Diario pakistano (e salvadoregno): numero undici

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Questa pagina di diario non parla di Pakistan ma di El Salvador, il mio precedente paese. È molto lungo ma cercate d’arrivare in fondo. C’e dentro una gran parte di me.

A seguito dell’aggressione al capotreno di Milano ho pubblicato un articolo sugli Stati Generali che ha riscosso molto interesse (http://www.glistatigenerali.com/criminalita_integrazione/maras-el-salvador-milano/), che adesso uso come base per la mia pagina di diario, nella quale però amplio il discorso per i miei amici, aggiungendo alcuna considerazione personale sulla mia esperienza in El Salvador in questo campo.

Fui nominato capo delegazione UE in El Salvador nel 2009: era un paese che conoscevo abbastanza bene, per esservi stato piu’ volte in precedenza in occasione delle elezioni che l’UE aveva osservato: elezioni storiche, nelle quali per la prima volta la sinistra salvadoregna aveva ottenuto la presidenza, dopo vent’anni di governi della destra (ARENA). Un momento significativo d’alternanza democratica in un paese profondamente segnato dalla sanguinosa guerra civile (1979 – 92).

In realta’, la mia familiarita’ con questo paese era paragonabile a quella che ho con tutti gli altri paesi latinoamericani, visto che ho girato in lungo a largo la regione dal 1994, visitando piu’ volte ognuno dei paesi dal Messico al Cile e avendo esperienze di lavoro in tutti. Nel 2009 si dettero le condizioni per essere inviato nel paese centroamericano, che sarebbe stato al centro della mia vita per i successivi quattro anni (sul sistema di nomine europee e tutte le condizionanti stendero’ un pietoso velo di silenzio).

El Salvador e’ un paese bello e sconosciuto: non dispone di grandi attrazioni turistiche, ma e’ costellato di vulcani, bella vegetazione e ha coste bellissime del tutto sottoutilizzate turisticamente. I salvadoregni sono gente gentilissima e accogliente, profondamente religiosi (primero Dios e’ un’espressione colloquiale corrente), e del curioso effetto Dr.Jekyll / Mr. Hyde che caratterizza paesi con alti gradi di violenza ho gia’ parlato in precedenza. Il paese e’ pero’ anche molto squilibrato socialmente, con una concentrazione della ricchezza nelle classi piu’ alte (misurata dall’indice di Gini) piu’ alta d’America, simile a quella del Brasile (in El Salvador ritrovero’ moltissime caratteristiche sociali simili al grande paese sudamericano che era stato la mia prima destinazione diplomatica).

El Salvador e’ stato profondamente toccato dalla dimensione della violenza: se gli accordi di pace del 1992 posero fine al conflitto mediante un’ammissione d’impossibilita’ di vittoria da entrambe la parti (stato e guerriglia, il FMLN), i vent’anni dalla fine del conflitto armato non hanno avvicinato molto le parti del precedente conflitto. El Salvador rimane un paese profondamente ideologizzato, nel quale l’antinomia destra / sinistra assume ancora oggi toni da guerra fredda e pre-caduta del muo di Berlino.

Le classi sociali dominanti sono molto influenzate dal modelli e stili di vita statunitensi, corrispondenti all’ideologia del partito repubblicano. D’altro canto, nel FMLN, guerriglia divenuta partito e attualmente al potere prevale una visione molto tradizionale di sinistra, di tipo cubano. Da queste poche note si puo’ immaginare la distanza tra le posizioni di uni ed altri, tanto politicamente come socialmente.

Io ho inteso il mio ruolo di rappresentante dell’Unione Europea nel paese come di proposta d’una visione diversa, piu’ integrata, piu’ dialogante, piu’ attenta al sociale. Il modello europeo appunto, a fronte di quello dei repubblicni Usa o dei comunisti cubani.

Questo abbiamo cercato di farlo mediante una presenza costante in dibattiti e mezzi di comunicazione, cercando di sottolineare l’importanza della concertazione, del ruolo della societa’ civile e del rafforzamento della presenza e delle politiche pubbliche (in El Salvador, con una pressione fiscale al 14% del PIL lo stato e’ praticamente definanziato e quasi impossibilitato ad agire).

Ma soprattutto orientando l’uso dei nostri fondi di cooperazione (l’UE e’ assieme agli Usa il primo partner bilaterale del paese in questo campo) verso il sociale (70% dei 300 milioni di euro cui disponevamo per il periodo 2007 – 13 e’ stato impegnato in progetti per la prevenzione della violenza e di supporto all’istruzione pubblica).

Col tempo, la mia attivita’ s’e’ spostata sempre più verso la prevenzione della violenza tra i giovani: per due anni ho cercato di convincere i miei superiori a Bruxelles che di poco serviva appggiare lo sviluppo economico del paese (asfittico) senza dare un contributo alla diminuzione della violenza che strangola il paese. Alla fine ci sono riuscito.

Le caratteristiche del fenomeno delle gang (pandillas o maras) tipico di El Salvador, e’ ripreso nell’articolo che segue. Al termine dell’articolo daro’ qualche informazione in piu’ rispetto al processo di dialogo tra gang che appoggiammo, il suo significato e qualche conclusione che se ne puo’ trarre.

“Molti italiani hanno scoperto il fenomeno delle bande latine, e specialmente delle maras salvadoregne in occasione dell’aggressione subita l’altro giorno dal capotreno a Milano, attaccato a colpi di machete da membri della banda.
Credo sia utile spiegare cosa siano le maras, fenomeno molto particolare, che giocoforza ho conosciuto a fondo nei miei anni come rappresentante diplomatico dell’Unione Europea in El Salvador dal 2009 al 2013 e poi ancora come coordinatore del supporto dato dall’Unione Europea ai governi centroamericani nella loro lotta contro la violenza (l’America Centrale è di gran lunga la regione più violenta al mondo, con indici molto superiori ad esempio di quelli esistenti in medio oriente o in paesi ufficialmente “in conflitto”, e non può essere lasciata sola nella sua azione contro le reti criminali legate al narcotraffico che la stanno soffocando).

Le maras sono bande giovanili, estremamente violente, nate tra gli emigranti salvadoregni e honduregni a Los Angeles e Washington, le due città di forte presenza d’emigrazione da questi paesi negli Stati Uniti, a partire dagli anni settanta. Era l’epoca delle bande nelle periferie americane, e i centroamericani, disprezzati dai messicani e dai portoricani, più integrati, si organizzarono come forma d’autodifesa e di preservazione della propria identità. Col tempo, le bande si trasformarono in mafie locali, dedicate alla microcriminalità mediante estorsione e traffico di droga a piccola scala.
Le due maras principali, la 13 o Salvatrucha e la 18, prendono il loro nome dalle strade che controllavano a Washington.
A partire dall’adozione delle politiche di tolleranza zero nelle città americane, i membri di queste bande sono stati sistematicamente espulsi verso i loro paesi d’origine negli anni novanta e duemila, paesi nei quali queste persone, giovani spesso cresciuti negli Usa ma non cittadini a causa del loro status d’immigranti illegali, non avevano mai vissuto prima.
A partire dagli anni novanta, le maras si riorganizzano in El Salvador, paese origine di molti di loro, non avendo questi giovani espulsi alcuna possibilità d’inserimento legale in un paese che non conoscevano e che aveva di suo notevoli difficoltà economiche.

Col tempo, le maras sono divenute padrone delle strade salvadoregne, e la guerra tra loro ne ha fatto il paese più violento al mondo, assieme ai vicini Honduras e Guatemala. Tanto per capirci, il tasso d’omicidi su 100.000 abitanti è in Honduras attorno a 90, in El Salvador circa 60, in Afghanistan 6,5, in Pakistan 7,5, in Italia…0,9. L’America Latina è di gran lunga la regione più violenta al mondo, molto più di quelle sempre nelle notizie a causa del terrorismo, e l’America Centrale ne è la parte più colpita. La ragione principale? La chiusura delle rotte marittime, via Caraibi, d’accesso delle droghe negli Usa (ricordate Miami Vice?) e lo spostamento verso rotte terrestri, che passano dall’America Centrale, immersa in un’orgia di violenza in buona parte per il suo ruolo di transito delle droghe verso nord (controllate in buona parte dai cartelli messicani, che hanno spodestato quelli colombiani).

Le maras sono gruppi disciplinatissimi (loro si considerano eserciti, e chiamano gli altri “civili”). L’adesione è a vita, senza possibilità d’uscita. Le maras riorganizzatesi in El Salvador hanno avuto buon gioco nell’attirare verso di loro adolescenti e pre-adolescenti privi di riferimenti, a causa dell’emigrazione sistematica dei genitori verso gli Usa: due milioni e mezzo di salvadoregni su un totale di sei milioni sono emigranti, quasi tutti illegali, negli Usa, e le loro rimesse costituiscono il 18% del PIL del paese, più delle entrate fiscali (al 16): El Salvador è un paese tenuto in piedi dai suoi emigranti.
Il marero attivo (mara significa gruppo di amici in gergo salvadoregno) ha tra i tredici e i vent’anni, difficilmente sopravvive o evita il carcere oltre quell’età. Rispondono a codici di condotta di tipo mafioso: sono giovani che vengono ammessi all’interno del gruppo molto giovani e devono fedeltà totale ad esso, pena la morte. La loro attività è il microcrimine e l’estorsione legate al controllo di territori concreti, contesi ad altre bande. La loro ferocia è inaudita, frutto di una società senza sbocchi, di famiglie disgregate dall’emigrazione e di una forte conflittualità sociale. L’evento di ieri è una pallidissima copia di quanto succede ogni giorno in dosi ben più massicce in El Salvador e Honduras. In El Salvador costituisce motivo per essere uccisi dalle maras essere un residente di un quartiere controllato dall’altro gruppo e recarsi inavvertitamente in zona d’altro colore; essere ragazza corteggiata da un membro del gruppo e respingerlo; rifiutare una proposta d’ingresso nel gruppo; rifiutare di pagare un pizzo se richiesti; essere familliare di qualcuno che ha tradito o membro dell’altro gruppo. Di solito, la prova d’ammissione in una mara consiste nell’uccidere un passante del tutto innocente: dimostra la tua adesione incondizionata alla causa.

Le gang (pandillas) attirano i giovani perché in un paese senza prospettive d’impiego al di là d’un’emigrazione illegale negli Usa, permettono, al modo della mafia, di raggiungere uno status e un potere impensabili in altro modo. Entrare in una mara è però anche una condanna a morte, perché significa ostracismo sociale e impossibilità d’uscirne. La violenza estrema è il frutto di quest’adesione cieca e irreversibile. Se non obbedisci uccidendo, sarai a tua volta ucciso dai tuoi compagni.
Le maras hanno un loro linguaggio molto sofisticato e criptico, che si materializza in tatuaggi che coprono tutto il corpo e che raccontano la storia personale del membro all’interno del gruppo. Ogni lacrima rappresenta ad esempio un omicidio. Le maras non dispongono di armi sofisticate, di solito adoperano il machete, usato abitualmente nell’agricoltura locale. I cadaveri di solito vengono mutilati e gettati in fosse, per cui non vengono mai ritrovati. E’ pratica che risale alla guerra civile salvadoregna (1979 – 92). L’80% delle vittime delle gang sono giovani di meno di vent’anni, come i loro carnefici.
Le maras sono oggi dirette dalle carceri, dove sono reclusi i capi, tra i trenta e quarant’anni d’età, di solito condannati per decine d’omicidi. Le carceri devono essere separate, un marero della 13 deve uccidere uno della 18 se lo incontra, e viceversa. Le carceri sono gestite in buona parte da loro, le forze dell’ordine non hanno accesso alle parti interne.
Nella mia attività come rappresentante dell’Unione Europea in quel paese la principale attività è stata proprio centrata su progetti di educazione e convivenza per controbattere l’influenza delle maras sugli adolescenti.

Importante anche il supporto dato al sistema d’istruzione pubblica, con solo la metà dei giovani salvadoregni che finiscono gli studi secondari, senza i quali le uniche strade possibili sono l’emigrazione illegale o le bande. Sono stati fatti passi avanti, ma è come affrontare un uragano in una barchetta, ogni sforzo è sempre poco se non si riesce a fermare l’emorragia della violenza. Più difficile riuscire a recuperare giovani entrati in quell’inferno, anche se alcuni progetti finanziati dall’Unione Europea se ne sono occupati. Ne ricordo uno che mi aveva particolarmente colpito: importammo (dall’Italia) due macchine specializzate nel cancellare tatuaggi mediante getti d’aria calda: con i tatuaggi addosso, non puoi reinserirti nella società anche scontata la tua pena, e rimani esposto alle vendette dei tuoi o dei rivali. Ma stiamo parlando di tatuaggi su tutto il corpo, ci vogliono trattamenti di due o tra anni anche estremamente dolorosi.
Per due anni, un’iniziativa di dialogo appoggiata da una parte della Chiesa Cattolica e localmente dall’UE riuscì a contenere gli omicidi, riducendoli da sedici a cinque al giorno: per la prima volta, riuscimmo a mettere attorno allo stesso tavolo i capi dei due gruppi, che decretarono una tregua nella loro lotta intestina che durò due anni, dal 2012 al 2014. Si riuscì a convincerli a interrompere la violenza a cambio dell’avvio di progetti che aprissero possibilità educative e lavorative e che creassero le condizioni affinché le nuove generazioni di salvadoregni non ricorressero al crimine: l’economia illegale gestita dalle maras mantiene 300.000 persone, un decimo dei residenti nel paese. Un’equazione complessa da risolvere, che alla fine non fu vista con favore dal resto della società salvadoregna. Dal 2014 la violenza la tregua è saltata e la violenza è tornata sugli intollerabili livelli precedenti.

Le maras salvadoregne sono presenti in Europa nel Milanese e nella zona di Barcellona, zone di presenza dell’emigrazione centramericana nel continente. In questi paesi hanno un ruolo molto più defilato rispetto a quello che hanno a casa loro, dove ad esempio sono sufficientemente forti da limitare la presenza dei cartelli messicani. Sono gruppi di riferimento etnico, che in questo caso hanno accolto anche gli ecuadoriani. Sono dediti al microcrimine e sono satelliti di gruppi criminali più potenti, per cui svolgono un ruolo di manovalanza spicciola. Poi si dedicano a violente ma non letali guerre con altre bande latinoamericane. L’attacco di Milano è atipico per le maras in Lombardia: esse non desiderano divenire visibili, e spesso periodi in Spagna e Italia sono specie di “vacanze” lontano dalla giustizia americana e salvadoregna, nei quali gli interessati non commettono crimini.

Il gruppo che ha aggredito il capotreno era sicuramente in preda a ubriachezza e sotto l’effetto di droghe, e ha reagito in un modo non abituale in Italia (in El Salvador l’equivalente del capotreno non avrebbe mai osato rivolgersi a membri di una banda, pena la morte).
Se l’incidente ha portato questi gruppi al centro dell’attenzione, e provocherà doverose misure d’ordine pubblico, sottolineo l’importanza della spesso trascurata cooperazione internazionale per prevenire questi fenomeni e creare le condizioni perché le reti criminali non si muovano a loro agio tra le maglie della globalizzazione. Anche aiutare paesi sommersi dalla forza preponderante del crimine è necessario: non è il caso di El Salvador, relativamente immune al narcotraffico, ma i piccoli paesi dell’America Centrale e dei Caraibi dispongono spesso di risorse irrisorie a fronte di quelle dei gruppi criminali, il cui potere di corruzione e influenza è enorme. Guardare dall’altra parte significa anche ritrovarsi il problema in casa, prima o poi.”

Riprendo il diario. Come detto, gran parte della cooperazione europea con El Salvador è centrata sul supporto ad iniziative educative di prevenzione della violenza tra i giovani e al raffozamento della scuola secondaria: se il 50% dei salvadoregni non termina gli studi, le possibilità d’inserimento di questi ragazzi nel mondo del lavoro sono pressochè nulle, rimanendo invece spalancata la porta delle bande, che reclutano già attorno ai dodici – tredici anni.

L’economia sommersa della gangs mantiene 300.000 persone: non si tratta di quattro delinquenti che è possibile eliminare con uno sforzo solo di polizia, ma di un fenomeno economico e sociale che va affrontato alla radice: e tale radice è composta da una miscela di mancanza d’istruzione, di lavoro e di riferimenti (famiglie disgregate dall’emigrazione).

I primi progetti dell’UE, negli anni novanta, proposero alla società salvadoregna un’impostazione fondata sulla prevenzione della violenza tra gli adolescenti come complemento del doveroso ruolo delle forze dell’ordine. Buona parte dei salvadoregni considera invece, in sintonia con tanti altri latinoamericani in preda all’esasperazione, che l’unico modo per combattere i delinquenti sia farli fuori. O rinchiuderli in buchi chiamati prigioni, le cui condizioni sono inimmaginabili. La politica adottata dallo stato salvadoregno negli anni novanta, la “mano dura” riempi’ le carceri, paradossalmente rafforzando le gangs. Perchè? Tutti i capi delle maras si ritrovarono in prigione, e da li’ furono in grado di strutturare in maniera molto più organica la presenza sul territorio della gangs, anche grazie alla disciplina militare di questi gruppi.

La maggior parte delle vittime della violenza sono poveri, presi dal fuoco incrociato delle gang: paradossalmente anche in questo il paese è socialmente diviso: le maras non attaccano i ricchi, ma estraggono quanto possono da chi vive nei quartieri modesti.

Col passare degli anni, i numeri della violenza non hanno fatto che aumentare: , significativo che nel paese siano morte di morte violenta, negli ultimi vent’anni, tante persone (60.000) quante ne aveva uccise il conflitto armato.

Per questo, quando nel marzo 2012 emerse che un vescovo e un rappresentante della società civile avevano convinto i capi delle maras a dichiarare una tregua, che d’improvviso abbasso’ la soglia degli omicidi da sedici a cinque al giorno, decisi con i miei collaboratori che dovevamo capire cosa stesse succedendo e se si dessero le basi per un cambiamento di fondo della situazione.

La stampa reagi’ furiosa contro questo sviluppo, ma mi colpi’ che nessuno, nè nella società salvadoregna nè tra i rappresentanti internazionali si prendesse la briga di informarsi alla fonte. Dopo circa un mese di tregua, invitai riservatamente a pranzo il vescovo e il suo collega di negoziati, perchè ci spiegassero la loro iniziativa.

Per mesi, nessun altro nel paese fece nulla di simile, e gli altri colleghi europei mi dissero che non capivano perchè m’interessassi di questo. Loro si limitavano a informarsi dai giornali, tendenziosi questi e mal informati.

L’unico altro esponente internazionale che diede un’apertura di credito al processo in gestazione fu il nunzio apostolico, anche lui italiano, che manifesto’ il suo appoggio alla tregua andando a celebrare due messe nelle carceri di alta sicurezza (vedasi le foto sotto).

Pezzuto
Pezzuto2

L’idea della tregua consisteva nell’alleggerire alcune delle condizioni di carcere duro, facilitando ad esempio la visita delle famiglie, e nell’avviare un processo che permettesse di cercare opportunità economiche che evitassero alle nuove generazioni di abitanti dei quartieri marginali di dover aderire alle bande come unica alternativa. C’era certo un certo grado d’ingenuità e una notevole apertura di credito in quest’ approccio, ma bisognava a tutti i costi fermare il bagno di sangue e cercare di costruire qualcosa di diverso.  I capi delle gang non richiesero nessuna amnistia.

Lo stato salvadoregno nego’ ogni coinvolgimento nella concezione della tregua, ma la realta’ e’ che il ministro della pubblica sicurezza e i responsabili del sistema carcerarrio l’appoggiavano e la resero possibile nei fatti, permettendo gli spostamenti di reclusi necessari a riunioni e accordi. L’idea era fermare l’emorragia per avere modo d’impostare un piano globale di lotta contro la criminalita’ che permettesse anche di recuperare parti del territorio controllate dalle maras.

La nostra struttura forní supporto ai due negoziatori, finanziando un modesto ufficio alla Fondazione Umanitaria che un ristretto gruppo di imprenditori e volontari salvadoregni aveva formato su richiesta del nunzio apostolico e la partecipazione nel processo di un’ entita’ internazionale specializzata in processi di pace (non Sant’Egidio, un’altra dall’impostazione simile).

Il presupposto di tutto il processo era che la societa’ salvadoregna rispondesse presente a questa sfida, piena e’ vero d’incognite, e nascessero progetti, tanto pubblici come privati che creassero possibilita’ d’impiego legali per giovani a rischio di cadere nel mondo delle gang (non per membri attivi delle maras).

Ma ne’ il governo, timoroso d’inimicarsi un’opinione pubblica mal informata che mai dimostro’ di voler capire cosa stesse davvero succedendo ne’ il settore privato raccolsero questo guanto. Conseguentemente, anche la comunita’ internazionale, salvo poche eccezioni (OEA, UE) si tenne lontana dall’appoggiare quest’opportunita’. Rischiosa e difficile, ma l’unica possibile a mio modo di vedere.

La tregua duro’ due anni, e salvo’ cinquemila vite. I negoziatori ammettono che solo l’appoggio del nostra struttura la tenne in piedi cosi’ a lungo. Io lasciai il paese nel 2013, quand’era ancora in vigore. Da allora nessun fattore a suo favore e’ intervenuto, e dal 2014 la violenza ha ripreso possesso della strade salvadoregne. Per inerzia e paura di tanti, una grande occasione e’ stata perduta. Adesso non esiste in El Salvador nessun piano credibile di lotta contro la violenza.

La mia sensazione e’ stata, per un breve istante, quella di poter costruire qualcosa di positivo sfidando luoghi comuni. Sicuramente mi sbagliavo, ma essenzialmente perche’ in troppo pochi ci abbiamo creduto.

Piccolo dettaglio: quando chiesi udienza alla massima responsabile politica di allora per poterle spiegare a viva voce di cosa si trattasse e di come la nostra istituzione potesse dare un contributo decisivo alla lotta contro la violenza in quella parte del mondo, non trovo’ dieci minuti di tempo per ricevermi.

Alla fine del mio mandato in El Salvador, pieno di successi, non si trovo’ modo di affidarmi un posto piu’ prestigioso, dato invece a tutti i miei colleghi che avevamo dimostrato meno attivismo. Penso se ne possano trarre diverse conclusioni.

La battaglia di El Salvador con se stesso rimane aperta, la fiammella di speranza s’e’ spenta. Ma ce l’avremmo potuta fare, ed e’ questo che mi dispiace.

Islamabad, 16 giugno 2015.