Le elezioni parlamentari del 26 settembre 2010 rappresentano un passo avanti per la democrazia venezuelana.
Il PSUV di Hugo Chávez si è imposto in numero di seggi, mantenendo la maggioranza assoluta anche grazie alla riforma elettorale dell’anno scorso che diede maggior rappresentanza agli stati controllati dal partito di governo, ma l’opposizione entra in parlamento dopo cinque d’assenza, e questo può gettare le basi per un futuro politico più equilibrato in Venezuela.
La legge elettorale ha prodotto risultati sorprendenti, se pensiamo che 100.000 voti di differenza (5.423.324 per il Partido Socialista Unido de Venezuela – PSUV di Chávez, pari al 48.13% dei voti) hanno corrisposto a 98 seggi su 165, mentre i 5.320.364 de la Mesa para la Unidad Nacional (MUN), pari al 47.22%, hanno portato all’elezione di solo 65 deputati.
Senza dubbio, si tratta di un sistema distorto, dato che se una perfetta proporzionalità tra voti ed eletti non è sempre possibile, una tale distorsione in un sistema teoricamente proporzionale va di là del ragionevole. Per lo PSUV, il 48.13% dei voti corrisponde al 59.39% dei seggi, per l’opposizione il 47.22% corrisponde al 39.39%. Venti punti di scarto. Ad ogni modo, per l’opposizione a Chávez si tratta di un successo, perché ritrova la via del parlamento, cui aveva follemente rinunciato boicottando le elezioni parlamentari del dicembre 2005.
In questo modo l’opposizione, che denunciava la poca trasparenza del processo elettorale in mano al CNE (Consejo Nacional Electoral), aveva lasciato via libera a Chávez, che in questi cinque anni ha potuto legislare a piacere.
Dell’errore l’opposizione si pentì già nel 2006, quando presentò un candidato unico alle elezioni presidenziali, Manuel Rosales, allora governatore dello stato di Zulia, che ottenne il 32% dei voti contro il 68% ottenuto da Chávez alla sua seconda rielezione.
Tra le tante leggi che l’assemblea d’obbedienza chavista ha promulgato in questi anni per promuovere il socialismo del XXI secolo, vi furono anche le leggi che spogliarono d’ogni autorità i governatori e sindaci eletti nel 2008, per passarle ad autorità di nomina governativa, e la distorta legge elettorale di cui sopra.
Inoltre, l’assemblea monocolore approvò una riforma costituzionale “bolivariana” che ha modificato notevolmente l’organizzazione dello stato venezuelano, introducendo anche la rielezionesenza limiti del Presidente della Repubblica (respinta in referendum popolare nel 2007, tale riforma è stata poi approvata in un altro referendum nel 2009).
I risultati elettorali di quest’ultima tornata, pur squilibrati, non permettono alla maggioranza d’ottenere i 2/3 dei seggi necessari per compiere le principali nomine istituzionali in solitario, né quella di 102 deputati che avrebbe permesso di governare per decreto.
In questo senso, gli sviluppi di questa nuova situazione potrebbero essere positivi, poiché la maggioranza sembrerebbe obbligata a negoziare con l’opposizione sui temi d’interesse nazionale.
Non è sicurissimo che questo sarà il cammino scelto da Chávez, che ha una concezione molto tribunizia e autoritaria della politica, in cui non c’è posto per l’opposizione.
Entrambe le parti politiche venezuelane hanno la loro parte di colpa nella degenerazione del clima politico nel paese.
L’opposizione ha negato per anni, e senza fondamento, la legittimità delle successive vittorie elettorali di Chávez dal 1999 ad oggi. Il favore con cui molti accolsero il tentativo di colpo di stato contro Chávez del 2002 dimostrò come molti sostenitori dell’opposizione non potessero concepire che le vittorie di Chávez fossero reali, anche se ottenute con maggioranze chiarissime, e fossero favorevoli a qualsiasi mezzo per fermarlo.
La scelta di convocare un referendum revocatorio (2004) e l’ostinazione con cui i proponenti negarono la validità della vittoria del no a favore di Chávez venne a dimostrare una volta di più che l’opposizione al chavismo non poteva concepire l’idea che Chávez avesse una maggioranza di consensi nel paese, cosa che invece era vera.
Le missioni d’osservazione elettorale internazionali dimostrarono che il sistema elettronico di votazione usato in Venezuela, lungi dall’essere un veicolo per frodi, funziona adeguatamente. Le critiche formulate al sistema venezuelano riguardavano invece l’ovvio sbilanciamento delle autorità di governo nell’appoggiare in tutti i modi le campagne elettorali del chavismo, mediante un uso partigiano della spesa pubblica a fini elettoralistici ed l’occupazione totale dei mezzi di comunicazione statali.
Dal canto suo, Chávez ha in buona parte sprecato il capitale politico accumulato in successive vittorie elettorali, negando ogni possibiledissidenza, governando in modo autoritario, forzando le situazioni senza aprire mai a possibili compromessi. Le continue statalizzazioni d’imprese private e mezzi di comunicazione e le riforme istituzionali cui abbiamo accennato sono eloquenti.
Hugo Chaves
Il risultato elettorale può essere considerato come positivo anche da Chávez che, pur deluso dal non poter governare per decreto come aveva sperato, riesce a ritagliarsi una maggioranza di seggi in una situazione della quale il pessimo stato dell’economia nazionale,ancora totalmente dipendente dal petrolio e il deterioramento della sicurezza hanno minato in gran parte le comode maggioranze di consensi di cui Chávez ha goduto per dieci anni.
I principali cantieri politici di Chávez in questo decennio sono stati la costruzione di un nuovo modello di socialismo e la sua esportazione nel resto d’America latina mediante l’ALBA, un processo a trazione venezuelana e petrolifera.
L’attuale congiuntura economica e i problemi del Venezuela nell’usare in maniera efficiente i redditi petroliferi, una tradizione venezuelana che Chávez non ha minimamente intaccato, fanno emergere dei seri dubbi sulla sostenibilità a termine di tale modello.
D’altro canto, ci si può chiedere se sia legittimo portare avanti progetti di riforma presentati dal suo stesso proponente come epocali con l’appoggio di solo metà della popolazione.
Il recente vertice tra Unione Europea ed America Latina di Madrid (17-19 maggio), forse passato un po’ inosservato a causa dei contemporanei problemi finanziari dell’Ue e la situazione specialmente delicata della Spagna, presidente di turno, è invece stato particolarmente importante per una serie di decisioni prese che danno una svolta alla politica europea nei confronti di una regione latinoamericana che si trova in un momento complesso, ma anche molto dinamico. E ormai lontana l’epoca nella quale l’America Latina veniva considerata una semplice periferia statunitense, alle prese con dittature, debiti endemici, povertà, bassa crescita economica, costante confusione istituzionale. Passato il decennio perduto degli anni ottanta, le riforme intraprese dalla maggioranza dei paesi latinoamericani negli anni novanta hanno avuto generalmente successo, anche se i miglioramenti sociali avvenuti sono rimasti inferiori a quelli macroeconomici: alla fine del XX secolo, il debito sociale aveva sostituito quello finanziario che la regione aveva patito nei vent’anni precedenti.
Un decennio più tardi, molte cose sono cambiate in America Latina: il Brasile è definitivamente emerso come quella potenza regionale e globale che ha sempre voluto essere, dimostrando al mondo che la crescita economica può andare unita alla redistribuzione della ricchezza anche nel contesto latinoamericano; gli Stati Uniti non sono più il fratello maggiore in grado di dettare le regole del gioco; l’ALBA è divenuto un modello di riferimento alternativo, pur pieno di contraddizioni. La Cina si fa sentire nella regione, specie come acquirente di materie prime ma anche come investitore. Persino la Russia e l’Iran, tramite la loro alleanza con il Venezuela bolivariano, fanno capolino. Al tempo stesso, il Brasile consolida la sue presenza extra-regionale, in primis in Africa ma facendo sentire il suo peso in tutti gli scenari: G-20, OMC, accordo nucleare con Iran e Turchia. Il Cile raggiunge il Messico nell’OECD.
E non dimentichiamo poi che, nonostante tutto, l’Europa è ancora un investitore importante, se non il primo, nel complesso dell’America Latina: capitali spagnoli e portoghesi, ma anche tedeschi, francesi e italiani (secondari gli interessi britannici). E l’Ue è il primo partner commerciale di buona parte dell’America Latina. Insomma, gli scenari regionali sono molto cambiati rispetto ad un decennio fa, ed anche le prospettive che i cittadini latinoamericani possono nutrire rispetto al proprio futuro. Gli scenari dell’integrazione regionale latinoamericana sono anch’essi cambiati nel corso degli ultimi anni: l’America Latina non è estranea a tentativi d’integrazione regionale sulla falsariga europea. Anzi, il Mercado Común Centramericano e la Comunidad Andina nacquero immediatamente dopo il Trattato di Roma. In entrambi i casi però, i progressi nell’integrazione sono stati molto limitati, e se l’obiettivo è sempre stato quello di seguire l’esempio europeo, in realtà tanto il blocco centroamericano che quello andino non sono mai riusciti a creare al loro interno quella dinamica virtuosa che, tramite l’eliminazione progressiva delle barriere commerciali e la successiva creazione di una politica commerciale comune, hanno fatto talmente progredire l’integrazione europea sino all’adozione di una moneta comune.
Nel caso andino (Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, il Venezuela si ritirò nel 2006) si crearono istituzioni modellate su quelle europee, ma non si è mai raggiunto lo stadio di unione doganale, per la quale è necessaria l’esistenza di un dazio esterno comune, e quindi d’una politica commerciale unificata (obiettivo raggiunto dall’allora CEE nel 1968). Nel caso centroamericano, potremmo dire che non è stato raggiunto nemmeno lo status di area di libero commercio, visto che sono ancora numerosi gli ostacoli alla libera circolazione dei prodotti tra i cinque paesi membri (Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua). Nel caso dei paesi del Cono Sud, il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay), nato nel 1999 con il Trattato di Asunción, pur adottando un approccio poco istituzionale e del tutto intergovernativo, avanzò parecchio nel corso dell’ultimo decennio del XX secolo. Il Mercosur adottò un dazio esterno comune, pur imperfetto, già nel 1994, e le cifre dimostrano che i volumi commerciali intra-regionali crebbero impetuosamente almeno sino alla crisi argentina del 2001 – 2002, rappresentando un importante pilastro per lo sviluppo economico dei suoi paesi membri e soprattutto del Brasile di Cardoso (1994 – 2002) е dell’Argentina di Menem (1989-1999).
La tremenda crisi argentina del 2001, causata dall’impossibilità per l’Argentina di mantenere il cambio 1:1 con il dollaro, che era il perno della politica dell’allora ministro dell’economia Cavallo, venne a rallentare lo sviluppo del blocco, tanto dal punto di visto istituzionale come commerciale. Troppo lo squilibrio tra un Brasile sempre più solido ed un’Argentina in preda al caos ed in grave ritardo nel proprio processo di modernizzazione economica, processo certo non ulteriormente avanzato nemmeno durante le successive presidenze Kirchner e Fernández, che hanno visto al contrario un risorgere del nazionalismo economico. Il promettente Mercosur degli anni 90 è quindi divenuto il Mercosur stagnante dei primi anni 2000, bloccato nel suo sviluppo interno: mentre l’Argentina si dibatteva con le proprie (infinite) crisi, il Brasile si faceva i muscoli sfruttando il suo enorme potenziale economico negli anni di Lula, divenendo un attore di prima grandezza dello scenario internazionale senza avere più bisogno del Mercosur come veicolo d’espansione. Esistono alcune ragioni generali per spiegare il relativo fallimento dell’integrazione economica in America Latina: da una parte, la complementarità relativamente bassa all’interno degli spazi economici centroamericano ed andino, anche se questo fattore non è d’applicazione nel caso del Mercosur. L’esistenza poi, sino ai primi anni novanta, di scenari economici non virtuosi (debito, iperinflazione) che rendevano impossibile un’integrazione tra economie in crisi. Anche il poco sostegno dato dagli Stati Uniti ai processi d’integrazione regionale sino agli anni novanta non contribuì a rafforzarli: Washington ha sempre guardato con sospetto a processi che possano rafforzare la coesione tra i propri partner, come dimostra anche la riluttanza degli USA a concludere accordi con regioni anzichè con paesi. Fu invece l’apparizione dell’Unione Europea in America Latina negli anni novanta (politica lanciata dall’allora commissario europeo Manuel Marín) che dette uno stimolo all’integrazione regionale latinoamericana, mediante la proposta formulata ai tre blocchi di concludere accordi commerciali biregionali con ognuno dei tre blocchi quando i progressi nei rispettivi processi d’integrazione lo permettessero (essenzialmente, quando si fossero dotati anch’essi d’un dazio esterno comune). Lo scadente stato delle infrastrutture regionali è stato causa ed effetto della scarsa integrazione: l’esempio europeo dimostra che i fondi strutturali fecero moltissimo per rafforzare l’integrazione. Un’altra difficoltà per l’integrazione regionale deriva dalla riluttanza dei governi latinoamericani nei confronti d’ogni possibile cessione di sovranità allo stile europeo: l’integrazione è vissuta come un processo di pura politica estera, non avendo mai raggiunto in nessun caso una massa critica paragonabile alla dimensione comunitaria che conosciamo in Europа. Inoltre, gli organismi regionali latinoamericani sono sempre rimasti esclusivamente economici, senza mai assumere, o pretendere di farlo, un ruolo politico, come quando l’Ue venne a completare la CEE. La dimensione politica americana è sempre stata rappresentata dall’OEA, un organismo diplomatico classico, strettamente intergovernativo e dalle competenze abbastanza limitate. L’OEA fu cassa di risonanza statunitense sino agli anni 90, sino a divenire più variegato a partire dalla fine del secolo per ragioni che analizzeremo più avanti.
Il primo decennio del nuovo millennio ha cambiato sostanzialmente le carte in tavola: i paesi che sono riusciti a portare avanti ambiziose riforme economiche ed a sostenerle nel tempo si sono rafforzati, entrando nel club degli emergenti (in primis il Brasile, ma anche il Messico, grazie al rapporto con gli USA, il Perù e senz’altro il Cile, che ha perseguito un modello di sviluppo improntato al liberalismo economico ed alla conclusione d’accordi commerciali con tutti i principali attori economici internazionali). Altri, come l’Argentina, hanno caracollato. Il gruppo della ALBA (Alternativa Bolivariana de las Américas) hanno intrapreso un altro cammino, finanziato soprattutto dal petrolio venezuelano: quello di un neo – statalizzazione dell’economia, fondata su un’ideologia sud – sud con toni anti-capitalistici. Sono parte dell’ALBA, il cui nome è in voluta contrapposizione all’ALCA (Asociación de Libre Comercio de las Américas, un tentativo infruttuoso d’integrazione economica panamericana pilotato dagli Usa arenatosi da anni) i seguenti paesi: Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Dominica. Antigua y Barbuda, San Vicente y las Granadinas.
L’ALBA volutamente rifugge gli schemi classici dell’integrazione “liberale”, per proporre un altro modello, quello dell’integrazione tra popoli sulla base di progetti comuni, quali lo scambio di medici, insegnanti, modelli educativi, prodotti (petrolio) non su basi di mercato ma sovvenzionati a prezzi stabiliti dai governi. Il motore politico dell’ALBA è l’ideologia bolivariana di Chávez (el Libertador, integratore d’America ante litteram), saldata con il castrismo ed impregnata d’antiamericanismo. Il motore economico (od il combustibile) il petrolio venezuelano distribuito generosamente negli anni in cui l’oro nero ebbe corsi molto alti. La sfida dell’ALBA, cui senza appartenere guarda con simpatia anche l’Argentina di Cristina Fernández, è quella di proporsi come un modello alternativo d’organizzazione politica, economica e sociale, improntata su leader forti dal discorso molto populista, eletti in elezioni formalmente corrette ma svoltesi in una clima di sempre maggiore asfissia delle oppоsizioni, ed un notevole statalismo economico. All’interno dell’America Latina, lo sviluppo di un blocco che pretende di rompere con i modelli che guidarono le riforme economiche degli anni novanta ha portato ad una certa frattura dello scenario politico, nel quale si delineano tre gruppi; oltre all’ALBA, i paesi chiaramente liberali, che rifuggono le tentazioni neo populiste (Colombia, Perù, Costa Rica, Panama) e quelli con governi d’ispirazione socialdemocratica latinoamericana, i cui modelli sono il Brasile di Lula ed il Cile della Bachelet, recentemente sostituita da un Piñera sì liberale ma che non sembra aver intenzione di sovvertire il modello economico consensuale prevalente in quel paese andino. L’Argentina parrebbe ispirarsi a quei modelli, ma con molte contraddizioni e tentennamenti. Uruguay, El Salvador e Guatemala hanno anch’essi governi d’ispirazione socialdemocratica.
Che riflessi hanno avuto questi movimenti profondi sulla geografia dell’integrazione politica ed economica? L’OEA è non più espressione degli interessi diretti degli USA, i quali hanno sostanzialmente dimenticato la regione negli anni Clinton e Bush. Però, a causa delle divisioni interne delineate sopra, essa è divenuto un organismo abbastanza inefficace a far fronte alle crisi regionali di natura politica (Honduras) o alle emergenze tipo Haiti. Il segretario generale Insulza è stato recentemente rieletto più per mancanza d’alternative che per vera convinzione, e molti paesi, pur votando per lui, hanno espresso il bisogno di dare un’importante sterzata all’organizzazione, per renderla più efficace. Nel 2008 nacque l’UNASUR (Unión de las Naciones Suramericanas), con l’obiettivo d’integrare tutte le nazioni dell’America del Sud in un solo processo d’integrazione emisferica sia politico che economico, che unisca agli acquis economici del Mercosur e della Comunità Andina una nuova piattaforma politica. Il blocco è stato sinora caratterizzato, a causa della colorazione di sinistra della maggioranza dei governi della regione, da una certa orientazione a sinistra, pur con le ovvie differenze, già analizzate, tra paesi ALBA e paesi moderati. L’UNASUR nacque da un’idea sostanzialmente brasiliana: Brasilia ambiva divenire un leader continentale sulla base d’una piattaforma più ampia del barcollante Mercosur.
UNASUR ha appena eletto come segretario generale l’ex-presidente argentino Kirchner. Esiste poi dal 1986 il Gruppo di Rio, cui appartengono tutti i paesi latinoamericani: nato come foro regionale eminentemente politico avente come obiettivo il consolidamento della democrazia in un decennio nel quale i paesi latinoamericani passarono dalle dittature alla democrazia, è alla ricerca di una nuova agenda, una volta conclusa sostanzialmente con successo quella transizione. Da qui la recente creazione della Comunità degli Stati Latinoaemricani e dei Caraibi, nata nella cosidetta Cumbre de la Unidad di Cancún (febbraio 2010); formalmente una riunione del Gruppo di Rio, ampliata però agli stati caraibici. La nuova Comunità, le cui specificità verranno definite nel prossimo biennio, viene a costituire un’organizzazione panamericana priva di USA e Canada, ed è vista da alcuni (ALBA) come un’alternativa all’OEA, da altri come un suo complemento. Scenari complessi ed in movimento, che vale la pena seguire perché riflettono le differenze esistenti nel dibattito regionale su temi d’importanza globale come la crisi economica, la delinquenza ed il narcotraffico, la corsa al riarmo (particolarmente acuta in America Latina nell’ultimo periodo ed oggetto di dibattito nell’ultima assemblea dell’OEA), la lotta alla povertà ed all’esclusione. Tutti temi su cui i paesi latinoamericani hanno interesse a confrontarsi ed elaborare ipotesi di soluzione comune.
Per quanto riguarda il ruolo dell’Unione Europea, nonostante i notevoli interessi economici in gioco, la strategia di concludere accordi biregionali con i tre blocchi principali si è trascinata per anni, in parallelo anche con la Ronda dello Sviluppo di Doha (DDA) senza poter portare a risultati probanti, anche a causa della sostanziale asimmetria dei negoziati, mantenuti tra un blocco di 27 paesi davvero integrati sotto la leadership di un organo comune, la Commissione, e gruppi di paesi tra loro divisi e rappresentanti di mercati non veramente integrati. Il negoziato Ue – Mercosur si arenò già nel 2002, venendo poi data priorità al negoziato multilaterale OMC (DDA). Quello con la Comunità Andina si arenò più recentemente a causa del disaccordo di fondo con la natura dell’accordo prima del Venezuela, poi di Bolivia ed Ecuador. Il recente vertice di Madrid ha portato, come dicevamo all’inizio, a risultati molto significativi. Infatti: – Vengono rilanciati i negoziati per un accordo d’associazione (AA) tra Unione Europea ed il Mercosur. – A fronte dell’impossibilità di negoziare un accordo biregionale con la Comunità Andina, si sono concluse i negoziati per la conclusione di accordi commerciali bilaterali con Perù e Colombia. -Si concludono i negoziati per un accordo d’associazione (AA) tra Unione Europea, America Centrale e Panama.
Quest ultimo accordo raggiunto a Madrid segna la conclusione del primo accordo d’associazione (politico, commerciale e di cooperazione) concluso tra due blocchi regionali. Anche se sostanzialmente ignorato, a causa del peso economico relativo della regione centroamericana, dai media europei (non da quelli centroamericani), l’accordo merita, per la novità che rappresenta, l’attenzione di riviste più specializzate. Al di là del potenziale commerciale, l’AA Ue – AMCP è di natura diversa dal CAFTA, concluso dai paesi della regione nel 2005, che era una sommatoria di accordi bilaterali tra tali paesi e gli USA, senza dimensione regionale. Il suo principale atout è il rafforzamento della sempre vacillante dimensione regionale centroamericana, con effetti benefici non tanto sul commercio e gli investimenti bilaterali (che pure esisteranno), quanto sulla crescita economica in questa regione ancora povera ed estremamente esposta alla violenza ed al narcotraffico. Se questi temi sembrano lontani dagli interessi italiani, pensiamo alle ripercussioni dell’agenda globale ed alla crescente presenza in Europa delle gangs centroamericane, che preoccupano anche il governo italiano, che ha recentemente ospitato a Roma un convegno su questo tema.
Simon Bolivar
L’Italia è poi osservatore del SICA (Sistema de Integración Centroamericana) ed il Presidente Berlusconi ha recentemente partecipato a Panama all’ultimo vertice di questo organismo, ricambiando la visita del Presidente panamense Martinelli. Le imprese italiane non dovrebbero rimanere indifferenti a queste nuove opportunità che si aprono in America Centrale.
Il nuovo accordo prevede periodi asimmetrici per l’eliminazione dei dazi doganali, e costituisce un accordo completo, in linea coi dettami dell’OMC. L’America Centrale s’impegna a completare il proprio processo d’integrazione, sino all’adozione d’un dazio comune, nei prossimi anni, anche se l’accordo entrerà in vigore già prima, al termine del processo di ratifica. In conclusione, l’America latina è cambiata molto in questi anni, ed anche se i risultati delle riforme economiche sono variabili, il rafforzamento della democrazia è indubbio, anche se crisi come quella dell’Honduras e la sfida dell’ALBA sono venute ad aprire nuovi fronti. La geografia dell’integrazione sta cambiando, obbedendo ai nuovi venti politici che spirano nella regione (anche l’amministrazione Obama mostra un certo interesse, ed un nuovo tocco). L’Unione Europea ha rettificato alcune sue politiche precedenti, adattandolo alla nuova realtà. Questo il principale risultato del vertice di Madrid, che non va affatto sottovalutato.
Il primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane non ha ancor svelato il nome del vincitore finale, ma le probabilità che la candidata appoggiata da Lula, la sua ex-ministra Dilma Rousseff PT, (Partido dos Trabalhadores) s’imponga al secondo turno su José Serra, candidato dell’oppositore PSDB (Partido da Socialdemocracia Brasileira) sono notevoli.
La ragione per cui Dilma, che ha ottenuto 47.651.434 voti (46.91%) al primo turno, praticamente gli stessi che aveva avuto Lula nel 2006, non è riuscita ad imporsi al primo turno come i sondaggi indicavano sino a poche settimane fa, è stata l’emergenza impetuosa della candidata ecologista Marina Silva, senatrice dello stato amazzonico di Acre ed ex-ministra dell’Ambiente di Lula dal 2003 al 2008. Marina, che ruppe, con Lula contestandone la poca attenzione ai temi dello sviluppo sostenibile, specie in Amazzonia, ha ottenuto 19.636.359 voti, corrispondenti ad un 19,33% ben superiore a quanto previsto dai sondaggi e del 6.5% ottenuto dalla candidatura di Heloisa Helena nel 2006, paragonabile alla sua (cioè alla sinistra di Lula).
Marina è stata probabilmente avvantaggiata dai recenti scandali sorti nell’entourage immediato di Dilma e dall’appoggio delle chiese evangeliche, potentissime elettoralmente nel religioso Brasile (a Dilma hanno nuociuto le sue posizioni in favore della libera scelta in materia d’aborto). José Serra, l’ex-ministro della Sanità di F.H. Cardoso e candidato sconfitto da Lula al secondo turno nel 2002, ottiene 33.132.283 voti, pari al 32,61%. Sette punti in meno di Alckmin, candidato del PSDB nel 2006, e più o meno gli stessi voti che ottenne al secondo turno nel 2002 (ma allora votarono 25 milioni di persone in meno). Questo risultato non si traduce però nella temuta débâcle del partito tucano, che ottiene successi importanti nelle elezioni statali, imponendosi nei due stati – chiave di São Paulo e Minas Gerais, nei quali i candidati eletti superano nettamente i consensi ottenuti in loco da Serra.
Due considerazioni elettorali: il Brasile ha dimostrato ancora una volta di disporre di una delle macchine elettorali più efficienti al mondo, capace di far votare elettronicamente 111 milioni di persone (la terza popolazione elettorale al mondo, dopo India e Stati Uniti e leggermente superiore ai 104 milioni di votanti dell’ultima elezione indonesiana) in maniera ordinata, senza contestazioni e con pubblicazione di risultati definitivi e non contestati nel giro di poche ore. Elezioni che tra l’altro non erano solo presidenziali, ma anche statali (governatori di 27 stati), parlamentari e comunali (i municipi in Brasile sono 5565).
Ebbene, la macchina elettorale brasiliana ha funzionato ancora una volta benissimo, suscitando molte invidie anche in paesi del Nord del mondo. C’è solo da complimentarsi e studiare l’esperienza brasiliana in materia (pensiamo alla diffidenza con cui si guarda al voto elettronico in Europa).
D‘altro canto, gli elettori brasiliani hanno confermato una partecipazione superiore all’80%, elevata in termini internazionali, che dimostra la loro fiducia nel sistema, a fronte di tassi di partecipazione quasi sempre calanti nelle democrazie cosiddette mature.
In entrambi i casi, si tratta di buone notizie.
La chiave del secondo turno saranno ovviamente i votanti di Marina Silva, che però dovrebbero propendere soprattutto verso Dilma Rousseff: sembra davvero difficile che Serra possa recuperare lo svantaggio accumulato, se teniamo conto anche del profilo ideologico dei candidati.
Le prime dichiarazioni post-elettorali sembrano preannunciare una Dilma più centrata su messaggi propri, che la distinguano da Lula pur nella continuità delle sue politiche.
Dilma, che nonostante il suo passato guerrigliero che l’ha anche portata in carcere durante la dittatura militare, non è in politica da molto, fu nominata da Lula come ministro “tecnico” all’Energia nel suo primo mandato, per poi passare all’assai più politica “Casa Civil“ (una specie di capo gabinetto, incaricato del coordinamento del governo).
Da quel posto Dilma è stata catapultata con insistenza da Lula alla candidatura presidenziale per la coalizione che ha appoggiato il presidente uscente, composta da 11 partiti. Oltre al PT, l’altro partito chiave nella coalizione è il PMDB (Partido do Movimento Democrático Brasileiro), erede del partito che si impose con Tancredo Neves nelle prime elezioni post – dittatoriali e che, pur non presentando da molti anni un candidato proprio alle presidenziali continua ad essere il primo partito nazionale per numero di eletti. Il PMDB è stato rappresentato nel ticket presidenziale da Michel Temer, una vecchia volpe della vita parlamentare brasiliana (Dilma, 62enne, non aveva mai concorso ad alcuna elezione).
La campagna elettorale di Dilma ha puntato sinora esclusivamente su un’identificazione totale con Lula, che si è impegnato al 100% al lato della sua prescelta (prendendosi anche cinque multe dalle autorità elettorali per partecipazione non imparziale nella campagna elettorale) ed è arrivato a dire che votare Dilma era come votare per lui, che non poteva ripresentarsi (ed avrebbe stravinto se lo avesse potuto fare…).
Dilma ha probabilmente interesse a differenziarsi un poco dal presidente uscente in vista del secondo turno, pur confermando il messaggio di continuità con l’operato del presidente più popolare della storia del paese, che lascia la carica con indici d’approvazione dell’80%.
Un indicatore significativo dello straordinario successo politico di Lula è il fatto che nessuno dei tre principali candidati, che hanno raccolto insieme il 99% dei voti, abbia osato criticare il presidente uscente: tutte e tre le candidature si presentano come di centro- sinistra, progressiste ma rispettose dei fondamenti del mercato: esattamente la ricetta che Lula ha saputo cucinare magistralmente nei suoi otto anni, divenendo un riferimento mondiale e regionale.
Proprio la sintonia assoluta con Lula è stato il principale vettore della candidatura di Dilma, una manager più che una politica, fedelissima al suo mentore agli occhi degli elettori.
E proprio la poca chiarezza di Serra nel differenziarsi dalla socialdemocrazia di Lula (non dimentichiamo che Serra è esponente autorevole proprio del partito socialdemocratico, che con F.H.Cardoso nel 1994 – 2002 avviò quelle riforme strutturali poi portate avanti da Lula nel suo periodo) lo ha penalizzato. Il poco magnetismo personale del pur competente Serra, che ebbe successo sia come ministro della Sanità con Cardoso che successivamente come Governatore dello Stato di San Paolo, (il più importante del Brasile, con un peso economico di molto superiore ad ogni altro paese d’America del Sud) ha poi contribuito a limitare il suo consenso elettorale, che come abbiamo visto non ha spiccato il volo rispetto a precedenti appuntamenti elettorali.
Che Brasile si ritroverà a governare il successore di Lula? Su questa rivista abbiamo seguito con attenzione la politica brasiliana dal 1994. L’articolo che commentò l’elezione di Cardoso nel 1994 s’intitolò “Il Brasile di Cardoso tra speranze ed incertezze”. I successivi sempre allusero alle fragilità del sistema brasiliano, da sempre caratterizzato da un grande potenziale mai pienamente realizzato. Come si soleva dire scherzosamente in Brasile: il nostro è il paese del futuro, e… sempre lo rimarrà.
Gli ultimi sedici anni sono stati caratterizzati da una chiarissima linea direttrice, che, poggiando sulle riforme economiche portate avanti da Cardoso, che permisero al paese di sconfiggere l’iper-inflazione degli anni ottanta e la cronica instabilità finanziaria, e poi a Lula di approfondire l’azione sociale senza volgere le spalle al rigore economico.
Il Lula-spauracchio divenne col tempo un candidato accettabile da parte delle élites economiche e poi il migliore gestore possibile del paese emergente: attento non solo all’azione sociale, ma anche ai fondamentali necessari per la crescita economica, necessaria per promuovere quelle riforme sociali di cui un paese per secoli rimasto un campione assoluto di diseguaglianza aveva tremendamente bisogno.
La sensazione degli anni di Cardoso fu che si fece molto per modernizzare l’economia e la gestione della cosa pubblica, ma non abbastanza per i due terzi meno abbienti del paese.
Negli anni di Lula, il cocktail sapiente tra economia e sociale, tra nazionalismo economico e mercato, tra progressismo e rigore ha permesso al paese di approfittare a fondo delle ottime condizioni esistenti nell’economia mondiale prima della crisi: il Brasile, paese industriale competitivo ma anche importantissimo esportatore di prodotti agricoli e materie prime, ha alimentato una crescita economica impetuosa che anche nel 2010 si assesterà intorno all’8%. In questi anni, il Brasile ha poi anche avuto la fortuna di localizzare importantissime riserve di petrolio off-shore, gestite oculatamente dall’impresa statale Petrobras.
I due fattori trainanti dell’economia brasiliana sono stati da un lato l’espansione del mercato interno, mediante oculate politiche di trasferimento di reddito che hanno permesso a ben venti milioni di persone d’abbandonare la povertà per entrare nella classe media: una delle migliori performance mondiali, comparabile solo a quanto ottenuto da Cina ed India, gli altri due BRIC cui il Brasile si può paragonare.
Tali politiche sono state accompagnate da una pianificazione economica leggera, un grande sforzo infrastrutturale ed un miglior equilibrio nella gestione delle differenze tra i diversi stati che compongono quest’immenso paese.
Il secondo fattore-chiave, che può costituire anche il tallone d’Achille del Brasile se non valutato nella sua importanza, è il notevole peso che hanno avuto le esportazioni di prodotti primari ed energetici, specie verso i paesi emergenti. Il Brasile è molto lontano dall’essere dipendente dalle esportazioni di materie prime, come del resto anche la crescita nel 2010 dimostra, ma sarebbe pericoloso dimenticare quanto nella crescita economica brasiliana abbiano pesato gli elevati corsi delle materie prime prima della crisi del 2008 e l’insaziabile sete di risorse da parte dei paesi emergenti. Questo sì, il Brasile di Lula non è incorso nell’errore di tanti altri paesi dotati di risorse, che finiscono per diventare un ostacolo per la crescita economica, ma ha saputo usarle al meglio per modernizzare il paese.
Negli anni di Lula si è definitivamente avverata quella che era da anni l’aspirazione del Brasile, quello di divenire una potenza con status mondiale: la stabilizzazione finanziaria (non dimentichiamo che Lula dovette firmare, prima d’essere eletto nel 2002, una dichiarazione d’intenti con l’FMI per assicurarne l’ortodossia economica: ebbene, durante il suo mandato non solo si sono estinti i debiti con il Fondo monetario, ma addirittura il Brasile ha partecipato al piano di salvataggio della Grecia, diventandone paese creditore, un qualcosa d‘impensabile sino a pochi anni fa), accompagnata da significativi tassi di crescita ha gettato le basi per fare del Brasile un paese di riferimento non tanto dell’America latina quanto del mondo emergente.
Lula ha impostato la sua azione esterna, portata avanti dall’impeccabile Itamaraty, il ministero degli esteri brasiliano guidato da Celso Amorim, confermatosi in questi anni come una delle più prestigiose diplomazie mondiali, su due principi essenziali: l’emergenza del Brasile come potenza di prima grandezza e la diplomazia Sud-Sud, in chiave culturale ed economica, specie con i paesi dell’Africa e di lingua portoghese.
In chiave d’affermazione dell’importanza del Brasile come attore globale, ha avuto molta importanza il ruolo brasiliano nella missione ONU ad Haiti e nella successiva crisi legata al terremoto, nella quale il paese sudamericano ha avuto un ruolo importante al lato degli Usa (e dell’Ue, che pecca però sempre di sufficiente visibilità per la propria azione).
Ancora più significativo il ruolo centrale assunto dal Brasile in tutti i grandi dibattiti internazionali: dal cambio climatico allo sviluppo delle energie alternative (il Brasile è leader in produzione d’alcool da biomassa), dal Doha round alle nuove architetture internazionali.
Nessuno dubita che il Brasile otterrà un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU quando avverrà una riforma, né che sia un membro fondamentale di quel G-20 che ha reso ridondante l’una volta importantissimo G7.
Il recente ruolo del Brasile nell’accordo nucleare tra Iran e Turchia ha poi dimostrato il successo di Brasilia nel giocare un ruolo mondiale eterodosso alternativo agli schemi tradizionali del potere internazionale e in zone nelle quali il paese non aveva presenza sino a poco tempo fa.
Il prestigio internazionale del Brasile negli anni di Lula è quindi aumentato moltissimo: quando io vissi in Brasile, dal 1998 al 2002, era ancora del tutto impensabile che una candidatura internazionale del Brasile potesse avere chances di successo: la doppietta 2014-2016 (mondiali di calcio – olimpiadi) è la dimostrazione di quanto le cose siano cambiate in poco tempo.
È forse in America latina dove, paradossalmente, il Brasile ha avuto meno successo in questi anni. Se la socialdemocrazia alla Lula è divenuta il riferimento ideologico di moda di molti governi (prendendo il passo sulla boccheggiante socialdemocrazia europea), il Brasile non ha sempre usato al meglio le proprie armi nella sua regione.
Il Mercosur, processo d’integrazione di gran successo negli anni 90, si è inceppato in questo decennio, a causa dei problemi argentini ma anche degli eterni dissidi tra Buenos Aires e Brasilia: il Brasile, che aveva usato il Mercosur come un fattore d’apertura e stimolo delle riforme economiche, ha dato l’impressione di non dare più particolare importanza all’integrazione con i suoi vicini nel momento in cui la domanda mondiale dopava la sua crescita. D’altro canto, i rapporti con un vicino come la Bolivia non sono stati gestiti al meglio, e questo ha penalizzato gli interessi d’entrambi i paesi.
Il maggior peso brasiliano non si è automaticamente tradotto in una maggior leadership regionale, e l’integrazione latinoamericana non ha fatto sostanziali passi avanti in questo periodo, anche se la nascita d’UNASUR ha creato un nuovo foro politico d‘integrazione.
La reazione brasiliana alla crisi in Honduras, molto importante in America Latina anche se poco seguita in Europa, è stata forse un po’ troppo rigida, ed è curioso come ancora oggi Brasilia non abbia riconosciuto un governo d’unione nazionale formatosi dopo elezioni che è azzardato non riconoscere come legittime. L’equilibrismo nei rapporti con i paesi dell’ALBA, in particolare con il Venezuela di Chávez che ne è il leader, sono molto condizionati dai reciproci interessi economici e strategici, a volte a scapito d’una maggiore chiarezza.
E l’atteggiamento di Lula nei confronti del regime cubano e della sua interpretazione restrittiva dei diritti umani ha causato molta sorpresa. Un’altra politica nella quale sussistono delle ombre è quella portata avanti dai governi di Lula in Amazzonia: il Brasile è sempre stato molto sensibile a evitare che facesse presa l’idea, cara ad alcuni ambienti, dell’internazionalizzazione dell’Amazzonia, considerato un anatema in Brasile. Al tempo stesso, è chiaro che la presenza della più grande foresta tropicale del mondo nel suo territorio condiziona molto le posizioni di Brasilia in materia di cambio climatico e ambiente. Se il primo governo Lula ebbe successo nel ridurre la deforestazione, questo trend si è rallentato negli ultimi anni (uscita di Marina Silva dal governo) e l’attuale revisione del codice forestale sembra impostata ad una maggiore attenzione nei confronti degli interessi economici degli allevatori, propensi a permettere quote maggiori di deforestazione, piuttosto che a quelli dei fautori dello sviluppo sostenibile, che di per sé fa parte dell’agenda del Brasile ma per cui non è sempre facile trovare soluzioni ottimali.
Luiz Inácio Lula da Silva
I successi di Lula nel ridurre i livelli di povertà non devono però far dimenticare che le disuguaglianze sociali, l’accesso alle opportunità economiche (i cittadini brasiliani si confrontano ai più alti tassi d’interesse bancari al mondo), la criminalità e il miglioramento continuo degli standard educativi, sanitari e scientifico/tecnologici rimangono questioni aperte: i miglioramenti di questi anni devono essere seguiti da ulteriori rafforzamenti delle politiche in tutti questi ambiti, senza i quali il Brasile, che è paese potentemente emergente ma non ancora sviluppato nel senso classico del termine potrebbe soffrire in futuro per mantenere le posizioni raggiunte.
Importante quindi che al successo di questi anni non faccia seguito l’auto compiacimento, che fa parte del carattere brasiliano.
Non c’è dubbio che anche una seria riforma dei partiti politici, che ovviasse alla sempiterna confusione della vita legislativa nazionale e statale, potrebbe beneficiare il paese (anche Lula ne soffrì, pur senza vedere intaccata la sua credibilità personale): se ne parla da anni, ma con scarsi risultati. Comunque, i risultati ottenuti da Lula l’hanno reso senza dubbio un personaggio-chiave nella storia del XXI secolo e, senza tema di smentite, pensiamo che, nonostante i rischi evidenziati in alcuni settori, il Brasile non tornerà indietro, essendo ormai evidenti a tutti i benefici di un modello equilibrato tra crescita economica e distribuzione.
D’altronde, non è un caso che i dati dell’ultimo Latino-Barómetro 2009 evidenzino il Brasile come il paese nel quale la fiducia dei propri cittadini è maggiore: alla domanda “il paese va nella direzione giusta?” risponde positivamente il 75% dei brasiliani, a fronte di una media continentale del 45% ed del dato argentino, il peggiore, del 19%.
Dopo molti tentennamenti, il Brasile ha finalmente imboccato una strada maestra che lo sta portando in alto, ed a livello internazionale non v’è un solo dibattito nel quale la posizione di Brasilia non conti. Il Brasile che lascia di Lula non è più quello delle eterne promesse, ma delle realtà concrete.
Le vicende dell’ultimo anno in El Salvador ed Honduras evidenziano due momenti diversi del processo di democratizzazione in America Centrale: un anno fa, si temeva che le elezioni presidenziali, previste per il marzo 2009 in El Salvador, potessero dar luogo ad una situazione confusa nel caso la destra, al potere da vent’anni ma in realtà da sempre, ne uscisse sconfitta.
D’altro canto, la situazione pareva assai più tranquilla in Honduras, dove le scelte eterodosse del presidente Zelaya, che per decisione sostanzialmente personale aveva portato il paese nell’ALBA, Alleanza Bolivariana per le Americhe, non sembravano far presagire una rottura dell’ordine costituzionale come quella che sarebbe poi avvenuta il 28 giugno, aprendo una crisi che si è successivamente complicata in maniera imprevedibile.
Un anno più tardi, Mauricio Funes, eletto presidente in El Salvador il 15 marzo 2009, affianca Lula e la Bachelet con indici d’approvazione dell’80%, mentre l’Honduras si è isolato dalla comunità internazionale a causa del modo disastroso in cui ha gestito la crisi – Zelaya.
La crisi honduregna ha sorpresa molti osservatori, che credevano ormai passato il tempo degli interventi militari in America Latina: il colpo di stato “pseudo-costituzionale” del 28 giugno 2009 ha visto una reazione sorprendentemente unanime della comunità internazionale: Stati Uniti. blocco bolivariano, tutta l’America Latina e l’Ue hanno condannato all’unisono l’esautoramento del presidente Manuel Zelaya e la sua successiva espulsione manu militari dal paese. Nessun governo ha riconosciuto il governo di fatto diretto dal presidente del congresso honduregno Micheletti: dal 28 giugno 2009 in poi la comunità internazionale ha cercato di trovare una soluzione che permettesse di ristabilire la legalità infranta, senza riconoscere una situazione di fatto che avrebbe fatto retrocedere la democrazia latinoamericana di vent’anni.
Mauricio FunesManuel Zelaya
Un primo sviluppo significativo provocato dalla crisi honduregna è stata proprio la reazione della comunità internazionale: pensare che gli Usa e Chávez potessero essere d’accordo sul sostegno da dare a Zelaya e che nessun governo si sia sentito tentato da un possibile riconoscimento del governo Micheletti dimostra quanto la democrazia si sia rafforzata in America Latina nel corso degli ultimi vent’anni: dai tempi della caduta delle dittature militari, iniziata negli anni ottanta e conclusasi con la democratizzazione in Cile (1990), nessun golpe ha avuto successo (e sempre meno ne sono stati tentati). L’immediata espulsione dell’Honduras dall’OЕA, Organizzazione degli Stati Americani, e la sospensione di ogni forma di cooperazione con il governo giudicato illegittimo di Tegucigalpa non sarebbero mai stati possibile qualche anno fa, perché la solidità democratica della regione è ormai significativa.
Se è parso subito evidente a tutti, salvo ai promotori della destituzione di Zelaya, che non si potesse transigere con gli sviluppi in odore di golpe, in Honduras, bisogna dire che il presidente deposto Manuel Zelaya non è affatto libero da colpe. Eletto nelle fila del partito liberale, che, da decenni, con il partito nazionale si alterna al potere in Honduras, era divenuto minoritario perfino all’interno del proprio partito quando, per ragioni tattiche, decise di far aderire l’Honduras all’ALBA senza che nel paese ne esistessero i presupposti: in Honduras non esisteva un movimento significativo ispirato al socialismo del XXI secolo, né Zelaya godeva del consenso popolare interno che si sono saputi costruire Chávez, Morales e Correa.
Zelaya accarezzò l’idea di mettere in moto un processo di rielezione simile a quelli intrapresi negli ultimi anni in Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua: cominciare da una riforma costituzionale che prevedesse la rielezione per poi trasformare in maniera significativa la società a partire da una posizione di forza nelle istituzioni e giocando su una quasi – coincidenza tra governo e partito – movimento.
Una dinamica di questo tipo non poteva aver luogo in Honduras perché né Zelaya possiede le doti carismatiche degli altri presidenti menzionati, né aveva a sua disposizione un movimento popolare da poter mobilitare. Zelaya si limitò a governare in forma populista in un paese profondamente diseguale dal punto di vista della ripartizione della ricchezza.
Messo in minoranza nel proprio partito (il suo vicepresidente e candidato designato del partito liberale alle elezioni non condivideva per nulla le sue posizioni), Zelaya si lanciò in un’improbabile fuga in avanti, ostinandosi a promuovere un referendum sulla riforma costituzionale persino dopo il voto contrario del Congresso e l’opinione negativa della Corte Suprema, che lo giudicò incostituzionale. La mattina del referendum “autoconvocato”, Zelaya fu arrestato dai militari ed immediatamente espulso, mentre il Congresso votava la sua destituzione.
I promotori della destituzione di Zelaya riuscirono a coagulare attorno a loro la maggioranza dei consensi interni: a fronte dell’unanime rifiuto di riconoscere la situazione di fatto da parte della comunità internazionale, in Honduras si è sviluppato un nazionalismo esacerbato che non ha esitato a preferire l’isolamento ad ogni possibile soluzione negoziata che mettesse in dubbio la legittimità del golpe e del governo di fatto.
Micheletti ha boicottato ogni tentativo di mediazione, come quello affidato dall’OEA al presidente del Costa Rica Arias, divenuto ancora più necessario dopo il rocambolesco ritorno a Tegucigalpa del presidente deposto, installatosi dal 23 settembre nell’ambasciata brasiliana.
Gli sviluppi in Honduras hanno messo in luce l’immaturità di una classe politica che non ha esitato a sacrificare gli interessi del paese sull’altare dei propri disegni di potere. Senza poi capire che i tempi in America Latina sono definitivamente cambiati, e che la tolleranza verso l’autoritarismo è finita.
Le elezioni del 29 novembre 2009 hanno visto l’elezione di Porfirio Lobo, che ha prevalso su Santos, candidato del partito liberale, in un’elezione non boicottata da un numero significativo d’elettori ma neanche osservata dai principali organismi d’osservazione elettorale (OEA, Ue, Centro Carter).
Le elezioni come tali sono state riconosciute solo da un pugno di paesi: USA, Costa Rica, Panama, Perù. Gli altri paesi latinoamericani e l’Ue si sono mantenuti più prudenti, non volendo riconoscere come valido un ritorno alla democrazia esercitato sotto la tutela del presidente di fatto Micheletti. Solo all’indomani della sua uscita di scena, e dell’uscita dal paese di Zelaya, il processo di ristabilimento dei rapporti con l’Honduras è lentamente cominciato, anche se prenderà tempo.
Roberto MichelettiPorfirio Lobo Soza
La crisi ha messo in evidenza da un lato la solidità dell’attaccamento alla democrazia in America Latina, che ha impedito il riconoscimento di una situazione di fatto, ma anche la poca efficacia degli strumenti multilaterali, quali l’OEA, nel sostenere efficacemente la democrazia in situazioni di crisi acuta.
L’unanimismo iniziale della comunità internazionale si è attenuato quando gli Usa hanno deciso di riconoscere le elezioni: come fatto rilevare da Castaneda, ex ministro degli esteri messicano, tutti i processi di transizione politica richiedono certi compromessi, quali elezioni tenute in presenza di un regime non pienamente democratico.
Il Brasile si è fatto paladino della posizione contraria, quella della necessità di restituire la presidenza a Zelaya, posizione che prevalso in sede OEA e che ha adottato anche l’Ue. Una volta svanita tale possibilità (dopo le elezioni del 29 novembre), tale posizione è evoluta verso la richiesta di formazione di un governo d’unità nazionale e le dimissioni di Micheletti, condizioni anch’esse non soddisfatte.
Per quanto riguarda l’Ue, a parte il congelamento della cooperazione con l’Honduras, ha dovuto sospendere anche i negoziati per la conclusione d’un accordo d’associazione biregionale con l’America Centrale, che riprendono solo a fine febbraio, in vista di una possibile conclusione a maggio (vertice di Madrid Ue – America Latina).
Una lezione molto più confortante viene invece da El Salvador: l’elezione del riformista Maurico Funes, candidato del FMLN (Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional), ex -movimento guerrigliero trasformatosi in partito politico in seguito agli accordi di pace del 1992, non ha portato alla catastrofe che ARENA, il partito al potere da vent’anni, vaticinava. L’immediata accettazione del risultato elettorale da parte del candidato di ARENA Rodrigo Ávila, pur sconfitto per un margine ridotto, fu una notizia confortante per la democrazia latinoamericana. E gli osservatori internazionali confermarono la correttezza di un’elezione vissuta nel paese come una lotta epocale.
Funes ha poi confermato coi fatti la sua visione socialdemocratica, in sintonia con il modello di Lula e Bachelet, e governa con rinnovata attenzione alla politica sociale senza perdere di vista l’ortodossia economica.
Nonostante la crisi abbia colpito duro El Salvador, un paese molto dipendente dalle rimesse dei 2.5 milioni di propri cittadini emigrati negli Usa (a fronte dei meno di sei residenti nel paese), la visione da statista di Funes gli ha permesso do ottenere molti consensi, pur creando qualche scontento tra chi, nell’ FMLN, vorrebbe abbracciare il modello chavista. La destra tradizionale, alle prese con un presidente di sinistra diverso dalle aspettative si è avvitata in una crisi che ne rende inevitabile la modernizzazione. L’ultimo atto del presidente Funes è stata la richiesta di perdono, a nome dello Stato, alle vittime della guerra civile (1979-92), un’iniziativa mai presa dai governi di ARENA. Dal canto suo, il vice presidente di Funes, Sanchez Cerén, ha chiesto perdono a nome del partito, cui Funes non appartiene. La destra, diretta dall’ex -presidente Cristiani, considera di non dover chiedere perdono.
Pur tra molte difficoltà, El Salvador cerca di rimarginare le dolorose ferite della propria guerra civile, e lo fa rafforzando la propria democrazia. L’Honduras, paese dalla struttura sociale molto simile ma mai passato attraverso una guerra civile, si dibatte tra le proprie contraddizioni e si chiude su se stesso, indebolendo la democrazia senza che l’elezione di Lobo il 29 novembre abbia risolto del tutto la crisi apertasi con l’allontanamento di Zelaya.
Le recenti elezioni cilene hanno rappresentato un momento significativo per la storia politica del paese andino: dopo 20 anni di governi di centrosinistra, seguiti ai diciassette di dittatura militare di Augusto Pinochet, la destra ritorna al potere per la via delle urne per la prima volta dopo cinquant’anni (vittoria di Alessandri nel 1958). È la fine di un’era, quella della Concertación di centro-sinistra, ma in fondo di una tappa ancora più lunga, che era appunto iniziata con il colpo di stato contro Allende dell’11 settembre 1973.
Sebastián Piñera, sconfitto quattro anni fa al secondo turno dalla candidata della Concertación Michelle Bachelet, porta a compimento il suo percorso politico di vent’anni che, da posizioni eterodosse all’interno della destra cilena lo porta alla presidenza del paese.
D’altra parte, Concertación de Partidos por la Democracia, erede diretta di quel fronte del “no” al referendum proposto nel 1989 dalla dittatura pinochetista, al fine di perpetuarsi in un regime continuista, paga una certa usura dell’alleanza tra democristiani e socialisti dopo quattro periodi consecutivi al governo, dapprima con due presidenti democristiani, Patricio Alwyn e Eduardo Frei, seguiti da due presidenti socialisti, Ricardo Lagos e Michelle Bachelet. Il fatto che la coalizione non si sia dimostrata in grado di trovare un candidato d una generazione diversa da quella che ha governato il paese per vent’anni, e che abbia riproposto agli elettori l’ex-presidente Eduardo Frei, illustra di per sé la necessità di rinnovamento necessaria nel centro-sinistra cileno, figlio di una stagione politica di fondamentale importanza ma bisognoso di un aggiornamento.
Miguel Juan Sebastián Piñera
L’attuale situazione cilena richiama quella spagnola alla fine della lunga epoca socialista: quando nel 1996 José M. Aznar, al suo terzo tentativo sconfisse di stretta misura un Felipe González che era stato quattordici anni alla guida del paese, si parlò di completamento definitivo della transizione politica spagnola, che poteva definirsi compiuta nel momento in cui una vittoria elettorale della destra era divenuta possibile. Ed ad Aznar si era ascritto il merito fondamentale di aver traghettato con successo la destra spagnola dall’ombra della continuità con il franchismo alle luci della piena rispettabilità democratica.
In maniera simile, Piñera, che già nel 1989 si era contraddistinto per il suo appoggio esplicito al “no”, rara avis nell’ambito di una destra fossilizzata su posizioni estremamente rigide e fiancheggiatrici della dittatura pinochetista, lanciò allora una sfida che pareva impossibile: riformare la destra liberandola progressivamente dalle ombre della dittatura militare e sviluppandone l’anima liberal-democratica (in un paese nel quale per molti anni liberale era sinonimo di adesione incondizionata ai dettami ultramercantilistici dei Chicago Boys, che adottarono il Cile come casoscuola per la sperimentazione delle proprie teorie improntate alla deregulation assoluta di moda negli anni ottanta).
Il suo partito, Renovación Nacional, rappresenta quindi un’anima diversa rispetto ai soci dell’UDI (Unión Democrática Independiente), partito che non solo non rinnega il pinochetismo ma addirittura lo esalta, rinnovando quello spirito del muro contro muro che ha contraddistinto un paese polarizzato come il Cile dai tempi di Allende sino alle prime elezioni vinte dalla Concertación.
Se il colpo di stato del 1973 ha marcato profondamente la storia cilena, dividendo il paese in modo traumatico per decenni, proprio l’ascesa di una destra moderata, che non vuole mettere in discussione l’eredità positiva degli anni di centro-sinistra, mette in luce il cammino percorso dal paese durante vent’anni di governi riformisti.
I principali meriti da attribuire ai successivi governi della Concertación sono lo smantellamento progressivo dell’eredità della dittatura, la ricostruzione della convivenza democratica tra cileni, il proseguimento delle politiche di stabilità e sviluppo economico, completate da riforme sociali che hanno permesso di ridurre la percentuale di popolazione in stato di povertà dal 38% nel 1989 al 13% attuale: dati di tipo europeo, non latinoamericano, che situano il Cile in una categoria a parte rispetto agli altri paesi latinoamericani.
Sino all’elezione di Lagos su Lavín (2000), il Cile era succube di una divisione quasi esistenziale tra modelli incompatibili: per la destra ogni ipotesi di tipo socialdemocratico era definita comunismo e la messa in discussione della dittatura, i cui protagonisti erano elevati al ruolo di eroi nazionali, inconcepibile. Per le forze democratiche, le uniche vie possibili erano quelle dell’unità, necessaria per imporsi in competizioni elettorali molto serrate, e del dialogo permanente, per tenere in piedi coalizioni che si mantenessero ferme nella gestione del modello economico cileno, un modello di stabilità ed imprenditorialità, portando avanti una dopo l’altra riforme consensuali che permettessero di ampliare il raggio della democrazia cilena lasciandosi alle spalle le eredità della dittatura.
Un percorso difficile, cha ha richiesto ai governanti della Concertación nervi saldi e molta moderazione: tra l’altro, la dittatura, pur perdendo il referendum del 1989, aveva seminato il percorso della democrazia cilena di numerosi paletti, che permettevano di tutelare certi punti considerati irrinunciabili (immunità dei militari coinvolti nel golpe e nella dittatura; senatori vitalizi, tra cui a lungo lo stesso Pinochet; sistema elettorale binominale, che impedisce la formazione di maggioranze nette in parlamento).
Il maggior successo della Concertación nel corso del ventennio al potere è stato quello di conciliare una sana gestione economica, che ha permesso al Cile di elevarsi allo stato di paese emergente ante litteram e di rompere con una tradizione che voleva i paesi latinoamericani condannati all’instabilità economica e finanziaria e dipendenti in maniera passiva dai mercati internazionali. Al contrario, il Cile ha saputo, durante la dittatura ed anche dopo il ritorno della democrazia sviluppare un ammirevole modello di apertura economica in tutte le direzioni.
Paese relativamente lontano dai grandi mercati tradizionalmente trainanti sino agli anni novanta (Usa ed Europa), e di per sè sprovvisto di un mercato interno sufficiente ad alimentare da solo la crescita economica, ha saputo inventarsi un proprio ruolo specifico e quasi unico, sviluppando con molto coraggio alcuni atout che non erano affatto scontati: anziché limitarsi ad integrarsi in un solo mercato regionale prossimo a sè (Mercosur, Comunità Andina), o legarsi ad un mercato in maniera univoca (accordo di libero scambio con gli Usa), ha portato avanti una politica di apertura in tutte le direzioni che ha reso l’economia cilena la più aperta al mondo. Il Cile, paese di per sé geograficamente lontano, ha centrato il proprio sviluppo su un’apertura totale della propria economia ed uno sviluppo impetuoso delle esportazioni verso ogni mercato potenzialmente interessato ai propri prodotti. Da paese esportatore tradizionale di una materia prima specifica (il rame), il Cile è divenuto il paese al mondo con maggiore peso del commercio estero sul PIB (tra il 70 e l’80%) ed ha collocato le proprie merci in settori che sembravano assolutamente impenetrabili alla concorrenza su grande scala. Pensiamo alla straordinaria penetrazione della frutta cilena fuori stagione nei mercati europeo, nordamericano e giapponese o all’impressionante crescita del vino cileno nei mercati mondiali, persino in paesi molto legati al loro prodotto nazionale.
Jorge AlessandriEduardo FreiAugusto Pinochet
Il Cile è oggi il paese al mondo che ha concluso il maggior numero di accordi commerciali bilaterali di libero scambio: all’accordo con gli Usa sono seguiti quelli con l’Unione Europea (accordo d’associazione, l’unico che l’UE ha in Latinoamerica a parte quello con il Messico) ed un grande attivismo nella zona pacifica, principale asse di crescita dell’economia mondiale, nel quale il Cile è pienamente inserito: in particolare, il Cile ha già firmato accordi bilaterali con Cina e Corea del Sud.
Dal punto di vista macroeonomico e finanziario, il Cile è sempre stato additato come il miglior esempio tra i paesi emergenti, e le performance cilene il riferimento d’obbligo nel contesto latinoamericano. Se altri paesi emergenti, come il Brasile, attirano oggi maggiormente l’attenzione, questo non toglie meriti alla continuità dimostrata dal Cile nel perseguire un modello economico di successo pur essendo un paese dalla popolazione limitata (diciassette milioni) e avendo saputo trasformare in opportunità una posizione geografica che avrebbe invece potuto costituire un handicap.
Tale stabilità economica ha poi permesso di ridurre la povertà, aumentando la consistenza della classe media, anche se i livelli di concentrazione della ricchezza rimangono elevati in un paese che era profondamente classista, ed in buona parte lo rimane (il Cile occupa il posto n.113 negli indici di distribuzione della ricchezza). Però gli indicatori in materia educativa, sanitaria ed abitativa sono migliorati considerevolmente nel corso degli ultimi vent’anni.
L’ammissione del Cile nell’OECD, primo paese sudamericano chiamato a far parte del club dei paesi industrializzati, è il riconoscimento del notevole percorso compiuto dal paese in questi decenni.
Salvador AllendeEvo Morales, Luiz Inácio Lula da Silva, Michelle Bachelet
Anche nel contesto di crisi internazionale il Cile si è comportato meglio di altri: se la crescita si è ridotta nel 2009 ad un magro 0,4%, a fronte del 5% abituale negli anni precedenti, un dato inevitabile per un’economia aperta come quella cilena, la politica anticrisi portata avanti dalla Bachelet é stata apprezzata dalla popolazione: la presidentessa uscente chiude il suo mandato con un tasso d’approvazione superiore all’80%.
Non é stata quindi la sua eredità positiva quella che i cileni hanno rifiutato eleggendo ora Piñera: prevale la sensazione che abbiano piuttosto voluto imporre un cambio di dirigenza, scegliendone una in grado di sterzare verso mete ambiziose che consolidino quanto di buono il Cile ha fatto sinora. Sotterrati i fantasmi del passato (grazie anche all’iniziativa del localmente poco amato giudice Baltazar Garzon, la cui iniziativa obbligò le classi dirigenti cilene ad affrontare un problema del passato che pesava troppo sugli equilibri nazionali), i cileni hanno scelto una nuova classe dirigente con lo sguardo rivolto al futuro e non al passato, che completi il cammino che tanto ha fatto avanzare il Cile negli ultimi anni.
In poche parole, una volta divenuta possibile l’alternanza, i cileni hanno deciso di trarne i benefici.
Sebastian Piñera, l’uomo che dirige questo nuovo progetto, ha delle caratteristiche senz’altro particolari: miliardario con interessi in campi che vanno dalla finanza alle compagnie aeree, dalla televisione allo sport (il Colo Colo), é senz’altro uomo di successo personale, ma non sprovvisto d’esperienza politica: già senatore, poi candidato sconfitto dalla Bachelet nelle elezioni precedenti, abbiamo già visto come in passato abbia avuto il coraggio di adottare scelte che gli crearono non poche inimicizie nella sua stessa parte politica.
Piñera ha già dichiarato di voler governare in continuità rispetto all’eredità ricevuta, ma apportando la propria esperienza personale. Probabile che il suo governo sia di ampie intese, e che accolga qualche elemento della Concertacion.
In chiave latinoamericana, mi sembra riduttivo il commento fatto da parecchi osservatori secondo cui la vittoria di Piñera rappresenterebbe una svolta a destra in America Latina: la realtà é più variegata. In primo luogo, la Bachelet e la Concertacion non rappresentavano governi di sinistra assimilabili al socialismo chavista, ma piuttosto esperienze di centro – sinistra maturate in condizioni uniche nella regione.
D’altro canto, il consolidamento elettorale dei leader del socialismo del XXI secolo (Bolivia, Ecuador) é anche innegabile. É semmai l’espansione ulteriore del modello propugnato da Chavez al di fuori di quei paesi che sembra arrestarsi, vittima dei problemi interni sperimentati da Chavez in Venezuela per dimostrare la validità del suo approccio e del calo dei prezzi del petrolio che ha reso impraticabile la sua petrodiplomacia.
É invece in auge il modello tranquillo ed efficace di Lula, che ha fatto del Brasile l’indiscusso leder regionale ma soprattutto un attore di prima fila della scena internazionale. Persino una sconfitta del candidato del PT nelle elezioni presidenziali di ottobre 2010 non significherebbe la sconfitta di quel modello, dato che a prevalere sarebbe probabilmente un Jose Serra che difficilmente può essere definito un leader di destra.
Più che una divisione tra paesi di “destra” e di “sinistra”, si sta generando in America Latina una divisione tra un blocco ridotto di paesi che vogliono ridare protagonismo allo stato per affrontare le disuguaglianze ereditate dal passato (Venezuela, Ecuador, Bolivia, Nicaragua) ed una maggioranza di governi che invece non credono in tale via, privilegiando la crescita economica come fattore d’alimentazione delle politiche sociali, ormai divenute irrinunciabili ovunque nella regione.
Batte invece il passo un modello ultraliberale, anch’esso esistente in passato, che minimizzava le questioni sociali, sottomettendole ad una logica esclusivamente di mercato che ha mostrato anch’essa i suoi limiti.
Tornando al Cile, é probabile che l’esperienza della Concertacion abbia fatto il suo tempo, e che il cartello tra democristiani e socialisti non regga il passo del tempo: é finita la sua stagione, o forse é stato vittima del proprio successo. Il 20% di voti raccolti al primo turno dal candidato indipendente Ominami, sconfitto alle primarie della Concertacion, dimostra l’esistenza di un ampio numero di elettori di sinistra insoddisfatti. Ed in caso di consolidamento di Piñera, l’orbita governativa potrebbe attrarre consensi d’origine democristiana, che andrebbero a rafforzare il centro – destra moderato del nuovo presidente.
D’altro canto, la vittoria di una destra moderna rappresenta la fine della destra antidiluviana che ancora si riconosce nel pinochetismo, e che si é ritenuta per troppo tempo l’unica degna di governare il paese.
Queste elezioni hanno davvero rappresentato la fine di un’era politica in Cile, ed il resto dell’America Latina continuerà a guardare con attenzione ai parecchi buoni esempi che vengono da questo paese.
Nel 2005, l’elezione di Evo Morales alla presidenza della Bolivia ha avuto un enorme significato simbolico, poiché per la prima volta nella storia del paese, e, di fatto, nella storia dell’America Latina, accedeva alla massima carica una persona appartenente a un’etnia originaria e non un discendente dei colonizzatori.
Gli elettori hanno espresso in quei giorni una chiara volontà di cambiamento, tanto che Morales è stato eletto addirittura al primo turno, con maggioranza assoluta (53%: un evento raro in Bolivia, reso possibile dal totale discredito nel quale erano caduti i partiti e la classe politica tradizionale. Discredito che continua tutt’oggi.
Investito di tale ampio mandato, Morales si è impegnato a cambiare profondamente l’organizzazione del paese, per porre rimedio alle ingiustizie storiche che, a suo giudizio, hanno caratterizzato i cinque secoli successivi all’arrivo degli Spagnoli: nella visione di Morales e del movimento che lo appoggia, il M.A.S. (Movimiento al Socialismo), le basi delle disuguaglianze precedono l’indipendenza della Bolivia (1825), e rimontano appunto alla colonizzazione.
Per questo motivo, Morales ha messo al centro del proprio programma di governo una rifondazione della Bolivia, centrata sulla redazione di una nuova Costituzione. Dopo un laborioso processo, costellato da diverse crisi e non privo d’incidenti violenti, tale nuova Costituzione è stata approvata per via referendaria lo scorso 25 gennaio ed è entrata in vigore l’8 febbraio, con una cerimonia svoltasi nella città di El Alto, nei pressi di La Paz, bastione del consenso per il M.A.S. e per Morales. La sensazione generale è, però, che l’approvazione della nuova Costituzione non rappresenti affatto il momento finale della crisi boliviana e che le fratture che si sono evidenziate nel corso degli ultimi anni siano ben lontane dal ricomporsi. In quest’articolo cerchiamo di ripercorrere brevemente i punti salienti della complessa situazione boliviana e cercare di capire in che direzione si sta dirigendo il paese. Cominciamo dai risultati: su base nazionale, la Costituzione ha ricevuto il voto favorevole del 61,43% degli elettori (2.064.417), mentre il 38,57% ha votato no (1.296.175). La partecipazione è stata molto elevata (90,24%), ma dobbiamo ricordare che in Bolivia il voto è obbligatorio e non presentarsi al seggio ha conseguenze significative dal punto di vista amministrativo. A prima vista, la maggioranza a favore del nuovo testo sembrerebbe quindi chiara. Però un’analisi attenta mette in luce una situazione più diversificata.
Quattro dei nove dipartimenti che compongono il paese, quelli della cosiddetta media luna (Pando, Beni, Santa Cruz de la Sierra y Tarija) hanno votato chiaramente contro il nuovo testo costituzionale, con percentuali che variano dal 56 al 67%. Si tratta delle quattro regioni della pianura orientale, dove si concentrano il gas e il petrolio, divenuti negli ultimi anni le prime risorse del paese. I dipartimenti dell’altipiano (La Paz, Oruro e Potosí) hanno votato ad ampia maggioranza a favore della nuova Costituzione, così come Cochabamba, altro dipartimento dalle caratteristiche simili a quelli dell’altipiano, dove pero la maggioranza per il sì è stata meno netta.
A cavallo tra i due, il dipartimento di Chuquisaca ha votato, con maggioranza risicata, per il sì (5500 voti di differenza, due punti e mezzo). In questo dipartimento è situata Sucre, la capitale costituzionale del paese, che pero non è sede delle istituzioni governative che si trovano quasi tutte a La Paz. La questione del trasferimento della “capitale effettiva”, da La Paz a Sucre, ha avuto la sua importanza nel dibattito pre-costituzionale ed ha anche provocato dei morti negli scontri avvenuti a Sucre nel 2007.
Tale questione non è per nulla risolta nel nuovo testo, che ripropone il principio teorico già presente nella Costituzione precedente, senza stabilire modalità e calendario dell’eventuale trasferimento. Quindi, quattro dipartimenti su nove sono contro la nuova Costituzione, quattro sono a favore, e uno è diviso. Non è un caso che nei giorni successivi al 25 gennaio si guardasse con attenzione al risultato incerto di Chuquisaca: il valore simbolico dato dal fatto che una maggioranza di dipartimenti si sarebbe potuta schierare contro la Costituzione sarebbe stato notevole.
Interessante notare che questa distribuzione del voto coincide esattamente con i risultati del referendum sull’autonomia dipartimentale, che si è tenuto nel 2006 in contemporanea con l’elezione dell’assemblea costituente: cinque dipartimenti, quelli dell’altipiano, non volendo l’autonomia, votarono contro, quattro, quegli stessi quattro che adesso hanno votato contro la Costituzione, votarono a quel tempo per l’autonomia.
Questi stessi quattro dipartimenti votarono a favore dell’interruzione del mandato di Evo Morales, nel referendum “revocatorio” del 10 agosto 2008, mentre gli altri appoggiarono la prosecuzione del suo mandato.
Il referendum del 25 gennaio 2009 ha confermato ancora una volta la spaccatura tra la Bolivia dell’altipiano e quella delle pianure, che è in larga misura anche la spaccatura tra la Bolivia d’origine indigena e quella composta prevalentemente da boliviani d’origine europea. Ma la divisione non è solo di natura geografico-amministrativa: tutti i maggiori centri urbani hanno votato contro la nuova Costituzione, ad eccezione di quelli sull’altipiano (La Paz, El Alto, Oruro). Tutti gli altri, compresi Sucre e Cochabamba, si sono manifestati a maggioranza contro. La Bolivia rurale è quindi a favore della nuova Costituzione, quella urbana contro. Se sovrapponiamo a tali divisioni le differenze d’ordine etnico e la differenza di peso economico tra le due Bolivie, possiamo capire in che misura il dibattito sulla nuova Costituzione abbia diviso il paese, e come il risultato attuale non faccia che riflettere tali divisioni. Quali sono le ragioni per cui la nuova Costituzione boliviana ha sollevato tante controversie? Esse riguardano sia i contenuti del testo sia i numerosi vizi procedurali che hanno viziato la sua approvazione.
A mio modo di vedere, è difficile stabilire una gerarchia tra queste due diverse obiezioni: se pochi dubitano che la Bolivia abbia bisogno d’un cambiamento anche istituzionale (tant’è vero che persino chi si oppone alla Costituzione ha proposto riforme, sotto forma di nuove regole per l’autonomia dei dipartimenti), il mix tra le due obiezioni, quelle di fondo e quelle di forma, ha dato luogo ad una tale confusione che alla fine i cittadini boliviani non hanno effettuato la loro scelta in base ai contenuti della Costituzione, ma piuttosto a favore o contro Evo Morales.
Quindi il referendum costituzionale si è trasformato in una sorta di referendum revocatorio-bis, e non per nulla i risultati sono stati in pratica identici alla consulta del 10 agosto scorso. Partiamo dai contenuti: la nuova CPE (Constitución Política del Estado) è un documento complesso, composto da ben 411 articoli. L’idea essenziale è quella, assai ambiziosa e originale, di ricostruire la Bolivia su nuove basi, partendo dai diritti delle popolazioni originarie. Non che 500 anni di storia, o duecento anni d’indipendenza possano, di per sé, essere cancellati, ma la Bolivia necessita di essere riorganizzata a partire dai diritti e dai doveri dei cittadini su base di uguaglianza. Il sottofondo è quello della sottomissione, culturale ed economica, che le popolazioni indigene hanno sofferto sin dai tempi della colonizzazione, e che non è per nulla migliorata nella Bolivia indipendente, sempre dominata dalle élites bianche. Per raggiungere questo scopo, la CPE inizia, dopo un poetico e interessantissimo preambolo che definisce le basi storiche della nuova Bolivia plurale, dalla definizione del paese come “Stato Unitario Sociale di Diritto Plurinazionale Comunitario”. I primi articoli insistono moltissimo sulla multiculturalità della Bolivia: divengono ad esempio ufficiali tutte le lingue indigene (36). Ogni dipartimento dovrà dichiararne ufficiale almeno una, oltre allo spagnolo. Si ribadisce il principio di Sucre capitale, ma questa non è una novità.
Alcuni principi etici delle popolazioni indigene elencati nell’articolo 8, quali ad esempio “ama qhilla, ama llulla, ama suwa” (non essere debole, non mentire non rubare), sono elevati a principi costituzionali, al pari di altri come l’uguaglianza, la solidarietà, la libertà e molti altri valori “occidentali” elencati nella seconda parte dello stesso articolo. Nell’art.9, si stabilisce, come fine e funzione fondamentale dello Stato, la Costituzione di una società giusta ed armoniosa, cementata sulla decolonizzazione. Nei capitoli successivi viene elencata una lunga serie di diritti civili, politici e sociali, cui si vengono ad aggiungere i diritti specifici della nazioni e comunità indigene originarie, tra le quali la protezione della cultura, della lingua, dell’uso esclusivo delle risorse esistenti nei loro territori e l’uso nei loro territori del diritto indigeno tradizionale, causa quest’ultima di grande controversia. A tale diritto, di natura comunitaria, la Costituzione dà precedenza nelle zone d’autonomia indigena: la coesistenza tra il diritto moderno e quello tradizionale porrà problemi d’applicazione e coerenza d’indubbia complessità.
Se, culturalmente, la Costituzione vuole contribuire a riscrivere la storia della Bolivia e indirizzarla su nuove basi, essa prevede anche una complessa riorganizzazione istituzionale che, all’autonomia dei dipartimenti ed a quella dei comuni, aggiunga anche quella delle comunità indigene contadine, che sia esclusiva nella propria zona di competenza. E questo uno dei temi maggiormente polemici, perchè tocca la questione, altamente sensibile, del controllo delle risorse economiche presenti nei territori dei dipartimenti: come sappiamo, la maggioranza delle risorse gasifere e petrolifere è concentrata nei dipartimenti dell’Est, che non si accontentano del quadro di competenze previsto dalla Costituzione, ma che propongono, come alternativa, degli statuti d’autonomia dipartimentale che sono stati approvati per via referendaria nei quattro dipartimenti della media luna nel corso del 2008.
Se a tale contrapposizione, in buona misura centrata sul dibattito circa la percentuale di proventi estrattivi da destinare al governo centrale e quella da riservare ai governi dei dipartimenti, si aggiunge la creazione di nuovi spazi autonomi, quelli destinati alle comunità originali, si può immaginare la complessità della nuova organizzazione territoriale boliviana. Nel capitolo sull’organizzazione economica dello Stato (articolo 306 e seguenti), si stabilisce il principio della proprietà pubblica delle risorse naturali, e si definisce un quadro d’insieme piuttosto intervenzionista, senza però che questa dimensione interferisca con la proprietà privata. Di fatto, anche quella che il neo eletto Morales chiamò enfaticamente “rinazionalizzazione” altro non fu che una rinegoziazione delle condizioni contrattuali concesse agli investitori stranieri, che alla fine, pur borbottando un po’, accettarono le nuove regole.
Evo Morales
A fronte di tali proposte, portate avanti nel corso del 2006 e del 2007 dalla maggioranza ell’assemblea costituente appartenente al M.A.S., il movimento politico di riferimento di Morales, l’opposizione ha contrapposto un rifiuto frontale e di principio.
L’opposizione a Morales è di per sè diversificata: a livello centrale, essa è rappresentata da un cartello (denominato Podemos) che unisce ciò che resta dei partiti politici tradizionali; a livello dei dipartimenti d’opposizione, dai quattro governatori e dai comitati civici, fautori di ampi spazi d’autonomia per i dipartimenti (si parla, specie a Santa Cruz di “nazione camba”, ma l’indipendenza non è mai menzionata esplicitamente come una possibilità). L’opposizione al centro – i vecchi partiti – non ha sempre coinciso però con le posizioni, più radicali, dei dipartimenti della media luna. Questo ha creato una situazione triangolare che ha complicato non poco le diverse fasi dei lavori dell’assemblea costituente ed il periodo successivo all’approvazione del primo testo costituzionale (9 dicembre 2007).
Durante la seconda metà del 2006 e tutto il 2007, il M.A.S. e Podemos si affrontarono nell’assemblea costituzionale ma senza che il dibattito andasse oltre le questioni procedurali. Per quanto possa sembrare impossibile, in un anno e mezzo la discussione non riguardò mai il merito delle proposte costituzionali. La maggioranza non permise mai di discutere proposte o formulazioni alternative a quelle da essa presentate; da parte sua, l’opposizione si limitò all’ostruzione procedurale, in una cacofonia poco assimilabile ad un dibattito democratico. Dopo un più d’un anno di stasi, la maggioranza decise di far approvare la Costituzione mediante una prova di forza: si cambiarono unilateralmente le regole procedurali, alterando il quorum necessario per approvare il testo costituzionale da due terzi dei membri dell’assemblea a due terzi dei presenti in aula.
A questo s’aggiunse la convocazione in un luogo diverso dalla sede dell’assemblea costituzionale a Sucre e la serrata di una scuola militare, il nuovo edificio scelto per la votazione, da parte di militanti dei movimenti indigeni, che impedirono alla maggioranza dei membri d’opposizione dell’assemblea di accedere all’aula. La Costituzione fu così votata, a maggioranza dei due terzi dei presenti, dai soli membri della maggioranza governativa. Non c’e dubbio che si sia trattato d’un processo irregolare, nel corso del quale si sono confrontati due opposti estremismi. Da una parte quello della maggioranza, portatrice di una rivendicazione storica e rafforzata dalla capacità di mobilitazione dei movimenti sociali allo scopo di raggiungere l’obiettivo di modificare, una volta per tutte, la storia della Bolivia; la correttezza procedurale sembrava una quisquilia, un dettaglio di poca importanza (il fine giustifica i mezzi, perchè abbiamo ragione: una logica quindi rivoluzionaria). Dall’altra l’opposizione, rappresentante dei ceti che sono sempre stati al potere nel paese, messa di fronte alla prospettiva di un cambiamento radicale dell’organizzazione del paese, sceglieva di negare legittimità a tali pretese, fondandosi esclusivamente su obiezioni procedurali e non proponendo una visione alternativa o complementare a quella proposta dai movimenti sociali. La dinamica complessiva sacrificò quindi ogni possibilie dibattito sull’altare dell’intransigenza di entrambe le parti: indubbiamente, si è persa una grande occasione di rifondare la Bolivia su basi condivise. A tale contrapposizione frontale tra governo ed opposizione si è poi aggiunta la diatriba tra il governo centrale e quelli dei dipartimenti che nel 2006 avevano scelto la via dell’autonomia: i quattro della media luna.
Tale dibattito ha portato essenzialmente alla ripartizione delle risorse economiche territoriali e ai contenuti da dare alle autonomia dipartimentali: da definirsi centralmente secondo il governo, da definirsi invece localmente e sulla base di proposte redatte dalla periferia, secondo i prefetti.
Da segnalare poi che nel 2006 e nel 2007 i costi di gas e petrolio sono stati molto elevati: questo ha comportato grossi proventi per lo stato boliviano, che sono stati usati per finanziare programmi sociali di grande impatto (renta dignidad e il programma Juancito Pinto per l’infanzia). Il governo centrale ha usato costantemente la carta dei programmi sociali per scoraggiare ogni tentativo di ripartizione che venisse incontro alle richieste dei dipartimenti.
Nel corso del 2008, vari tentativi di negoziato tra governo e dipartimenti sono falliti: i dipartimenti hanno quindi deciso di disconoscere la nuova Costituzione e di promuovere la propria autonomia su basi diverse ed hanno approvato, tra maggio e giugno 2008, per mezzo di referendum auto-invocati e giudicati illegittimi dalle autorità elettorali centrali, i loro statuti d’autonomia specifici. A metà 2008, la situazione si è di nuovo completamente bloccata: una Costituzione era stata approvata ma illegittimamente; quattro statuti d’autonomia vi si contrapponevano, ma senza che tali statuti avessero una base legale legittima. La Corte Costituzionale, organo che avrebbe dovuto dirimere l’imbroglio, era a sua volta bloccata per mancanza di quorum, dato che le forze politiche non sono state in grado, negli ultimi anni, di consensuare nomine di giudici per la corte, che ha tuttora in forza un solo magistrato (su nove previsti). Solo un accordo politico di ampia portata poteva risolvere tale complessa situazione. Anzichè percorrere quella via, si è deciso di convocare un referendum revocatorio del mandato presidenziale, ma anche di ciascuno dei nove prefetti dei dipartmenti, nella speranza che gli elettori dimostrassero una maturità maggiore dei loro rappresentanti.
Com’era facilmente prevedibile, i referendum del 10 agosto 2008 non hanno risolto un bel nulla: Morales è stato confermato dal 67% degli elettori, e questo è per lui un grande successo. Ma anche i prefetti d’opposizione sono stati confermati ed escono, di conseguenza, rafforzati dal referendum: si ritorna al punto di partenza. Tra agosto ed ottobre la situazione è degenerata, e una ventina di persone sono rimaste uccise negli scontri tra opposte fazioni. Con la mediazione di Unasur (Organizzazione degli Stati Sudamericani), dell’Ue e della chiesa cattolica, governo ed opposizione si sono riuniti a Cochabamba e hanno definito le basi per una revisione consensuale della Costituzione, che verrà approvata il successivo 21 ottobre.
Il testo rivisto modifica alcuni dei punti più controversi e, tra l’altro, limita la possibilità di rielezione del presidente in carica ad una sola. L’accordo politico legittima quindi a posteriori la Costituzione, ma non riavvicina la distanza tra le parti, che rimangono ancora molto lontane.
Come detto, il referendum del 25 gennaio ha dimostrato ancora una volta che le posizioni rimangono distanti: se la Costituzione è ora in vigore in tutto il territorio nazionale, la transizione verso la nuova struttura istituzionale richiede l’approvazione di un centinaio di leggi da parte di un Congresso a maggioranza M.A.S. e di un Senato dove la maggioranza è dell’opposizione. La questione più spinosa rimane quella, irrisolta, della compatibilità tra la Costituzione testè approvata ed i quattro statuti d’autonomia di Santa Cruz de la Sierra, Beni, Pando e Tarija. La classe politica boliviana dovrà quindi dimostrare, nel corso del 2009, proprio quella capacità di dialogo, di compromesso e di visione che le è mancata sinora. Le elezioni generali del 6 dicembre 2009 dovranno poi rinnovare tutte le cariche secondo le nuove regole. Morales sarà senz’altro candidato alla propria successione, meno chiaro, invece, risulta oggi il quadro dei suoi possibili concorrenti.
In conclusione, è da un lato evidente che Morales è stato eletto con mandato chiaro per il cambio. Il processo di definizione delle nuove regole ha superato una tappa importante, ma non è ancora concluso. Il percorso sin qui è stato accidentato, ed il costo in termini d’instabilità e persino di vite umane è stato elevato. Anziché instaurare meccanismi maturi di dialogo politico e di pensare al destino del paese nel suo complesso, i vari attori politici boliviani hanno preferito radicalizzare le loro posizioni e pensare esclusivamente alla propria audience: i movimenti sociali e le popolazioni indigene per il governo, la propria regione per le autorità dipartimentali. Nel frattempo, l’instabilità istituzionale ha portato a sprecare opportunità importanti, in anni nei quali i proventi delle materie prime esportate dalla Bolivia sono stati molto alti. Il contesto economico internazionale ora è cambiato, ed anche le rimesse dei numerosi emigranti boliviani scemeranno. Le parti politiche boliviane dovranno dimostrare, nel prossimo futuro, una maggiore capacità di dialogo e una visione più ampia, se vogliono completare il processo di riforma del paese: la divisione della Bolivia non è un’alternativa. D’altro canto, il tentativo ideologico di Morales non va deriso: se alcuni dei contenuti costituzionali possono sembrare eccessivi ed un pò romantici, la situazione di diseguaglianza cui si vuole porre rimedio è una realtà oggettiva, cui va prestata la massima attenzione. Più che ascriversi a protagonisti di un fantomatico socialismo del XXI secolo, che ha tante accezioni, si tratta d’una impresa storica di grande complessità che non è destinata al fallimento se i suoi fautori saranno capaci di pensare agli interessi di tutto un paese e non solo a quelli di una parte di esso. I politici d’opposizione dovrebbero invece dimostrare meno provincialismo e presentare proposte costruttive che riflettano gli interessi complessivi del paese, non solo quelli della loro regione. Se tale capacità di compromesso non emergerà, la nuova Costituzione non sarà servita a nulla e le contraddizioni boliviane rimarranno tali, a scapito degli interessi della collettività.
Hugo Chávez si è imposto negli ultimi anni come un leader capace di provocare passioni estreme, favorevoli o contrarie, sia nel suo paese, il Venezuela, che nel resto del mondo, dove si seguono le sue costanti eccentricità con curiosità, ammirazione o ripudio, secondo l’angolo visuale dell’osservatore.
In quest’articolo cercheremo di analizzare alcuni aspetti del fenomeno Chávez, cercando di decifrare un personaggio istrionico come pochi altri, che secondo me non dovrebbe essere né ridicolizzato né esaltato, ma semplicemente analizzato con realismo e conoscenza di causa.
Abbiamo già parlato diverse volte su questa rivista di Hugo Chávez: dapprima per difenderlo dalle accuse, portategli da più parti all’epoca delle sue prime vittorie elettorali (1998 e poi 2000) di chi lo giudicava personaggio non democratico, a causa del suo passato di ufficiale golpista, che l’avrebbe privato dei requisiti minimi per proporsi come leader democratico.
Accusa di per sé infondata perché, se è vero che Chávez rimane fondamentalmente un militare e non è persona portata al consenso o al dialogo con l’opposizione, le sue molteplici vittorie elettorali hanno sempre dimostrato che può contare in Venezuela su un’indubbia maggioranza politica. Sino all’ultima recente sconfitta referendaria, Chávez si è sempre imposto con chiarezza nelle successive contese, elettorali o referendarie, in cui si è cimentato.
Nonostante alcuni limiti che esporremo e nonostante le insistenti e, in buona misura infondate, accuse dell’opposizione, tali elezioni o referendum sono stati correttamente organizzati dalle autorità elettorali venezuelane (CNE, Consejo Nacional Electoral): è altrove che si deve guardare per interpretare la popolarità di Chávez, non ad eventuali frodi elettroniche (il Venezuela è il paese, assieme al Brasile, più avanzato al mondo in materia di voto elettronico).
Successivamente, abbiamo analizzato Chávez nel contesto della svolta a sinistra dei governi latinoamericani nel primo decennio del XXI secolo, di cui Chávez è indubbiamente uno dei protagonisti più appariscenti.
Difficile identificare un solo modello che acсоmuni stili diversi come quelli del nostro, di Lula, dei Kirchner о della Bachelet: è però indubbio che i governi che guardano a sinistra, che danno priorità alla dimensione sociale, senza peraltro trascurare l’ortodossia macroeconomica, sono ormai maggioritari in America Latina.
Chávez può considerarsi il leader di questa nuova tendenza? Solo in parte, dato che la sua influenza si esercita solo sui paesi che partecipano alla cosiddetta ALBA (Alternativa Bolivariana de las Américas): oltre al Venezuela, Cuba, Bolivia, Nicaragua e Dominica, ed in certa misura sull’Ecuador. I paesi del cono sud (Brasile ed Argentina), pur avendo rapporti intensi con il Venezuela, sono ben lungi dal lasciarsi influenzare dal suo leader, che tengono a distanza debita. Chávez risulta molto più efficace nei confronti di paesi più prossimi geograficamente (Bolivia, in parte Ecuador) o ideologicamente (Nicaragua), sensibili alla petrodiplomacia di Chàvez.
Hugo Chávez
Fondamentale poi l’asse con Cuba, il cantiere della retorica chavista. La prima analisi aveva quindi difeso i numeri di Chávez come leader con legittimità democratica, sospendendo il giudizio sulla sua proposta politica all’esame dei risultati della sua gestione.
Dopo quasi un decennio di presidenza Chávez, il giudizio non può che essere controverso. Egli ha dimostrato solo in parte una genuina vocazione democratica: una democrazia piena non può limitarsi ad accettabili processi elettorali, ma deve strutturarsi sull’indipendenza dei poteri dello Stato, sul corretto ed equilibrato funzionamento delle istituzioni, su di un dialogo ragionevole con l’opposizione, con cui deve impostarsi un dibattito sulle riforme istituzionali e le scelte fondamentali per il paese, sul rispetto al di sopra di ogni sospetto delle libertà fondamentali ed i diritti umani.
Tutte queste dimensioni sono state carenti nel Venezuela di Chávez, dove peraltro si sono sempre celebrate consultazioni elettive in linea con gli standard internazionali in materia: condizione necessaria ma non sufficiente per qualificare una democrazia.
L’opposizione venezuelana ha faticato a lungo ad accettare Chávez: invece di analizzare a fondo le ragioni della propria emarginazione elettorale, ha intrapreso per parecchio tempo un cammino del tutto sbagliato, quello di negargli legittimità, invece di ammettere che il successo di questi era il risultato delle manchevolezze di quarant’ anni di vita politica venezuelana. In occasione del primo trionfo elettorale di Chávez del 1998, la società venezuelana si schierò a grande maggioranza con l’ex-colonnello. Vi segui una reazione sempre più irrazionale e scomposta al consolidamento del suo potere: l’opposizione si dimostrò incapace d’accettare il nuovo scenario politico, e la propria improponibilità a fronte dell’offerta populista di Chávez. Una politica diretta in primo luogo a quei tre quarti della popolazione che avevano goduto solo delle briciole del benessere derivante dal petrolio, risorse in buona parte dissipate dai vari governi anteriori a Chávez.
Il culmine di questa strategia di negazione dall’evidenza, alimentato anche da un appoggio incompetente e cieco d’un’amministrazione Bush del tutto impreparata alle nuove tendenze emergenti sullo scenario latinoamericano, fu il tentativo di golpe dell’11 aprile 2002, appoggiato senza remore dagli Usa e, ancora più sciaguratamente riconosciuto dal governo di Aznar, che agì scorrettamente, senza informare i propri soci dell’UE, di cui pure ostentava in quel momento la Presidenza.
Il golpe fallì, vittima delle proprie debolezze, e della poca presentabilità di chi l’aveva intrapreso.
Chávez uscì rafforzato da questa vicenda, cui seguì l’affermazione nel successivo referendum revocatorio del 15 agosto 2004, in occasione del quale ancora una volta l’opposizione invocò frodi non dimostrate e poco credibili anziché ammettere il fatto di essere minoranza nel paese.
Il muro contro muro, alimentato in buona misura anche dalla retorica e dall’onnipresenza di Chávez e dai molti abusi della sua amministrazione e dei militanti delle organizzazioni chaviste nella vita quotidiana dei venezuelani, continuò sino alle elezioni legislative del dicembre 2005, boicottate dall’opposizione, che regalò in questo modo a Chávez il 100% della rappresentanza parlamentare.
Se l’opposizione ha a lungo sbagliato strategia, alcuni aspetti dell’esercizio del potere da parte di Chávez sono stati e rimangono davvero inquietanti: ad esempio, l’uso indiscriminato e selettivo delle liste di firmatari del referendum revocatorio (le cosiddette liste Tascón e Maisanta), che hanno permesso d’identificare le simpatie politiche della pratica totalità della popolazione venezuelana, violando in questo modo diritti fondamentali dei cittadini ed esercitando forme d’intimidazione improprie d’una democrazia.
Anche la sottomissione assoluta al governo dei mezzi di comunicazione pubblici, in primis le televisioni statali, divenute cassa di risonanza esclusiva del presidente e delle sue politiche, e la presenza ossessiva ed incontinente sugli schermi di un presidente oggettivamente logorroico e verbalmente irrispettoso di chiunque non la pensi come lui, non ha certo contribuito ad affermare la democrazia nel Venezuela di Chávez.
Chávez, e questo è uno dei suoi grandi limiti, non ha mai dimostrato di avere abbandonato una mentalità da militare per adottarne una da uomo di stato: per lui l’opposizione non può che essere composta di nemici e cospiratori, contro cui invocare la solidarietà del popolo in un’ottica non democratica ma rivoluzionaria.
Da questa mentalità deriva un approccio sempre basato sul confronto verbalmente eccessivo nei confronti di chi resiste, legittimamente o no, al cambio proposto dal governo: il modo di risolvere la crisi che paralizzò PDVSA, l’impresa petrolifera nazionale, portò a migliaia di licenziamenti e una successiva grave crisi aziendale a causa della mancanza di quadri competenti. Ma Chávez non dialoga, travolge, perchè di fronte a lui non ci sono oppositori, ma solo sabotatori.
La stessa logica ha improntato la scelta dei propri collaboratori: i successivi governi di Chávez sono sempre stati formati più da fedeli, spesso di formazione militare, che da persone professionalmente competenti, metodo dubbiosamente efficace se si vogliono risultati concreti.
Il costante uso da parte di Chávez di una retorica inutilmente rivoluzionaria e i ripetuti inviti a chi non fosse d’accordo ad andarsene dal Venezuela, nonché le successive epurazioni effettuate, oltre che in PDVSA anche nelle diverse amministrazioni pubbliche, hanno contribuito non poco a spaventare buona parte della popolazione, metodo anch’esso ben poco democratico.
Le elezioni presidenziali del 2006 videro comunque di nuovo una vittoria netta di Chávez, che s’impose sul candidato unico dell’opposizione, Manuel Rosales. I risultati di quelle elezioni non furono contestati, ma esse furono macchiate da altri difetti: la persistenza di forme d’intimidazione indiretta, soprattutto psicologica, nei confronti dei votanti; la totale identificazione dell’amministrazione pubblica con la campagna elettorale di Chávez; l’uso improprio di risorse pubbliche per tale campagna; la parzialità assoluta delle catene televisive pubbliche, cui fece contraltare, questo si, uno schieramento totalmente anti – Chávez nelle televisioni private.
Si poteva pensare che una vittoria tranquilla su un’opposizione finalmente unita ed in parte rassenerata, consigliasse a Chávez moderazione e dialogo: invece, fedele al suo carattere, immediatamente dopo la rielezione si lanciò in un’ulteriore accelerazione del suo progetto “rivoluzionario”, imponendo una nuova riforma costituzionale, approvata senza discussione da un Parlamento a lui ascritto (tuttavia, uno dei movimenti alleati, Podemos, se ne smarcò). Si sarebbe trattato della seconda riforma costituzionale promossa da Chávez in pochi anni, dato che la Costituzione bolivariana è del 1999: quel testo aveva rafforzato i poteri presidenziali ed introdotto la rielezione del presidente, avvenuta nel 2006.
Il nuovo testo introduceva il principio della rielezione indefinita, che ha sollevato non poche perplessità sulla scena internazionale, ed aveva come obiettivo quello di trasformare il Venezuela in un’economia socialista, anche mediante numerose ristatalizzazioni di imprese precedentemente privatizzate.
In parallelo a questo processo costituzionale, altri preoccupanti segnali di un’ulteriore svolta autoritaria di Chávez furono il ritiro della concessione al canale televisivo privato RCTV, che provocò numerose manifestazioni di protesta soprattutto da parte degli studenti e il giro di vite nei confronti delle ONG (organizzazioni non governative), per le quali si è proposto un sistema di tutela statale molto più rigoroso.
Tutto indica insomma che Chávez abbia intenzione dunque di statalizzare l’economia e controllare più strettamente la società: si tratta di sviluppi criticabili? Il dibattito è aperto. Certo, i modi che egli ha spesso usato non brillano per democraticità, ma abbiamo già visto che questa non è la sua impostazione e non la cambierà.
Al tempo stesso, egli ha dimostrato d’avere con se una maggioranza dei venezuelani, anche se nell’ambito di un paese troppo polarizzato e rigidamente diviso tra classi, il risultato questo d’uno sviluppo squilibrato che data da ben prima di Chávez.
La grande fortuna di Chávez, che è un tribuno ed un retore, ma non un abile gestore, è stata l’ascesa incontrastata dei prezzi del petrolio, che gli ha permesso di spendere in infrastrutture, anche se i ritardi rimangono importanti, ed in politiche sociali.
Hugo Chávez e Mahmud Ahmadinejad
Il limite dei programmi sociali, le cosiddette Missioni, risiede da un lato nella loro limitata sostenibilità, che non è assicurata perché dipende in grande misura dai proventi petroliferi, ma soprattutto nel fatto che, anziché essere gestite dai Ministeri, sono strutture indipendenti ed opache. Cosa succederà a tali missioni transitorie se le entrate petrolifere dovessero diminuire? Che tipo di rafforzamento istituzionale si ottiene emarginando la macchina statale dall’erogazione dei fondi?
Ciò non toglie che le misiones stanno dando risultati concreti e sono molto apprezzate dalle popolazioni dei quartieri più poveri: pensiamo alla Misión Robinson, per insegnare a leggere e scrivere ai bambini, alla Misión Ribas, per rafforzare gli studi elementari, alla Misión Barrio Adentro per portare l’assistenza medica nei quartieri in cui essa brillava per la sua assenza. Tutti questi programmi sono ispirati dalle esperienze cubane e contano in buona parte sull’assistenza tecnica di medici e educatori del paese caraibico.
Un notevole sforzo è stato anche fatto per rilasciare documenti d’identità a diverse centinaia di migliaia di venezuelani privi d’esistenza anagrafica: anziché chiedere loro di presentarsi presso gli sportelli pubblici, sono state équipes mobili che sono andate a cercare questi cittadini nei loro quartieri periferici.
Esponenti dell’opposizione hanno criticato quest’iniziativa, giudicata elettoralista, ma non è invece una grave carenza dei governi precedenti aver permesso che un paese non povero come il Venezuela abbia tra lasciato d’interessarsi ad una parte significativa della propria popolazione? Come questi esempi mettono in evidenza, difficile dare giudizi univoci a fronte di una realtà complessa.
I proventi petroliferi gli hanno permesso di lanciarsi in un’ambiziosa politica estera, particolarmente attiva nell’ambito sudamericano. L’elezione di Miguel Insulza alla testa dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) evidenzia che per la prima volta non sia stato il candidato appoggiato da Washington a prevalere: non è solo il fattore – Chávez, ma è certo un segno dei tempi. Il lancio del Banco del Sur, cui hanno aderito altri sei paesi latinoamericani (Argentina, Brasile, Bolivia, Ecuador, Paraguay ed Uruguay), senza voler essere un’alternativa secca alla Banca Mondiale, costituisce una nuova fonte di finanziamento, in mani latinoamericane, per progetti infrastrutturali e sociali.
A parte il rafforzamento volutamente provocatorio dei rapporti con stati come Iran, Corea del Nord e Bielorussia, la presenza di Chávez è molto visibile negli stati a lui più vicini ideologicamente: il Venezuela usa il petrolio, venduto a prezzi molto favorevoli ai propri alleati, come arma di penetrazione. Al petrolio si accompagna poi una retorica rivoluzionaria e di sfida agli Stati Uniti, che oggi sono su posizioni molto difensive e caute in una regione che un tempo considerarono loro zona d’influenza esclusiva.
Chávez finanzia copiosamente le campagne elettorali dei candidati a lui più affini nei paesi della regione (salvo criticare, quando a interferire nelle campagne elettorali sono altri paesi) e visita assiduamente i propri alleati, che sostiene in forma fin troppo rumorosa. Il metodo Chávez si è fatto sentire in Bolivia ed Ecuador, dove i presidenti eletti si sono affrettati a proporre nuove costituzioni ed a rivedere i contratti e le concessioni ottenute dagli investitori internazionali. Politiche legittime, intendiamoci, improntate all’obiettivo di riequilibrare rapporti economici ereditati del passato ed accordi conclusi dai governi precedenti secondo modalità non sempre trasparenti e non sempre vantaggiose per le popolazioni. Giusto quindi che si rivedano i modelli economici e le modalità d’investimento, e che si cerchi d’ottenere una maggior quota delle risorse naturali, abbondanti nella regione.
Importante però che tali cambiamenti siano effettuati mediante negoziati ragionevoli, in grado di garantire la continuità dei flussi d’investimenti internazionali.
A mio modo di vedere, la maggioranza degli investitori, anche italiani, che sono giunti in America Latina negli anni ottanta e novanta (o che già vi erano presenti), hanno reagito con misura e compostezza a queste nuove politiche: non bisogna dimenticare che questi investimenti sono redditizi, ma migliorano anche il livello di vita delle popolazioni. Sarebbe quindi sbagliato incaponirsi sulla lettera dei contratti: più ragionevole invece rinegoziare con spirito aperto tenendo in conto la nuova realtà politica. Gli obiettivi da rispettare sono la continuità dell’investimento e l’equilibrio nei confronti del paese, che deve rimanere un importante beneficiario.
Come detto, le imprese europee che sono, non dimentichiamolo, le prime investitrici in America Latina, hanno reagito in maniera composta, facendosi assistere dai propri governi in maniera costruttiva, al fine d’evitare crisi dolorose per entrambe le parti.
Importante però che anche da parte dei governi non si ecceda nello spaventare gli investitori ed i mercati, perché i primi a soffrirne sarebbero i cittadini latinoamericani.
Un’altra caratteristica di Chávez sono gli eccessi retorici, spesso non accompagnati da azioni coerenti: se il suo intervento nella crisi degli ostaggi colombiani non è stato del tutto improduttivo, Chávez non si sta dimostrando capace di capitalizzarlo, agendo con prudenza. Si invece mosso fuori dei canoni, provocando una crisi inutile con Bogotà, quando con più circospezione avrebbe potuto ottenere risultati ben migliori. Se si volesse dare sostanza agli attacchi verbali contro gli Stati Uniti, perché non ridurre le vendite di petrolio verso quel paese? Eppure, in tutti questi anni, agli Usa non è mai mancata una goccia di petrolio venezuelano.
Chávez è stato il primo fautore di una politica economica che mette al primo posto le ristatalizzazioni e le rinazionalizzazioni. Sarà benefica per i cittadini dei paesi del “socialismo del XXI secolo” questa nuova tendenza?
Rimane da vedere. Se i meccanismi democratici non saranno avviliti, saranno loro stessi a valutarlo, nell’ambito della loro libertà d’espressione. Per questo è importante che Chávez riveda i toni della propria retorica rivoluzionaria.
In questo senso, il risultato del referendum costituzionale del dicembre 2007, nel quale per strettissimo margine i venezuelani hanno respinto la proposta di nuova riforma costituzionale, è stato mio modo di vedere un ottimo sviluppo:
– la democrazia venezuelana ha dimostrato d’avere, dopo un periodo lungo e difficile, di nuovo gli anticorpi del dissenso civile: dimenticati i toni catastrofici del passato, l’opposizione si è organizzata e, trascinata dai giovani, ha fatto prevalere il no; – le istituzioni venezuelane, ed in particolare le tanto criticate autorità elettorali, hanno dimostrato ancora una volta di essere indipendenti: se no, come spiegare una vittoria del no con il 50,7% dei voti? Domanda provocatoria: che sarebbe successo se quel 50,7% fosse stato di sì? Si sarebbe accettato senza fiatare un risultato di stretta misura a favore di Chávez? – anche Chávez è uscito rafforzato, suo malgrado, dalla sconfitta nel referendum. Una vittoria di stretta misura per una costituzione di contenuti così netti e radicali sarebbe stata solo una fonte d’ulteriori divisioni in un paese che ha invece bisogno di ritrovarsi. Il fatto che abbia accettato, pur a denti stretti, il risultato, è invece buon segno.
Non c’è il minimo dubbio che Chávez riproporrà in altro modo buona parte delle proposte costituzionali, ma i venezuelani ed il mondo ora sanno che ci sono mezzi democratici per opporsi se la maggioranza dei cittadini non è favorevole.
In conclusione, Chávez è un personaggio certamente particolare: vuole a tutti i costi riprendere l’eredità di Castro, assurgendo a leader rivoluzionario dell’America Latina. Le sue buone intenzioni in materia sociale sono in parte vanificate dalla sua limitata capacità di gestione; la sua mentalità autoritaria contrasta con le esigenze di una democrazia compiuta; i suoi eccessi retorici divertono, ma sono spesso inopportuni.
A mio modo di vedere, Hugo Chávez non è né un demonio da esorcizzare, né un eroe da esaltare: è un personaggio contraddittorio, sempre alle prese con il proprio egocentrismo bulimico.
Resto convinto che il miglior modo per giudicare un uomo politico siano i suoi risultati, non i suoi discorsi, le sue gaffes o le sue intenzioni. Chávez ha ottenuto certi risultati in materia sociale, che la popolazione venezuelana apprezza. Da qui, e dagli errori dei partiti politici che governarono il Venezuela dagli anni cinquanta in poi, discende la sua grande popolarità attuale.
Chávez riuscirà a cambiare il Venezuela per sempre ed in meglio se sarà in grado di moderare i propri eccessi, usando l’enorme capitale politico di cui è in possesso per affiancare alle iniziative in materia sociale un insieme di riforme economiche che rafforzino l’economia venezuelana al di là del petrolio e se saprà costruire una democrazia nella quale si possano riconoscere tutti i venezuelani.
Se così non fosse, e se dovesse perseguire i suoi obiettivi politici come se il dissenso non esistesse, avrà perso la sua grande occasione di fare qualcosa di significativo per il paese che dirige da ormai quasi dieci anni.
La recente rottura della tregua “permanente”, che era stata dichiarata da ETA il 22 marzo 2006, riapre la drammatica prospettiva del ritorno della violenza nei Paesi Baschi, che molti avevano pensato scongiurata per sempre. Quali sono i fattori che permettono di spiegare come nell’anno 2007 continui, nel seno dell’Europa democratica, un conflitto armato che è sopravvissuto alla fine del franchismo, alla sconfitta di tutte le altre forme di lotta armata apparse in altri paesi europei e che si protrae, senza che appaiano prospettive di soluzione definitiva, dopo 30 anni di vita democratica spagnola?
Trent’anni nei quali la Spagna ha peraltro compiuto passi da gigante, che l’hanno portata non solo al cuore dell’Unione europea, mediante un processo di transizione politica considerato come un modello, ma che hanno anche visto uno sviluppo economico e sociale i cui indicatori superano quelli prevalenti nel resto dell’Ue. Se c’è un paese europeo che sembra immune da quel clima di declino che sta impregnando un’Europa alle prese con grandi incertezze sul proprio futuro ed ancora maggiori difficoltà ad accettare l’ineluttabilità di nuovi scenari internazionali che ne riducono il peso relativo, ebbene, la Spagna sembrerebbe il migliore esempio.
La Spagna esala ottimismo, esuberanza, crescita in molti campi, anche in settori, come la cultura e lo sport, che solo prosperano quando il paese da cui provengono vive un’epoca felice.
Eppure, questa Spagna cui tutto sorride convive con il cancro di un conflitto senza fine, che anziché tramontare, s’incupisce e pare solo peggiorare: che il terrorismo sia in tregua o no, la violenza persiste e permea la società basca, mediante la kale borroka (violenza di bassa intensità esercitata da gruppi di giovani estremisti), la polarizzazione e durezza del confronto tra le parti politiche, il clima d’intimidazione che esiste in varie parti di tale società, od attraverso il ricordo doloroso delle famiglie delle vittime della violenza.
Una prima risposta potrebbe essere paradossalmente proprio quella che molti attivisti baschi portano scritta addosso ogni volta che partecipano ad un evento fuori dal territorio spagnolo: Euskadi is not Spain. Ma è una risposta insufficiente.
Risulta comunque sorprendente che un movimento di lotta armata nato negli anni sessanta per confrontarsi ad un regime dittatoriale risulti un rebus irrisolvibile per i vari governi democratici che da allora si sono succeduti alla guida del paese.
Il nazionalismo basco è erede di una storia antichissima, che alcuni nazionalisti baschi fanno risalire addirittura all’epoca pre-romana. Se i Paesi Baschi come tali (Euskadi) non hanno mai avuto indipendenza politica, un’identità culturale basca esiste da tempo immemore, ed è caratterizzata da una lingua, l’euskera, senza relazione alcuna con il latino, da istituzioni tradizionali (los fueros, aboliti nel 1876), che il nazionalismo moderato considera come il proprio riferimento essenziale, da tradizioni culturali molto diverse da quelle dei propri vicini.
Euskadi è anche una terra profondamente religiosa: qui nacquero i Gesuiti, e gran parte dei missionari spagnoli nel mondo furono e sono d’origine basca. Di fatto, la chiesa basca è molto legata al nazionalismo e la storia basca sarebbe incomprensibile se non si tenesse in conto il peso esercitatovi dal cattolicesimo e dal tradizionalismo.
Nel diciannovesimo secolo, le guerre carliste avevano dato espressione all’opposizione latente tra certi settori tradizionalisti dell’universo basco ed i settori aperti al liberalismo politico. Il carlismo, così come le forme estreme di conservatorismo politico, verranno poi ad assimilarsi nel franchismo, che pur essendo la negazione stessa di una nazionalità basca, ebbe comunque largo seguito tra le classi dominanti della grande industria basca.
La tradizione forale, forma assembleare d’autogoverno delle province basche, ha convissuto per secoli con la sovranità della corona spagnola, sino alla sua abolizione nel 1876 da parte del primo ministro Cánovas del Castillo.
È proprio in questo contesto, e nel quadro culturale del romanticismo e della riscoperta delle radici nazionali, che s’inserisce la figura del padre della patria basca, quel Sabino Arana che fondò il Partito Nazionalista Basco (P.N.V.). Nella visione di Arana, ed è importante assimilare bene questo concetto per capire la realtà politica basca di oggi, la sovranità basca è anteriore e del tutto autonoma rispetto a quella della nazione spagnola, e come tale essa non potrà mai derivare da concessioni o forme di autogoverno concesse da un governo spagnolo.
Solo il ritorno alle radici, per definizioni indipendenti, della nazione basca può soddisfarne le aspirazioni: da qui la contraddizione permanente con cui deve convivere un partito socialmente moderato come il P.N.V. che lo ha portato spesso a posizioni ambigue anche nei confronti della lotta armata, con cui ha dovuto spesso competere come “vero rappresentante” della nazione basca.
Se la concezione di Arana, cattolico tradizionalista, secondo cui la sovranità derivava da Dio ed era trasmessa al popolo basco, non è più d’attualità oggi nella sua forma più letterale, tale riferimento intellettuale rimane importante per capire perché il P.N.V. che si è sempre proposto come partito-nazione, vera espressione delle tradizioni culturali nazionali basche, faccia fatica a scegliere definitivamente tra un obiettivo finale d’indipendenza per la nazione basca ed uno più moderato, peraltro già ottenuto, di ampie forme d’autogoverno ed autonomia nell’ambito della nazione spagnola.
Rinunciare all’indipendenza come obiettivo finale stimola la radicalizzazione degli abertzale (patrioti), che in larga misura considerano la violenza come un mezzo accettabile per perseguire tale fine.
Per cui il nazionalismo moderato, che pure ha ottenuto grandi risultati nell’epoca democratica, ed ha gestito senza soluzione di continuità il potere regionale e provinciale in Euskadi sin dal 1977, data dell’attuale costituzione spagnola, si vede obbligato a perseguire un allargamento senza fine delle competenze sovrane riconosciute al governo basco: la concorrenza abertzale, che rappresenta all’incirca un quinto dei votanti baschi, rende qualsiasi soluzione inferiore alla piena sovranità nazionale basca un bicchiere mezzo vuoto.
Nell’epoca repubblicana (1931-1939) i baschi ebbero il loro governo autonomo, presieduto da un lehendakari. Tale autonomia sarà restaurata e riconosciuta nella Costituzione del 1978, che non fu comunque appoggiata dal P.N.V. e quindi ottenne un appoggio solo parziale dall’elettorato basco (54%), perché la struttura della comunità basca ivi contenuta comprendeva solo tre delle province (Vizcaya, Guipuzcoa e Álava) che i nazionalisti considerano parti integranti della nazione basca. La Navarra è a sua volta autonoma, e la pretesa d’una Navarra riunita insieme con le altre province è una delle rivendicazioni essenziali dei nazionalisti baschi: scoglio di non secondaria importanza è però la volontà maggioritariamente contraria dell’elettorato della Navarra, dove i partiti nazionalisti, moderati o radicali, sono sempre stati minoritari rispetto ai partiti nazionali (PSOE) o federati ai partiti nazionali (UPN, legata al PP). D’altronde, la discrepanza tra la visione geografico-istituzionale di Euskadi dei nazionalisti e quella attualmente esistente non si limita alla Navarra. Il nazionalismo radicale abertzale considera che i territori baschi francesi (Lapurdi, Behenavarra e Zuberoa) sono anch’essi parte integrante della nazione basca (chiamata da loro non Euskadi ma Euskal Herria, patria del popolo basco). Per questo, nel linguaggio del radicalismo nazionalista, la nazione basca è definita come oppressa da quella spagnola ma anche da quella francese.
Se ETA ha sempre usato i Paesi Baschi francesi come base per azioni in territorio spagnolo, godendo di appoggi da parte della popolazione locale, il supporto elettorale ottenuto dai partiti autonomisti in quelle regioni è sempre stato molto minoritario, rendendo anche in questo caso improbabile un’evoluzione di tipo democratico verso l’autodeterminazione o distacco dei Paesi baschi francesi dalla Francia.
Anche all’interno della comunità basca così come riconosciuta dalla Costituzione spagnola del 1977, il peso politico dei partiti nazionalisti o chiaramente indipendentisti non è uniforme: nella provincia di Álava, dove pure hanno sede le istituzioni governative (a Vitoria, Gasteiz in basco) il P.N.V. e le successive espressioni dell’ opzione abertzale (Е.Н., Н.В., Batasuna, ora A.N.V.) sono sempre state minoritarie rispetto ai partiti nazionali spagnoli (españolistas, secondo la terminologia radicale). Ecco quindi una delle chiavi di lettura che aiutano a capire l’insoddisfazione del nazionalismo radicale nei confronti sia della situazione istituzionale esistente che delle prospettive d’immediato futuro: pur godendo di consensi politici significativi, non inferiori ad un venti per cento dell’elettorato totale basco, le tesi indipendentiste radicali hanno una diffusione non uniforme e ciò impedisce a questa parte politica di giocare a fondo la carta dell’autodeterminazione per via referendaria od elettorale.
Le competenze delegate al governo regionale basco sono superiori rispetto a quelle delle altre “comunità autonome” spagnole, simili solo a quelle concesse alla Generalitat catalana: di fatto, sanità, educazione, polizia, e finanze sono del tutto autonome. Dal punto di vista fiscale, una percentuale via via inferiore delle tasse riscosse in Euskadi è trasferita all’erario centrale, e questo in virtù dei patti di coalizione conclusi successivamente dal P.N.V. con i governi socialisti di Felipe González e poi anche con quello popolare di José M. Aznar.
Euskadi (e Catalogna) aspirano, e, di fatto, cercano d’agire, anche come entità sovrane a livello internazionale: da qui l’importanza anche simbolica di selezioni sportive nazionali basche (e catalane) autonome da quelle spagnole (l’esempio è in questo caso quello britannico); e, dal punto di vista politico, la richiesta, avanzata nel recente “Piano Ibarretxe” di revisione dello Statuto d’Autonomia basco, di rappresentanza autonoma basca in seno all’Unione europea in tutte le materie di competenza della comunità autonoma.
Come abbiamo visto, i nazionalisti baschi, sia moderati che radicali, considerano che la sovranità basca è anteriore ed autonoma rispetto a quello del Regno di Spagna, nato dopo la nazione basca.
La distinzione tra nazionalismo moderato (P.N.V. ma anche E.A. partito nato nel 1984 come scissione dal precedente) e radicale (rappresentato politicamente dal partito Batasuna, messo fuori legge nel 2002) non si trova quindi in un differente atteggiamento nei confronti dell’obiettivo finale (ampia autonomia per gli uni, indipendenza per gli altri), ma nel rifiuto della violenza come metodo per ottenere l’indipendenza per gli uni, a fronte dell’accettazione o perlomeno, il non rifiuto dell’uso di mezzi violenti da parte degli altri.
ETA (Euskadi ta Alkartasuna, Euskadi e Libertà) nacque negli anni sessanta come movimento clandestino di lotta per la causa basca contro l’oppressione della dittatura franchista. Erano anni nei quali la lotta armata era una prospettiva accettata da molti: in quasi tutti i paesi europei si svilupparono allora movimenti di lotta armata anche estremamente efficaci. ETA s’ispirerà via via a diversi movimenti armati, rimanendo il riferimento esterno più importante probabilmente l’I.R.A.
Se in Germania od in Italia, paesi democratici, esistevano movimenti armati, a maggior ragione l’esistenza di ETA in una Spagna, che democratica non era, poteva sembrare giustificabile. ETA, la cui ideologia era naturalmente d’estrema sinistra ma con tinte messianiche non sorprendenti se pensiamo al contesto basco, scavalcava a sinistra un P.N.V. (illegale) in grandi difficoltà nel presentarsi come unico rappresentante della nazione basca.
A fronte della rigidità assoluta del franchismo, per cui la nazione spagnola era una ed indivisibile, e che reprimeva ogni segno esteriore di cultura regionale (uso della lingua, vietato, dei colori nazionali, l’ikurriña a strisce bianche, rosse e verdi, o persino dell’abbigliamento tipico dei baschi), le prospettive per la causa basca sembravano allora molto limitate. Da qui la scelta delle violenze nei confronti di soldati, poliziotti, rappresentanti dello stato spagnolo.
L’azione più clamorosa dell’ETA fu l’uccisione a Madrid nel 1973 dell’ammiraglio Carrero Blanco, primo ministro e probabile uomo forte del franchismo dopo la sparizione del Caudillo.
Gli anni della lotta armata intrapresa da ETA contro la dittatura daranno alla causa basca fama internazionale ed a ETA grande popolarità: non mancheranno scissioni e conflitti interni tra varie anime del movimento, che il franchismo cercherà di decapitare, senza successo, nel processo di Burgos: alla morte di Franco, nel novembre 1975, la partita basca rimane tutta da giocare.
Nel 1976, il Primo Ministro – sorpresa e pilota della transizione verso la democrazia – Adolfo Suárez, avrà i primi contatti segreti con ETA, senza riuscire però ad ottenere dall’organizzazione una tregua: la lotta armata continua. ETA considera di essersi guadagnata sul campo i galloni di vero ed unico rappresentante del popolo basco, e di poter quindi negoziare una soluzione definitiva del problema basco, che non può prevedere altro finale che l’indipendenza totale. Sarà la proposta d’alternativa KAS, da prendere o lasciare: tutte le prospettive di negoziato con il nazionalismo radicale, compresa l’ultima testè abbandonata, naufragheranno su questo punto: le proposte dei nazionalisti abertzale vanno accettate nella loro integralità, senza un solo cambio. Nel caso contrario, si spara.
Il dibattito nell’Assemblea Costituente porterà invece allo Statuto d’autonomia di Guernica, che restituisce larghe quote d’autonomia alle tre province storiche, ammette il concetto di nazionalità basca e crea delle istituzioni viste dai baschi come nazionali.
Il P.N.V., pur avendo richiesto l’astensione nel referendum costituzionale, non rifiuterà di assumersi le proprie responsabilità istituzionali: il partito nazionalista moderato erede di Sabino Arana, sarà il grande protagonista della vita democratica basca dal 1978 in poi e governa la regione da allora. I successivi lehendakari (Garaicoetxea, Ardanza, Ibarretxe) saranno tutti peneuvisti. Dopo la scissione interna che portò alla nascita di Eusko Alkartasuna (E.A.), il P.N.V. governerà a lungo (1986-1998) in coalizione con i socialisti (P.S.E., sezione basca del P.S.O.E.), ottenendo spesso grandi vantaggi da questa relazione privilegiata con il partito al governo a Madrid.
In questi anni, il P.N.V. manterrà sempre un atteggiamento ambivalente: il P.N.V. partito di governo cerca di ottenere i massimi benefici per Euskadi dall’attuale sistema autonomico, di cui cerca di allargare sempre più la portata. Il P.N.V. – partito, diretto a lungo da un leader esuberante e poco diplomatico come Xabier Arzalluz – si presenta invece ai baschi come partito indipendentista per non cedere spazio politico ad opzioni più radicali.
In tutti questi anni ETA non allenta la presa: anziché inquadrarsi nel gioco democratico, abbandonare la violenza e portare avanti le proprie rivendicazioni in maniera pacifica, come sembrerebbe naturale, rimane ostaggio della propria radicalità estrema e diviene invece sempre più violenta. Negli anni ottanta allarga lo spettro della propria azione armata ai normali cittadini (bombe in supermercati, attentati ovunque in Spagna), non limitandosi più a colpire simboli dello stato spagnolo.
Il risultato è stata l’esasperazione del conflitto basco, che ha fatto perdere parte o tutto il capitale di simpatia che la causa basca si era guadagnato negli anni della lotta contro il franchismo.
Tale inflessibilità di ETA provocò naturalmente defezioni e dissidi interni, ma raramente hanno prevalso, all’interno della banda armata, le opzioni più moderate.
Il Patto di Ajuria Enea, firmato nel 1988 da tutte le forze democratiche spagnole e basche, con l’eccezione naturalmente della sinistra abertzale, pone il rifiuto della violenza come passo essenziale per qualsiasi prospettiva di dialogo per la soluzione del problema basco. ETA proclamò allora due brevi tregue, durante le quali si svolsero riunioni tra rappresentanti del governo socialista spagnolo e rappresentanti di ЕТА in Algeria.
Tali contatti non diedero i frutti sperati, e nel 1989 ETA ricominciò a colpire.
Nel frattempo, settori legati al governo in carica a Madrid organizzarono gli sciagurati G.A.L. (Grupos Antiterroristas de Liberación), ispirati dall’esperienza britannica contro l’I.R.A.: un tentativo, maldestro e mal organizzato, di affrontare il terrorismo con le sue stesse armi, al di fuori della legalità. Gli scandali legati agli errori dei G.A.L. ed alla malversazione dei fondi finanziari afferenti saranno una delle cause che porteranno al progressivo declino politico del P.S.O.E ed, in fine, alla sua sconfitta elettorale del 1996.
Un’altra breve tregua non dichiarata nel 1992 risulterà di nuovo sterile. Nel frattempo, la stanchezza dei cittadini baschi nei confronti della violenza incessante porterà a proteste sempre più multitudinarie in occasione di ogni nuovo attentato mortale: il culmine di tali proteste si raggiungerà con il rapimento e successiva uccisione del giovane consigliere comunale di Ermua Miguel Angel Blanco (PP). I cittadini baschi che avevano l’ardire di presentarsi alle elezioni locali nelle file di partiti non nazionalisti erano da tempo divenute vittime del terrore. I milioni di baschi e spagnoli in piazza in quei giorni del 1998 sembrarono prefigurare la fine della violenza: come avrebbe potuto ETA proseguire su una via così chiaramente osteggiata dalla cittadinanza?
Ma in materia basca, le sorprese non finiscono mai.
A seguito dell’uccisione di Blanco, ETA dichiarò effettivamente una tregua più lunga delle altre, che durò dal settembre 1998 al novembre 1999.
In quel momento, l’interlocutore di ETA era il governo del Partido Popular, diretto da José M. Aznar, lui stesso vittima d’un attentato fallito di ETA quand’era leader dell’opposizione.
Il tema su cui si centrò il dialogo tra governo e nazionalismo radicale non fu quello del negoziato sul futuro istituzionale dei Paesi Baschi, un tabù per il PP, ma quello, altamente simbolico per i nazionalisti, dell’avvicinamento dei reclusi di ETA ad Euskadi: la richiesta abertzale è quella che tutti i condannati per la lotta armata scontino la pena in carceri basche.
Durante la tregua del 1998-1999, più di un centinaio di reclusi furono trasferiti in istituzioni penitenziarie basche, ma non tutti e 500 come richiesto dai nazionalisti radicali. Nel novembre 1999 la tregua è interrotta, nel solo 2000, 23 рersone sono uccise da ETA
Sul fronte politico interno basco, il P.N.V. decide, dopo molti anni di governi di coalizione con i socialisti, di intraprendere la via di una coalizione con le altre forze nazionaliste, concludendo il Patto di Lizarra: questo non significò che il P.N.V. facesse marcia indietro rispetto alla violenza, che continuerà a rifiutare, ma implicò comunque il fine del Patto di Ajuria Enea, la cui grande virtù era appunto la delegittimazione della violenza come mezzo d’espressione politica.
Sulla scena nazionale, il Patto Anti Terrorista concluso da PP e PSOЕ suppone la condivisione delle linee maestre della politica contro il terrorismo da parte dei due grandi partiti spagnoli. Il principale risultato di tale Patto sarà la Ley de Partidos Políticos del 27 giugno 2002.
La legge prevede che un partito politico sia dichiarato illegale, quando violi i principi democratici, le libertà ed i diritti fondamentali. L’applicazione della legge porta nel febbraio 2003 a mettere al bando, come detto, Batasuna ed altre sigle usate dal radicalismo abertzale, come Herri Batasuna e Euskal Herritarok, ritenendosi provata dalla giustizia la commistione di attività e risorse tra tali partiti e l’organizzazione armata. Si apre qui una pagina estremamente delicata: fatta salva la giustizia del principio difeso dalla legge, e la validità del cercare di limitare l’attività illegittima di chi usava di mezzi legali per finanziare e fomentare l’illegalità, sino a che punto è legittimo lasciare senza espressione politica non una minoranza insignificante ma un quinto dell’elettorato? D’altro canto, come giustificare che una tale percentuale di persone sia disposta a dare il proprio consenso a forze politiche che non rifiutano la violenza?
Bilbao – Guggenheim Museum
Siamo qui di fronte a due grandi paradossi del problema basco, cui non sembra possibile dare una risposta univoca che soddisfi tutte le parti: sino a che punto una legge come quella che regola attualmente i partiti politici spagnoli è la migliore risposta possibile alla situazione esistente, dato che offre ai radicali il pretesto di considerare le elezioni e le istituzioni come non veramente democratiche?
Sino a che punto una legge di questo tipo non ha effetti controproducenti sullo stesso fenomeno, la violenza, che vuole estirpare?
Ma, d’altra parte, come giustificare il persistere della violenza come metodo di soluzione d’un problema politico in un contesto democratico?
L’11 marzo 2004, le bombe di Al Qaeda sui treni di Madrid sconvolgono la politica spagnola. Le elezioni del 14 marzo vedono l’inattesa affermazione del PSOE di José Luís Rodriguez Zapatero. Nei giorni precedenti le elezioni, il governo popolare uscente fa di tutto per attribuire ad ETA gli attentati, ma la realtà si dimostrerà differente.
Ad entrare in crisi per l’inatteso risultato elettorale non è solo il PP, ma anche ETA, che vede del tutto screditata la violenza come arma d’azione politica.
Da qui la decisione del movimento armato di accettare la possibilità di discutere con il nuovo governo socialista una soluzione definitiva al conflitto basco.
I contatti informali e segreti tra le parti portano alla decisione di separare i negoziati sul futuro politico di Euskadi, da riservare alle forze politiche, da quelli su reclusi e fine della violenza, che sarebbero stati discussi in un negoziato definito “tecnico” tra i rappresentanti di ETA ed il governo. Quest’accordo porta alla tregua “permanente” del 22 marzo 2006, che sembrava porre fine una volta per tutte alla violenza.
Una prima esigenza della parte nazionalista era, però quella di rilegalizzare Batasuna senza che questa formazione politica si piegasse ai dettami della legge sui partiti politici. Un’esigenza difficile da accettare. Sin dal momento della sconfitta elettorale, il Partido Popular farà opposizione su tutta la linea ad ogni prospettiva di dialogo con ETA: la visione dei popolari è che chỉ non rinnega la violenza non ha ruolo alcuno nel gioco democratico.
Il clima politico tra governo e opposizione non fa che peggiorare nel corso della legislatura: siamo di fronte ad un altro dei paradossi apparentemente insolubili che rendono il rebus basco d’impossibile soluzione. Nemmeno al Parlamento Europeo le due principali forze politiche spagnole riusciranno ad appoggiare assieme una risoluzione di condanna del terrorismo.
Senza voler entrare nell’attribuzione di responsabilità ad una parte od all’altra, il problema è il seguente: fino a che punto è accettabile che le due principali forze democratiche spagnole, che rappresentano 1’80% dell’elettorato su scala nazionale, siano incapaci d’affrontare un tema di stato di tale gravità senza mettere da parte le loro differenze politiche? Non vogliamo qui attribuire colpe, ma semplicemente affermare che in politica le soluzioni a grandi problemi richiedono coraggio e visione, costi quel che costi. Il compromesso è a volte necessario, come il caso irlandese, di per sé altrettanto intricato quanto quello basco, dimostra.
I popolari affermano che è stato Zapatero a rompere l’unità antiterrorista ad aprire la possibilità di un dialogo con ETA, i socialisti, invece, che loro non avevano mai fatto mancare il loro appoggio ai governi di Aznar in materia di terrorismo.
L’inflessibilità dei nazionalisti radicali ha fatto di nuovo saltare il banco: abbiamo rivisto scene che credevamo retaggio del passato: personaggi incappucciati che proferiscono minacce che sembrerebbero patetiche se non ci fossero 817 nomi di caduti, vittime del terrorismo di ETA, a renderle reali. Tutto fa pensare che altre vittime dovranno pagare il prezzo di questo dialogo tra sordi, nel quale le parole assumono significati diversi in bocса agli uni o agli altri.
Sarebbe illusorio ed irresponsabile professare un ottimismo fuori luogo: le radici dell’incomprensione tra le parti sono molto profonde, e sarà probabilmente necessaria almeno una generazione perchè il conflitto basco sia completamente superato. Una maggioranza della popolazione basca rifiuta chiaramente la violenza e non è disposta a tollerare il clima d’intimidazione imposto da una minoranza intollerante. Ma le contraddizioni esposte sono notevoli, ed i democratici baschi e spagnoli dovranno ancora soffrire il peso della violenza.
Come qualcuno possa lasciarsi convincere dalla dialettica della violenza e pensare che un futuro politico gestito da dirigenti che non la rinnegano, ed in alcuni casi addirittura la praticano, possa essere migliore del presente è comunque sorprendente.
Personalmente credo che non si debba mai avere paura della democrazia, anche quando essa suppone scelte difficili od a prima vista impopolari: nelle recenti elezioni municipali, il partito che rappresentava l’opzione nazionalista radicale, A.N.V., sommato all’astensione richiesta dall’illegalizzata Batasuna, ha dimostrato ancora una volta che l’estremismo nazionalista pesa ancora parecchio nella politica basca. Ritengo politicamente arrischiato mantenere fuori dal gioco politico un segmento così significativo dell’elettorato, pensando di poter risolvere la questione basca in sua assenza. Chiaro che questa parte della società dovrebbe capire che in democrazia la violenza non è un’arma, e questo viene prima di qualsiasi altra rivendicazione.
Saprà il resto della società basca, comunque maggioritaria, vincere la sfida e far prevalere la pace e la democrazia sull’intolleranza e la violenza? Credo di sì, ma sarà necessario formulare compromessi a volte dolorosi. Ed in futuro, non dovrebbe risultare un anatema pensare ad un referendum d’autodeterminazione, sempre e quando esso possa svolgersi in un contesto davvero pacifico, se questa formula dovesse significare fare chiarezza una volta per le tutte sul futuro di Euskadi e far tacere per sempre i violenti.
I complessi negoziati della cosiddetta Agenda per lo Sviluppo di Doha (nota come DDA, Doha Development Agenda) sembrano essersi definitivamente arenati alla fine di luglio.
Non che il progresso dei negoziati sia mai stato particolarmente rapido, da quel novembre 2001 quando vennero lanciati nella capitale del Qatar. Né si può dire che l’ottimismo abbia mai prevalso sul pessimismo nelle valutazioni degli addetti ai valori nel corso di tutto questo periodo: le nubi sono sempre state assai dense nel cielo di questa Doha, e parecchi osservatori hanno sempre considerato la soluzione dei negoziati qualcosa di simile alla quadratura del cerchio: troppi interessi contrapposti, troppi capitoli aperti, troppo poca buona volontà da parte dei principali attori. Rimaneva però la speranza che, data l’importanza per l’economia mondiale di un buon esito dei negoziati, s’innescasse un ciclo virtuoso che, a partire da certe concessioni fatte o perlomeno annunciate da membri di peso dell’OMC come Unione europea o Stati Uniti, portasse anche altre parti a smuoversi dalle proprie posizioni iniziali. Si è atteso, anche invocato uno sviluppo di questo tipo per cinque anni. Adesso sembra però che sia stata la tendenza contraria a prevalere, quella del consolidamento delle posizioni iniziali, che ha portato ad uno stallo.
Nel 1994, la conclusione dell’Uruguay Round aveva portato alla nascita dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), una novità di grande importanza non solo per il commercio internazionale, ma per l’intero sistema delle relazioni internazionali. Infatti, la sostituzione del preesistente GATT (Accordo Generale su Commercio e Tariffe), che non era più d’un trattato, con una vera e propria organizzazione, dotata di poteri coercitivi grazie all’esistenza d’un sistema per la soluzione delle controversie tra i membri in grado di assicurare il rispetto delle norme, si è rivelato un passo di straordinaria importanza per la governance internazionale.
Al di là delle critiche di molti, specie nel Sud nel mondo e nell’universo alterglobal, nei confronti dell’OMC, mi sembra si possa affermare oggettivamente che si tratti di un progresso, e non di un regresso, che un organismo internazionale sia in grado di far rispettare le norme che emana: il problema non è tanto quello di depotenziare l’OMC, come tanti affermano un pò a vanvera, ma semmai quello di affiancare ai poteri coercitivi dell’OMC in ambito commerciale poteri simili per organismi multilaterali in altri campi, come quelli ambientale, sociale, energetico, nei quali le convenzioni internazionali combinano grandi ambizioni con scarsi poteri. Ad esempio, si possono criticare ad iosa le Nazioni Unite, ma normalmente lo si fa per la loro inoperanza: non c’è dubbio che se l’ONU disponesse, in materia di sicurezza collettiva, di poteri simili a quelli raggiunti dall’OMC, la pace avrebbe maggiori chances rispetto ad un sistema che concede ad alcuni un diritto di veto.
Il problema non è quindi, come spesso si dice, quello di avere “meno OMC” ma piuttosto, quello di avere più numerose OMC. Ricerche approfondite dimostrano poi che il meccanismo di soluzione delle controversie dell’OMC è più equilibrato di quanto normalmente non si creda: lungi dall’essere sbilanciato а favore dei potenti, si tratta d’un vero e proprio sistema di regole, che ha visto nel corso degli anni tali regole affermarsi, a volte a favore dei membri più influenti, come Usa ed Unione europea, ma spesso e volentieri anche a favore di altri nei loro confronti. La giurisprudenza dei panel OMC è piena di casi vinti da paesi in via di sviluppo nei confronti di paesi sviluppati, e questo dimostra che, nonostante tutto, in ambito OMC a prevalere sono le norme, non l’identità dei litiganti. Ingiusto quindi definire l’OMC un’organizzazione messa al servizio dei grandi protagonisti del commercio internazionale per mettere in riga tutti gli altri, una specie di rullo compressore d’una globalizzazione cieca e sorda ai problemi del mondo. Semmai, la prospettiva attuale dell’OMC, ed in questa linea s’inseriva il ciclo negoziale aperto a Doha, non è tanto quella di equilibrare il modo in cui vengono risolte le controversie, ma quello di definire regole che permettano un maggiore apertura dei mercati ai prodotti dei paesi in sviluppo, specie quelli agricoli.
Questo era il senso della DDA, ed a partire da questa considerazione va analizzato lo stato attuale di stallo. L’Uruguay Round si era concentrato, come del resto tutti i cicli precedenti, sull’aspetto che era stato all’origine del GATT, quello della riduzione delle tariffe industriali (i dazi), un processo ormai quasi completamente concluso, almeno per quanto riguarda i paesi sviluppati (che però conservano alcuni picchi e ricorrono alla cosiddetta escalation su alcuni prodotti importati dai paesi in via di sviluppo, due eccezioni che annacquano in certa misura gli effetti del quasi azzeramento dei dazi). Per rendere però accettabile ad altri membri dell’OMC l’ulteriore riduzione dei dazi prevista nell’Uruguay Round, era stato necessario prevedere una revisione, a partire dell’anno 2000, delle regole di commercio agricolo e di servizi, rimaste ad uno stato incipiente fino ad allora, specie se paragonate con le riduzioni tariffarie. Per molti paesi in via di sviluppo, le entrate derivanti dai dazi sui prodotti importati rappresentano la prima fonte di introiti fiscali: una riduzione indiscriminata dei dazi supporrebbe quindi una grave minaccia per i bilanci statali, e va compensata con maggiori opportunità per i prodotti nazionali sui mercato dei paesi sviluppati. In assenza di tale incentivo, risulta difficile proporre ad un paese in sviluppo l’accelerazione di tale processo.
Nel caso dei dazi industriali (in gergo NAMA, Non Agricultural Market Access), gli impegni presi in sede multilaterale sono a livello dei cosiddetti dazi bound, normalmente più elevati di quelli effettivamente applicati (applied). Un membro dell’ OMC s’impegna a ridurre progressivamente i dazi sulla maggior parte dei prodotti seguendo un calendario prefissato, più lento per i paesi in sviluppo, ma rimane libero di ridurli ulteriormente seguendo piani interni di liberalizzazione commerciale (che sono stati la regola un pò ovunque negli anni 90). Anche paesi emergenti come l’India ed il Brasile, notoriamente poco propensi a prendere impegni significativi a livello multilaterale, e che mantengono ancora dazi sopra media, possono però contare su un notevole spread (differenza) tra i tassi bound e quelli effettivamente applicati. Il che significa che potrebbero ridurre ulteriormente tali tassi senza troppi problemi.
Come detto, la revisione dei regimi agricolo e dei servizi era prevista per il 2000. Già prima d’allora, gli Stati Uniti е soprattutto l’Unione europea proposero di affiancare alla revisione di tali regole negoziati su altre materie, che permettessero di accrescere i livelli d’ambizione del round: regole multilaterali su investimenti, concorrenza, appalti pubblici venivano viste come indispensabili data la forte correlazione tra tali fenomeni ed il commercio (non meno di un quarto del commercio mondiale è legato ad investimenti diretti). Si parlava allora del cosiddetto Millennium Round, naufragato strepitosamente a Seattle nel 2000, quando per la prima volta l’OMC divenne materia di cronaca a causa della mobilitazione delle ONG di mezzo mondo contro il proposto allargamento dell’agenda commerciale. L’idea che motivava le proteste era quella di mobilitare l’attenzione del mondo contro quello che era visto come un meccanismo dei paesi ricchi e della tecnocrazia internazionale per imporre regole oppressive ai paesi più poveri. Il fallimento della conferenza di Seattle non rappresentò solo un momento importante per la strutturazione del mondo alter global, per cui l’OMC è divenuta un nemico tradizionale, ma anche la fine di un’epoса nella quale i grandi, cioè Usa ed Ue, che rappresentano il 40% del commercio mondiale, potevano imporre il loro volere in materia di definizione delle regole. Da Seattle in poi, l’alleanza trasversale tra paesi del Sud ed attivisti nei paesi del Nord ha reso tale dimensione utopica: il consenso in sede OMC è divenuto ormai molto più complesso di quanto non fosse fino ai tempi dell’Uruguay Round.
Nel novembre 2001, il lancio dell’Agenda per lo Sviluppo di Doha divenne possibile solo per due ragioni: si diede al ciclo un obiettivo prioritario, quello di definire regole atte ad accrescere la partecipazione dei paesi in sviluppo agli scambi mondiali (di qui il nome) e giocò a favore di quest’accordo l’impressione dell’11 settembre: il nuovo round di negoziati commerciali rappresentava una prima grande opportunità per democratizzare il mondo, rendendo meno ingiusta la ripartizione delle risorse (supponendo che il terrorismo internazionale sia davvero motivato da tale ingiustizia economica, il che è tutt’altro che dimostrato). A Doha rimasero aperte però molte questioni: se a Seattle si era preteso di definire i parametri dell’accordo finale del round, a Doha ci si era più modestamente accontentati di definire un punto di partenza per i negoziati, mantenendo in sospeso la decisione sull’inclusione o meno nell’agenda dei cosiddetti “Singapore Issues”, quei nuovi temi (Investimenti, Concorrenza, Appalti Pubblici, Facilitazione Commerciale) cui l’Unione europea teneva molto, anche per attutire l’eventuale impatto di una forzata apertura dei propri mercati agricoli. A Cancún, nel settembre 2003, conferenza concepita originalmente come tappa intermedia verso la conclusione del round, prevista per la fine del 2005, i dibattiti furono accessissimi: il nuovo gruppo del G – 20 che, sotto la leadership di Brasile ed India, mise insieme paesi in sviluppo od emergenti interessati ad un’apertura degli scambi agricoli, in oggettivo ritardo di liberalizzazione rispetto a quelli industriali, riuscì a fare passare la propria linea, secondo la quale la DDA era innanzitutto un negoziato agricolo.
Solo uno dei quattro temi di Singapore (le misure di semplificazione commerciale) rimase in agenda, gli altri temi ne furono esclusi: da Cancún in poi diviene evidente che, al tramonto della capacità di persuasione euro – statunitense evidenziatosi a Seattle viene ad aggiungersi una maggiore capacità d’aggregazione dei paesi in sviluppo: attorno al G- 20, i cui principali membri sono India, Brasile e Sudafrica, e che rimane anzitutto un’alleanza agricola, ma anche attorno al G-90, che raggruppа i paesi più poveri e non ancora definibili “emergenti”. I negoziati OMC si giocano quindi su una complessa scacchiera multidimensionale, dove alle frequenti riunioni “mini – ministeriali” (cui partecipano i membri – chiave, UE, USA, Brasile, India ed Australia oltre al direttore generale dell’OMC e facilitatore dei negoziati, prima il thailandese Supachai, ora il francese Pascal Lamy, ex – Commissario europeo al Commercio) vengono a sovrapporsi complessi esercizi di coordinamento con i vari gruppi regionali e d’interesse, in un insieme a geometria variabile d’estrema complessità. All’OMC, organizzazione che regola interessi economici molto concreti, le alleanze non sono nè fisse nè di natura ideologica, ma invece variabili e funzionali agli interessi in gioco su ogni questione specifica. Parlare quindi di alleanze strategiche onnicomprensive in sede OMC è del tutto sbagliato: su certi temi, Usa ed Ue possono andare d’accordo (riduzione delle tariffe industriali nei paesi emergenti, regole sulla proprietà industriale), su altri l’Ue è vicina a certi paesi in sviluppo (indicazioni geografiche, cautela nelle riforme agricole) ma non ad altri (quelli che più insistono sull’eliminazione dei sussidi agli agricoltori) e molto lontana dalle posizioni americane. E così via.
Come detto, uno scacchiere che è divenuto via via complicatissimo, sino, forse era inevitabile, ad incepparsi. I negoziati sono stati dati per morti a diverse occasioni nel corso del quinquennio, ma a più momenti le speranze si sono riaccese. Come nel luglio 2004, quando il cosiddetto accordo – quadro di Ginevra, sembrò fornire una piattaforma di rilancio dei negoziati. Possiamo affermare che, sino all’inizio di quest’anno, l’enfasi posta sul capitolo agricolo aveva fatto sì che le maggiori pressioni fossero sull’Unione Europea, che paga il più alto ammontare di sussidi ai propri agricoltori. Tuttavia, il fatto che l’Ue sia al tempo stesso la più generosa in termini d’apertura del proprio mercato ai prodotti dei paesi meno sviluppati (i settanta LDC, i cui prodotti entrano a dazio zero con la però dolorosa eccezione di riso, zucchero e caffè, prodotti d’enorme importanza per gli LDC esportatori) e che Bruxelles abbia proposto un ciclo a costo zero per i paesi più poveri, cui non si richiederebbero concessioni, ed anche l’eliminazione definitiva dei distorsivi sussidi all’esportazione ha spostato progressivamente la pressione sugli Usa, che non sono però sembrati in grado, nel corso del quinquennio, di dare concretezza alle loro frequenti dichiarazioni liberiste.
Dal 2001 in poi, gli Usa, alle prese con un’altra agenda internazionale, hanno piuttosto dato l’impressione di non dare troppa importanza a questi negoziati. Anche il sorprendente attivismo degli Usa in materia d’accordi commerciali bilaterali, concepiti come premio per partners ragionevoli più che veri matrimoni d’interesse tra uguali e la recente sostituzione del negoziatore capo (US Trade Representative) Robert Portman con Susan Schwab sembrerebbero confermare che Washington non credeva alla fattibilità del ciclo di Doha. Tra l’altro, la Trade Promotion Authority che permette al presidente Bush di concludere accordi commerciali internazionali senza ratifica del Senato scadea marzo 2007, e non sembra che egli sia in grado, nè abbia l’intenzione di chiederne una proroga.
L’Ue, che ha molto investito su questo round sotto la leadership di Pascal Lamy, ha ulteriormente accentuato gli sforzi quando questi è stato sostitutuito da Peter Mandelson: nuove offerte sono state fatte, in agricoltura ed in materia di servizi, ma esse sono ancora considerate troppo timide dai principali partner: Australia, il gruppo di Cairns ed il G-20 per quanto riguarda l’agricoltura, India e paesi sviluppati in materia di servizi. India e Brasile, i due paesi – emergenti – chiave, si trovano in una posizione specialissima: il loro peso strategico all’interno dell’OMC supera di molto il loro effettivo peso commerciale, grazie alla loro capacità di leadership sul resto del mondo in sviluppo ed alla riconosciuta capacità dei loro abilissimi negoziatori, tra i migliori al mondo (i negoziati OMC richiedono una straordinaria competenza tecnica, ogni settimana vengono prodotte decine di pagine di proposte d’un estrema complessità che vanno studiate, analizzate, ribattute nel merito). Si tratta poi di grande economie emergenti, ma piene di contraddizioni, competitive in certi settori (agricoltura per il Brasile, servizi per l’India) ma in ritardo di sviluppo in altri. In entrambi i casi, tali paesi hanno ridotto progressivamente i loro dazi, che restano però molto alti rispetto alle medie mondiali. La Cina, entrata solo recentemente nell’OMC, ha deciso di non esercitare un ruolo attivo, mantenendosi fuori dalla mischia e seguendo i negoziati da lontano: la Cina non ha fretta d’esercitare tutta la sua influenza potenziale, sapendo di poter squilibrare ulteriormente equilibri già precari. Dalla conferenza ministeriale di Hong Kong in poi (Dicembre 2005), è parso sempre più chiaro che un negoziato di tale complessità non poteva venire risolto da offerte unilaterali o da sforzi di una delle parti, ma piuttosto da un approccio concertato nel quale ai vari paesi viene richiesto un sacrificio proporzionale al proprio peso economico: maggiore per i paesi sviluppati, intermedio per i paesi emergenti, basso o nullo per i paesi più poveri.
Partendo da questo principio, si sarebbe potuto identificare un pacchetto win – win, nel quale tutte le parti avrebbero trovato un certa dose di soddisfazione che rendesse i negoziati appetibili. A questa dinamica virtuosa non si è però ancora giunti: al momento della rottura dei negoziati, a pochi giorni dal G-7 di San Pietroburgo che aveva auspicato una loro conclusione, potremmo sintetizzare che la soluzione vincente dovrebbe venire dalla combinazione di una nuova proposta americana di riduzione dei propri sussidi interni agli agricoltori (che alterano sensibilmente i corsi mondiali), un’ulteriore proposta europea di riduzione dei propri picchi agricoli (dazi eccezionalemnte alti su alcuni prodotti sensibili come latte e carni), una significativa riduzione dei dazi industriali da parte di Brasile ed India. Se tutto ciò avvenisse, si potrebbe innescare quel circolo virtuoso da tutti auspicato, a cominciare da offerte più ambizione d’apertura dei servizi, un settore nel quale a Hong Kong si è deciso che l’ accordo, settore per settore, potrebbe anche essere solo plurilaterale, non comprendendo quindi tutti i membri dell’OMC (i paesi in sviluppo non sono in generale propensi ad aprire i loro servizi alla concorrenza internazionale) ma solo quelli effettivamente interessati.
Risolte le grandi questioni, il nuovo clima generatosi permetterebbe probabilmente di concludere accordi anche in altri campi, quali la definizione di misure di semplificazione delle procedure doganali (trade facilitation), regole più trasparenti e condividise per l’antidumping, lo stabilimento di un registro multilaterale delle indicazioni geografiche ed altre ancora, tutte passibili di effetti positivi sugli scambi.
Ciò probabilmente non avverrà, almeno prossimamente: tutti aspettano che sia il vicino a muoversi per primo, ed in questo modo quasi nessuno si muove. Il fatto che, nonostante l’instabilità internazionale legata al terrorismo ed i prezzi delle materie prime, l’economia internazionale sembri in crescita ha forse tolto acqua al mulino di chi considerava indispensabile un successo del round OMC. D’altro canto, la nuova complessità dei rapporti internazionali, in particolare di quelli economici, alla luce dell’emergenza dei paesi asiatici e delle nuove geometrie prevalenti all’OMC rende in fondo salutare una pausa di riflessione: se oggi come oggi si dovesse concludere il ciclo, sarebbe un accordo in tono minore, che in fondo non interessa a nessuno. Chi però potrebbe soffrirne maggiormente, dal punto di vista sistemico più che economico, è l’Unione europea: essa trae la sua forza internazionale soprattutto dal proprio peso economico – commerciale, là dove dispone d’una competenza chiara ed affermata. Da qui l’importanza che l’Ue attribuisce al rafforzamento del sistema multilaterale OMC, nel quale è grande protagonista.
Un indebolimento del sistema multilaterale di commercio quale quello che sta emergendo suppone anche un indebolimento del peso dell’Ue in uno scenario nel quale è forte. La sfida dell’Ue nel dopo – Doha sarà quella di riadattare la propria diplomazia commerciale ad uno scenario nel quale prevarranno accordi bilaterali e regionali, che creeranno quella definita da alcuni lo spaghetti – bowl: un numero elevatissimo d’accordi preferenziali di complessa lettura e gestione. L’Ue, che preferirebbe invece estendere regole multilaterali forti, non esce necessariamente penalizzata da questa nuova realtà, ma dovrà imparare a negoziare con maggiori flessibilità (accordi diversi per parters diversi, non sempre facile da farsi per la complessa macchina negoziale europea, nella quale intervengono Consiglio, Commissione, Parlamento e sensibilità politiche nazionali, nonchè una sempre più potente rete della società civile). Chi sicuramente soffrirà di più dall’insuccesso di Doha saranno proprio quelli che dovevano esserne i principali beneficiari: i paesi meno sviluppati. In un complessa rete di accordi bilaterali, chi si curerà di negoziare con loro? Le economie emergenti attireranno l’interesse di tutti, quelle meno sviluppate di ben pochi. Chi, nel mondo dell’ attivismo sociale, gioisce per la “sconfitta dell’OMC”, forse dovrebbe pensare anche a questo paradosso.
Si parla molto, di questi tempi, di una svolta a sinistra che si starebbe verificando in America Latina. La congiuntura elettorale che prevede 12 elezioni presidenziali tra il dicembre 2005 ed il dicembre 2006, nonché numerose elezioni legislative, tende ad avvalorare l’importanza di questo passaggio che potrebbe effettivamente consegnare al mondo un’America Latina profondamente spostata a sinistra, specie in caso di risultati in questa direzione in Messico e Brasile.
I recenti risultati in Bolivia e Cile, la possibile elezione del populista Ollanta Humala in Perù, il consolidamento di Nestor Kirchner in Argentina, l’influenza crescente nel subcontinente di Chávez, la probabile rielezione di Lula in Brasile nonostante la via crucis a cui è stato sottoposto il suo PT, la possibile affermazione di Lopez Obrador alla testa del PRD in Messico sono tutti fattori che sembrano testimoniare una svolta politica di grande significato.
In quest’articolo analizzeremo punti comuni e divergenze tra le diverse situazioni, cercando di capire se esista davvero una tendenza precisa in America latina, o se siamo di fronte ad un fenomeno congiunturale.
Tutto è cominciato con l’elezione storica di Lula nel 2002, che ha portato per la prima volta al potere la sinistra storica nel più grande paese latinoamericano, il Brasile.
Quell’elezione è stata interpretata come una svolta epocale per il Brasile e per l’America Latina: l’entusiasmo che ha contagiato il Brasile, che ha eletto l’exsindacalista già al primo turno elettorale, contagio’ rapidamente il resto del mondo, specie l’Europa, che ha salutato Lula con toni ed aspettative a mio parere eccessivi.
Al tempo in cui s’esaltava la figura del paziente Lula, eletto al suo quarto tentativo presidenziale, la maggior parte dei commentatori tendevano a trascurare o addirittura a disprezzare l’eredità dei due mandati di Fernando Henrique Cardoso, etichettati in maniera sbrigativa come un fallimento, quando si era invece trattato di un passaggio fondamentale della storia brasiliana; si era trattato del primo governo brasiliano che era riuscito a riequilibrare i conti, a modernizzare l’economia, a rilanciare la crescita.
L’eredità di Cardoso si è resa evidente negli anni di Lula, che hanno visto un Brasile risanato e competitivo affermarsi sulla scena economica internazionale. Senza il rigore di Cardoso non si sarebbero mai date le condizioni per l’elezione di Lula, cui osservatori superficiali attribuirono doti taumaturgiche: Lula avrebbe redistribuito la ricchezza, eliminato l’analfabetismo e la povertà, cambiato per sempre il corso della storia.
È evidente che le riforme portate in atto da Cardoso non produssero risultati sufficientemente significativi in campo sociale, ma è anche vero che, pur spostando il centro dell’azione di governo verso il sociale, risulta impossibile prescindere dal rigore economico.
Questo Lula l’ha sempre saputo, e sin dall’inizio s’impegnò a rispettare gli accordi con il FMI, successivamente non più rinnovato.
Frazioni importanti della sinistra brasiliana si sono disincantati per l’approccio rigoroso di Lula, definito anch’esso neo – liberale, e una profonda contestazione da sinistra è emersa in Brasile nel corso del mandato di Lula.
La grande delusione è venuta però dallo sgretolarsi del PT, il partito degli onesti per eccellenza, che si è visto imbrigliato in una complessa rete di favori, corruzione e connivenze che ne ha ridotto al minimo il prestigio. Il PT si è rivelato, nel gestire il potere, un partito come gli altri. Le politiche intraprese, pur spostando appunto l’enfasi verso il sociale, non hanno rotto con l’ortodossia finanziaria liberale, come molti s’auspicavano in Brasile e fuori. La riforma agraria non ha fatto passi avanti significativi rispetto al periodo precedente, e la politica ambientale (Amazzonia) è stata molto trascurata. Alcuni programmi in campo educativo e sanitario sono stati attivati e ampliati con successo, ma non si è dato in Brasile quel big bang che molti sognavano.
A sei mesi dalle elezioni presidenziali, pare che il prestigio personale di Lula lo porterà alla rielezione, ma il suo secondo mandato sarà politicamente ancora più complesso del primo, dato che certamente questi non avrà una solida maggioranza parlamentare (questo fu il problema che originò tutti gli scandali, a partire da quello del mensalão).
Il Brasile è andato in questi anni a sinistra? La sinistra ha raggiunto per la prima volta il potere, ma il suo raggio d’azione si è visto strutturalmente limitato dall’assenza di una coalizione forte, dalla necessità di salvaguardare il rigore economico, dalle aspettative eccessive createsi, dall’ampiezza dei problemi sociali, che richiedono almeno una generazione di riforme per essere risolti, non quattro anni.
È chiaro però che Lula è divenuto un riferimento internazionale, che il suo mandato non può certo definirsi un fallimento, che sulla scena internazionale il nuovo Brasile ha acquisito un ruolo impensabile fino a qualche tempo fa, e che il nuovo fronte dei paesi emergenti rappresenta una grande novità in termini di governance internazionale.
Gli entusiasmi sollevati nel 2002 da Lula si stanno ora ripetendo nel caso di Evo Morales, il nuevo niño bonito della sinistra internazionale.
Molti fattori contribuiscono a rendere simpatico il leader dei produttori tradizionali di coca boliviani: le origini etniche, il discorso franco e sincero, la capacità di mobilitazione dimostrata, che l’ha portato ad un’elezione trionfale senza precedenti nella complessa storia politica boliviana, le idee decise in materia di sfruttamento delle risorse energetiche boliviane in favore delle popolazioni locali.
Dall’avvento della democrazia in Bolivia, nel 1982, nessun governo è mai riuscito a dare stabilità al paese, a impostare corrette riforme economiche e sociali in grado di rispondere alle aspettative della popolazione, a risolvere l’equazione energetica in maniera soddisfacente (vedasi la crisi che ha portato di Sánchez de Lozada e le tensioni regionali che rischiano di portare all’implosione del paese).
La crisi delle forme d’espressione politica tradizionali, una delle caratteristiche comuni a molti paesi latinoamericani, ha messo in ginocchio i partiti storici, favorendo l’emergenza d’una piattaforma d’associazioni e movimenti, la MAS, che ha portato all’elezione trionfale di Morales.
Siamo qui di fronte alla prima delle convergenze in atto in America Latina: i partiti tradizionali, espressione delle classi dominanti, non si dimostrano più in grado di offrire prospettive convincenti: è successo in Bolivia, ma anche in Perù dove l’elezione di Toledo coincise con lo sbriciolamento dei partiti tradizionali, con la sola eccezione del socialdemocratico APRA. È successo in Venezuela, dove il chavismo ha portato all’irrilevanza i partiti tradizionali, ma anche in Argentina, dove il radicalismo è in profonda crisi ed il peronismo si è diviso in una famiglia di sinistra (Kirchner) ed una di destra (Duhalde). E’ successo in parte in Brasile, dove i partiti non sono mai stati organizzazioni forti, salvo il PT, ma piuttosto cartelli elettorali: il candidato Lula raccolse molti più consensi rispetto al suo partito, venendo portato alla presidenza da una mobilitazione complessiva che andava ben al di là dell’elettorato tradizionale del PT. È successo in Uruguay, dove il Frente Amplio di Tabarè Vázquez ha significato il tramonto del bipolarismo tradizionale blanco – colorado.
In Cile, l’elezione della socialista Michelle Bachelet sembra rappresentare un’eccezione alla regola, perché si tratta della quarta elezione consecutiva d’un rappresentante della Concertación. In realtà, la storia politica cilena è diversa da quella del resto dell’America Latina, così come la sua storia economica recente. Quindici anni consecutivi di crescita a livelli ben superiori a quelli registrati negli anni di dittatura, un ampio consenso in materia economica, una politica d’apertura commerciale senza uguali al mondo hanno creato uno scenario nel quale il concetto di sinistra si coniuga virtuosamente con i buoni risultati economici.
Nessuno, nemmeno il partito comunista cileno, contesterebbe oggi queste scelte essenziali, che tra l’altro hanno messo in difficoltà la destra di Piñera e Lavín, che un paio d’anni fa sembrava destinata a trionfare nelle elezioni di quest’ anno, essendo riuscita ad esorcizzare una volta per tutte il fantasma pinochetista.
Se il Cile rimane un paese profondamente classista e socialmente squilibrato, la divisione destra – sinistra si coniuga più in funzione dell’approccio rispetto ad un passato politico sempre meno pressante che in chiave di eventuali differenze concettuali in maniera economica.
La sfida per il nuovo governo cileno è adesso quella d’estendere al massimo i benefici della crescita economica piuttosto che di rivoluzionare ciò che funziona. Una sfida di post – sinistra che molti paesi, in America latina, vorrebbero poter imitare.
La presidenza di Nestor Kirchner in Argentina può in un certo senso essere catalogata come di sinistra, anche se sui generis: il successo di Kirchner, la cui rielezione nel 2007 è quasi assicurata visto il risultato delle recenti elezioni legislative, è legato al ritorno alla stabilità istituzionale dopo l’anno dei cinque presidenti, alla crescita economica (9% all’ anno dal 2004, seguente, è vero, alla grande recessione del 2002 – 2003), al successo nel negoziato con i creditori internazionali, tutti successi ottenuti senza seguire i dettami del Fondo Monetario Internazionale.
Si aggiungano poi alcune scelte coraggiose, anche se in parte intrise di populismo, in materia di riapertura dei dossier giudiziari legati alla dittatura militare, ed un certo nazionalismo economico, che ha ad esempio messo in crisi il Mercosur.
Non sono sicuro che si possa definire Kirchner un presidente di sinistra, ma di certo è un presidente personalista, populista, spregiudicato, che ha saputo ottenere risultati impensabili sino a qualche tempo fa. E le popolazioni vedono migliorare le loro condizioni di vita, un fenomeno che dovrebbe compiacere chi si dice di sinistra.
Il Venezuela di Chávez è spesso citato come il caso emblematico di visione alternativa alle politiche tradizionali. Il fenomeno Chávez è certamente complesso: se il suo discorso populista, la sua capacità di contattare con le parti più povere della popolazione venezuelana, i suoi programmi sociali, estesi su scala continentale, sono sicuramente anti – sistema, il suo sfrenato personalismo, la sua incontinenza verbale, la militarizzazione dell’economia e della politica venezuelana da lui portate avanti fanno sorgere interrogativi inquietanti. Sino a che punto è replicabile il modello – Chávez?
El Bloque Regional de Poder, le nuove alleanze regionali prefigurate da Chávez come alternativa ai modelli d’integrazione economica tradizionale, aprono propsettive interessanti in materia di cooperazione energetica, commerciale e replica di programmi sociali di successo. Non sono sicuro che questo si possa definire, come alcuni fanno pomposamente, il socialismo del XXI secolo, ma non credo che debba inquietare nessuno la prospettiva di nuove forme di cooperazione internazionale sud – sud, in grado di generare nuove convergenze e prospettive.
Chiaro che sinora Chávez ha potuto contare sulla manna petrolifera, che gli permette d’alimentare sogni e politiche ambiziose in patria ed altrove.
Si può interpretare il chavismo come l’ultimo travestimento del populismo petrolifero venezuelano, ma la vera chiave di volta è la distribuzione di maggiori parti del dividendo petrolifero tra la popolazione, una valutazione che sarà possibile fare solo tra qualche tempo.
Se Chávez riuscirà a farlo, ho l’impressione che il catalogarlo di destra o di sinistra risulterà irrilevante. Avrà comunque ottenuto uno straordinario risultato politico.
Così come un presidente diametralmente opposto a Chávez e certamente non di sinistra, Alvaro Uribe, deve la sua popolarità e la sua sicura rielezione ai risultati ottenuti, con metodi a volte non del tutto ortodossi, in materia di lotta contro il narcoterrorismo: la migliorata sicurezza nelle strade colombiane, associata ai discreti risultati economici, costituiscono una piattaforma indubbiamente solida che lascia poche speranze ai suoi potenziali rivali.
Il discorso populista di Chávez riappare anche nel nuovo fenomeno della politica peruviana, quell’Ollanta Humala che sembra il grande favorito del secondo turno elettorale, nel quale affronterà il sempiterno Alán García, leader dell’APRA.
Se poco chiari risultano i contorni del programma di Humala, che per ora non gioca che sul suo messaggio populista e sul suo carisma, il suo sorprendente successo è ancora una volta legato alla sua capacità di comunicare con delle masse che si sentono escluse dai benefici della crescita economica, che pure è stata significativa negli anni di Toledo.
Quest’ultimo, il primo presidente andino del subcontinente, ha deluso le aspettative per la sua incapacità di portare avanti le necessarie riforme politiche e di cristallizzare politiche sociali più efficaci in un contesto di crescita economicа.
In attesa delle elezioni messicane di luglio, nelle quali il PRD di Lopez Obrador potrebbe portare per la prima volta la sinistra al potere (che non mi senta un militante del PRI, un partito che si è sempre considerato di sinistra o perlomeno rivoluzionario…), quali sono le convergenze che possiamo elencare tra tutti i casi esaminati?
Al decennio perduto degli anni ottanta ha fatto seguito l’epoca delle riforme economiche degli anni novanta, centrate sul riordino dei conti pubblici, le privatizzazioni, l’ammodernamento dell’economia.
Tali riforme non hanno avuto il medesimo successo nei diversi paesi: se il Brasile ed il Messico sono usciti rafforzati dagli anni novanta, ed il loro principale problema consisteva nell’esiguità del dividendo sociale (diminuzione troppo lenta dei livelli di povertà) ma all’interno d’uno scenario economico fondamentalmente sano, l’ortodossia rispetto alle ricette del FMI seguita in Argentina, non accompagnata da opportune riforme interne, ha portato ad una crisi economica di dimensioni drammatiche, da cui solo ora il paese sembra uscire.
Il Cile rappresenta un’eccezione, perche le riforme economiche intraprese prima che altrove ed il modello aperto seguito hanno permesso di canalizzare meglio che altrove la risposta ai problemi sociali, che resta comunque insufficiente.
I paesi andini hanno avuto meno successo nelle loro riforme economiche, anche se il Perù ha ottenuto risultati migliori, l’Ecuador e la Bolivia si sono ritorte in convulsioni istituzionali di grande complessità, il Venezuela ha vissuto della rendita petrolifera.
La Colombia ha dato priorità alla soluzione del problema sicurezza, adottando un modello di apertura unilaterale nei confronti degli Stati Uniti che la rende un caso a sé in una regione nella quale si sta alimentando un forte nazionalismo economico.
Le riforme macroeconomico – finanziarie (etichettate dai loro denigratori neo – liberali) hanno avuto più o meno successo, in funzione anche delle dimensioni delle specifiche economie, ma in tutta la regione è emersa, all’inizio del decennio, la necessità di riservare maggiore attenzione ai problemi sociali.
Le riforme di seconda generazione vanno oltre la dimensione prettamente economica e riguardano temi fondamentali come la distribuzione della ricchezza, la sanità, l’educazione, l’uso delle risorse energetiche. In una maniera o nell’altra, la nuova generazione di politici latinoamericani tende ad enfatizzare la dimensione sociale delle politica, senza per questo tralasciare il rigore economico ma senza più attribuire valore quasi religioso alle ricette degli organismi di Bretton Woods.
I nuovi leader tendono a superare i partiti politici tradizionali, ovunque in profonda crisi, a cominciare proprio da quelli di sinistra, ed a sviluppare un dialogo diretto con le popolazioni. Spesso si trasformano in leader carismatici, in possesso d’una propria credibilità personale che va al di là del peso specifico dei settori politici che li appoggiano.
In campo internazionale, i paesi latinoamericani superano la soggezione tradizionale nei confronti degli Stati Uniti, la cui attenzione per la regione è tra l’altro scemata drasticamente dopo l’ 11-9, e fanno bella mostra d’indipendenza economica in ambito internazionale (emergenza del blocco G – 20 all’ OMC, blocco di un negoziato ALCA squilibrato a favore dei paesi nordamericani, ridefinizione delle regole del gioco in materia energetica). Tutto ciò può essere definito di sinistra? Una volta di più, ciò che meno importa sono le etichette o le generalizzazioni. L’America latina aveva bisogno di mettere ordine in casa, e l’ha fatto in maniera a volte dolorosa negli anni novanta. L’esigenza di meglio distribuire i benefici della crescita economica è poi emersa con forza, la politica tradizionale non è parsa in grado di gestire questa nuova dimensione, e si e vista scavalcata da nuove forme d’espressione politica, più dirette e carismatiche. A volte nell’ambito di partiti organizzati (Brasile, Argentina), più spesso nel quadro di nuove aggregazioni, più attente alle piazze. Nei paesi andini, il nuovo momento politico ha assunto spesso toni indigenisti.
In che direzione sta andando l’America latina? Così come il fenomeno analizzato, la risposta non può essere univoca. Di certo siamo in presenza di un nuovo laboratorio, nel quale si sta plasmando una nuova forma di concepire e gestire la politica, alla frontiera tra populismo e nuovo umanesimo, che risponda in maniera piu’ efficace del modello liberale classico ai problemi di paesi articolati come quelli latinoamericani.
Fondamentale però che questo nuovo umanesimo non stravolga le regole fondamentali dell’economia: la crescita è una premessa irrinunciabile in paesi dalla struttura sociale piramidale come quelli latinoamericani, le irresponsabilità che portarono alla crisi debitoria degli anni ottanta generarono più povertà, non la ridussero.
Prendiamo ad esempio la questione energetica in Bolivia: non si tratta di “cacciare” gli investitori stranieri, del tutto necessari sia dal punto di vista tecnologico che finanziario, ma di rinegoziare in maniera equilibrata accordi di lungo periodo che diano certezze alle parti e permettano di distribuire in maniera più equilibrata i benefici delle risorse. Un obiettivo “di sinistra” che dovrebbe essere interesse di tutti, anche delle imprese internazionali.
Il mondo è cambiato profondamente nell’ultimo decennio: l’emergenza delle nuove potenze economiche asiatiche è sotto gli occhi di tutti. L’America Latina si sta inserendo in questi nuovi equilibri internazionali in una maniera più variegata e sicuramente di meno impatto, ma quanto è in gestazione in America Latina in questi anni potrebbe avere un grande significato e costituire un esempio da seguire anche in altre parti del mondo.
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