La rottura della tregua da parte di ETA ed il rebus basco

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La recente rottura della tregua “permanente”, che era stata dichiarata da ETA il 22 marzo 2006, riapre la drammatica prospettiva del ritorno della violenza nei Paesi Baschi, che molti avevano pensato scongiurata per sempre. Quali sono i fattori che permettono di spiegare come nell’anno 2007 continui, nel seno dell’Europa democratica, un conflitto armato che è sopravvissuto alla fine del franchismo, alla sconfitta di tutte le altre forme di lotta armata apparse in altri paesi europei e che si protrae, senza che appaiano prospettive di soluzione definitiva, dopo 30 anni di vita democratica spagnola?

Trent’anni nei quali la Spagna ha peraltro compiuto passi da gigante, che l’hanno portata non solo al cuore dell’Unione europea, mediante un processo di transizione politica considerato come un modello, ma che hanno anche visto uno sviluppo economico e sociale i cui indicatori
superano quelli prevalenti nel resto dell’Ue.
Se c’è un paese europeo che sembra immune da quel clima di declino che sta impregnando un’Europa alle prese con grandi incertezze sul proprio futuro ed ancora maggiori difficoltà ad accettare l’ineluttabilità di nuovi scenari internazionali che ne riducono il peso relativo, ebbene, la Spagna sembrerebbe il migliore esempio.

La Spagna esala ottimismo, esuberanza, crescita in molti campi, anche in settori, come la cultura e lo sport, che solo prosperano quando il paese da cui provengono vive un’epoca felice.

Eppure, questa Spagna cui tutto sorride convive con il cancro di un conflitto senza fine, che anziché tramontare, s’incupisce e pare solo peggiorare: che il terrorismo sia in tregua o no, la violenza persiste e permea la società basca, mediante la kale borroka (violenza di bassa intensità esercitata da gruppi di giovani estremisti), la polarizzazione e durezza del confronto tra le parti politiche, il clima d’intimidazione che esiste in varie parti di tale società, od attraverso il ricordo doloroso delle famiglie delle vittime della violenza.

Una prima risposta potrebbe essere paradossalmente proprio quella che molti attivisti baschi portano scritta addosso ogni volta che partecipano ad un evento fuori dal territorio spagnolo: Euskadi is not Spain. Ma è una risposta insufficiente.

Risulta comunque sorprendente che un movimento di lotta armata nato negli anni sessanta per confrontarsi ad un regime dittatoriale risulti un rebus irrisolvibile per i vari governi democratici che da allora si sono succeduti alla guida del paese.

Il nazionalismo basco è erede di una storia antichissima, che alcuni nazionalisti baschi fanno risalire addirittura all’epoca pre-romana. Se i Paesi Baschi come tali (Euskadi) non hanno mai avuto indipendenza politica, un’identità culturale basca esiste da tempo immemore, ed è caratterizzata da una lingua, l’euskera, senza relazione alcuna con il latino, da istituzioni tradizionali (los fueros, aboliti nel 1876), che il nazionalismo moderato considera come il proprio riferimento essenziale, da tradizioni culturali molto diverse da quelle dei propri vicini.

Euskadi è anche una terra profondamente religiosa: qui nacquero i Gesuiti, e gran parte dei missionari spagnoli nel mondo furono e sono d’origine basca. Di fatto, la chiesa basca è molto legata al nazionalismo e la storia basca sarebbe incomprensibile se non si tenesse in conto il peso esercitatovi dal cattolicesimo e dal tradizionalismo.

Nel diciannovesimo secolo, le guerre carliste avevano dato espressione all’opposizione latente tra certi settori tradizionalisti dell’universo basco ed i settori aperti al liberalismo politico. Il carlismo, così come le forme estreme di conservatorismo politico, verranno poi ad assimilarsi nel franchismo, che pur essendo la negazione stessa di una nazionalità basca, ebbe comunque largo seguito tra le classi dominanti della grande industria basca.

La tradizione forale, forma assembleare d’autogoverno delle province basche, ha convissuto per secoli con la sovranità della corona spagnola, sino alla sua abolizione nel 1876 da parte del primo ministro Cánovas del Castillo.

È proprio in questo contesto, e nel quadro culturale del romanticismo e della riscoperta delle radici nazionali, che s’inserisce la figura del padre della patria basca, quel Sabino Arana che fondò il Partito Nazionalista Basco (P.N.V.). Nella visione di Arana, ed è importante assimilare bene questo concetto per capire la realtà politica basca di oggi, la sovranità basca è anteriore e del tutto autonoma rispetto a quella della nazione spagnola, e come tale essa non potrà mai derivare da concessioni o forme di autogoverno concesse da un governo spagnolo.

Solo il ritorno alle radici, per definizioni indipendenti, della nazione basca può soddisfarne le aspirazioni: da qui la contraddizione permanente con cui deve convivere un partito socialmente moderato come il P.N.V. che lo ha portato spesso a posizioni ambigue anche nei confronti della lotta armata, con cui ha dovuto spesso competere come “vero rappresentante”
della nazione basca.

Se la concezione di Arana, cattolico tradizionalista, secondo cui la sovranità derivava da Dio ed era trasmessa al popolo basco, non è più d’attualità oggi nella sua forma più letterale, tale riferimento intellettuale rimane importante per capire perché il P.N.V. che si è sempre proposto come partito-nazione, vera espressione delle tradizioni culturali nazionali basche, faccia fatica a scegliere definitivamente tra un obiettivo finale d’indipendenza per la nazione basca ed uno più moderato, peraltro già ottenuto, di ampie forme d’autogoverno ed autonomia nell’ambito della nazione spagnola.

Rinunciare all’indipendenza come obiettivo finale stimola la radicalizzazione degli abertzale (patrioti), che in larga misura considerano la violenza come un mezzo accettabile per perseguire tale fine.

Per cui il nazionalismo moderato, che pure ha ottenuto grandi risultati nell’epoca democratica, ed ha gestito senza soluzione di continuità il potere regionale e provinciale in Euskadi sin dal 1977, data dell’attuale costituzione spagnola, si vede obbligato a perseguire un allargamento senza fine delle competenze sovrane riconosciute al governo basco: la concorrenza abertzale, che rappresenta all’incirca un quinto dei votanti baschi, rende qualsiasi soluzione inferiore alla piena sovranità nazionale basca un bicchiere mezzo vuoto.

Nell’epoca repubblicana (1931-1939) i baschi ebbero il loro governo autonomo, presieduto da un lehendakari. Tale autonomia sarà restaurata e riconosciuta nella Costituzione del 1978, che non fu comunque appoggiata dal P.N.V. e quindi ottenne un appoggio solo parziale dall’elettorato basco (54%), perché la struttura della comunità basca ivi contenuta comprendeva solo tre delle province (Vizcaya, Guipuzcoa e Álava) che i nazionalisti considerano parti integranti della nazione basca. La Navarra è a sua volta autonoma, e la pretesa d’una Navarra riunita insieme con le altre province è una delle rivendicazioni essenziali dei nazionalisti baschi: scoglio di non secondaria importanza è però la volontà maggioritariamente contraria dell’elettorato della Navarra, dove i partiti nazionalisti, moderati o radicali, sono sempre stati minoritari rispetto ai partiti nazionali (PSOE) o federati ai partiti nazionali (UPN, legata al PP). D’altronde, la discrepanza tra la visione geografico-istituzionale di Euskadi dei nazionalisti e quella attualmente esistente non si limita alla Navarra. Il nazionalismo radicale abertzale considera che i territori baschi francesi (Lapurdi, Behenavarra e Zuberoa) sono anch’essi parte integrante della nazione basca (chiamata da loro non Euskadi ma Euskal Herria, patria del popolo basco). Per questo, nel linguaggio del radicalismo nazionalista, la nazione basca è definita come oppressa da quella spagnola ma anche da quella francese.

Se ETA ha sempre usato i Paesi Baschi francesi come base per azioni in territorio spagnolo, godendo di appoggi da parte della popolazione locale, il supporto elettorale ottenuto dai partiti autonomisti in quelle regioni è sempre stato molto minoritario, rendendo anche in questo caso improbabile un’evoluzione di tipo democratico verso l’autodeterminazione o distacco dei Paesi baschi francesi dalla Francia.

Anche all’interno della comunità basca così come riconosciuta dalla Costituzione spagnola del 1977, il peso politico dei partiti nazionalisti o chiaramente indipendentisti non è uniforme: nella provincia di Álava, dove pure hanno sede le istituzioni governative (a Vitoria, Gasteiz in basco) il P.N.V. e le successive espressioni dell’ opzione abertzale (Е.Н., Н.В., Batasuna, ora A.N.V.) sono sempre state minoritarie rispetto ai partiti nazionali spagnoli (españolistas, secondo la terminologia radicale). Ecco quindi una delle chiavi di lettura che aiutano a capire l’insoddisfazione del nazionalismo radicale nei confronti sia della situazione istituzionale esistente che delle prospettive d’immediato futuro: pur godendo di consensi politici significativi, non inferiori ad un venti per cento dell’elettorato totale basco, le tesi indipendentiste radicali hanno una diffusione non uniforme e ciò impedisce a questa parte politica di giocare a fondo la carta dell’autodeterminazione per via referendaria od elettorale.

Le competenze delegate al governo regionale basco sono superiori rispetto a quelle delle altre “comunità autonome” spagnole, simili solo a quelle concesse alla Generalitat catalana: di fatto, sanità, educazione, polizia, e finanze sono del tutto autonome. Dal punto di vista fiscale, una percentuale via via inferiore delle tasse riscosse in Euskadi è trasferita all’erario centrale, e questo in virtù dei patti di coalizione conclusi successivamente dal P.N.V. con i governi socialisti di Felipe González e poi anche con quello popolare di José M. Aznar.

Euskadi (e Catalogna) aspirano, e, di fatto, cercano d’agire, anche come entità sovrane a livello internazionale: da qui l’importanza anche simbolica di selezioni sportive nazionali basche (e catalane) autonome da quelle spagnole (l’esempio è in questo caso quello britannico); e, dal punto di vista politico, la richiesta, avanzata nel recente “Piano Ibarretxe” di revisione dello Statuto d’Autonomia basco, di rappresentanza autonoma basca in seno all’Unione europea in tutte le materie di competenza della comunità autonoma.

Come abbiamo visto, i nazionalisti baschi, sia moderati che radicali, considerano che la sovranità basca è anteriore ed autonoma rispetto a quello del Regno di Spagna, nato dopo la nazione basca.

La distinzione tra nazionalismo moderato (P.N.V. ma anche E.A. partito nato nel 1984 come scissione dal precedente) e radicale (rappresentato politicamente dal partito Batasuna, messo fuori legge nel 2002) non si trova quindi in un differente atteggiamento nei confronti dell’obiettivo finale (ampia autonomia per gli uni, indipendenza per gli altri), ma nel rifiuto della violenza come metodo per ottenere l’indipendenza per gli uni, a fronte dell’accettazione o perlomeno, il non rifiuto dell’uso di mezzi violenti da parte degli altri.

ETA (Euskadi ta Alkartasuna, Euskadi e Libertà) nacque negli anni sessanta come movimento clandestino di lotta per la causa basca contro l’oppressione della dittatura franchista. Erano anni nei quali la lotta armata era una prospettiva accettata da molti: in quasi tutti i paesi europei si svilupparono allora movimenti di lotta armata anche estremamente efficaci.
ETA s’ispirerà via via a diversi movimenti armati, rimanendo il riferimento esterno più importante probabilmente l’I.R.A.

Se in Germania od in Italia, paesi democratici, esistevano movimenti armati, a maggior ragione l’esistenza di ETA in una Spagna, che democratica non era, poteva sembrare giustificabile. ETA, la cui ideologia era naturalmente d’estrema sinistra ma con tinte messianiche non sorprendenti se pensiamo al contesto basco, scavalcava a sinistra un P.N.V. (illegale) in grandi difficoltà nel presentarsi come unico rappresentante della nazione basca.

A fronte della rigidità assoluta del franchismo, per cui la nazione spagnola era una ed indivisibile, e che reprimeva ogni segno esteriore di cultura regionale (uso della lingua, vietato, dei colori nazionali, l’ikurriña a strisce bianche, rosse e verdi, o persino dell’abbigliamento tipico dei baschi), le prospettive per la causa basca sembravano allora molto limitate. Da qui la scelta delle violenze nei confronti di soldati, poliziotti, rappresentanti dello stato spagnolo.

L’azione più clamorosa dell’ETA fu l’uccisione a Madrid nel 1973 dell’ammiraglio Carrero Blanco, primo ministro e probabile uomo forte del franchismo dopo la sparizione del Caudillo.

Gli anni della lotta armata intrapresa da ETA contro la dittatura daranno alla causa basca fama internazionale ed a ETA grande popolarità: non mancheranno scissioni e conflitti interni tra varie anime del movimento, che il franchismo cercherà di decapitare, senza successo, nel processo di Burgos: alla morte di Franco, nel novembre 1975, la partita basca rimane tutta da giocare.

Nel 1976, il Primo Ministro – sorpresa e pilota della transizione verso la democrazia – Adolfo Suárez, avrà i primi contatti segreti con ETA, senza riuscire però ad ottenere dall’organizzazione una tregua: la lotta armata continua. ETA considera di essersi guadagnata sul campo i galloni di vero ed unico rappresentante del popolo basco, e di poter quindi negoziare una soluzione definitiva del problema basco, che non può prevedere altro finale che l’indipendenza totale. Sarà la proposta d’alternativa KAS, da prendere o lasciare: tutte le prospettive di negoziato con il nazionalismo radicale, compresa l’ultima testè abbandonata, naufragheranno su questo punto: le proposte dei nazionalisti abertzale vanno accettate nella loro integralità, senza un solo cambio. Nel caso contrario, si spara.

Il dibattito nell’Assemblea Costituente porterà invece allo Statuto d’autonomia di Guernica, che restituisce larghe quote d’autonomia alle tre province storiche, ammette il concetto di nazionalità basca e crea delle istituzioni viste dai baschi come nazionali.

Il P.N.V., pur avendo richiesto l’astensione nel referendum costituzionale, non rifiuterà di assumersi le proprie responsabilità istituzionali: il partito nazionalista moderato erede di Sabino Arana, sarà il grande protagonista della vita democratica basca dal 1978 in poi e governa la regione da allora. I successivi lehendakari (Garaicoetxea, Ardanza, Ibarretxe) saranno tutti peneuvisti. Dopo la scissione interna che portò alla nascita di Eusko Alkartasuna (E.A.), il P.N.V. governerà a lungo (1986-1998) in coalizione con i socialisti (P.S.E., sezione basca del P.S.O.E.), ottenendo spesso grandi vantaggi da questa relazione privilegiata con il partito al governo a Madrid.

In questi anni, il P.N.V. manterrà sempre un atteggiamento ambivalente: il P.N.V. partito di governo cerca di ottenere i massimi benefici per Euskadi dall’attuale sistema autonomico, di cui cerca di allargare sempre più la portata. Il P.N.V. – partito, diretto a lungo da un leader esuberante e poco diplomatico come Xabier Arzalluz – si presenta invece ai baschi come partito indipendentista per non cedere spazio politico ad opzioni più radicali.

In tutti questi anni ETA non allenta la presa: anziché inquadrarsi nel gioco democratico, abbandonare la violenza e portare avanti le proprie rivendicazioni in maniera pacifica, come sembrerebbe naturale, rimane ostaggio della propria radicalità estrema e diviene invece sempre più violenta. Negli anni ottanta allarga lo spettro della propria azione armata ai normali cittadini (bombe in supermercati, attentati ovunque in Spagna), non limitandosi più a colpire simboli dello stato spagnolo.

Il risultato è stata l’esasperazione del conflitto basco, che ha fatto perdere parte o tutto il capitale di simpatia che la causa basca si era guadagnato negli anni della lotta contro il franchismo.

Tale inflessibilità di ETA provocò naturalmente defezioni e dissidi interni, ma raramente hanno prevalso, all’interno della banda armata, le opzioni più moderate.

Il Patto di Ajuria Enea, firmato nel 1988 da tutte le forze democratiche spagnole e basche, con l’eccezione naturalmente della sinistra abertzale, pone il rifiuto della violenza come passo essenziale per qualsiasi prospettiva di dialogo per la soluzione del problema basco.
ETA proclamò allora due brevi tregue, durante le quali si svolsero riunioni tra rappresentanti del governo socialista spagnolo e rappresentanti di ЕТА in Algeria.

Tali contatti non diedero i frutti sperati, e nel 1989 ETA ricominciò a colpire.

Nel frattempo, settori legati al governo in carica a Madrid organizzarono gli sciagurati G.A.L. (Grupos Antiterroristas de Liberación), ispirati dall’esperienza britannica contro l’I.R.A.: un tentativo, maldestro e mal organizzato, di affrontare il terrorismo con le sue stesse armi, al di fuori della legalità. Gli scandali legati agli errori dei G.A.L. ed alla malversazione dei fondi finanziari afferenti saranno una delle cause che porteranno al progressivo declino politico del P.S.O.E ed, in fine, alla sua sconfitta elettorale del 1996.

Un’altra breve tregua non dichiarata nel 1992 risulterà di nuovo sterile. Nel frattempo, la stanchezza dei cittadini baschi nei confronti della violenza incessante porterà a proteste sempre più multitudinarie in occasione di ogni nuovo attentato mortale: il culmine di tali proteste si raggiungerà con il rapimento e successiva uccisione del giovane consigliere comunale di Ermua Miguel Angel Blanco (PP). I cittadini baschi che avevano l’ardire di presentarsi alle elezioni locali nelle file di partiti non nazionalisti erano da tempo divenute vittime del terrore. I milioni di baschi e spagnoli in piazza in quei giorni del 1998 sembrarono prefigurare la fine della violenza: come avrebbe potuto ETA proseguire su una via così chiaramente osteggiata dalla cittadinanza?

Ma in materia basca, le sorprese non finiscono mai.

A seguito dell’uccisione di Blanco, ETA dichiarò effettivamente una tregua più lunga delle altre, che durò dal settembre 1998 al novembre 1999.

In quel momento, l’interlocutore di ETA era il governo del Partido Popular, diretto da José M. Aznar, lui stesso vittima d’un attentato fallito di ETA quand’era leader dell’opposizione.

Il tema su cui si centrò il dialogo tra governo e nazionalismo radicale non fu quello del negoziato sul futuro istituzionale dei Paesi Baschi, un tabù per il PP, ma quello, altamente simbolico per i nazionalisti, dell’avvicinamento dei reclusi di ETA ad Euskadi: la richiesta abertzale è quella che tutti i condannati per la lotta armata scontino la pena in carceri basche.

Durante la tregua del 1998-1999, più di un centinaio di reclusi furono trasferiti in istituzioni penitenziarie basche, ma non tutti e 500 come richiesto dai nazionalisti radicali. Nel novembre 1999 la tregua è interrotta, nel solo 2000, 23 рersone sono uccise da ETA

Sul fronte politico interno basco, il P.N.V. decide, dopo molti anni di governi di coalizione con i socialisti, di intraprendere la via di una coalizione con le altre forze nazionaliste, concludendo il Patto di Lizarra: questo non significò che il P.N.V. facesse marcia indietro rispetto alla violenza, che continuerà a rifiutare, ma implicò comunque il fine del Patto di Ajuria Enea, la cui grande virtù era appunto la delegittimazione della violenza come mezzo d’espressione politica.

Sulla scena nazionale, il Patto Anti Terrorista concluso da PP e PSOЕ suppone la condivisione delle linee maestre della politica contro il terrorismo da parte dei due grandi partiti spagnoli. Il principale risultato di tale Patto sarà la Ley de Partidos Políticos del 27 giugno 2002.

La legge prevede che un partito politico sia dichiarato illegale, quando violi i principi democratici, le libertà ed i diritti fondamentali. L’applicazione della legge porta nel febbraio 2003 a mettere al bando, come detto, Batasuna ed altre sigle usate dal radicalismo abertzale, come Herri Batasuna e Euskal Herritarok, ritenendosi provata dalla giustizia la commistione di attività e risorse tra tali partiti e l’organizzazione armata. Si apre qui una pagina estremamente delicata: fatta salva la giustizia del principio difeso dalla legge, e la validità del cercare di limitare l’attività illegittima di chi usava di mezzi legali per finanziare e fomentare l’illegalità, sino a che punto è legittimo lasciare senza espressione politica non una minoranza insignificante ma un quinto dell’elettorato? D’altro canto, come giustificare che una tale percentuale di persone sia disposta a dare il proprio consenso a forze politiche che non rifiutano la violenza?

Bilbao – Guggenheim Museum

Siamo qui di fronte a due grandi paradossi del problema basco, cui non sembra possibile dare una risposta univoca che soddisfi tutte le parti: sino a che punto una legge come quella che regola attualmente i partiti politici spagnoli è la migliore risposta possibile alla situazione esistente, dato che offre ai radicali il pretesto di considerare le elezioni e le istituzioni come non veramente democratiche?

Sino a che punto una legge di questo tipo non ha effetti controproducenti sullo stesso fenomeno, la violenza, che vuole estirpare?

Ma, d’altra parte, come giustificare il persistere della violenza come metodo di soluzione d’un problema politico in un contesto democratico?

L’11 marzo 2004, le bombe di Al Qaeda sui treni di Madrid sconvolgono la politica spagnola. Le elezioni del 14 marzo vedono l’inattesa affermazione del PSOE di José Luís Rodriguez Zapatero. Nei giorni precedenti le elezioni, il governo popolare uscente fa di tutto per attribuire ad ETA gli attentati, ma la realtà si dimostrerà differente.

Ad entrare in crisi per l’inatteso risultato elettorale non è solo il PP, ma anche ETA, che vede del tutto screditata la violenza come arma d’azione politica.

Da qui la decisione del movimento armato di accettare la possibilità di discutere con il nuovo governo socialista una soluzione definitiva al conflitto basco.

I contatti informali e segreti tra le parti portano alla decisione di separare i negoziati sul futuro politico di Euskadi, da riservare alle forze politiche, da quelli su reclusi e fine della violenza, che sarebbero stati discussi in un negoziato definito “tecnico” tra i rappresentanti di ETA ed il governo. Quest’accordo porta alla tregua “permanente” del 22 marzo 2006, che sembrava porre fine una volta per tutte alla violenza.

Una prima esigenza della parte nazionalista era, però quella di rilegalizzare Batasuna senza che questa formazione politica si piegasse ai dettami della legge sui partiti politici. Un’esigenza difficile da accettare. Sin dal momento della sconfitta elettorale, il Partido Popular farà opposizione su tutta la linea ad ogni prospettiva di dialogo con ETA: la visione dei popolari è che chỉ non rinnega la violenza non ha ruolo alcuno nel gioco democratico.

Il clima politico tra governo e opposizione non fa che peggiorare nel corso della legislatura: siamo di fronte ad un altro dei paradossi apparentemente insolubili che rendono il rebus basco d’impossibile soluzione. Nemmeno al Parlamento Europeo le due principali forze politiche spagnole riusciranno ad appoggiare assieme una risoluzione di condanna del terrorismo.

Senza voler entrare nell’attribuzione di responsabilità ad una parte od all’altra, il problema è il seguente: fino a che punto è accettabile che le due principali forze democratiche spagnole, che rappresentano 1’80% dell’elettorato su scala nazionale, siano incapaci d’affrontare un tema di stato di tale gravità senza mettere da parte le loro differenze politiche?
Non vogliamo qui attribuire colpe, ma semplicemente affermare che in politica le soluzioni a grandi problemi richiedono coraggio e visione, costi quel che costi. Il compromesso è a volte necessario, come il caso irlandese, di per sé altrettanto intricato quanto quello basco, dimostra.

I popolari affermano che è stato Zapatero a rompere l’unità antiterrorista ad aprire la possibilità di un dialogo con ETA, i socialisti, invece, che loro non avevano mai fatto mancare il loro appoggio ai governi di Aznar in materia di terrorismo.

L’inflessibilità dei nazionalisti radicali ha fatto di nuovo saltare il banco: abbiamo rivisto scene che credevamo retaggio del passato: personaggi incappucciati che proferiscono minacce che sembrerebbero patetiche se non ci fossero 817 nomi di caduti, vittime del terrorismo di ETA, a renderle reali. Tutto fa pensare che altre vittime dovranno pagare il prezzo di questo dialogo tra sordi, nel quale le parole assumono significati diversi in bocса agli uni o agli altri.

Sarebbe illusorio ed irresponsabile professare un ottimismo fuori luogo: le radici dell’incomprensione tra le parti sono molto profonde, e sarà probabilmente necessaria almeno una generazione perchè il conflitto basco sia completamente superato. Una maggioranza della popolazione basca rifiuta chiaramente la violenza e non è disposta a tollerare il clima d’intimidazione imposto da una minoranza intollerante. Ma le contraddizioni esposte sono notevoli, ed i democratici baschi e spagnoli dovranno ancora soffrire il peso della violenza.

Come qualcuno possa lasciarsi convincere dalla dialettica della violenza e pensare che un futuro politico gestito da dirigenti che non la rinnegano, ed in alcuni casi addirittura la praticano, possa essere migliore del presente è comunque sorprendente.

Personalmente credo che non si debba mai avere paura della democrazia, anche quando essa suppone scelte difficili od a prima vista impopolari: nelle recenti elezioni municipali, il partito che rappresentava l’opzione nazionalista radicale, A.N.V., sommato all’astensione richiesta dall’illegalizzata Batasuna, ha dimostrato ancora una volta che l’estremismo nazionalista pesa ancora parecchio nella politica basca. Ritengo politicamente arrischiato mantenere fuori dal gioco politico un segmento così significativo dell’elettorato, pensando di poter risolvere la questione basca in sua assenza. Chiaro che questa parte della società dovrebbe capire che in democrazia la violenza non è un’arma, e questo viene prima di qualsiasi altra rivendicazione.

Saprà il resto della società basca, comunque maggioritaria, vincere la sfida e far prevalere la pace e la democrazia sull’intolleranza e la violenza? Credo di sì, ma sarà necessario formulare compromessi a volte dolorosi. Ed in futuro, non dovrebbe risultare un anatema pensare ad un referendum d’autodeterminazione, sempre e quando esso possa svolgersi in un contesto davvero pacifico, se questa formula dovesse significare fare chiarezza una volta per le tutte sul futuro di Euskadi e far tacere per sempre i violenti.