati per via referendaria nei quattro dipartimenti della media luna nel corso del 2008.

    Se a tale contrapposizione, in buona misura centrata sul dibattito circa la percentuale di proventi estrattivi da destinare al governo centrale e quella da riservare ai governi dei dipartimenti, si aggiunge la creazione di nuovi spazi autonomi, quelli destinati alle comunità originali, si può immaginare
    la complessità della nuova organizzazione territoriale boliviana.
    Nel capitolo sull’organizzazione economica dello Stato (articolo 306 e seguenti), si stabilisce il principio della proprietà pubblica
    delle risorse naturali, e si definisce un quadro d’insieme piuttosto intervenzionista,
    senza però che questa dimensione interferisca con la proprietà privata. Di fatto, anche quella che il neo eletto Morales
    chiamò enfaticamente “rinazionalizzazione” altro non fu che una rinegoziazione delle condizioni contrattuali concesse agli investitori stranieri, che alla fine, pur borbottando un po’, accettarono le nuove regole.

    Evo Morales

    A fronte di tali proposte, portate avanti nel corso del 2006 e del 2007 dalla maggioranza ell’assemblea costituente appartenente al M.A.S., il movimento politico di riferimento di Morales, l’opposizione ha contrapposto un rifiuto frontale e di principio.

    L’opposizione a Morales è di per sè diversificata: a livello centrale, essa è rappresentata da un cartello (denominato Podemos) che unisce ciò che resta dei partiti politici tradizionali; a livello dei dipartimenti d’opposizione, dai quattro governatori e dai comitati civici, fautori di ampi spazi d’autonomia per i dipartimenti (si parla, specie a Santa Cruz di “nazione camba”, ma l’indipendenza non è mai menzionata esplicitamente come una possibilità).
    L’opposizione al centro – i vecchi partiti – non ha sempre coinciso però con le posizioni, più radicali, dei dipartimenti della media luna. Questo ha creato una situazione triangolare che ha complicato non poco le diverse fasi dei lavori dell’assemblea costituente ed il periodo successivo all’approvazione del primo testo costituzionale (9 dicembre 2007).

    Durante la seconda metà del 2006 e tutto il 2007, il M.A.S. e Podemos si affrontarono nell’assemblea costituzionale ma senza
    che il dibattito andasse oltre le questioni procedurali. Per quanto possa sembrare impossibile, in un anno e mezzo la discussione non riguardò mai il merito delle proposte costituzionali. La maggioranza
    non permise mai di discutere proposte o formulazioni alternative a quelle da essa presentate; da parte sua, l’opposizione si limitò all’ostruzione procedurale, in una cacofonia poco assimilabile ad un dibattito democratico.
    Dopo un più d’un anno di stasi, la maggioranza decise di far approvare la Costituzione mediante una prova di forza: si cambiarono unilateralmente le regole procedurali, alterando il quorum necessario per approvare il testo costituzionale da due terzi dei membri dell’assemblea a due terzi dei presenti in aula.


    A questo s’aggiunse la convocazione in un luogo diverso dalla sede dell’assemblea costituzionale a Sucre e la serrata di una scuola militare, il nuovo edificio scelto per la votazione, da parte di militanti dei movimenti indigeni, che impedirono alla maggioranza dei membri d’opposizione dell’assemblea di accedere all’aula.
    La Costituzione fu così votata, a maggioranza dei due terzi dei presenti, dai soli membri della maggioranza governativa.
    Non c’e dubbio che si sia trattato d’un processo irregolare, nel corso del quale si sono confrontati due opposti estremismi. Da una parte quello della maggioranza, portatrice di una rivendicazione storica e rafforzata dalla capacità di mobilitazione dei movimenti sociali allo scopo di raggiungere l’obiettivo di modificare, una volta per tutte, la storia della Bolivia; la correttezza procedurale sembrava una quisquilia, un dettaglio di poca importanza (il fine giustifica i mezzi, perchè abbiamo ragione: una logica quindi rivoluzionaria).
    Dall’altra l’opposizione, rappresentante dei ceti che sono sempre stati al potere nel paese, messa di fronte alla prospettiva di un cambiamento radicale dell’organizzazione del paese, sceglieva di negare legittimità a tali pretese, fondandosi esclusivamente su obiezioni procedurali e non proponendo una visione alternativa o complementare a quella proposta dai movimenti sociali.
    La dinamica complessiva sacrificò quindi ogni possibilie dibattito sull’altare dell’intransigenza di entrambe le parti: indubbiamente, si è persa una grande occasione di rifondare la Bolivia su basi condivise.
    A tale contrapposizione frontale tra governo ed opposizione si è poi aggiunta la diatriba tra il governo centrale e quelli dei dipartimenti che nel 2006 avevano scelto la via dell’autonomia: i quattro della media luna.

    Tale dibattito ha portato essenzialmente alla ripartizione delle risorse economiche territoriali e ai contenuti da dare alle autonomia dipartimentali: da definirsi centralmente secondo il governo, da definirsi invece localmente e sulla base di proposte redatte dalla periferia, secondo i prefetti.

    Da segnalare poi che nel 2006 e nel 2007 i costi di gas e petrolio sono stati molto elevati: questo ha comportato grossi proventi per lo stato boliviano, che sono stati usati per finanziare programmi sociali di grande impatto (renta dignidad e il programma Juancito Pinto per l’infanzia). Il governo centrale ha usato costantemente la carta dei programmi sociali per scoraggiare ogni tentativo di ripartizione che venisse incontro alle richieste dei dipartimenti.

    Nel corso del 2008, vari tentativi di negoziato tra governo e dipartimenti sono falliti: i dipartimenti hanno quindi deciso di disconoscere la nuova Costituzione e di promuovere la propria autonomia su basi diverse ed hanno approvato, tra maggio e giugno 2008, per mezzo di referendum auto-invocati e giudicati illegittimi dalle autorità elettorali centrali, i loro statuti d’autonomia specifici.
    A metà 2008, la situazione si è di nuovo completamente bloccata: una Costituzione era stata approvata ma illegittimamente; quattro statuti d’autonomia vi si contrapponevano, ma senza che tali statuti avessero una base legale legittima. La Corte Costituzionale, organo che avrebbe dovuto dirimere l’imbroglio, era a sua volta bloccata per mancanza di quorum, dato che le forze politiche non sono state in grado, negli ultimi anni, di consensuare nomine di giudici per la corte, che ha tuttora in forza un solo magistrato (su nove previsti).
    Solo un accordo politico di ampia portata poteva risolvere tale complessa situazione. Anzichè percorrere quella via, si è deciso di convocare un referendum revocatorio del mandato presidenziale, ma anche di ciascuno dei nove prefetti dei dipartmenti, nella speranza che gli elettori dimostrassero una maturità maggiore dei loro rappresentanti.

    Com’era facilmente prevedibile, i referendum del 10 agosto 2008 non hanno risolto un bel nulla: Morales è stato confermato dal 67% degli elettori, e questo è per lui un grande successo. Ma anche i prefetti d’opposizione sono stati confermati ed escono, di conseguenza, rafforzati dal referendum: si ritorna al punto di partenza.
    Tra agosto ed ottobre la situazione è degenerata, e una ventina di persone sono rimaste uccise negli scontri tra opposte fazioni. Con la mediazione di Unasur (Organizzazione degli Stati Sudamericani), dell’Ue e della chiesa cattolica, governo ed opposizione si sono riuniti a Cochabamba e hanno definito le basi per una revisione consensuale della Costituzione, che verrà approvata il successivo 21 ottobre.

    Il testo rivisto modifica alcuni dei punti più controversi e, tra l’altro, limita la possibilità di rielezione del presidente in carica ad una sola. L’accordo politico legittima quindi a posteriori la Costituzione, ma non riavvicina la distanza tra le parti, che rimangono ancora molto lontane.

    Come detto, il referendum del 25 gennaio ha dimostrato ancora una volta che le posizioni rimangono distanti: se la Costituzione è ora in vigore in tutto il territorio nazionale, la transizione verso la nuova struttura istituzionale richiede l’approvazione di un centinaio di leggi da parte di un Congresso a maggioranza M.A.S. e di un Senato dove la maggioranza è dell’opposizione. La questione più spinosa rimane quella, irrisolta, della compatibilità tra la Costituzione testè approvata ed i quattro statuti d’autonomia di Santa Cruz de la Sierra, Beni, Pando e Tarija.
    La classe politica boliviana dovrà quindi dimostrare, nel corso del 2009, proprio quella capacità di dialogo, di compromesso e di visione che le è mancata sinora.
    Le elezioni generali del 6 dicembre 2009 dovranno poi rinnovare tutte le cariche secondo le nuove regole. Morales sarà senz’altro candidato alla propria successione, meno chiaro, invece, risulta oggi il quadro dei suoi possibili concorrenti.

    In conclusione, è da un lato evidente che Morales è stato eletto con mandato chiaro per il cambio. Il processo di definizione delle nuove regole ha superato una tappa importante, ma non è ancora concluso. Il percorso sin qui è stato accidentato, ed il costo in termini d’instabilità e persino di vite umane è stato elevato.
    Anziché instaurare meccanismi maturi di dialogo politico e di pensare al destino del paese nel suo complesso, i vari attori politici boliviani hanno preferito radicalizzare le loro posizioni e pensare esclusivamente alla propria audience: i movimenti sociali e le popolazioni indigene per il governo, la propria regione per le autorità dipartimentali.
    Nel frattempo, l’instabilità istituzionale ha portato a sprecare opportunità importanti, in anni nei quali i proventi delle materie prime esportate dalla Bolivia sono stati molto alti. Il contesto economico internazionale ora è cambiato, ed anche le rimesse dei numerosi emigranti boliviani
    scemeranno.
    Le parti politiche boliviane dovranno dimostrare, nel prossimo futuro, una maggiore capacità di dialogo e una visione più ampia, se vogliono completare il processo di riforma del paese: la divisione della Bolivia non è un’alternativa.
    D’altro canto, il tentativo ideologico di Morales non va deriso: se alcuni dei contenuti costituzionali possono sembrare eccessivi ed un pò romantici, la situazione di diseguaglianza cui si vuole porre rimedio è una realtà oggettiva, cui va prestata la massima attenzione. Più che ascriversi a protagonisti di un fantomatico socialismo del XXI secolo, che ha tante accezioni, si tratta d’una impresa storica di grande complessità che non è destinata al fallimento se i suoi fautori saranno capaci di pensare agli interessi di tutto un paese e non solo a quelli di una parte di esso.
    I politici d’opposizione dovrebbero invece dimostrare meno provincialismo e presentare proposte costruttive che riflettano gli interessi complessivi del paese, non solo quelli della loro regione.
    Se tale capacità di compromesso non emergerà, la nuova Costituzione non sarà servita a nulla e le contraddizioni boliviane rimarranno tali, a scapito degli interessi della collettività.

  • Lo stallo nei negoziati dell’agenda per lo sviluppo di Doha: una breve analisi

    Lo stallo nei negoziati dell’agenda per lo sviluppo di Doha: una breve analisi

    I complessi negoziati della cosiddetta Agenda per lo Sviluppo di Doha (nota come DDA, Doha Development Agenda) sembrano essersi definitivamente arenati alla fine di luglio.

    Non che il progresso dei negoziati sia mai stato particolarmente rapido, da quel novembre 2001 quando vennero lanciati nella capitale del Qatar. Né si può dire che l’ottimismo abbia mai prevalso sul pessimismo nelle valutazioni degli addetti ai valori nel corso di tutto questo periodo: le nubi sono sempre state assai dense nel cielo di questa Doha, e parecchi osservatori hanno sempre considerato la soluzione dei negoziati qualcosa di simile alla quadratura del cerchio: troppi interessi contrapposti, troppi capitoli aperti, troppo poca buona
    volontà da parte dei principali attori.
    Rimaneva però la speranza che, data l’importanza per l’economia mondiale di un buon esito dei negoziati, s’innescasse un ciclo virtuoso che, a partire da certe concessioni fatte o perlomeno annunciate da membri di peso dell’OMC come Unione europea o Stati Uniti, portasse anche altre parti a smuoversi dalle proprie posizioni iniziali.
    Si è atteso, anche invocato uno sviluppo di questo tipo per cinque anni. Adesso sembra però che sia stata la tendenza contraria a prevalere, quella del consolidamento delle posizioni iniziali, che ha portato ad uno stallo.

    Nel 1994, la conclusione dell’Uruguay Round aveva portato alla nascita dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), una novità di grande importanza non solo per il commercio internazionale, ma per l’intero sistema delle relazioni internazionali. Infatti, la sostituzione del preesistente GATT (Accordo Generale su Commercio e Tariffe), che non era
    più d’un trattato, con una vera e propria organizzazione, dotata di poteri coercitivi grazie all’esistenza d’un sistema per la soluzione delle controversie tra i membri in grado di assicurare il rispetto delle norme, si è rivelato un passo di straordinaria importanza per la governance internazionale.

    Al di là delle critiche di molti, specie nel Sud nel mondo e nell’universo alterglobal, nei confronti dell’OMC, mi sembra si possa affermare oggettivamente che si tratti di un progresso, e non di un regresso, che un organismo internazionale sia in grado di far rispettare le norme che emana: il problema non è tanto quello di depotenziare l’OMC, come tanti affermano un pò a vanvera, ma semmai quello di affiancare ai poteri coercitivi dell’OMC in ambito commerciale
    poteri simili per organismi multilaterali in altri campi, come quelli ambientale, sociale, energetico, nei quali le convenzioni internazionali combinano grandi ambizioni con scarsi poteri.
    Ad esempio, si possono criticare ad iosa le Nazioni Unite, ma normalmente lo si fa per la loro inoperanza: non c’è dubbio che se l’ONU disponesse, in materia di sicurezza collettiva, di poteri simili a quelli raggiunti dall’OMC, la pace avrebbe maggiori chances rispetto ad un sistema che
    concede ad alcuni un diritto di veto.

    Il problema non è quindi, come spesso si dice, quello di avere “meno OMC” ma piuttosto, quello di avere più numerose OMC.
    Ricerche approfondite dimostrano poi che il meccanismo di soluzione delle controversie dell’OMC è più equilibrato di quanto normalmente non si creda: lungi dall’essere sbilanciato а favore dei potenti, si tratta d’un vero e proprio sistema di regole, che ha visto nel corso degli anni tali regole affermarsi, a volte a favore dei membri più influenti, come Usa ed Unione europea, ma spesso e volentieri anche a favore di altri nei loro confronti.
    La giurisprudenza dei panel OMC è piena di casi vinti da paesi in via di sviluppo nei confronti di paesi sviluppati, e questo dimostra che, nonostante tutto, in ambito OMC a prevalere sono le norme, non l’identità dei litiganti.
    Ingiusto quindi definire l’OMC un’organizzazione messa al servizio dei grandi protagonisti del commercio internazionale per mettere in riga tutti gli altri, una specie di rullo compressore d’una globalizzazione cieca e sorda ai problemi del mondo. Semmai, la prospettiva attuale
    dell’OMC, ed in questa linea s’inseriva il ciclo negoziale aperto a Doha, non è tanto quella di equilibrare il modo in cui vengono risolte le controversie, ma quello di definire regole che permettano un maggiore apertura dei mercati ai prodotti dei paesi in sviluppo, specie quelli agricoli.

    Questo era il senso della DDA, ed a partire da questa considerazione va analizzato lo stato attuale di stallo.
    L’Uruguay Round si era concentrato, come del resto tutti i cicli precedenti, sull’aspetto che era stato all’origine del GATT, quello della riduzione delle tariffe industriali (i dazi), un processo ormai quasi completamente concluso, almeno per quanto riguarda i paesi sviluppati (che però conservano alcuni picchi e ricorrono alla cosiddetta escalation su alcuni prodotti importati dai paesi in via di sviluppo, due eccezioni che annacquano in certa misura gli effetti del quasi azzeramento dei dazi).
    Per rendere però accettabile ad altri membri dell’OMC l’ulteriore riduzione dei dazi prevista nell’Uruguay Round, era stato necessario prevedere una revisione, a partire dell’anno 2000, delle regole di commercio agricolo e di servizi, rimaste ad uno stato incipiente fino ad allora, specie se paragonate con le riduzioni tariffarie.
    Per molti paesi in via di sviluppo, le entrate derivanti dai dazi sui prodotti importati rappresentano la prima fonte di introiti fiscali: una riduzione indiscriminata dei dazi supporrebbe quindi una grave minaccia per i bilanci statali, e va compensata con maggiori opportunità per i prodotti nazionali sui mercato dei paesi sviluppati. In assenza di tale incentivo, risulta difficile proporre ad un paese in sviluppo l’accelerazione di tale processo.

    Nel caso dei dazi industriali (in gergo NAMA, Non Agricultural Market Access), gli impegni presi in sede multilaterale sono a livello dei cosiddetti dazi bound, normalmente più elevati di quelli effettivamente applicati (applied). Un membro dell’ OMC s’impegna a ridurre progressivamente
    i dazi sulla maggior parte dei prodotti seguendo un calendario prefissato, più lento per i paesi in sviluppo, ma rimane libero di ridurli ulteriormente seguendo piani interni di liberalizzazione commerciale (che sono stati la regola un pò ovunque negli anni 90).
    Anche paesi emergenti come l’India ed il Brasile, notoriamente poco propensi a prendere impegni significativi a livello multilaterale, e che mantengono ancora dazi sopra media, possono però contare su un notevole spread (differenza) tra i tassi bound e quelli effettivamente applicati. Il che significa che potrebbero ridurre ulteriormente tali tassi senza troppi problemi.

    Come detto, la revisione dei regimi agricolo e dei servizi era prevista per il 2000.
    Già prima d’allora, gli Stati Uniti е soprattutto l’Unione europea proposero di affiancare alla revisione di tali regole negoziati su altre materie, che permettessero di accrescere i livelli
    d’ambizione del round: regole multilaterali su investimenti, concorrenza, appalti pubblici venivano viste come indispensabili data la forte correlazione tra tali fenomeni ed il commercio
    (non meno di un quarto del commercio mondiale è legato ad investimenti diretti).
    Si parlava allora del cosiddetto Millennium Round, naufragato strepitosamente a Seattle nel 2000, quando per la prima volta l’OMC divenne materia di cronaca a causa della mobilitazione delle ONG di mezzo mondo contro il proposto allargamento dell’agenda commerciale.
    L’idea che motivava le proteste era quella di mobilitare l’attenzione del mondo contro quello che era visto come un meccanismo dei paesi ricchi e della tecnocrazia internazionale per imporre regole oppressive ai paesi più poveri.
    Il fallimento della conferenza di Seattle non rappresentò solo un momento importante per la strutturazione del mondo alter global, per cui l’OMC è divenuta un nemico tradizionale, ma anche la fine di un’epoса nella quale i grandi, cioè Usa ed Ue, che rappresentano il 40% del commercio mondiale, potevano imporre il loro volere in materia di definizione delle regole.
    Da Seattle in poi, l’alleanza trasversale tra paesi del Sud ed attivisti nei paesi del Nord ha reso tale dimensione utopica: il consenso in sede OMC è divenuto ormai molto più complesso
    di quanto non fosse fino ai tempi dell’Uruguay Round.

    Nel novembre 2001, il lancio dell’Agenda per lo Sviluppo di Doha divenne possibile solo per due ragioni: si diede al ciclo un obiettivo prioritario, quello di definire regole atte ad accrescere la partecipazione dei paesi in sviluppo agli scambi mondiali (di qui il nome) e giocò a favore di quest’accordo l’impressione dell’11 settembre: il nuovo round di negoziati commerciali rappresentava una prima grande opportunità per democratizzare il mondo, rendendo meno ingiusta la ripartizione delle risorse (supponendo che il terrorismo internazionale sia davvero motivato da tale ingiustizia economica, il che è tutt’altro che dimostrato).
    A Doha rimasero aperte però molte questioni: se a Seattle si era preteso di definire i parametri dell’accordo finale del round, a Doha ci si era più modestamente accontentati di definire un punto di partenza per i negoziati, mantenendo in sospeso la decisione sull’inclusione o meno nell’agenda dei cosiddetti “Singapore Issues”, quei nuovi temi (Investimenti, Concorrenza, Appalti Pubblici, Facilitazione Commerciale) cui l’Unione europea teneva molto, anche per attutire l’eventuale impatto di una forzata apertura dei propri mercati agricoli.
    A Cancún, nel settembre 2003, conferenza concepita originalmente come tappa intermedia verso la conclusione del round, prevista per la fine del 2005, i dibattiti furono accessissimi: il nuovo gruppo del G – 20 che, sotto la leadership di Brasile ed India, mise insieme paesi in sviluppo od emergenti interessati ad un’apertura degli scambi agricoli, in oggettivo ritardo
    di liberalizzazione rispetto a quelli industriali, riuscì a fare passare la propria linea, secondo la quale la DDA era innanzitutto un negoziato agricolo.

    Solo uno dei quattro temi di Singapore (le misure di semplificazione commerciale) rimase in agenda, gli altri temi ne furono esclusi: da Cancún in poi diviene evidente che, al tramonto della capacità di persuasione euro – statunitense evidenziatosi a Seattle viene ad aggiungersi una
    maggiore capacità d’aggregazione dei paesi in sviluppo: attorno al G- 20, i cui principali membri sono India, Brasile e Sudafrica, e che rimane anzitutto un’alleanza agricola, ma anche attorno al G-90, che raggruppа i paesi più poveri e non ancora definibili “emergenti”.
    I negoziati OMC si giocano quindi su una complessa scacchiera multidimensionale, dove alle frequenti riunioni “mini – ministeriali” (cui partecipano i membri – chiave, UE, USA, Brasile, India ed Australia oltre al direttore generale dell’OMC e facilitatore dei negoziati, prima il thailandese Supachai, ora il francese Pascal Lamy, ex – Commissario europeo al Commercio) vengono a sovrapporsi complessi esercizi di coordinamento con i vari gruppi regionali e d’interesse, in un insieme a geometria variabile d’estrema complessità.
    All’OMC, organizzazione che regola interessi economici molto concreti, le alleanze non sono nè fisse nè di natura ideologica, ma invece variabili e funzionali agli interessi in gioco su ogni questione specifica.
    Parlare quindi di alleanze strategiche onnicomprensive in sede OMC è del tutto sbagliato: su certi temi, Usa ed Ue possono andare d’accordo (riduzione delle tariffe industriali nei paesi emergenti, regole sulla proprietà industriale), su altri l’Ue è vicina a certi paesi in sviluppo (indicazioni geografiche, cautela nelle riforme agricole) ma non ad altri (quelli che più insistono sull’eliminazione dei sussidi agli agricoltori) e molto lontana dalle posizioni americane. E così via.

    Come detto, uno scacchiere che è divenuto via via complicatissimo, sino, forse era inevitabile, ad incepparsi. I negoziati sono stati dati per morti a diverse occasioni nel corso del quinquennio, ma a più momenti le speranze si sono riaccese.
    Come nel luglio 2004, quando il cosiddetto accordo – quadro di Ginevra, sembrò fornire una piattaforma di rilancio dei negoziati. Possiamo affermare che, sino all’inizio di quest’anno, l’enfasi posta sul capitolo agricolo aveva fatto sì che le maggiori pressioni fossero sull’Unione Europea, che paga il più alto ammontare di sussidi ai propri agricoltori.
    Tuttavia, il fatto che l’Ue sia al tempo stesso la più generosa in termini d’apertura del proprio mercato ai prodotti dei paesi meno sviluppati (i settanta LDC, i cui prodotti entrano a dazio zero con la però dolorosa eccezione di riso, zucchero e caffè, prodotti d’enorme importanza per gli LDC esportatori) e che Bruxelles abbia proposto un ciclo a costo zero per i paesi più poveri, cui non si richiederebbero concessioni, ed anche l’eliminazione definitiva dei distorsivi sussidi all’esportazione ha spostato progressivamente la pressione sugli Usa, che non sono
    però sembrati in grado, nel corso del quinquennio, di dare concretezza alle loro frequenti dichiarazioni liberiste.

    Dal 2001 in poi, gli Usa, alle prese con un’altra agenda internazionale, hanno piuttosto dato l’impressione di non dare troppa importanza a questi negoziati. Anche il sorprendente attivismo degli Usa in materia d’accordi commerciali bilaterali, concepiti come premio per partners ragionevoli più che veri matrimoni d’interesse tra uguali e la recente sostituzione del
    negoziatore capo (US Trade Representative) Robert Portman con Susan Schwab sembrerebbero confermare che Washington non credeva alla fattibilità del ciclo di Doha. Tra l’altro, la Trade Promotion Authority che permette al presidente Bush di concludere accordi commerciali internazionali senza ratifica del Senato scadea marzo 2007, e non sembra che
    egli sia in grado, nè abbia l’intenzione di chiederne una proroga.

    L’Ue, che ha molto investito su questo round sotto la leadership di Pascal Lamy, ha ulteriormente accentuato gli sforzi quando questi è stato sostitutuito da Peter Mandelson: nuove offerte sono state fatte, in agricoltura ed in materia di servizi, ma esse sono ancora considerate troppo timide dai principali partner: Australia, il gruppo di Cairns ed il G-20 per quanto riguarda l’agricoltura, India e paesi sviluppati in materia di servizi.
    India e Brasile, i due paesi – emergenti – chiave, si trovano in una posizione specialissima: il loro peso strategico all’interno dell’OMC supera di molto il loro effettivo peso commerciale, grazie alla loro capacità di leadership sul resto del mondo in sviluppo ed alla riconosciuta capacità dei loro abilissimi negoziatori, tra i migliori al mondo (i negoziati OMC richiedono una straordinaria competenza tecnica, ogni settimana vengono prodotte decine di pagine di proposte d’un estrema complessità che vanno studiate, analizzate, ribattute nel merito).
    Si tratta poi di grande economie emergenti, ma piene di contraddizioni, competitive in certi settori (agricoltura per il Brasile, servizi per l’India) ma in ritardo di sviluppo in altri. In entrambi i casi, tali paesi hanno ridotto progressivamente i loro dazi, che restano però molto alti rispetto alle medie mondiali.
    La Cina, entrata solo recentemente nell’OMC, ha deciso di non esercitare un ruolo attivo, mantenendosi fuori dalla mischia e seguendo i negoziati da lontano: la Cina non ha fretta d’esercitare tutta la sua influenza potenziale, sapendo di poter squilibrare ulteriormente equilibri già precari.
    Dalla conferenza ministeriale di Hong Kong in poi (Dicembre 2005), è parso sempre più chiaro che un negoziato di tale complessità non poteva venire risolto da offerte unilaterali o da sforzi di una delle parti, ma piuttosto da un approccio concertato nel quale ai vari paesi viene richiesto un sacrificio proporzionale al proprio peso economico: maggiore per i paesi sviluppati, intermedio per i paesi emergenti, basso o nullo per i paesi più poveri.

    Partendo da questo principio, si sarebbe potuto identificare un pacchetto win – win, nel quale tutte le parti avrebbero trovato un certa dose di soddisfazione che rendesse i negoziati appetibili.
    A questa dinamica virtuosa non si è però ancora giunti: al momento della rottura dei negoziati, a pochi giorni dal G-7 di San Pietroburgo che aveva auspicato una loro conclusione, potremmo sintetizzare che la soluzione vincente dovrebbe venire dalla combinazione di una nuova proposta americana di riduzione dei propri sussidi interni agli agricoltori (che alterano sensibilmente i corsi mondiali), un’ulteriore proposta europea di riduzione dei propri picchi agricoli (dazi eccezionalemnte alti su alcuni prodotti sensibili come latte e carni), una significativa riduzione dei dazi industriali da parte di Brasile ed India.
    Se tutto ciò avvenisse, si potrebbe innescare quel circolo virtuoso da tutti auspicato, a cominciare da offerte più ambizione d’apertura dei servizi, un settore nel quale a Hong Kong si è deciso che l’ accordo, settore per settore, potrebbe anche essere solo plurilaterale, non comprendendo quindi tutti i membri dell’OMC (i paesi in sviluppo non sono in generale propensi ad aprire i loro servizi alla concorrenza internazionale) ma solo quelli effettivamente interessati.

    Risolte le grandi questioni, il nuovo clima generatosi permetterebbe probabilmente di concludere accordi anche in altri campi, quali la definizione di misure di semplificazione delle procedure doganali (trade facilitation), regole più trasparenti e condividise per l’antidumping, lo stabilimento di un registro multilaterale delle indicazioni geografiche ed altre ancora, tutte passibili di effetti positivi sugli scambi.


    Ciò probabilmente non avverrà, almeno prossimamente: tutti aspettano che sia il vicino a muoversi per primo, ed in questo modo quasi nessuno si muove.
    Il fatto che, nonostante l’instabilità internazionale legata al terrorismo ed i prezzi delle materie prime, l’economia internazionale sembri in crescita ha forse tolto acqua al mulino di chi considerava indispensabile un successo del round OMC.
    D’altro canto, la nuova complessità dei rapporti internazionali, in particolare di quelli economici, alla luce dell’emergenza dei paesi asiatici e delle nuove geometrie prevalenti all’OMC rende in fondo salutare una pausa di riflessione: se oggi come oggi si dovesse concludere il ciclo, sarebbe un accordo in tono minore, che in fondo non interessa a nessuno.
    Chi però potrebbe soffrirne maggiormente, dal punto di vista sistemico più che economico, è l’Unione europea: essa trae la sua forza internazionale soprattutto dal proprio peso economico – commerciale, là dove dispone d’una competenza chiara ed affermata. Da qui l’importanza che l’Ue attribuisce al rafforzamento del sistema multilaterale OMC, nel quale è grande protagonista.

    Un indebolimento del sistema multilaterale di commercio quale quello che sta emergendo suppone anche un indebolimento del peso dell’Ue in uno scenario nel quale è forte.
    La sfida dell’Ue nel dopo – Doha sarà quella di riadattare la propria diplomazia commerciale ad uno scenario nel quale prevarranno accordi bilaterali e regionali, che creeranno quella definita da alcuni lo spaghetti – bowl: un numero elevatissimo d’accordi preferenziali di complessa lettura e gestione.
    L’Ue, che preferirebbe invece estendere regole multilaterali forti, non esce necessariamente penalizzata da questa nuova realtà, ma dovrà imparare a negoziare con maggiori flessibilità
    (accordi diversi per parters diversi, non sempre facile da farsi per la complessa macchina negoziale europea, nella quale intervengono Consiglio, Commissione, Parlamento e sensibilità politiche nazionali, nonchè una sempre più potente rete della società civile).
    Chi sicuramente soffrirà di più dall’insuccesso di Doha saranno proprio quelli che dovevano esserne i principali beneficiari: i paesi meno sviluppati. In un complessa rete di accordi bilaterali, chi si curerà di negoziare con loro? Le economie emergenti attireranno l’interesse di tutti, quelle meno sviluppate di ben pochi.
    Chi, nel mondo dell’ attivismo sociale, gioisce per la “sconfitta dell’OMC”, forse dovrebbe pensare anche a questo paradosso.

  • Il Foro sociale mondiale da Porto Alegre a Bombay

    Il Foro sociale mondiale da Porto Alegre a Bombay

    Dare un giudizio complessivo su un evento multiforme e variegato come il Foro sociale mondiale (Wsr), giunto quest’anno alla sua quarta edizione, è impresa assai complicata. Il Foro è la traduzione politica di una rete di reti, impossibile non averne una visione che non sia per definizione parziale. La sensazione che si ha partecipando è più o meno quella che si può avere navigando in Internet: vi si può trovare di tutto, la tentazione di saltare senza pause da un tema all’altro è fortissima. Quasi 100.000 partecipanti, migliaia di dibattiti, conferenze, mostre, attività culturali sui temi più svariati. Anche mettendoci tutta la buona volontà non si può partecipare che a una manciata delle attività previste.

    Ferme restando queste premesse, cercherò di riflettere su quella che mi sembra essere la tendenza del WSF dalla sua creazione a oggi: il fatto d’aver partecipato alle precedenti edizioni, tutte svoltesi a Porto Alegre, e a quella di quest’anno a Mumbai (ex-Bombay) mi permette perlomeno di paragonare sensazioni.

    Il Foro sociale mondiale nacque come idea nel 2000, per opera di un gruppo di intellettuali brasiliani legati al PT (Partido dos Trabalhadores), allora all’opposizione e attualmente al governo in Brasile. L’idea era quella di creare un contraltare rispetto al Foro economico mondiale di Davos (WEF), notissima riunione dei VIP mondiali che si celebra ogni gennaio
    nella stazione alpina svizzera, divenuto col tempo un appuntamento obbligato dei potenti del pianeta.

    L’idea era che, di fronte a una visione prevalente d’inevitabilità della globalizzazione e dei suoi effetti economici, rimasta nella pratica senza alternative dopo la caduta del muro di Berlino, fosse necessario creare uno spazio per i movimenti della società civile, molto meno in grado rispetto a stati, organismi internazionali e imprese di strutturare tra loro contatti stabili.

    A fronte di interessi economici in comunicazione costante tra loro e in grado di influenzare efficacemente il corso degli avvenimenti, gli operatori sociali si trovavano tendenzialmente isolati l’uno dall’altro, spesso alle prese con problemi simili ma non in grado di scambiare
    esperienze e di raggiungere una massa critica sufficiente per influenzare le scelte della politica su scala mondiale.

    Accanto a questa inadeguatezza strutturale dei movimenti della società civile, paradossalmente sempre più presenti nel dibattito politico a causa della riduzione complessiva della sfera d’azione pubblica operatasi un po’ ovunque a partire dagli anni ottanta, appariva anche la debolezza crescente o incapacità manifesta della maggior parte degli attori statali, perlomeno nei paesi in via di sviluppo, di partecipare efficacemente alla presa di
    decisioni politiche internazionali.
    Da qui l’impressione che un numero ridottissimo di attori (stati sviluppati, organismi economici multilaterali, multinazionali) stesse in pratica decidendo, in maniera esclusiva, delle sorti del mondo.

    L’altro paradosso era, ed è, che, contrariamente alle illusioni dei primi anni novanta, il ciclo virtuoso di diffusione degli effetti benefici della democrazia e dell’economia di mercato, che avrebbe dovuto trasmettere a pioggia il benessere da un capo all’altro del pianeta una volta superate le divisioni ideologiche, non si è verificato. O perlomeno non nelle proporzioni previste.

    Gli effetti negativi della globalizzazione sono chiaramente visibili: è discutibile se
    essi siano in aumento o in che misura siano legati a problemi di squilibrio delle relazioni internazionali o a problemi di governance. Ma è chiaro che la divisione tra nord e sud del mondo esiste, anche se essa non è così lineare come alcuni vorrebbero: esiste un nord del sud
    (le élites economiche in sintonia con i nuovi valori imperanti nel mondo globale) e un sud del nord (popolazioni dei paesi sviluppati spiazzate dalle nuove caratteristiche delle economie post-industriali). La linea divisoria corre sostanzialmente lungo la cosiddetta digital divide, che misura l’apertura al mondo dei vari soggetti.

    L’idea brasiliana non a caso è nata in quell’America Latina il cui ritardo di sviluppo era stato tradizionalmente indicato dalla sinistra nei meccanismi che ne accentuavano la dipendenza economica.
    All’epoca, il principale teorico di tale teoria, FH. Cardoso, governava il Brasile rinnegando buona parte dei postulati teorici da lui stesso elaborati. Il progetto brasiliano trovava immediata eco in
    Francia, dove un’opinione pubblica fortemente orientata verso un rifiuto della globalizzazione all’americana si trovava in sintonia con questa visione critica. Le Monde Diplomatique contribuì a internazionalizzare e a dare visibilità a tale fronte alternativo.
    Ma bisogna sin d’ora chiarire un punto: anche se la stampa e molti osservatori si sono semplicemente limitati a catalogare il WSF come una coalizione di antiglobalizzazione, questo non era affatto l’orientamento originale: il Foro sociale è anch’esso un prodotto della globalizzazione, non potrebbe rinnegarla. L’enfasi iniziale, che prevarrà nei primi anni,
    sarà quella della possibilità di un’”altra” globalizzazione, inclusiva e non esclusiva, attenta agli effetti sociali e non solo a quelli economici.

    In quest’ambito, le derive violente degli anti-global da Seattle a Genova hanno
    ben poco a che spartire con l’essenza del movimento di Porto Alegre, totalmente
    non violento.
    Il primo Foro di Porto Alegre (gennaio 2001) costituisce il banco di prova dell’esperimento: si riuniscono associazioni, si definiscono chiavi di lettura della globalizzazione “vista dal basso”. Il successivo Foro 2002, divenuto già un evento di prima grandezza, si struttura attorno a delle tematiche centrali che divengono il filo conduttore di dibattiti e iniziative. Su ogni tema vengono elaborati dei documenti finali che vogliono essere la base di lavoro per le collaborazioni spontanee tra associazioni di ogni parte del mondo, la Carta di Porto Alegre definisce i principi di base per aderire al movimento più che le risposte ai problemi sollevati.
    La sfida dell’11 settembre è naturalmente notevole: la stragrande maggioranza del movimento della società civile condannerà gli attentati, ma nel Foro 2002 era già percettibile l’onda montante “anti-imperialista”, ideale ai fini della vecchia sinistra di ritorno. Tale fenomeno è legato non agli attentati ma alla reazione americana prima in Afghanistan e poi in Iraq, giudicata illegittima e premeditata dalla maggior parte delle associazioni.

    A tre anni dal primo Foro, a che punto siamo con l’elaborazione dell’altro mondo possibile (“Another World is Possible” è il motto del WSr)?
    Alcune delle impressioni che ci ha lasciato Mumbai 2004 sono positive:

    1. Il Foro è stato organizzato per il quarto anno consecutivo, riunendo circa 100.000 rappresentanti della società civile. Il fatto che il luogo di svolgimento fosse Bombay ha naturalmente facilitato la partecipazione di asiatici e anche africani, assai poco rappresentati nelle edizioni precedenti del Foro, nelle quali la partecipazione era essenzialmenté europea e latino-americana. In questo caso, molti europei (con una rappresentanza più variegata rispetto alla prevalenza di francesi, italiani e spagnoli che si riscontrava a Porto Alegre), un buon numero di latinoamericani, un numero crescente di statunitensi, mobilitati essenzialmente dal movimento anti-guerra, e naturalmente una nutritissima rappresentanza di asiatici (assente la Cina). Buona anche la partecipazione africana.
      Il che significa che, in quattro anni, il movimento di articolazione della società civile sta raggiungendo un maggiore equilibrio geografico, sull’asse nord-sud e tra i continenti.
      È un risultato importante, perché non bisogna dimenticare che il primo obiettivo del movimento di Porto Alegre era la strutturazione di una rete mondiale di realtà interessate a sviluppare un approccio alternativo alla globalizzazione.
      Tra l’altro, tutto è basato sull’autofinanziamento, perché il WSF ha rifiutato contributi pubblici (salvo l’uso di strutture quali il campus dove si è svolta la manifestazione). È comunque vero che quasi tutte le ONG ottengono la maggior parte dei fondi da contributi pubblici, anche se non diretti esplicitamente alla partecipazione al WSF. Ma il Foro come tale non dipende da sovvenzioni.
    2. L’atmosfera a Bombay era, come anche a Porto Alegre, del tutto gioiosa e festiva. Fin troppo carnevalesca, se proprio vogliamo. Grande spirito egualitario, tutti i delegati sullo stesso piano, il ministro come il partecipante individuale con la stessa tessera e gli stessi diritti. Nessun tappeto rosso per i VIP. Una bella sensazione, un po’ anarchica ma rinfrescante.
      Anche questo è importante, perché significa che il movimento riesce a tenere fuori provocatori e disturbatori: se pensiamo agli effetti deleteri per la credibilità dei critici della globalizzazione derivante da gruppi come i Black Block, o al fatto che gruppi di estrema destra si dicano anch’essi contrari alla globalizzazione (a Bombay era temuta l’infiltrazione di militanti del Shiv Shena, il movimento integralista hindù e anti-islamico la cui roccaforte è proprio lì), contribuendo ad alimentare la confusione, riuscire a preservare un ambiente festivo e tranquillo quando si riuniscono decine di migliaia di persone dalle caratteristiche le più dispari è un fatto positivo.

    Veniamo alla sostanza dei dibattiti: la mia impressione è che il movimento per un’altra globalizzazione (ora denominato “alter-global”) si stia avvitando su se stesso, perdendo in questo modo gran parte del potenziale derivante dalla constatazione degli oggettivi limiti del modello di sviluppo prevalente.

      Uno dei punti di forza sottolineati prima, quello della democraticità e orizzontalità del movimento, diviene un punto di debolezza nel momento in cui i molti spunti/idee/denunce non vengono canalizzati in una piattaforma di proposte. A Porto Alegre 2001 si era fatta un’analisi
      delle anomalie della globalizzazione, identificando delle linee d’azione, tema per tema. A Porto Alegre 2002 si è lavorato su quelle linee e formulato proposte, alcune fattibili, altre irrealizzabili. Da allora in poi il WSF non ha sviluppato questa concezione strategica, ma si è rifugiato da un lato nello sviluppo di microreti, dall’altra ha dimostrato un’incapacità di legare tali micro-reti di idee/organizzazioni in una visione globale.

      O meglio, la visione globale c’è, ma è talmente poco declinata da rendere superfluo tutto il gran lavoro di analisi che vi sta dietro: no all’imperialismo, nuovo ordine economico internazionale, abolizione degli organismi fautori del consenso di Washington (FMI, BM, Омс есс.), superamento del capitalismo, ritorno al localismo per arginare i mali della globalizzazione.
      Per giungere a tali conclusioni non credo ci sia bisogno di mobilitare tante energie, chiunque può sognare di fronte al suo Pc. Come si dice in spagnolo, no es por aquí no van los tiros…
      Vari sono i motivi che portano a questa radicalizzazione. A mio avviso sono i seguenti:

      1. Organizzativo: la bellezza della democraticità assoluta porta a far sembrare illegittimo ogni tentativo di gerarchizzazione delle priorità da parte di qualcuno (partiti, comitato organizzatore ecc.)
        Questa caratteristica piacerà a chi ha simpatie per l’anarchia, ma il destino nel quale è incorsa tale opzione politica dovrebbe servire da monito. A un certo punto bisogna sforzarsi di sintetizzare e formulare proposte possibili.
      2. Politico: è vero che la radicalizzazione del dibattito politico a scapito del dialogo costruttivo, della capacità d’ascolto è una caratteristica del mondo d’oggi, acceleratasi dopo 1’11 settembre. La famiglia politica conservatrice lo è sempre di più, l’uso di termini ideologici senza significato è divenuto sempre più frequente proprio quando le ideologie sarebbero invece morte, la politica “neutra” e “tecnica” vuole presentarsi come amorfa quando è in realtà tremendamente ideologica, ma accusa chi dissente di essere a sua volta schiavo delle ideologie.
      3. Conseguenze della situazione internazionale: la guerra in Iraq ha monopolizzato l’attenzione del Foro di Bombay, trasferendo in pratica il centro dell’attenzione dal dibattito sull’altra globalizzazione alla lotta contro l’imperialismo. Il motto di quest’anno era: “è la stessa lotta”.
        È chiaro che l’anti-multilateralismo americano, la guerra preventiva, i comportamenti contrari al diritto internazionale sono manifestazioni di radicalità politica che possono avere come effetto il pessimismo cosmico. Da qui la radicalizzazione nell’altro senso. Ma è tra i due estremi che bisogna costruire.
      4. Generazionale: il movimento è composto essenzialmente da due blocchi generazionali; da una parte i ventenni, ancora al di fuori del mondo professionale, e legittimamente perplessi su molti aspetti del mondo che li circonda. Dall’altra i cinquanta-sessantenni reduci dal ’68 che ritrovano d’incanto un’audience perduta. “La nostra battaglia è la stessa, anche noi eravamo anti-globalizzazione ante litteram, il nemico è sempre lo stesso”.

      In questo quadro, la caduta del muro di Berlino diviene un dettaglio senza importanza, e un movimento nato come aideologico e aperto, euristico, tende a venire monopolizzato dai vecchi maestri, che le risposte le hanno già: le tirano fuori dai loro cassetti impolverati. E le nuove generazioni rimangono a boccа aperta ascoltando formule che già incantarono i loro fratelli maggiori e gentori. Parole cariche di fascino, certo, ma anche drammaticamente insufficienti per affrontare una realtà del tutto nuova.
      E con un appeal politico limitatissimo.
      Di fatto, il movimento di Porto Alegre sta scoprendo il linguaggio del comunismo e dell’anti-imperialismo. La montagna sta partorendo un topolino?
      Prendiamo il caso del commercio. Se Porto Alegre aveva avviato una lettura critica dell’OMC e delle sue insufficienze, sottolineando però la necessità di democratizzare l’agenda della liberalizzazione e il funzionamento dell’organizzazione (risultato: il lancio dell’Agenda per lo sviluppo di Doha, il più bilanciato quadro negoziale della storia del commercio internazionale) al fine di ottimizzare gli effetti del libero commercio su scala globale, gli scarsi progressi ottenuti nei due anni di negoziati e la conseguente/contemporanea radicalizzazione del WSF fanno sì che ora si parli solo di abolizione dell’OMC, nuovo ordine economico internazionale, abolizione dei brevetti, drastica riduzione degli scambi, ritorno all’economia locale.

      Nei dibattiti in materia al Foro non una sola voce discordante, non un solo dubbio in materia. Cancún un trionfo per i movimenti civili sui poteri stabiliti, alla prossima ministeriale di Hong Kong (ottobre) bisognerà ripetere l’esperienza.
      Bloccare tutto.
      Senza se e senza ma, per favorire il ritorno a una fantomatica età dell’oro preOMс e pre-capitalistica nella quale, apparentemente (io purtroppo non c’ero ancora, ma forse altri sono sufficientemente stagionati da averla vista coi loro oсchi) la povertà, le malattie e le ingiustizie non esistevano. Solo latte e miele.

      Inutile cercare di dissentire o di portare la discussione sui dettagli dei singoli punti negoziali (che alternative?). Sono solo “tecnicismi liberali”.
      Su molti altri temi, non si riesce a uscire da contraddizioni lampanti: ad esempio agricoltura e uso delle risorse. Giustissimo rivendicare i diritti delle popolazioni, la preservazione della sovranità alimentare e mettere la museruola a comportanti abusivi delle multinazionali (OGM,
      biopirateria есс.).
      Da questo a concludere che l’agricoltura deve rimanere al di fuori della sfera commerciale il passo è un po’ ardito. Quid degli interessi di decine di paesi la cui competitività è esclusivamente agricola?
      Non sarebbe meglio definire regole più equilibrate per il commercio, per esempio riducendo drasticamente quei sussidi che proteggono artificiosamente l’agricoltura dei paesi più ricchi penalizzando i paesi più poveri? E sbrogliare la matassa della confusione tra i “falsi amici” dei
      paesi in via di sviluppo, come Bové e molti altri, che smaniano per rendere quei sussidi eterni (OMC fuori dall’agricoltura significa proprio questo: mantenere l’autonomia di pagare i sussidi per chi può farlo. Chi non può s’arrangia, alla faccia della globalizzazione alternativa).
      In questo contesto, persino voci intelligemente critiche come uno Stieglitz rіmangono drammaticamente minoritarie. Prevale il clima da stadio e le opinioni catastrofistico-massimalistiche.

      Rimango convinto che la ricchezza del movimento internazionale della società civile possa produrre molto, ma molto di più di un cieco ritorno a un passato idealizzato e teorico. Le energie sono tante, gli spunti spesso buoni. Se si riuscisse a scendere dal treno del millenarismo e cominciare a lavorare tema per tema su ciò che è possibile fare, per costruire un ponte tra l’ideale e il possibile, la società civile potrebbe dare un grande contributo alla politica, drammaticamente a corto di idee.
      Purtroppo un discorso di questo tipo pare non interessi a nessuno: i partiti d’ispirazione liberale o conservatrice non hanno mai seguito con attenzione la realtà del WSF, relegando la visione alternativa della globalizzazione a fenomeno da baraсcone (e alcuni suoi esponenti rientrano e Social Forum fanno davvero di tutto per rispondere a questa definizione); la sinistra moderata si è dapprima avvicinata, salvo scottarsi le dita in un rapporto di disamore del tutto condiviso tra le parti; la sinistra tradizionale salta invece sul cavallo in corsa, ma anziché sviluppare nuove idee cerca di riciclare le vecchie già bruciate dalla storia.

      Non c’è davvero spazio nella politica di oggi (e non parlo solo dell’Italia) per una visione costruttiva ed equilibrata della globalizzazione? Probabilmente sì, ma per svilupparla sul serio è necessario che il movimento di Porto Alegre non si faccia incantare dalle sirene del vecchio, e prenda l’iniziativa per costruire nuove proposte. Lo può fare, e i risultati potrebbero essere piacevolmente sorprendenti.

    1. La riunione ministeriale Омс a Cancún: a che punto siamo con l’Agenda dello Sviluppo proposta a Doha?

      Il fallimento del lancio del cosiddetto Millennium Round a Seattle aveva segnato un momento fondamentale nella storia dell’Organizzazione mondiale del commercio (Oмс) e in fondo della stessa diplomazia multilaterale: da quel momento in poi, apparve chiaro a tutti che, a fronte delle forti opposizioni esistenti a un’estensione indiscriminata della liberalizzazione commerciale, era tramontata l’epoca in cui i grandi (USA e UE) potevano imporre l’agenda agli altri. Tali opposizioni derivavano essenzialmente dalla consapevolezza che i benefici della globalizzazione non sono equilibrati: senza meccanismi correttivi e misure ad hoc per i paesi in via di sviluppo, questi ne avrebbero tratto ben pochi vantaggi, a scapito dei loro processi di sviluppo e degli equilibri planetari. A Seattle emerse poi che tale scetticismo nei confronti della liberalizzazione senza limiti era condiviso anche da parti significative delle popolazioni del nord.

      L’Agenda per lo Sviluppo di Doha, rubricata a fine 2001, impostò in maniera molto diversa il nuovo ciclo di negoziati commerciali, accentuando gli aspetti in grado di sostenere una maggiore partecipazione al commercio e quindi una maggiore crescita ai paesi del Sud.

      La riunione ministeriale di Cancún (10-14 settembre) è chiamata a fare un bilancio a metà strada dei negoziati intrapresi a Doha, la cui conclusione è prevista per il dicembre 2004.

      A che punto siamo in tali negoziati? Prendiamo in considerazione gli aspetti principali su cui si centreranno i dibattiti in Messico.

      In primo luogo, è stato appena raggiunto, e sarà ratificato a Cancún, un importantissimo accordo relativo alla commercializzazione di farmaci necessari per la lotta contro malattie molto diffuse nei Pvs (AIDS, tubercolosi, malaria). Il raggiungimento di tale accordo è stato molto difficile, ma il tema aveva assunto una tale centralità nell’agenda che sarebbe stato impossibile evitare un fallimento totale a Cancún senza uno sbocco positivo su di esso prima della conferenza. Grazie a tale accordo, i diritti di brevetto su farmaci essenziali nel trattamento di tali malattie, detenuti nella maggior parte dei casi da aziende farmaceutiche americane ed europee, sono sospesi nei paesi in cui l’incidenza di tali malattie è pesante. Aziende locali potranno produrre a prezzo di costo per il mercato nazionale, e anche esportare i farmaci a basso costo in paesi che non dispongano di tale capacità produttiva. La confezione di tale farmaco dovrà però essere dissimile da quella originale e tali prodotti non potranno essere smerciati nei paesi sviluppati, dove le royalties continueranno a valere.

      In definitiva, un buon accordo, che permetterà l’accesso a medicine essenziali a milioni di persone per le quali esse erano proibitive.

      Un buon esempio di come un foro multilaterale come l’OMC, se ben usato, possa portare a risultati positivi per l’umanità. Siamo proprio al cuore dell’ agenda di Doha!

      Da notare che la proposta, d’origine brasiliana e sudafricana, sia stata abbracciata dall’UE sin dagli inizi, e osteggiata sino all’ultimo dall’industria farmaceutica USA, che alla fine ha dovuto cedere.

      Scorriamo brevemente gli altri punti dell’agenda:

      Agricoltura: un tema chiave. Il commercio agricolo rimane molto meno libero di quello industriale e dei servizi. L’Ue ha presentato delle proposte d’apertura dei mercati compatibili con la recente riforma della PAC (Politica agricola comune). Esse sono sostanziali, ma considerate non sufficienti dai paesi esportatori (Gruppo di Cairns) e dagli USA (a loro volta protezionisti ma seguendo un modello diverso da quello europeo). In discussione l’intero sistema dei sussidi agli agricoltori, soprattutto i sussidi all’esportazione, che dovrebbero sparire alla fine di questo negoziato ma su cui l’Ue è restia a prendere impegni precisi. Il dibattito a Cancún sarà molto vivo soprattutto su questo.

      Prodotti industriali: sul tavolo la discussione sulle formule da usare per l’ulteriore riduzione dei dazi industriali, nonché la proposta di liberalizzare completamente il commercio in 7 settori-chiave per i Pvs (tessile, elettronica, gioielleria, cuoio e derivati…).

      Servizi: non saranno un punto centrale a Cancún, ma si farà un resoconto delle diverse offerte presentate dagli stati membri.L’UE l’ha già fatto e ha offerto unu’apertura di certi settori (soprattutto alte tecnologie) a professionisti dal resto del mondo, ma non, come alcuni prevedevano, nei settori della sanità e dell’educazione.


      Indicazioni geografiche: l’UE, sostenuta da altri, richiede l’estensione della protezione delle denominazioni d’origine al di là degli alcoolici, l’unico settore nel quale essa esista. Sono contro gli esportatori agricoli, tra cui gli USA, che producono prodotti contraffatti. Scarse le possibilità d’accordo a Cancún.

      Nuovi temi: sono i cosiddetti temi di Singapore. Si tratta di quattro settori attualmente non coperti da regole dell’Oмс ma fortemente legati al commercio (investimenti, concorrenza, facilitazione commerciale, trasparenza degli appalti pubblici). I paesi sviluppati gradirebbero l’apertura di negoziati tesi alla definizione di un quadro di regole minime multilaterali. Un certo numero di paesi in via di sviluppo teme l’estensione delle competenze OMC e l’ulteriore riduzione del loro spazio di manovra.


      Difficile prevedere l’esito delle discussioni a Cancún, probabilmente legato a progressi in altre parti dell’agenda (in primis sull’agricoltura)

      Trattamento speciale e differenziato: si tratta della definizione di un pacchetto di regole specifiche a favore dei paesi in via di sviluppo, per aiutarli a inserirsi maggiormente nei circuiti del commercio internazionale, e a partecipare più attivamente all’OMc e al suo sistema di soluzione delle controversie.

      Altri saranno gli argomenti all’ordine del giorno, ma quelli elencati sono i principali.

      Cancún non conclude il ciclo negoziale, ma è fondamentale che si facciano dei passi avanti nella direzione indicata a Doha. I negoziati commerciali hanno il pregio di poter offrire soluzioni favorevoli a tutti (win-win), ma per questo è necessario negoziare con realismo e talvolta, generosità. Sinora, l’UE ha fatto prova di entrambi, ma ancora molto resta da fare, specie sul tema sensibile dei sussidi agricoli.

      Dopo Cancún commenteremo i risultati della conferenza: non è chiaro se i negoziati termineranno davvero nel 2004, ma quello che è certo è che l’OMс è un foro di straordinaria rilevanza, da seguire con attenzione. E quando lo si fa, si scopre che la realtà è molto più ricca e complessa di quanto i fanatici di entrambi i bandi affermino.

    2. La crisi argentina

      La crisi argentina

      La situazione di acuta crisi che sta vivendo l’Argentina evolve di giorno in giorno: nel momento in cui scriviamo (1 aprile 2002) non possiamo essere per nulla sicuri di quale sarà la situazione istituzionale ed economica del Paese al momento dell’uscita della rivista. L’evoluzione degli avvenimenti da dicembre a oggi è stata talmente rapida, e i punti interrogativi tanti e di tale complessità che sarebbe illusorio pensare di poter valutare la situazione attuale come definitiva o stabilizzata. Sembrano passati secoli, ed è invece passato solo un anno, da quando Domingo Cavallo tornò alle redini dell’economia argentina come super ministro dotato di poteri eccezionali (aprile 2001).

      Un anno più tardi, non solo Cavallo ha fallito completamente nella sua missione, ma il presidente De la Rúa, che aveva puntato alla disperata su di lui come ultima carta per salvare la propria Presidenza ha dovuto dimettersi. In assenza di un vicepresidente (Chacho Alvárez, vicepresidente di De la Rúa, si era dimesso qualche mese prima senza essere sostituito),e di fronte all’evaporazione politica dell’alleanza di Governo tra radicali e Frepaso, tra l’altro divenuta minoritaria dopo le elezioni legislative dell’autunno, il Congresso a maggioranza peronista ha
      eletto un presidente, Adolfo Rodríguez Sáa, per reggere la Presidenza ad interim fino al 3 marzo 2002, giorno nel quale si sarebbero dovute svolgere nuove elezioni con una formula assai originale, che avrebbe permesso a ogni partito di presentare diverse candidature.

      A Rodríguez Sáa, che assunse il potere senza dare l’impressione di essersi reso conto della gravità della situazione del Paese, lanciandosi in annunci populisti e insensati, è però venuto a mancare l’appoggio dei pezzi grossi del peronismo, poco disposti a condividere con il neo presidente i costi di una gestione pressoché disperata e di bruciarsi in vista delle elezioni di marzo. Rodríguez Sáa si dimette dalla carica dopo una settimana. Il 1° gennaio, il Congresso elegge a sua volta Eduardo Duhalde, il candidato peronista sconfitto nelle elezioni del 1999, che assume la Presidenza sino alla fine del mandato non completato da De la Rúa (fine 2003). Dopo l’insuccesso di Rodríguez Sáa e tenendo conto dei disordini in piazza (30 morti nei giorni della caduta di De la Rúa, frequenti assalti a istituzioni e supermercati, sdegno della popolazione espresso mediante manifestazioni pacifiche ad altissima partecipazione (i cacerolazos), la maggioranza politica considera che non esistano le condizioni per una competizione elettorale. Due mesi dopo, la presidenza Duhalde è a sua volta alle prese con serissimi problemi, e solo la mancanza di alternative fattibili sembra tenere in piedi un Governo debolissimo. Ma non è per niente sicuro che Duhalde ce la possa fare. La crisi è totale: politica, economica, sociale. La convertibilità peso/dollaro, pezza chiave della politica economica argentina nell’ultimo decennio, è saltata, così come il tentativo del governo Duhalde di mantenere sotto controllo la quotazione del peso all’interno di una fascia tra 1 e 1,4 peso per dollaro.

      Oggi il Paese è sul bordo dell’anarchia, l’economia è praticamente paralizzata, il peso è in caduta libera (la settimana scorsa ha raggiunto anche i 4 peso per dollaro, per poi ritornare su valori inferiori ai 3 peso, lontanissimo comunque dalla parità artificiale che aveva imperato per dieci anni), l’inflazione è fuori controllo (i prezzi sono già aumentati del 50 per cento negli ultimi tre mesi, si teme un ritorno dell’inflazione a tre cifre, un pericolo che sembrava ormai scongiurato dopo un decennio “virtuoso”), le previsioni sulla crescita economica per il 2002 catastrofiche.

      Il tutto condito da un’assoluta indeterminazione delle scelte strategiche sul futuro (il bilancio statale 2002 è stato арprovato in base a delle previsioni ottimisticamente irreali che lo rendono in pratica carta straccia), dall’assenza di credibilità politica sia nelle file della maggioranza peronista, divisa al suo interno sul cammino da intraprendere, sia in quelle di un’opposizione assente e tagliata fuori da tutte le scelte dopo il fallimento della Presidenza De la Rúa, dalla mancanza di credibilità di tutti i poteri dello Stato (all’inefficacia dell’esecutivo e del legislativo corrisponde, infatti, l’immagine al di sotto di ogni sospetto di un giudiziario molto caratterizzato politicamente, e quindi invischiato nella crisi generalizzata del Paese), dalla disperazione di milioni di argentini alle prese con problemi di sussistenza cui non erano abituati, e i cui risparmi vanno in fumo.

      Difficile immaginare una situazione più grigia di quella che l’Argentina di oggi sta affrontando, aggravata anche dall’improvvisa indifferenza degli organismi finanziari internazionali, che, condizionati anche da un atteggiamento di notevole chiusura dell’Amministrazione Bush, sembrano assai poco disposti a venire in soccorso di Buenos Aires con misure concrete.

      L’Argentina di oggi, ex allieva modello delle istituzioni di Bretton Woods, è drammaticamente in balia di se stessa, e non sembra in grado di poter vincere la sua sfida.
      Tenendo conto di tali premesse, e dell’alto grado d’incertezza attuale, penso valga la pena fare qualche riflessione di carattere più generale sugli insegnamenti della crisi argentina piuttosto che entrare nei dettagli d’una situazione tutt’altro che definita.
      La prima questione da porsi è la seguente: se l’Argentina è stata per anni additata come l’esempio da seguire in termini di liberalizzazione dell’economia, privatizzazioni, risanamento dei conti pubblici, sistema monetario, com’è possibile che in pochi mesi lo scenario si sia deteriorato così drammaticamente?
      È tutta colpa loro, come un po’ ipocritamente il segretario americano al Tesoro Paul O’Neill afferma a ogni piè sospinto, o c’è qualcosa che non va nel sistema finanziario internazionale?
      E ancora: la situazione dell’Argentina di oggi è il risultato d’una politica economica sbagliata dell’ultimo governo, o affonda le sue radici in contraddizioni di più lungo periodo? I problemi argentini sono strutturali o congiunturali?

      A mio modo di vedere, la crisi di oggi è il risultato, a un tempo, dell’ostinazione nel mantenere in vita un modello economico che aveva già esaurito il suo compito, e della mancanza di decisione delle autorità argentine nell’intraprendere delle riforme a fondo del sistema competitivo del Paese quando lo scudo protettore del sistema di currency-board lo permetteva.
      Più indietro nel tempo, la crisi argentina di oggi è il frutto di una serie di scelte, o per meglio dire di non-scelte, effettuate dai successivi Governi argentini nell’ultimo secolo, o più precisamente dal 1880 a oggi. La nostra tesi è che coincidono nel manifestarsi della crisi argentina fattori di corto periodo (uscita tardiva dal modello di currency-board, insufficienze
      nel processo di modernizzazione dell’economia) con fattori strutturali che vengono limitando le potenzialità argentine già da molto tempo.

      Dal 1880 al 1930, l’economia argentina fondò la sua crescita su un modello agro-esportatore, pienamente inserito nello schema commerciale internazionale britannico. L’Argentina esportava prodotti agricoli e importava prodotti industriali dall’Europa, essenzialmente dalla Gran Bretagna. Tale commercio permise al Paese il raggiungimento di redditi pro capite non distanti da quelli prevalenti in Europa all’epoca, e una rispettabile partecipazione nel commercio mondiale del 3 per cento.

      La crisi patita dall’Argentina a partire dalla prima guerra mondiale e dall’indebolimento del sistema commerciale britannico mise in evidenza l’eccessiva dipendenza del Paese dal commercio internazionale. Da questa constatazione prende l’avvio una seconda fase della
      storia economica argentina, che va dal 1930 al 1975. Il nuovo modello economico era basato sulla sostituzione delle importazioni, mediante un processo d’industrializzazione a forte connotazione di capitali pubblici (era d’altronde il modello prevalente all’epoca in tutti i
      paesi d’industrializzazione tardiva).
      I risultati furono apprezzabili, sia in termini industriali che infrastrutturali. Durante il periodo peronista, un grandissimo sforzo in termini d’aumento del potere d’acquisto delle classi lavoratrici e ambiziose politiche in materia sanitaria, educativa e sociale portarono a una significativa crescita della qualità della vita di tali classi, su cui Perón aveva fondato
      il suo consenso. Le Presidenze Perón, e soprattutto la prima (1946-1951), trionfale, crearono l’illusione di una potenza argentina con ambizioni mondiali.
      Ma quello fu un miraggio, che era più frutto di una particolare situazione congiunturale, dovuta agli effetti della seconda guerra mondiale e all’impoverimento relativo delle principali potenze industriali mondiali, che il risultato di un’effettiva solidità del sistema produttivo argentino. La bilancia commerciale industriale argentina sarà infatti in permanente disavanzo per tutto questo реriodo, e l’Argentina non riuscirà in alcun momento a proporsi come potenza industriale innovativa.

      A partire dal 1976, la dittatura militare impone al Paese un modello neoliberale ortodosso. Il fulcro dell’economia passa dal settore industriale a quello finanziario, le finanze pubbliche vanno fuori controllo. Il ritorno alla democrazia avverrà in un contesto di tale catastrofe
      economica da provocare le dimissioni del pur carismatico e popolare presidente radicale Raúl Alfonsín (in Argentina si scherza amaramente sulla pericolosa propensione dei presidenti radicali a non terminare i loro mandati elettivi).
      I due mandati Menem (1989-2000) furono improntati all’idea della liberalizzazione: deregulation, privatizzazioni, apertura commerciale, liberalizzazione dei mercati del lavoro e dei servizi, integrazione economica regionale nel quadro del Mercosur. Un’autentica rivoluzione per l’Argentina, il cui caposaldo diviene il sistema di currency-board (parità 1-1 tra il peso e il dollaro). Tale misura, radicale quanto efficace, ebbe per merito quello di strangolare l’inflazione, che aveva avuto effetti destabilizzanti negli anni ottanta.

      In realtà, possiamo affermare che un sistema di questo tipo è sostenibile nel corto-medio periodo. Ma, a differenza del Brasile, che una volta sconfitta l’inflazione mediante il piano REAL, abbandonò dopo quattro anni la parità quasi fissa col dollaro (modello di svalutazione controllata a un tasso del 7,5 per cento annuale), in Argentina la parità fissa peso-dollaro era divenuta un tale orgoglio nazionale che nessuno osava metterne in dubbio i meriti. Farlo significava l’ostracismo politico, dato che nel frattempo le classi medie si erano indebitate in dollari, confidando nell’affidabilità a lungo periodo del sistema. Tali meriti erano esistiti, questo è indubbio, ma col passare del tempo, specie dopo la crisi finanziaria brasiliana e l’abbandono
      da parte del vicino del modello monetario sopra descritto, l’economia argentina si vedeva sempre più soffocata da una camicia di forza che annientava la competitività dei prodotti argentini e aumentava spettacolarmente il costo della vita.

      Se a questo aggiungiamo uno spettacolare aumento dell’indebitamento estero, quintuplicatosi dal 1975 al 2000, ma aumentato soprattutto nel decennio Menem, possiamo concludere che la liberalizzazione “selvaggia” dell’economia e della società argentine, pur avendo degli effetti sicuramente benefici, era comunque fondata su basi fragili.

      Ma il problema non era solo monetario: certo, era illusorio pensare di rendere permanente la parità fissa con il dollaro cementandola solo su basi finanziarie. Le riserve in dollari detenute dall’Argentina erano infatti tali da far pensare ai responsabili politici che la situazione finanziaria argentina fosse inattaccabile.

      Dal punto di vista strettamente tecnico sì, dato che le riserve in dollari erano equivalenti alla massa monetaria in peso, cioè la parità fissa era fisicamente garantita. Ma è stata l’asfissia dell’economia produttiva che ha portato alla crisi. Come pensare che un’economia come quella argentina, basata oggi come un secolo fa sull’esportazione di materie prime (oggi grano, soia, carni e petrolio), possa dar luogo a una parità monetaria permanente nei confronti di un’economia come quella americana, quaranta volte superiore in termini di volume e protagonista, nel corso degli anni novanta, di una straordinaria crescita della produttività basata sulle nuove tecnologie?

      Il miraggio della dollarizzazione può servire in un Paese come Panama, talmente piccolo da non avere nessuna pretesa né peso nel commercio internazionale. Per un Paese intermedio come l’Argentina rinunciare ad avere una moneta nazionale per adottare permanentemente una moneta forte è uno scenario ipoоtizzabile solo per un certo periodo, nel quale l’esistenza di un’ancora cambiale può essere utile per stabilizzare l’economia. Ma tale scelta non è sostenibile nel lungo periodo, specie nel contesto di una globalizzazione finanziaria che rende
      carissime le risorse disponibili per i paеsi emergenti.

      L’errore di Cavallo e dei suoi non è stato quello di puntare sul currency-board, ma piuttosto d’insistere su tale modello quando esso aveva ormai fatto il suo tempo. In economia esistono molti modelli teorici che hanno una loro validità pratica. Ma nessuno di loro sarà valido in tutte le circostanze: l’economista che pretenda d’avere identificato il modello onnicomprensivo, adatto a tutte le situazioni, mente o semplicemente si sbaglia. De la Rúa, incapace di far fronte alla sfida d’un’economia improduttiva e per di più ingessata, richiama Cavallo illudendosi delle doti taumaturgiche di costui. America Gli sono concessi poteri pressoché assoluti per portare avanti tutte le riforme necessarie per ridare fiato al modello-Paese.

      Di che cosa si trattava? La vera grande manchevolezza degli anni Menem non fu l’errore nel regime monetario, che errore non fu se non per eccesso d’insistenza. Non fu neanche l’attenzione limitata al sociale, che fu una conseguenza, non una causa. Non fu l’eccesso di corruzione, che pure esistette. Ma lo scarso rigore del processo di liberalizzazione.

      Le privatizzazioni argentine, effettuate a passo di carica negli anni novanta, sono il frutto di una visione limitata e parziale del concetto di privatizzazione. In quegli anni prevaleva l’idea, di stampo thatcheriano-reaganiano, che il pubblico era il male e il privato il bene. Per definizione e senza equivoci. Privatizzare era un bene in sé. Quest’approccio alla questione prevalse un po’ in tutto il mondo e oggi, dopo dieci anni di funzionamento di quel tipo d’operazioni, sappiamo che una privatizzazione non va valutata in termini ideologici, ma deve dare risultati in termini di maggior efficienza del mercato e maggior scelta e qualità per il consumatore.

      Negli anni ottanta, e in Argentina nei primi anni novanta, si privatizzò senza tener conto di che nuovo mercato si stesse costruendo. Si vendeva al miglior offerente, senza pensare a definire un nuovo quadro di regole, a effettivo beneficio dell’economia nel suo complesso. La logica era di cassa, e tremendamente ideologizzata. Nel mondo intero, le privatizzazioni ben concepite e ben attuate hanno portato a un miglior funzionamento del mercato, composto da operatori in maggioranza privati, ma non necessariamente, operanti all’interno di un sistema di regole eque.

      Le privatizzazioni fatte astraendo da questo quadro hanno dato risultati pessimi, e questo è stato specialmente vero in settori come i trasporti o l’energia, che hanno dato problemi un po’ ovunque.
      Negli anni di Menem in Argentina si privatizzò tutto così: in alcuni settori (telecomunicazioni su tutto) le cose sono migliorate spettacolarmente, in molti altri il nuovo contesto economico non ha fornito quegli stimoli virtuosi alla concorrenza che sono il principale risultato positivo d’una privatizzazione.
      Nel corso degli anni novanta l’Argentina ha perso un’occasione d’oro per riscrivere una volta per tutte le regole del funzionamento della propria economia, per definire finalmente un modello economico competitivo e sostenibile. Dopo l’esaurimento del modello agro-esportatore e quello dello Stato-imprenditore, era necessaria una sferzata liberale. Ma essa avrebbe dovuto essere guidata con spirito strategico, sforzandosi di modernizzare davvero l’economia argentina, non semplicemente di farla cambiare di mano. L’approccio puramente finanziario seguito da Menem e Cavallo (che poi ruppero tra loro ma per questioni d’ambizione politica personale) venne buono negli anni in cui il nemico da battere era l’inflazione. Ma questa è come la febbre, è un sintomo di un malessere, non ci si può illudere che una volta messi sotto controllo i prezzi l’economia possa funzionare da sola senz’altri interventi.
      L’Argentina è stata incapace di fondare un modello economico che vada al di là dell’esportazione delle materie prime: nell’anno 2002, il commercio estero argentino dipende dall’esportazione di carne (e ciò nonostante non si riesce a mantenere sotto controllo la febbre aftosa), di grano, di petrolio. È concepibile per un Paese che si vuole moderno e di primo mondo una struttura produttiva con queste caratteristiche? Difficile poter sostenere quest’argomento.
      Negli anni dell’apertura l’Argentina avrebbe dovuto perseguire con ben maggiore decisione la via delle riforme economiche strutturali del proprio sistema produttivo, approfittando della stabilità garantita dal modello monetario e della buona accettazione presso gli organismi
      finanziari internazionali, che avrebbe permesso di finanziare ambiziosi piani di sviluppo.

      Invece le istituzioni e gli imprenditori argentini si sono cullati nelle dolcezze della congiuntura, buttando a mare un’opportunità storica di modernizzare il Paеse. Quando si ripresenterà tale occasione? Di certo non a breve termine, oggi l’Argentina è divenuto un paria internazionale (sull’atteggiamento degli organismi finanziari internazionali ritorneremo).

      Non per nulla il ministro Cavallo, cosciente di queste manchevolezze, chiamò il suo progetto di riforma, portato avanti da aprile a dicembre 2001, piano di “competitività”. Quello era l’obiettivo da perseguire, anche se ormai era tardi. Tardi perché, per motivi politici, Cavallo non poteva abbandonare il suo modello monetario. Non potendolo rinnegare, si dedicò a due obiettivi: allungare la scadenza media del debito argentino, allontanando il momento del soffocamento, e cercare di flessibilizzare il sistema monetario mediante l’ancoraggio sia all’euro che al dollaro, che supponeva una svalutazione di fatto, ancorché parziale, del peso.

      Sul piano internazionale, Cavallo cerca di creare una nuova fiducia internazionale nei confronti del Paese, riversando tutte le colpe della situazione argentina sulla… slealtà del Brasile. Se è vero che a seguito del cambio di regime monetario in Brasile (gennaio 1999) la competitività commerciale argentina all’interno del Mercosur si era considerevolmente ridotta, è anche vero che non era sostenibile per l’Argentina una situazione nella quale la bilancia commerciale era deficitaria nei confronti di tutti i paesi del mondo salvo i soci del Mercosur. Il problema era di fondo: il Brasile seppe veuеre a tempo i limiti della rigidità mone aria, l’Argentina no. Il Brasile ha saputo approfittare della stabilità economica per portare avanti ambiziose riforme strutturali, su cui cementare la propria crescita. Tali riforme hanno bisogno di un’impostazione politica chiara e ferma, ottenuta da Cardoso in Brasile. Questo spiega perché i piani conclusi dal Brasile con l’FMI dopo la crisi finanziaria del 1999 siano riusciti, mentre dieci piani FMI-Argentina siano falliti nell’ultimo biennio.
      Non è solo una questione economica, ma politica: il sistema politico argentino, tanto dal lato radicale che da quello peronista, tanto a livello centrale come periferico, ha fallito nel disegnare i profili di un nuovo Paese.

      Le misure palliative di Cavallo si dimostrarono quindi insufficienti: quando il peggioramento della congiuntura economica internazionale dopo l’11 settembre rende insostenibile la situazione economica argentina (dal 1999 in crescita negativa) la misura per Cavallo è colma.
      L’introduzione del corralito (che fissa a 1000 dollari statunitensi mensili il tetto massimo di fondi ritirabili dal proprio conto bancario), unito al taglio del 13 per cento di stipendi pubblici e pensioni, crea una situazione insostenibile. La piazza non sopporta più Cavallo, il nuovo miracolo non avviene.

      La caduta di Cavallo comporta anche quella di De la Rúa, un presidente onesto ma inerme e inspiegabilmente assente dalla scena. “Frenando de la Dulа”, come lo si è soprannominato in Argentina, dubiterà persino al momento celle dimissioni, per sparire poi completamente dalla scena una volta ceduto il potere all’opposizione.

      Come detto, Adolfo Rodriguez Sáa, governatore peronista della provincia di San Luís, viene eletto presidente provvisorio dall’Assemblea legislativa. Nessuno dei grandi nomi del peronismo (Ruckauf, De la Sota, Duhalde, Reutemann) vuole occupare quel posto per due mesi, loro puntano alle elezioni di marzo.

      Ma il vertice peronista non sembra rendersi conto della gravità della situazione: Rodriguez Sáa dichiara la moratoria sul debito pubblico, e lo fa con un’aria trionfalistica, come se si trattasse di una vittoria per il Paese. Volendo difendere a tutti i costi la parità peso-dollaro, viene annunciata l’emissione d’una nuova moneta, denominata argentino. L’idea è un po’ balzana (e difatti non funzionerà): si mantiene la parità peso-dollaro, ma vista la scarsa liquidità presente nell’economia (bloccata dal corralito, misura tesa a proteggere il sistema bancario dalla bancarotta), si crea una nuova moneta che dovrebbe sostituire tutti i titoli con valori di moneta emessi dalle province (i cosiddetti patacones nel caso di Buenos Aires, ma che altrove avevano nomi pittoreschi come bonfles, quebrachos, bocaflores, lecops e persino evitas).

      Ecco a cosa porta l’intransigenza nella difesa di un modello insostenibile: per mantenere una parità ormai fasulla tra peso e dollaro, si riduce al minimo la quantità di circolante e, nella pratica, il Paese per funzionare ha bisogno d’inventarsi altre monete: si è arrivati a 17 (peso, dollaro, 15 tipi di patacones). L’argentino sarebbe stata la diciottesima valuta del Paese.

      Non era questa la via per risolvere lo strangolamento dell’economia argentina. I Governatori provinciali peronisti con ambizioni politiche lo sanno e non si presentano alla riunione convocata da Rodriguez Sáa per definire le nuove strategie. Rodriguez Sáa se ne va.

      Una volta eletto, Duhalde, un peronista della scuola “sociale”, intesa come oрposta alla fazione neoliberale di Menem, deve prendere atto della situazione e adottare decisioni più realiste rispetto al suo effimero predecessore.

      Il problema-chiave è quello monetario, legato anche all’impopolarissimo corralito. Siccome il nuovo Governo non può permettersi di revocare la misura che limita l’accesso alle banche, cerca di attenuarne gli effetti negativi stabilendo regole più favorevoli per i crediti fino a 100.000 dollari statunitensi e aumentando i tetti massimi previsti per la ritirata di fondi. Si pone fine alla convertibilità mediante l’introduzione di una nuova parità fissa (1,4 peso = 1 dollaro
      statunitense) per il commercio estero, е una quotazione fluttuante per tutti gli altri usi.

      In pratica, chi ha acceso dei crediti in peso/dollari sino a 100.000 dollari statunitensi, li vede “pesificati” a 1,4: sembra una fregatura, ma solo in parte, dato che nel corso degli anni i depositi peso avevano fruttato tassi d’interesse reali altissimi (attorno al 15 per cento). La perdita attuale è netta, ma ancora ragionevole. Per operazioni oltre 100.000 dollari statunitensi, il cambio è quello di mercato.

      Le grandi perdenti sono le imprese, specialmente europee, che sono entrate nel mercato argentino per offrire servizi (telefonia, energia ecc.). I loro contratti di concessione erano legati al dollaro, d’ora in poi le loro entrate saranno in peso svalutati. La situazione, specie nel settore bancario, è critica: molte banche probabilmente falliranno, generando una crisi difficile da controllare.

      Se la quotazione del peso per qualche settimana è rimasta su livelli più o meno ragionevoli, sotto i due dollari, nelle ultime settimane le incertezze derivanti soprattutto dal confuso quadro in materia di riforme e dalla mancanza di prospettive di un intervento internazionale hanno aggravato la pressione sul tasso di cambio, che ha sfiorato quota 4 dollari.

      Il Governo ha dovuto introdurre delle misure draconiane per riportare la quotazione del peso su valori più accettabili, ma la svalutazione della moneta ha già fatto ripartire l’inflazione, che probabilmente avvicinerà le tre cifre alla fine dell’anno: un salto indietro drammatico per l’Argentina, verso periodi che sembravano passati per sempre. Per quanto riguarda la crescita del PIB, le stime attuali parlano di valori attorno al -8,5 per cento nel 2002. Una situazione gravissima, se pensiamo che la crescita del PIB è già negativa dal 1999.

      L’impoverimento del Paese è drammatico: si calcola che il 40 per cento della popolazione viva in situazione di povertà, un fatto grave in un Paese abituato a ben altri livelli di benessere.

      In questo quadro complesso, la comunità internazionale chiede all’Argentina riforme credibili, in materia fiscale, monetaria, d’organizzazione dello Stato. Come già esposto in precedenza, l’Argentina ha perso molte occasioni per riformare sul serio il proprio sistema-Paese, dove convivono situazioni parassitarie, macroscopiche inefficienze, sperperi di fondi pubblici legati a favoritismi politici.

      In realtà non è un problema puramente economico, ma di vera e propria organizzazione del Paese: quando il sistema politico non offre alternative credibili, il settore privato non è efficiente ma vive spesso di favori e rendite di posizione, la giustizia è politicizzata (persino la credibilità del Tribunale Supremo, i cui membri sono notoriamente legati all’ ‘ex presidente Menem e hanno fatto di tutto per liberarlo dalle accuse che gli erano state rivolte nel caso sul traffico internazionale d’armi, è bassissima), cosa rimane?
      Solo la forza delle casseruole, che appresentano l’indignazione di una società civile beffata e derubata. Ma tale sdegno, comprensibile e condivisibile, ha poi bisogno d’essere articolato in un’azione politica positiva, e oggi nessuno in Argentina sembra in grado di raccogliere la sfida.

      È significativo come per uscire da quest’impasse d’idee e di progetti, il Governo Duhalde abbia proposto un’iniziativa di dialogo sociale tripartita: si tratta del cosiddetto “dialogo argentino”, un’istanza di dialogo con rappresentanti della politica, dell’economia e della società argentine portato avanti dal Governo, dalla Chiesa cattolica e dall’UNDP (Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo). In altre parole, gli attori pubblici sono così screditati in Argentina che il Governo ha bisogno dell’aiuto istituzionale della Chiesa e delle Nazioni Unite per elaborаre un nuovo progetto di Paese.

      Forse l’unica lezione positiva che si può estrarre dall’attuale débâcle argentina riguarda il ruolo dell’Esercito: a fronte d’una crisi così profonda di tutta la società, l’esercito argentino non ha nemmeno pensato di scendere in campo). E dire che in passato la presenza delle forze armate nella storia politica argentina è stata molto significativa! Questo significa due cose: in chiave strettamente interna, le forze armate sono uscite triturate dall’ultima dittatura, e non costituiscono più un’alternativa credibile. In chiave latino-americana, si conferma una tesi che difendiamo da tempo su questa rivista: che l’Esercito, così presente in passato nella storia politica del subcontinente, è tornato per sempre nelle caserme, avendo esaurito il suo ruolo pоlitico. La separazione tra sfera civile e militare è ormai netta, e tocca alla società civile assumersi il compito di governare, la scappatoia militare non esiste più. Abbiamo quindi risposto ad alcune delle nostre domande iniziali: la crisi argentina non è solo congiunturale, ma strutturale, ed essa è il risultato d’una serie di fattori alcuni vicini e altri lontani nel tempo.

      Che dire dell’atteggiamento della comunità internazionale? È giusto dire che la crisi è un problema argentino che gli argentini devono risolversi da soli? Certo, gli errori di fondo che abbiamo elencato sono in gran parte interni: se nel corso degli anni la classe politica non ha saputo organizzare il Paese su basi solide ed efficienti le sue responsabilità sono evidenti.

      Ma sino a poco fa l’Argentina era il modello da seguire in materia finanziaria, era il Paese dove le riforme erano state fatte in maniera più radicale (alloro diviso con il Cile), era un mercato promettente ecc. Gli errori di cui abbiamo parlato sono invece antichi. Non sarà che le valutazioni sulla bontà dell’ultimo decennio sono state un po’ affrettate, che non era tutto oro ciò che luccicava nell’era Menem? E soprattutto, gli organismi finanziari internazionali che sino a pochi mesi prima insistevano sulle bontà del currency-board non hanno contribuito ad affondare l’Argentina? Adesso si chiamano fuori, affermando che quelle scelte erano argentine, e che il problema consiste nell’incapacità dei successivi governi di mettere in pratica i piani accordati con il FMI.

      Si richiedono riforme serie, ed è giusto, ma tanto rigore nei confronti del Paese nella congiuntura in cui esso si trova è ipocrita e ingiusto. L’Argentina deve essere aiutata, nell’interesse di tutti. Purtroppo, la nuova amministrazione americana ha ben altre priorità: in occasione della crisi brasiliana, un piano di salvataggio ben concepito, sotto la leadership USA ma con un decisivo contributo finanziario europeo, fu importantissimo per il superamento dell’impasse. Dopo un solo anno a crescita zero, il Brasile già nel 2000 tornò a crescere, stupendo un pó tutti gli analisti, e sbigottendo i ragazzini di Wall Street, quelli che decidono dei destini del mondo incollati al loro limitatissimo schermo di computer.

      Oggi l’Amministrazione Bush afferma che l’Argentina ha già bruciato in un anno 63 miliardi di dollari in aiuti senza risolvere i suoi problemi, e non merita d’essere ulteriormente aiutata. È vero, ma a chi giova il disastro argentino? Gli USA hanno perso importanti posizioni nel Mercosur negli ultimi anni. Le imprese europee sono state molto più dinamiche nell’approfittare dell’apertura di queste economie nel corso degli anni novanta. Lo stesso negoziato commerciale Eu-Mercosur è molto più avanzato rispetto all’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe).

      Lo stesso Mercosur, e sul suo esempio l’America Latina nel suo complesso, ha acquisito, grazie ai successi ottenuti negli anni novanta, una densità e un peso strategico impensabili anche solo dieci anni fa.

      Forse sono malvagio nella mia visione, ma a pensare male non sempre si sbaglia: mantenere l’Argentina con l’acqua alla gola significa colpire a morte il Mercosur, un progetto d’integrazione che ha sempre infastidito gli USA, poco propensi a ritrovarsi dei partner forti in America Latina. La via d’uscita per l’Argentina potrebbe essere una dollarizzazione forzata, associata a un’apertura commerciale indiscriminata e rapidissima nel quadro di un’ALCA semplice trasposizione su scala continentale del NAFTA. Un progetto avversato dal Brasile, l’unico vero Paese in grado di fare da contrappeso (relativo) al dominio geopolitico USA nella regione. Un prolungamento della crisi argentina ferirebbe a morte il Mercosur e non potrebbe non avere conseguenze negative sul Brasile, che per il momento regge il colpo.

      E dietro l’Argentina e il Brasile, chi c’è?
      L’Europa, primo investitore e primo partner commerciale del Mercosur, molto più esposta degli USA nella regione. Ecco che in questo quadro agli USA non può fare molto dispiacere tenere l’Argentina a bagnomaria: il messaggio è, infatti, trasversale, e non è diretto solo a Buenos Aires.

      D’altro canto, un quadro di questo tipo mette anche in evidenza la necessità per l’UE di affinare le proprie strategie e le proprie modalità d’azione in crisi come queste: l’Argentina sarà pure lontana geograficamente, ma è vicinissima culturalmente ed economicamente. I paesi europei dovrebbero coordinare meglio la loro azione negli organismi finanziari internazionali, al fine di far maggiormente pesare la loro influenza, teoricamente significativa (quando si tratta di
      pagare il conto), nella pratica troppo condizionata dalle scelte USA (quando si tratta di decidere). E non stiamo parlando di azioni militari, dov’è chiaro che gli USA hanno anni luce di vantaggio rispetto a noi, ma di questioni economiche e finanziarie, dove l’EU pesa tanto quanto gli USA.
      Questa è la situazione oggi in Argentina: il quadro non è positivo, le nubi sono dense e cariche di pioggia. Ma non facciamo l’errore di credere che si tratti solo di un problema interno a quel Paese. La crisi argentina propone dubbi e interrogativi che vanno analizzati seriamente, e richiedono risposte coerenti e ambiziose.

    3. OMC: il cammino da Seattle a Doha

      OMC: il cammino da Seattle a Doha

      Asolo due anni dagli strepiti di Seattle, la Conferenza ministeriale di Doha (Qatar) è riuscita a trovare un accordo sull’agenda di un nuovo ciclo di negoziati commerciali, che dovranno iniziare nel gennaio 2002 per concludersi entro il 31 dicembre 2004. Il nuovo round si chiamerà “Agenda per lo Sviluppo”, e avrà come obiettivo fare un nuovo passo avanti nel processo di liberalizzazione del commercio internazionale.
      Il nuovo round segue l’ormai famoso “Uruguay Round”, chiusosi nel 1993 con la Conferenza di Marrakech, che aveva tra l’altro supposto la trasformazione del GATT in OMC.

      Mi pare assai significativo che, a fronte dell’enorme attenzione che aveva suscitato Seattle, l’OMC sia riuscitaoggi, a solo due anni di distanza, a trovare un accordo (consensuale) su un progetto che era allora fallito, e a farlo nella sostanziale indifferenza dei media e dell’opinione pubblica. Cerchiamo di capire cosa è successo tra Seattle e Doha:

      1. A Seattle, è definitivamente morto un certo modo di fare politica internazionale e diplomazia ignorando l’opinione pubblica. Per molto tempo la politica internazionale è stata un ridotto per specialisti, sottoposta a uno scarso controllo dei poteri legislativi (in quanto domaine réservé) e ignorato dall’opinione pubblica (salvo in caso di guerre). Il giorno per giorno della politica estera è sempre stato ignorato dal grande pubblico, specie quando si trattava di questioni commerciali, tecniche e complesse;
      2. Le proteste di Seattle hanno messo in evidenza perlomeno due cose:
        – nell’opinione pubblica mondiale esiste, tanto nel Nord come nel Sud, un oggettivo disagio nei confronti degli effetti perversi della globalizzazione e della “mercantilizzazione” dei rapporti sociali da essa derivata;
        – gli effetti della liberalizzazione commerciale su scala mondiale sono ineguali, venendo beneficiati molto di più i paesi industrializzati che quelli più poveri, anche se persino nei primi si diffonde una percezione di “stare perdendo qualcosa”.
      3. Il fiasco di Seattle ha dimostrato anche che il metodo di creazione del consenso internazionale che aveva prevalso negli ultimi decenni in materia commerciale non era più valido: USA, UE e Giappone – le grandi potenze in campo non possono più permettersi di concludere accordi tra di loro obbligando nella pratica tutti gli altri a seguirle. Per le ragioni di cui sopra è necessario prendere seriamente in conto gli interessi dei paesi in via di sviluppo, ascoltare la loro voce e definire nuove regole del gioco, più equilibrate per tutti.
      4. Tra Seattle e Doha, l’Unione europea, sotto la direzione del Commissario francese Pascal Lamy, ha portato avanti uno sforzo capillare di consensus building, con l’obiettivo di riuscire a lanciare un nuovo ciclo di negoziati commerciali dal contenuto il più ambizioso possibile: è quello che è riuscito a Doha.
      5. Perché il ciclo doveva essere ambizioso? Proprio per rispondere ai nuovi stimoli che vengono dalle società e dal Sud del mondo: quanto più ampia è l’agenda di discussione, tanto più possibile sarà identificare proposte e soluzioni che possano interessare ai diversi membri dell’омс.

      Ed anche perché il commercio internazionale si è incredibilmente trasformato nel corso degli ultimi dieci anni: non solo il commercio in servizi è molto più significativo (e molto meno regolato) di quello tradizionale in beni, ma una molteplicità di altre dimensioni si sono venute ad aggiungere alla materia, creando un quadro realmente complesso: pensiamo alle questioni legate alla proprietà intellettuale e alle conseguenze in materia sanitaria, alle questioni di salute pubblica e protezione dei consumatori, ai legami con la protezione dell’ambiente, con le regole in materia lavorativa е altre ancora.
      Il nuovo ciclo non poteva quindi limitarsi a prevedere ulteriori quote di liberalizzazione, ma doveva per forza tenere conto di questo quadro più complesso.

      Con un’avvertenza: le soluzioni non sono affatto univoche. Quando José Bové si erge a paladino dell’agricoltura protetta europea (e dei sussidi che gradiva ricevere come esportatore di formaggi sovvenzionati) sta al tempo stesso proponendo soluzioni che mortificano le possibilità di sviluppo, tramite esportazioni agricole, proprio di quei paesi emergenti cui dichiara (a parole) grandi simpatie.
      O quando Brasile, India e Sudafrica sfidano (giustamente) le multinazionali mediante l’introduzione del principio della produzione locale di medicine in determinati casi, si pone il problema del rispetto della proprietà intellettuale e dei potenziali effetti negativi (per tutti) sul
      futuro della ricerca farmacologica.

      Bando quindi ai banalizzatori e ai fornitori di verità assolute e parziali: trovare soluzioni equilibrate non è affatto facile.
      Per cercare di rispondere a questa sfida, l’Unione europea ha quindi cercato di coinvolgere nel processo di creazione del consenso alcuni paesi considerati chiave tra gli emergenti, rompendo quell’asse privilegiato Washington-Bruxelles che ha fatto ormai il suo tempo.

      Questi paesi sono, grosso modo: Brasile, Messico, Sudafrica, India, Indonesia, Egitto, Malaysia, oltre a Canada e Australia. Questo nucleo duro si è quindi venuto ad aggiungere ai tradizionali UE, USA e Giappone nella preparazione, durata due anni, della nuova Conferenza.
      Del gruppo hanno comunque anche fatto parte altri paesi, soprattutto come rappresentati regionali, ma i key-players erano chiaramente quelli elencati.
      Infatti, sarebbe stato impossibile definire un’agenda di lavoro a 142, non c’è bisogno di essere un esperto per capirlo. L’agenda la definisce un gruppo ristretto, anche se ora allargato; l’insieme dei membri dell’Omcl’approva o meno. Se il processo è andato avanti con successo sino all’11 settembre, gli attentati hanno per un attimo distolto l’attenzione dalle questioni commerciali.

      La prima impressione fu che di negoziati commerciali non si sarebbe più parlato per un pò, guerre oblige.
      E invece la catastrofe dell’11 settembre è servita come input positivo: tra le altre cose, gli attentati sono venuti a rinforzare l’idea che il mondo è strutturato su basi ingiuste (anche se questo naturalmente non giustifica gli attentati). Un nuovo round di negoziati che permetta
      un rilancio del commercio su basi più giuste può quindi servire ad alleviare le tensioni che attanagliano l’umanità.
      Ecco quindi che le condizioni per il raggiungimento di un consenso sono aumentate notevolmente, dopo Seattle e dopo l’11 settembre.

      Com’è avvenuta questa costruzione consensuale dell’agenda del WTo? Da una parte, i contatti tra i Commissari europei e i loro omologhi, Ministri dei paesi scelti come riferimento, sono stati molto più frequenti che in passato. Ogni riunione aveva per scopo quello di avanzare passo passo sull’insieme dell’agenda, eliminando pregiudiziali o tabù. È chiaro che in un quadro di questo tipo tutti devono fare concessioni, non siamo più in un mondo dove i forti possono disporre a loro piacimento dei più deboli.
      Sono poi stati organizzati molti seminari regionali tipo brainstorming, ai quali sono stati invitati i funzionari dei vari paesi che avrebbero concretamente portato avanti i negoziati: queste iniziative, sponsorizzate dalla Commissione, sono state utilissime, perché hanno permesso alle persone che successivamente sarebbero state coinvolte nel negoziato di discutere in libertà sui temi oggetto dei negoziati, creando tra l’altro vincoli di familiarità sempre molto utili.
      E poi l’Ue ha lanciato alcune iniziative che andavano oggettivamente incontro alle esigenze dei paesi in sviluppo: l’iniziativa “Everything butArms”, che apre i mercati europei alla pratica totalità dei prodotti dei Pvs e “Access to Medicines” che, appoggiando l’iniziativa brasiliana
      e sudafricana di sospensione dei brevetti di alcune medicine in casi d’emergenza apriva la via al raggiungimento di un consenso internazionale su questa delicata materia.

      Da notare infine un’ultima, importantissima differenza di metodo tra Seattie e Doha: a Seattle si fallì anche perché si pretese di fissare nel documento iniziale dei negoziati quali sarebbero stati i risultati finali. A Doha, più modestamente, siè fissata un’agenda iniziale, che sarà oggetto di negoziati nei prossimi tre anni.
      Con tutte queste premesse, Doha è stato un successo, ma arrivare in fondo è stato
      comunque difficilissimo, e il round sarà molto, ma molto impervio.

      Ma da Doha sono usciti soddisfatti quasi tutti i paesi, e questa è una bella novità rispetto al passato.
      Veniamo ora alle conclusioni della conferenza e al contenuto dell’agenda del nuovo negoziato che si apre a gennaio. Il risultato di Doha è l’apertura della cosiddetta “Agenda per lo Sviluppo”, un negoziato la cui durata è prevista dal gennaio 2002 al dicembre 2004. Le parti dovranno trovare un accordo sui vari temi in discussione per quella data. In questo senso, Doha è stata un successo perché si è ottenuto l’obiettivo principale, proprio ciò che non era riuscito a
      Seattle.

      Se così non fosse stato, la credibilità del sistema multilaterale di commercio Sarebbe stata ferita a morte, portando probabilmente a un passo indietro nel precesso di apertura dei mercati.
      Ma cos’era davvero in gioco? In teoria, tutti i paesi del mondo e perlomeno tutti i membri dell’OMc sono a favore del libero commercio. Nella pratica, ognuno cerca di ottenere maggiori aperture nei settori dove è più competitivo e maggiori protezioni dove è invece più debole.
      I vari rounds del GATT dal 1945 in poi, sino all’ultimo (Uruguay Round del 1993) hanno avuto come effetto la progressiva riduzione delle tariffe doganalı, che sono oggi in termini generali molto basse e non costituiscono più un ostacolo al commercio.

      Ma rimane l’eccezione agricola: in quel settore, così importante per molti paesi esportatori anche in via di sviluppo, dazi sono diminuiti molto meno, rimanendo ancora oggi a livelli altissimi.
      A fronte della diminuzione dei dazi (misure tariffarie), sono poi emerse tutta una serie di nuove barriere (misure non tariffarie), di variegatissima natura, che creano ostacoli molto seri al commercio (misure sanitarie, regolamenti tecnici, certificati, standard ecc.). L’idea di fondo dell’OMc è quella di creare dei regolamenti multilaterali in maniera da evitare misure abusive o arbitrarie che in realtà nascondono atteggiamenti protezionistici.
      Il concetto chiave è quello di “non discriminazione”: si può introdurre il regolamento tecnico considerato più opportuno, ma facendolo in maniera trasparente, giustificandolo su basi serie e soprattutto applicandolo in maniera non discriminatoria nei confronti dei prodotti di altri paesi.

      Di esempi se ne potrebbero fare molti, ma ne bastino due: il primo caso giudicato dall’organo dell’Omc che si occupa della risoluzione delle controversie vide la condanna degli USA che avevano proibito l’acquisto di tonno messicano perché questo era stato pescato (in Messico!) senza rispettare i dettami della legge americana (cioè con reti speciali che impediscono la cattura di altre specie marine). Il WTo giudicò pretestuoso l’uso di tale legge, che in realtà copriva un atteggiamento protezionistico americano (protezione della flotta americana).
      Un caso simile oppose più tardi Canada e UE (soprattutto Spagna), quando i canadesi vollero limitare unilateralmente l’accesso alle acque canadesi di pescherecci europei (spagnoli), usando come argomento la protezione del fletano.

      Intendiamoci: tutti gli accordi in materia di pesca prevedono delle quote limitate di catture e tengono conto della protezione delle specie ittiche, ma ciò che non si può fare è emettere leggi unilaterali e poi applicarle solo a sudditi stranieri. Questa è discriminazione ed è illecita.
      Il problema della minore liberalizzazione del commercio agricolo rispetto a quello industriale fa sì che i paesi grandi esportatori agricoli (USA, ma anche Argentina, Brasile, Canada, Australia, Nuova Zelanda e molti Pvs) abbiano approfittato molto meno degli esportatori di beni industriali e servizi dell’apertura dei mercati.

      Certo, gli USA hanno potuto compensare questo fatto in altri settori, ma molti Pvs ed emergenti sono fondamentalmente competitivi solo nel settore agricolo o primario, e l’asimmetria del commercio internazionale li ha penalizzati.
      D’altro canto, questi paesi sono stati costretti ad aprire i loro mercati ai prodotti dei paesi industrializzati, senza però ricevere in contropartita l’apertura completa dei mercati agricoli.

      La situazione dell’UE è complessa: da un lato è il primo compratore di prodotti agricoli dei Pvs e dei grandi esportatori agricoli, ma dall’altro canto i meccanismi della PAC aumentano artificiosamente i prezzi interni creando una barriera pressoché insormontabile per i prodotti che competono con l’agricoltura europea.
      Il risultato sono i prezzi altissimi degli alimenti in Europa e il mantenimento di un’agricoltura europea relativamente inefficiente.
      Il dibattito sul tema potrebbe essere lunghissimo, ma la decisione europea, per molti versi legittima, di mantenere in piedi, per ragioni non solo economiche, ma piuttosto sociali e culturali, un settore agricolo inefficiente contrasta, e di molto, con le ambizioni libero cambiste
      mantenute dalla stessa Europa su scala mondiale. Si difende il libero-commercio negli altri settori dell’economia ma non in agricoltura.

      Per inciso, l’atteggiamento statunitense è del tutto identico, con l’aggravante che gli USA accusano l’Europa di protezionismo, chiudendo però tutti e due gli occhi sui potentissimi meccanismi protezionistici esistenti negli USA che rendono estremamente arduo ai Pvs esportare prodotti agricoli in quel mercato. E mentre i sussidi europei sono in netto calo dalla riforma della PAC del 1992, i sussidi americani sono aumentati vertiginosamente durante le presidenze Clinton e Bush.
      I problemi sono vari: da una parte si preclude a molti paesi più poveri un maggiore sviluppo, perché si riduce l’accesso dei loro prodotti (meno cari) ai nostri mercati, però d’altro canto si esige da loro che aprano i loro mercati ai beni e servizi dei paesi industrializzati.

      Un problema addizionale cui spesso non si pensa è poi che il prezzo finale degli alimenti in Europa è molto più caro rispetto al resto del mondo perché i prodotti ricevono forti sussidi alla produzione. I consumatori pagano quindi due volte i loro alimenti, una volta via finanziamento del sussidio (tasse) e un’altra volta attraverso il prezzo (alto) pagato al dettaglio.
      È una questione di scelte politiche ed economiche la cui legittimità può essere senz’altro difesa, così com’è legittimo che i nostri partner commerciali si sentano penalizzati da questo sistema e si diano da fare perché venga smantellato o almeno profondamente modificato.
      Il meccanismo che è realmente sotto accusa sono i sussidi all’esportazione di prodotti agricoli, che consistono nel pagamento all’esportatore europeo (o americano) della differenza tra il prezzo interno e il prezzo mondiale, naturalmente più basso, in maniera tale che il prodotto possa venire esportato su mercati terzi nonostante il suo costo di produzione sia superiore.

      La cosa curiosa è che per i prodotti industriali esistono severi meccanismi di lotta contro il dumping, però in materia agricola no. Di fatto, i sussidi pagati agli agricoltori dei paesi ricchi bruciano il mercato alle potenziali esportazioni dei paesi produttori di alimenti.
      In questo quadro, i paesi esportatori agricoli avevano imposto come condizione per il lancio del round l’eliminazione dei sussidi agricoli all’esportazione e una riduzione sostanziale dei sussidi interni alla produzione.

      Una precisazione: in termini assoluti, chi paga più sussidi sono gli europei, in termini pro capite (in base al numero degli addetti agricoli), sono gli americani.
      La dichiarazione di Doha prevede che siano aperti negoziati tendenti a questi due obiettivi anche se senza garanzia di risultato (frase fatta aggiungere dall’UE; nella versione originale si prevedeva l’eliminazione completa dei sussidi, adesso dipenderà dall’andamento del negoziato).
      I paesi esportatori sono soddisfatti, perché per la prima volta il principio del libero commercio passa anche all’agricoltura; i paesi che concedono sussidi anche perché riescono a eliminare l’automaticità dell’eliminazione dal testo. Le difficoltà che tale negoziato presenterà sono però facilmente intuibili. Gli altri punti principali del nuovo round saranno:

      1. Implementazione e revisione delle regole del WTo: i paesi emergenti tenevano molto a che si lavorasse sull’approfondimento degli impegni anteriormente presi piuttosto che aprire nuovi fronti negoziali. Sono stati soddisfatti in parte: la revisione degli accordi precedenti sarà effettuata e alcuni meccanismi esistenti (antidumping, crediti all’esportazione, regimi interni di promozione degli investimenti) giudicati oggi come sbilanciati a favore dei paesi ricchi saranno rivisti;
      2. Servizi: i negoziati partono subito su banca, assicurazioni, telecomunicazioni e turismo. Dobbiamo far notare che i servizi rappresentano una parte sempre maggiore del PIB mondiale, e la regolamentazione della materia è senza dubbio sfasata rispetto a tale realtà;
      3. Tariffe industriali: ulteriori abbassamenti sono previsti;
      4. Soluzione delle controversie: revisione dei meccanismi per renderli più equi funzionali;
      5. Ambiente: l’UE voleva l’introduzione di clausole ambientali nel commercio internazionale. È un principio utile, difeso da molte ONG e che risponde a una preoccupazione reale delle nostre opinioni pubbliche, ma è anche un’arma terribilmente a doppio taglio perché apre la porta a molti possibili abusi. I Pvs erano quindi contro, soprattutto sull’introduzione del cosiddetto principio di precauzione, che permette la sospensione unilaterale dell’importazione di un prodotto. Alla fine il compromesso è stato il seguente: entrano nel negoziato lo studio di meccanismi tra le regole del Wro e altre convenzioni internazionali in materia ambientale, in maniera da evitare incoerenze e contraddizioni. L’obiettivo è la definizione di regole chiare e trasparenti, appunto per evitare unilateralismi.
      6. TRIPS (accordo sulla proprietà intellettuale): grande vittoria dei Pvs (Brasile, India e Sudafrica in testa) che ottengono l’introduzione del principio di flessibilità in materia di rispetto dei brevetti. È l’effetto della battaglia sull’AiDs. In caso d’emergenze di natura sanitaria, il rispetto di brevetti e patenti può essere sospeso; introdotto anche il principio dell’identificazione di un legame con la Convenzione sulla Diversità Biologica e la valorizzazione della biodiversità e delle culture tradizionali (lotta contro la cosiddetta biopirateria);
      7. Altri temi: si trattava di una cesta di altre questioni sulle quali i paesi industrializzati e specialmente l’Ue hanno insistito molto. Di fronte alla crescente complessità del commercio internazionale, si trattava di includere nel negoziato la definizione di regole multilaterali su: investimenti, appalti pubblici, concorrenza, facilitazione commerciale. Alla fine i Pv3 I’hanno avuta vinta: per il momento ci si limiterà a effettuare studi tecnici in queste materie, per quanto riguarda eventuali negoziati se ne parlerà tra due anni.

      I paesi meno sviluppati temono infatti di essere sottomessi a nuove raffiche di corcessioni in questi campi, dove chiaramente sono di nuovo i paesi ricchi a godere di un maggiore potenziale.
      Bene, non è tutto quanto deciso a Doha, ma un riassunto dei punti più importanti.
      Concludo con due osservazioni:

      • – si tratta dell’agenda negoziale più equilibrata della storia dell’organizzazione: un insieme di fattori, già illustrati in precedenza, tra cui non ultimi lo shock post 11 settembre e le proteste internazionali antiglobalizzazione, hanno obbligato la comunità internazionale a prendere atto di un disagio largamente diffuso cui i deve rispondere con fatti concreti;
      • – l’essere riusciti a fissare un’agenda è già molto, ma adesso comincia il difficile. Il negoziato sarà durissimo e risulta chiaro come i temi siano molti e complessi. Le risposte non sono facili e le soluzioni richiederanno molta ma molta ambizione e coraggio. Da parte di tutti, non solo di chi negozia, ma anche delle società civili che seguono questi processi
        sempre più da vicino.

      Il dovere di tutti noi è quello di informarci per poter esprimere opinioni costruttive e non slogan: quelli sì che sono controproducenti.

    4. L’America Latina di fronte al G8

      L’America Latina di fronte al G8

      Lo sviluppo degli scenari internazionali dopo Seattle ha avuto importanti conseguenze anche nei confronti dell’America Latina. Da una parte, l’affermarsi di un influente movimento di contestazione nei confronti della globalizzazione e dei suoi effetti ha portato al centro della attenzione mondiale dei temi tradizionalmente a cuore dei paesi della regione, così come dei paesi in via in sviluppo o “emergenti”: in sintesi, potremmo dire che si è affermata nel mondo una rinnovata sensibilità nei confronti dell’esistenza di relazioni squilibrate tra il Nord e il Sud del mondo, un tema che sembrava non più di moda e che invece chiaramente preoccupa parti importanti dell’opinione pubblica mondiale.

      Dall’altra, il subcontinente si trova, cоme forse mai prima nella sua storia, al centro di un complesso scacchiere commerciale caratterizzato dall’accavallarsi di più fronti: se il lancio di un nuovo round multilaterale in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (Омс) rimane la prospettiva generale più probabile, o almeno quella desiderata dai più, la possibilità di un nuovo fallimento in Qatar dopo quello di Seattle ha portato alla ribalta altri scenari potenziali per la regione:

      • – integrazione emisferica nell’ambito del cosiddetto ALCA, Accordo di libero commercio delle Americhe;
        – conclusione di accordi commerciali bilaterali con l’Unione europea; già una realtà nel caso del Messico, un accordo simile è attualmente negoziato tra UE e MERCOSUR;
        – consolidamento dei processi d’integrazione economica sub-regionali: in primis, il MERCOSUR, alle prese con un’importante crisi interna a causa delle divergenze economiche tra Brasile e Argentina, ma tuttora un blocco regionale con prospettive solide e risultati significativi in termini di volume degli scambi commerciali; ma anche la Соmunità andina, e, in prospettiva, un possibile Mercato comune sudamericano, che risulterebbe dalla possibile integrazione dei due gruppi;
        – la possibilità alternativa di conclusione di accordi bilaterali con gli USA e con l’UE, rifuggendo dall’appartenenza a blocchi regionali: è il modello cileno, che altri nella regione vorrebbero seguire.

      Ma sarebbe errato pensare che tutte queste possibilità siano apparse sulla scena solo a seguito del fallimento di Seattle. I giochi sono più complessi, e s’inseriscono in quella nuova primavera dell’America Latina, o almeno di parte di essa, che ha caratterizzato gli anni Novanta: chiusosi il decennio perduto, tutti i paesi della regione hanno portato avanti, con maggiore o minore successo, ambiziosi processi di modernizzazione dei loro sistemi economici e sociali che hanno dimostrato come l’America Latina, lungi dall’essere composta da paesi destinati a fallire,ha di fronte a sé un futuro ricco di opportunità.

      Della realtà di questa nuova America Latina, ancora alle prese con problemi atavici ma che ha intrapreso il cammino nella giusta direzione, si sono rese conto in primo luogo (sorprende?) le imprese, multinazionali e no, che hanno investito in massa nei paesi più promettenti della regione, sia nel quadro dei processi di privatizzazione, sia al di fuori di esse.

      Se il Brasile si è andato affermando negli anni Novanta come il primo destinatario di investimenti tra i paesi emergenti dopo la Cina, la ragione non sta certo nell’amore dei capitali internazionali per la samba, ma piuttosto al successo delle riforme economiche intraprese dal governo di Fernando Henrique Cardoso e alle solide prospettive a lungo termine del mercato brasiliano e del MERCOSUR.

      Se un processo simile ha interessato il Messico, nel quale si è molto investito nonostante le turbolenze politiche, è perché la comunità imprenditoriale internazionale ha giudicato irreversibile il processo economico e sociale in corso nel paese nordamericano.

      Le attuali difficoltà argentine non devono trarre in inganno: questo paese, il più “europeo” dell’America Latina, era stato il primo ad attirare l’attenzione del business internazionale. Le privatizzazioni argentine degli anni Novanta erano infatti state citate come modello da seguire per i paesi emergenti. Ma oggi conosciamo le lezioni economiche di questa prima generazione di privatizzazioni “selvagge”. In Argentina, come negli USA o in Gran Bretagna, chi ha privatizzato senza definire regole chiare e trasparenti per il settore privatizzato si è trovato spesso alle prese con gravi problemi di efficienza. In questa prima tappa della storia delle
      privatizzazioni (anni Ottanta e primi anni Novanta), esse erano concepite, un po’ fideisticamente, come un bene assoluto, e la priorità era messa non sulle modalità delle stesse, ma piuttosto sugli aspetti retributivi per l’erario pubblico. Dopo risultati brillanti nei primi
      anni, alla lunga sono apparsi i problemi.

      L’Argentina è un caso chiaro di questa situazione: privatizzò tutto e subito, creando l’illusione di avere risolto d’un colpo tutti i suoi problemi. Ma queste privatizzazioni “contabili” non furono accompagnate da un parallelo processo di snellimento e modernizzazione dell’economia e del settore pubblico, portando all’impasse attuale, una crisi di competitività del modello-paese, aggravata dall’ingessamento del peso sui valori del dollaro, che spiazza completamente i prodotti argentini sui mercati internazionali.

      Gravi problemi strutturali spiegano quindi i problemi argentini, e la loro soluzione richiederà anni di politica economica virtuosa e di sacrifici: non sarà facile, ma sembra chiaro che l’Argentina ha compreso la lezione: la stabilizzazione economica e lo strangolamento dell’inflazione non erano la tappa finale, ma quella iniziale sul lungo cammino delle riforme.

      Se il Cile è stato considerato per anni il modello per eccellenza, e se la sua situazione macroeconomica è tuttora migliore rispetto a quella dei suoi vicini, anche questo paese deve oggi fare i conti con una certa stanchezza del proprio sistema-paese, il che non impedisce che Santiago si muova con spregiudicatezza e notevole abilità sullo scacchiere internazionale: una necessità per un paese di piccole dimensioni (demografiche), il cui Pil dipende per circa la metà dalle esportazioni.

      Gli altri paesi della regione sono stati tutti caratterizzati da processi simili, più o meno riusciti. Ma la strada intrapresa sembra chiara e, pur facendo tutti i distinguo di rigore, possiamo oggi parlare di un’America Latina che si affaccia al XXI secolo con una rinnovata credibilità economica.

      È proprio questa nuova dimensione che permette all’America Latina di giocare un ruolo di maggiore protagonismo nelle relazioni internazionali. Alla credibilità economica si viene infatti ad associare una maggiore credibilità internazionale, evidente nel caso dei maggiori paesi, come il Messico o il Brasile, ma riscontrabile anche in altri casi.

      Se l’America Latina interessa come mercato, essa, forse per la prima volta nella sua storia, sembra anche in grado di dire la sua, senza limitarsi a essere una protagonista passiva del proprio destino. Tramontata l’epoca della dipendenza, il subcontinente dimostra d’avere molto da dire (e da offrire) nell’era dell’interdipendenza e della globalizzazione.

      Non vorremmo che quanto detto sinora facesse trasparire un’immagine di immotivato ottimismo: i problemi della regione restano seri, e la frattura sociale esistente ovunque nella regione tra élites colte e parti integranti del Primo Mondo e una più numerosa frangia della popolazione ancora esclusa dalla modernità, rimane la grande sfida aperta dell’America Latina nel nuovo secolo. Solo una decisa sterzata verso il sociale da parte delle élites al potere in tutta la regione permetterà di affrontare davvero questa battaglia, e i segnali percepibili in questo senso non sempre sono incoraggianti.

      Ma le società civili latino-americane, una volta timide e sottomesse al potere politico, hanno fatto anch’esse passi da gigante negli anni Novanta, e hanno in un certo senso obbligato le oligarchie al potere a tenere conto delle loro istanze. In parte, questo fenomeno è dovuto all’ampiezza dei processi di privatizzazione in paesi in cui la presenza dello Stato era sempre stata forte (o pesante): il ritrarsi della mano pubblica ha obbligato i cittadini, un tempo passivi, a farsi carico dei problemi della collettività. Anche in Europa è successo qualcosa di simile, ma in un contesto eсоnomico che poteva disporre di ben maggiori risorse. In questo senso, il risveglio delle società civili latino-americane ha un che di eroico, ma è reale e palpabile.

      Molte le tematiche su cui s’incentrano le esperienze in corso in America Latina: sviluppo sociale, educazione, lotta alla criminalità e alla droga, protezione dell’ambiente, accesso alle nuove tecnologie. Nell’America Latina di oggi, i cittadini non si aspettano più soluzioni magiche dallo Stato ma s’impegnano in prima persona.

      Ma non è solo un atteggiamento difensivo quello che spiega questo fenomeno (sostituzione dello Stato che ha fallito), ma anche il risultato di un processo virtuoso. I paesi latino-americani hanno dimostrato di poter funzionare sul serio, e questo ha trasmesso alle loro popolazioni un senso di fiducia che spesso era mancato in passato.

      Se le critiche agli effetti perversi della globalizzazione sono moneta corrente in tutto il mondo, l’America Latina è certamente stata all’avanguardia in questo processo. Da un lato, l’esistenza di un’oggettiva diffidenza nei confronti del modello dominante di origine statunitense, amato e odiato a un tempo dai latino-americani, dall’altro, l’esistenza di gravi situazioni di squilibrio sul continente, acuite dall’intensificarsi della globalizzazione (i contrasti visibili a occhio nudo in qualsiasi città latino-americana risultano scioccanti agli occhi di un europeo) non hanno fatto che portare acqua al mulino di chi critica determinati aspetti di essa.

      Se la globalizzazione fa molte vittime, una buona parte di esse vive in questa parte del mondo.

      Non è quindi un caso che, proprio in America latina, sia sorto un processo critico ma costruttivo nei confronti della globalizzazione come quello che portò al Foro sociale di Porto Alegre, che all’inizio di quest’anno attirò l’attenzione di mezzo mondo.

      Col senno di poi, possiamo dire che Porto Alegre è stato il fiore all’occhiello del movimento mondiale critico nei confronti degli aspetti perversi della globalizzazione. La successiva spirale su cui si sono avvitate alcune frange dei movimenti anti-globalizzazione da Praga a Genova ha avuto il torto di svilire nella violenza tematiche di straordinario interesse e attualità.

      Il Foro sociale di Porto Alegre fu farina del sacco della sinistra latino-americana, e rappresentò un esempio positivo е costruttivo di come possono essere affrontati, senza violenze, temi di grande spessore. Il suo grande merito fu quello di dire ad alta voce cose che molti nel mondo pensavano senza avere il coraggio di dirlo.

      Se il Foro sociale diede corpo a inquietudini che le società civili latino-americane nutrivano da tempo, i governi latino-americani, rinfrancati dal relativo successo delle riforme intraprese e stimolate da società sempre più dinamiche ed esigenti, hanno avuto il coraggio di inserire nell’agenda internazionale temi che stanno a cuore all’America Latina e, più in generale, dei paesi emergenti e in via di sviluppo. E, sorpresa, si è scoperto che questi temi interessano a molti anche nel mondo industrializzato.

      Qualche tempo dopo lo svuotamento pratico del fronte dei non allineati, paesi che spesso in passato hanno ricercato ruoli autonomi nell’ambito internazionale si trovano in prima fila su temi che risvegliano molte simpatie anche nel Nord del mondo, soprattutto in Europa.

      Facciamo alcuni esempi: la battaglia intrapresa da Sud Africa, India e Brasile per l’accesso a costi ridotti ai farmaci contro l’Hiv e altre malattie endemiche, mediante la sospensione parziale dei diritti di proprietà intellettuale, è un tema molto delicato, perché mette a repentaglio una delle fondamenta dell’economia di mercato.

      Ma è, al tempo stesso, una rivendicazione oggettivamente giusta, dato che, a fronte di problemi di tale gravità, è necessario mettere in atto meccanismi audaci, fondati sul principio della solidarietà.

      Una questione di questo tipo si sarebbe trascinata per anni nelle stanze dell’OMC, per concludersi alla fine con una vittoria delle multinazionali farmaceutiche, se il clima mondiale non fosse drammaticamente cambiato nell’ultimo anno, e non si fosse originata una forte pressione internazionale a favore delle rivendicazioni dei paesi del Sud.

      Il Brasile e i suoi alleati non sarebbero poi riusciti nel loro intento se non avessero potuto contare sul significativo appoggio dell’Unione europea, la cui iniziativa Access to Medicines è pienamente compatibile con le rivendicazioni dei paesi emergenti (e molto lontana dalle posizioni statunitensi).

      In materia di cambiamento climatico e biosicurezza (Protocolli di Kyoto e Cartagena) e di biodiversità (Convenzione sulla diversità biologica di Rio, 1992), i paesi latino-americani e specialmente il Brasile che, forte della sua buona salute e del suo peso economico e strategico, ha abbandonato passate ambizioni su scala planetaria per assumere un ruolo, ben più realistico, e pregnante di leader del subcontinente, difendono con forza posizioni critiche rispetto alle visioni iperliberistiche statunitensi e anche giapponesi.

      Nell’ambito delle conferenze delle Nazioni unite, il Brasile e il blocco latinoamericano hanno generalmente dimostrato una notevole coesione, derivante non solo da un’omogeneità culturale, ma piuttosto da un’oggettiva comunione d’interessi. In quest’ambito, è notevole anche la sintonia con i paesi asiatici e africani, che permette quindi a paesi come il Brasile o il Messico di far parte del gruppo dei leaders dei paesi in via di sviluppo. Anche nella recente Conferenza di Durban, i paesi latinoamericani hanno giocato un ruolo significativo: senza essere in prima fila né sul tema delle rivendicazioni legate al passato schiavista, né su quello delle definizioni ideologiche in materia di razzismo, essi, guidati dal Brasile, hanno assunto un ruolo di mediazione che ha avuto il suo peso nel raggiungimento di un compromesso finale.

      L’America Latina tende quindi a non accettare più senza riserve modelli culturali e sociali importati da altrove, ma a sviluppare posizioni proprie e difenderle sulla scena internazionale, tessendo alleanze a geometria variabile che la vedono spesso convergere con altri paesi emergenti, asiatici e africani, ma anche con l’UE.

      Certo, non è possibile generalizzare sempre, e differenze significative esistono, ad esempio in materia di accettazione degli OGM, respinti dal Brasile e accettati senza riserve in Argentina, ma l’America Latina di oggi si pone di fronte al G8 con una personalità propria.

      Anche in campo culturale, sta dimostrando un gran dinamismo. La sensibilità al tema della “eccezione culturale” è crescente, e la tematica dell’accesso a una società dell’informazione multilingue si è molto sviluppata in una regione che parla spagnolo e portoghese (rispettivamente seconda e quarta lingua internazionale del mondo). Se la società dell’informazione vuol essere globale i suoi contenuti non possono essere solo in inglese, ma devono poter pervenire alla maggioranza della popolazione in lingua madre. Anche qui sono chiare le sintonie con i paesi asiatici e con una Europa per definizione multiculturale, e le frizioni con un modello globalizzante monocorde di stampo statunitense.

      In materia economica, come si pone l’America Latina di fronte al G8?

      Facendosi forti della loro rinnovata credibilità, che pareva per sempre perduta negli anni Ottanta, i paesi latino-americani si trovano in sintonia oggettiva con altri paesi emergenti nel richiedere una “democratizzazione” del commercio internazionale, fondato su un accesso crescente ai mercati del mondo sviluppato e sulla revisione dei meccanismi esistenti in seno all’Oмс, oggi visti come pesantemente squilibrati a favore dei paesi industrializzati, che favorisca i paesi del Sud.

      Pochi paesi latino-americani fanno parte del gruppo dei “Paesi meno avanzati” oggetto dell’iniziativa di condono del debito presa nel G7 di Colonia (1999), ma l’America Latina, sempre alle prese con severi problemi d’instabilità finanziaria, è invece molto sensibile al tema del disegno di una nuova architettura del sistema finanziario internazionale che favorisca la stabilità dei paesi emergenti. Le crisi messicane (1994), brasiliane (1999) e argentina hanno messo in evidenza la fragilità finanziaria dei paesi anche più forti della regione, comunque dipendenti dall’afflusso di capitali internazionali e spesso penalizzati da movimenti speculativi sui mercati che non sempre hanno riscontri oggettivi nei paesi interessati.


      La comunità finanziaria internazionale ha risposto positivamente ai successivi appelli brasiliani e argentini mediante la concessione di pacchetti finanziari ad hoc, ma il problema è lungi dall’essere risolto ed è una delle priorità che stanno più a cuore alle dirigenze latino-americane. Non ci sembra, però, che al di là degli interventi specifici già menzionati, sia probabile la definizione in un prossimo futuro di meccanismi di stabilizzazione dei mercati monetari, che continueranno a fluttuare con forza come hanno fatto dal 1973 in poi.

      Se il problema del debito estero, pur senza essere sparito del tutto, non attanaglia più come un tempo i paesi latino-americani che hanno ritrovato negli anni Novanta il cammino della crescita, il fattore chiave dello sviluppo economico è oggi identificato nell’accesso ai mercati internazionali.

      L’Uruguay Round dette luogo a un grande processo di liberalizzazione commerciale dei beni industriali e, in parte, dei servizi; i paesi emergenti, generalmente produttori agricoli, richiedono oggi di essere ricompensati per il grande sforzo di apertura delle loro economie, effettuato nel corso degli anni Novanta. Ciò è particolarmente vero per alcuni paesi latino-americani, che si sono fortemente aperti ai capitali e alle imprese internazionali e che sarebbero pronti a esportare prodotti agricoli sui mercati europeo, nordamericano e giapponese se all’apertura dell’Uruguay Round facesse ora seguito una significativa liberalizzazione dei mercati agricoli nel nuovo round commerciale. Sia gli USa sia l’UE e il Giappone dispongono di meccanismi di diversa natura che limitano fortemente le importazioni di prodotti agricoli dai paesi forti produttori (riuniti nel cosiddetto Gruppo di Cairns), e concedono anche sussidi alle esportazioni (USA e UE), spiazzando i paesi di Cairns anche su mercati terzi.

      Se, nel caso dell’UE, le riforme della PAC del 1992 e l’accordo finanziario di Berlino del 1999 hanno dato luogo a riduzioni progressive dei sussidi, soprattutto nel caso di quelli concessi agli esportatori, gli USA sono in preda a una vera e propria escalation del protezionismo agricolo.

      Secondo i paesi latino-americani, in primis i produttori agricoli come Argentina, Brasile e Uruguay, il nuovo round di negoziati OMC, il cui lancio fallì a Seattle e che sarà ora ritentato a Doha in novembre, dovrà in primo luogo riguardare la liberalizzazione del commercio agricolo, considerata una vera e propria priorità, ma anche la revisione di meccanismi il cui uso è considerato protezionistico e squilibrato a favore dei paesi industrializzati (anti-dumping, proprietà intellettuale).

      Solo in quel caso sarà possibile, secondo i latino-americani, discutere di ulteriori riduzioni dei dazi industriali e di liberalizzazioni addizionali di servizi e appalti pubblici. È da notarsi come, alla fermezza latino-americana, ispirata comunque da uno spirito costruttivo, faccia da contraltare una maggiore rigidità dei paesi emergenti asiatici (India, Indonesia, Malaysia), assai poco
      propensi ad appoggiare il lancio di un nuovo round.

      Prima di Seattle, queste remore dei paesi emergenti avrebbero potuto rimanere relegate in secondo piano: i tre grandi del commercio internazionale, soprattutto USA e UE, avrebbero potuto decidere sui destini del commercio mondiale da soli. Ma oggi non è più così, e il consenso di una decina di paesi emergenti “chiave” è divenuto imprescindibile. Nel caso dell’America Latina, si tratta di Brasile, Messico e Argentina, cui si aggiungono India, Indonesia, Malaysia, Singapore, Sud Africa, Egitto (oltre a paesi sviluppati come Canada e Australia e pochi altri).

      Difficilmente sarà possibile registrare progressi significativi nei negoziati о prevedere un lancio degli stessi senza essere riusciti a ottenere un consenso di massima all’interno di questo club.

      E se, nonostante questi sforzi, non risultasse possibile lanciare un nuovo round multilaterale all’OMс, quali sarebbero le conseguenze per l’America Latina?

      Come anticipato all’inizio, sarebbe un errore dipingere gli scenari alternativi come ripieghi rispetto al round multilaterale. In realtà, se Stati Uniti e Unione europea sono impegnati in ambiziose iniziative nei confronti dell’America Latina, la trama aveva incominciato a essere tessuta all’inizio degli anni Novanta, in coincidenza con l’inizio dei processi di stabilizzazione economica e riforme strutturali nella regione.

      Sin dalla firma del Trattato di Asunción (1991), che dà alla luce il MERCOSUR, l’Unione europea fornì al nuovo blocсо sudamericano un notevole appoggio politico e di cooperazione economica. Quest’approccio porterà alla firma dell’accordo di Cooperazione interregionale di Madrid (1995), una delle cui clausole prevedeva il lancio di negoziati di liberalizzazione commerciale tra i due blocchi quando fossero riunite le condizioni necessarie.

      La significativa evoluzione delle relazioni economiche tra UE E MERCOSUR (I’UE si è affermata nella seconda parte del decennio come il primo socio commerciale e il primo investitore nel blocco sudamericano) hanno creato in breve tempo le condizioni per il lancio di un negoziato, il cui obiettivo è la firma del primo Accordo di associazione interregionale della storia delle relazioni internazionali.

      In occasione del primo Summit euro-latinoamericano di Rio (giugno 1999), fu approvato l’inizio dei negoziati, che sono avanzati con una certa difficoltà all’inizio ma che sono già approdati, dopo cinque round negoziali, alla presentazione di un’offerta di accordo da parte dell’UE, cui dovrà corrispondere la presentazione di una controproposta da parte del MERCOSUR a fine ottobre.

      Esistono le condizioni per una conclusione dell’accordo nel prossimo biennio, e il prossimo Summit euro-latinoamericano di Madrid (giugno 2002) dovrebbe venire a scandire i tempi del negoziato, che creerà quindi un ambizioso spazio economico comune tra i quindici membri dell’Ue e i quattro paesi del MERCOSUR, cui si verrebbe ad aggiungere il Cile, con cui l’Ue sta negoziando in parallelo un accordo equivalente.

      A quello commerciale si vengono poi ad aggiungere un accordo politico e uno in materia di cooperazione, facenti tutti parte integrante dell’Accordo di associazione.

      Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il lancio dell’ambizioso progetto di creazione di un mercato comune emisferico (ALCA in spagnolo, FTAA in inglese) risale alla presidenza Bush padre.

      Il processo avanzò ben poco durante le presidenze Clinton, ma nell’ultima parte del suo secondo mandato la sua amministrazione prese atto da un lato della crescente importanza strategica dei mercati della regione, che gli USa non potevano più considerare come acquisiti, e dall’altro delle difficoltà del quadro multilaterale (fallimento di Seattle). Di fatto, gli USA hanno sempre privilegiato un approccio strategico multilaterale nei negoziati commerciali, rimanendo sostanzialmente estranei al processo di conclusione di accordi bilaterali e regionali che ha caratterizzato tutte le regioni del mondo.

      Analisti e aziende americane hanno lanciato un grido d’allarme in questo senso al presidente George W. Bush, che ha deciso di spingere con forza sulla via del regionalismo, senza per questo rinunciare alla possibilità di lanciare un round multilaterale ancora quest’anno.

      Ma la prospettiva di un Mercato comune delle Americhe è ritornata d’attualità, e i trentaquattro paesi della regione hanno stabilito nel Summit delle Americhe di Québec (aprile 2001) un calendario e una struttura per i negoziati che dovrebbero concludersi nel 2005.

      Tale negoziato deve però far fronte a molte difficoltà, non ultima il peso delle lobbies americane, che rendono difficilmente preventivabile la concessione di un mandato negoziale ampio (TPA, Trading Promotion Authority, prima conosciuto come fast-track) al presidente Bush.

      Ma vi è anche un’altra fondamentale differenza tra l’ALCA immaginabile all’inizio degli anni Novanta e quella attuale. Se allora il processo negoziale sarebbe stato chiaramente a propulsione statunitense, con una scarsa possibilità per i paesi latino-americani di esercitare un peso significativo sul negoziato, la rinnovata forza di alcuni di loro, in primis del Brasile, e la presenza riequilibrante dell’Unione europea ha ora cambiato le carte in tavola. I paesi latino-americani hanno maggiore margine di manovra e, nel caso del Brasile, intendono esercitarlo a fondo.

      Questo non significa che l’ALCA non si farà, ma piuttosto che esso difficilmente sarà una semplice specchio del NAFTA (Accordo di libero commercio del Nord America): sarà invece un accordo ambizioso e di ampio respiro, nel quale anche gli USA Saranno costretti a fare concessioni su materie importanti (accesso ai mercati, regole sanitarie, uso dell’antidumping, riduzione dei sussidi agricoli).

      Di fatto il Brasile è già riuscito, nel periodo che ha preceduto Québec, a imporre il suo calendario agli USA e ai suoi alleati più stretti (Cile e Uruguay), che premevano per una conclusione dei mandati nel 2003, prima della fine del mandato di Bush. Era una prospettiva
      irreale, data la complessità del negoziato, ma molti paesi latino-americani,
      attirati dalla chimera di un accordo rapido con gli USA, sembravano disposti ad
      accettarla.

      La posizione brasiliana, sostenuta da paesi come il Venezuela e, con qualche dubbio, dall’Argentina, è che un negoziato rapido non possa che risultare squilibrato a favore degli USA, che devono dimostrare con concessioni reali la loro volontà di concludere un accordo. L’altro punto cui il Brasile tiene particolarmente è il consolidamento del MERCOSUR: se il blocco è dal 1999 alle prese con una crisi interna, essenzialmente dovuta all’incompatibilità dei regimi cambiari argentino e brasiliano, e oggi aggravata dalla situazione argentina, ciò non toglie che si tratti di un mercato interno significativo e di un acquis politico di peso cui il Brasile non vuole rinunciare. Da qui la decisione di negoziare come blocco in seno all’ALCA (ciò non entusiasmava l’Uruguay e in parte l’Argentina).

      Ma, che il MERCOSUR conti ancora parecchio, nonostante i suoi problemi interni, è dimostrato anche dal fatto che gli USA, a fronte delle difficoltà dei negoziati multilaterali (OMс) ed emisferici (ALCA), hanno accettato di avviare un dialogo chiamato 4+1 con il MERCOSUR su temi commerciali d’interesse comune. Non si tratta ancora di un vero e proprio negoziato, ma di un tavolo di discussione che riconosce al MERCOSUR un ruolo importante, spesso negatogli dagli USA in passato.

      Dall’evoluzione di questi scenari, cui si aggiunge anche il negoziato 4+5 tra MERCOSUR e Comunità andina che potrebbe portare alla creazione di un Mercato comune sudamericano come premessa per un suçcessivo ALCA, dipende il futuro dell’America Latina nel secolo che sta iniziando.

      Chiaramente, se qualcuno crede ancora che l’America Latina sia ancora un fuscello in balia di tempeste più grandi di lei, quanto esposto dovrebbe bastare a fargli cambiare idea.

      La nuova America Latina rimane alle prese con enormi problemi, ma dispone ora di voce e personalità propria: all’interno di essa, paesi come il Brasile e il Messico, ma anche il Cile o lo stesso Venezuela, dispongono di atouts di diversa natura che sono in grado di utilizzare.

      Di fronte alla crisi del modello G8 emersa negli ultimi due anni, risulta difficile pensare alla possibilità di mantenerne inalterata la sua struttura e le sue modalità di funzionamento. Sta svanendo, o forse è svanita del tutto, l’idea di un “direttorio” di paesi ricchi (i Sette) o armati (Russia) che possano esercitare da soli la leadership mondiale.

      È necessario ampliare lo spettro del G7: di fatto, già esiste da alcuni anni il G20, la cui prima riunione ha avuto luogo a Berlino nel dicembre 1999.

      In questo nuovo forum partecipano, oltre ai membri del G8, Argentina, Brasile, Messico, Australia, Sud Africa, Turchia, Cina, India, Indonesia e Corea del Sud, oltre alla Presidenza dell’UE e le istituzioni di Bretton Woods. Anche se il G20 non ha ancora il seguito mediatico del G8, è probabilmente in questo senso che la comunità internazionale dovrà dirigersi, senza dimenticare però di associare all’allargamento del gruppo la definizione di meccanismi di coinvolgimento dei paesi che ne sono esclusi e della società civile.

      In questo quadro, l’America Latina fa bella mostra di sé e non mancherà di far sentire la propria voce nella definizione dei nuovi equilibri mondiali.