La pagina di oggi riprende il mio post di ieri sulla bellezza degli scolari un po’ ovunque nel mondo, con l’aggiunta di qualche informazione sulle ragioni degli attacchi dei terroristi a scuole e università in Pakistan e altrove nel mondo islamico. Questa parte è stata inserita al centro dell’intervento, e credo rivesta molto interesse per chiunque voglia capire cosa sucecde in questa parte del mondo.
Se penso alle migliaia di immagini che mi si sono impresse nella rètina nei miei anni in giro per il mondo, c’è una categoria che mi risulta particolarmente piacevole un po’ ovunque: quella degli scolari che si avviano assieme verso la scuola o ne escono a fine lezione. Nei paesi in via di sviluppo, con popolazioni molto giovani, succede a tutte le ore, perché ci sono vari turni, come da noi negli anni settanta, e l’uniforme scolastica viene indossata tutto il giorno perché è spesso l’unico vestito «decente» posseduto. L’immagine dei bambini uniformati in uscita dalle scuole mi colpì in Spagna, venendo da un’Italia che nel post-68 aveva eliminato le divise scolastiche in nome di un’uguaglianza e una libertà, forse malintese. Lo stesso nelle scuole francesi frequentate sempre da mio figlio.
Trovavo invece bellissimi quei bambini e bambine goffi ma ordinati nelle loro divise tutte uguali, con le cravatte slacciate, le giacche spesso sgualcite, i gruppi uniformi che si mescolavano con quelli di altre scuole in una gaia confusione. Ho poi amato queste immagini di bambini a scuola un po’ dappertutto: in città e campagne, sono una delle immagini in movimento più belle, piene come sono di freschezza, gioventù, vita.
Bambini, tanti bambini in gruppo, un’immagine che colpisce un europeo dato che nelle nostre società i bambini non si vedono più: sono pochi, ultraprotetti, nascosti, li andiamo a prendere e li portiamo chiusi in macchine con vetri che impediscono di vedere dentro.
Ricordo in Brasile i bambini che sul Rio delle Amazzoni arrivavano a scuola in barca, poco dopo l’alba: prima lezione, una bella colazione di riso e fagioli, parte indispensabile dell’offerta d’una scuola brasiliana (così si assicura che i bambini mangino almeno un pasto caldo e sostanzioso).
Bellissimi i bambini/e indiani, nella loro mescolanza di divise di tipo britannico e locale, come i bambini del Rajastán che in villaggi con sapore antico tamburellavano i computer portatili installati nel cortile della scuola (esperimento indiano per diffondere l’informatica sin dai primi anni); le camicie impeccabilmente bianche di tutti gli scolari di El Salvador, e le loro scuole inerpicate sulle colline, con pannelli solari che forniscono l’elettricità e che fanno delle scuole l’unico luogo con luce elettrica dell’intero villaggio (per questo gli adulti vanno a scuola a vedere la televisione e anche lì si installano ambulatori con vaccini e medicine); la tenerezza dei bambini musulmani del Pakistan, le femmine tutte coperte dal loro velo bianco, senza il quale credo si sentirebbero un po’ perdute. I ragazzini che escono dalle scuole coraniche, coi loro berretti da preghiera in testa, poi si appartano in un prato a giocare a cricket. O i bambini africani sui sentieri che dai loro villaggi portano a scuola, a volte protetti da ombrelli multicolori per proteggerli dal sole.
Penso al paradosso di un paese come il Pakistan, nel quale i genitori temono di mandare i loro figli a scuola perché sono divenuti il bersaglio preferito dai terroristi, che hanno capito che è proprio nelle scuole che si costruisce la loro fine. O alla tragedia centroamericana, con alcuni di quei ragazzi che finiscono a pezzi in sacchi di plastica e in fosse comuni, o che intraprendono DA SOLI il cammino della migrazione verso gli Usa, vittime per strada di mille sorprusi.
Per quanto riguarda la situazione attuale del terrorismo in Pakistan e del perchè gli attacchi alle scuole siano divenuti frequenti, è importante capire che l’istruzione e i suoi contenuti sono uno dei principali motivi di divisione tra una società islamica e una occidentale.
Attualmente, l’opinione pubblica occidentale ha perso di vista quanto succede in Afghanistan e Pakistan, cosi’ sotto i riflettori nel periodo immediatamente succesivo all’11 settembre, perchè convinta d’essere «sotto attacco» a causa degli attentati che avvengono in Europa e che l’instabilità che alimenta il terrorismo sia esclusiva del Medio Oriente, della Siria e della Libia. Il fatto che ISIS / Daesh siano percepiti come il nemico da battere fa si’ che altri gruppi figli della stessa ideologia siano percepiti come pericoli minori, perché non in grado di colpire in Europa.
Difatti i talebani (significa studenti), frutto della stessa ideologia, non hanno il minimo interesse ad agire in Europa; dato che la loro agenda è quella dell’espulsione degli stranieri dai loro territori (Afghanistan) e del mantenimento dei modelli di vita tradizionali nelle zone di loro origine (Afghanistan, nord – ovest del Pakistan, altre zone d’Asia Centrale).
I talebani nacquero ad iniziativa pakistana vista con favore dagli Usa, come gruppi di combattimento anti – sovietici dopo l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Urss nel 1979. Quando alla fine presero il potere in Afghanistan, imposero un regime ultra – conservatore che fini’ sotto il mirino degli americani dopo l’11 settembre, a causa dell’ospitalità data a Bin Laden ed alla sua Al Qaeda.
Dopo la caduta del regime talebano, anzichè erradicare il movimento come sarebbe stato possibile, l’ossessione americana per «trovare Bin Laden» e l’interesse pakistano a non smantellare un movimento armato che costituiva uno strumento di pressione nei confronti dei vicini (Afghanistan e India) porto’ alla stranezza di un ponte aereo pakistano che trasporto’ i combattenti talibani dall’Afghanistan al Pakistan (zone del nord – ovest, denominate FATA, dove prevalgono le leggi tribali).
D’altro canto, i leader talebani come Mullah Omar e lo stesso Bin Laden trovarono rifugio in Pakistan: a Quetta il primo, a Abbottabad il secondo, come si venne a sapere solo dopo l’azione americana per eliminarlo.
I talebani, sia afgani che pakistani, dal 2001 in poi si sono trincerati in quelle zone, mai davvero controllate dal governo di Islamabad, nelle quali hanno imposto progressivamente un’ideologia islamica e tribale tradizionale, traslando la loro esperienza precedente in Afghanistan. Uno dei modi per imporre il loro potere è stata l’eliminazione sistematica dei capi tradizionali locali, i malik, e lo svuotamento del sistema di gestione collettiva del potere in terra pashtun, le famose loya jirga.
L’istruzione femminile è stata una delle vittime del sistema di potere talebano: il noto caso di Malala, che si cerco’ di uccidere per il suo attivismo tra le studentesse, avvenne nella regione dello Swat, limitrofa al FATA, dove negli anni scorsi i talebani cercarono di creare uno stato islamico tradizionale, indipendente nei fatti da Islamabad.
L’esercito pakistano riprese il controllo dello Swat tra il 2008 e il 2009, ma i talebani ripiegarono sui territori tribali, movimento accentuatosi durante la presenza internazional in Afghanistan, che trasformo’ il Pakistan a controllo talebano in zona «sicura» per questo gruppo.
Gruppi attivi sia in Afghanistan e Pakistan, come quello di Haqqani immortalizzato nella serie Homeland 4, hanno a lungo goduto dell’appoggio occulto di parte dei servizi segreti pakistani e dell’esercito, come ben illustrato appunto in quella serie televisiva.
L’attacco da parte dell’esercito ai loro protetti d’un tempo, a causa delle pretese di questi ultimi d’esercitare il potere al posto dello stato pakistano, porto’ all’offensiva terrorista nel resto del paese che ha insanguinato il Pakistan negli ultimi anni. Nel 2013 l’esercito lancio’ un’offensiva, chiamata Zarb e Azb, che da allora ha oggi ha ristretto fortemente la presenza talebana nelle zone del FATA.
La capacità operativa dei talebani di colpire nel resto del paese è diminuita, come dimostrano questi numeri, senza che il terrorismo possa assolutamente dirsi sconfitto:
2015: 625 attacchi terroristici, 1,069 morti, 1,443 feriti.
2014: 1,206 attacchi terroristici; 1,723 morti, 3,143 feriti.
2013: 1,717 attacchi terroristici, 2,451 morti; 5,438 feriti.
Numeri ancora altissimi e terrificanti comunque, spcie quando paragonati all’Occidente «sotto attacco».
Una delle caratteristiche degli attacchi nell’ultimo anno è stata quella degli attentati a obiettivi «soft»: meno caserme, basi navali, aeroporti, luoghi molto protetti, più attacchi a luoghi meno trincerati, come scuole o mercati.
Il mercato o la stazione degli autobus sono luoghi adatti ad attacchi indiscriminati, per seminare il terrore e mettere a nudo l’impotenza delle autorità.
Quelli a scuole, divenuti emblematici a partire dall’attentato di Peshawar del dicembre 2014, ma già effettuati in abbondanza specie contro le scuole femminili nelle zone controllate dai talebani hanno il doppio significato di fare più male, colpendo i bambini, e porre degli ostacoli alla diffusione dell’istruzione moderna (mai vengono attaccate scuole coraniche).
Che gruppi originalmente di studenti (talib, da cui la palabra talebano, ma per definzione studenti dell’unico libro degno d’essere letto, il Corano) attacchino degli studenti che studiano materie «moderne» è l’esemplificazione stessa del conflitto tra modernità e tradizione, tra Islam e Occidente.
Nell’Africa in preda all’integralismo islamico, il principale gruppo terrorista ha scelto come nome Boko Haram (la cultura occidentale, plasmata nel nome Book, libro è haram, quindi proibita in termini islamici). Boko Haram ha fatto degli attacchi a scuole ed università la propria specialità.
In Pakistan, questi attacchi si concentrano nella provincia del Kybher Pakthunkwa (KP), limitrofa al FATA e all’Afghanistan, in modo tale che i terroristi possono venire dal paese vicino e li’ rifugiarsi.
Nel KP, il tema dei contenuti dell’istruzione è polemico, e risulta particolarmente significativo che il libro «I am Malala» , best – seller mondiale, non sia in uso nelle scuole della provincia in cui Malala è nata ed è stata attaccata. Nemo Propheta in Patria.
Attaccare le scuole è quindi divenuta una delle modalità preferite dai terroristi, ed una preoccupazione costante per le famiglie, impaurite dal cosa puo’ succedere ogni giorno. Dal 20 gennaio (attacco a Charsadda, 21 morti), le scuole nel KP e a Islamabad sono rimaste chiuse, a fini di precauzione e anche per il freddo: nel nord del Pakistan l’inverno è rigido e quest’anno nafta e gas scarseggiano.
Un altro obiettivo paradossale dei talebani sono gli addetti sanitari incaricati di vaccinare i bambini contro la polio: essendo tale campagne iniziate con supporto di organizzazioni occidentali, i talebani hanno cominciato a diffondere l’idea che il vaccino avesse in realtà per obiettivo sterlizzare i bambini musulmani. Il fatto che Bin Laden sia stato localizzato mediante uno di tali addetti (in carcere da allora) ha gettato olio sul fuoco dell’»anti – islamicità» della vaccinazione. Risultato: 24 addetti anti – polio uccisi negli ultimi anni, e la malattia, erradicata, è ritornata (essa sopravvive solo in Pakistan e Nigeria). Prime vittime: i bambini, ovviamente.
L’istruzione, chiave del futuro di questo paese come di qualunque altro, è quindi particolarmente a rischio: qualcosa semplice come andare a scuola puo’ divenire motivo di risentimento e violenza, una dimensione che è utile conoscere per giudicare correttamente cosa succede in questa parte del mondo. E’ un problema anche nostro? Credo proprio di si’.
C’è una certa retorica nel dire che il futuro è dei bambini, ma di fatto è così, sono loro i più numerosi e quelli che cambieranno davvero le cose, se riusciranno e se li lasceremo.
L’Unione Europea, proprio quella «affamatrice dei popoli» che viene descritta da tanti un po’ superficialmente e senza visione complessiva, è anche il primo donante internazionale nel campo dell’educazione: con il tempo, la cooperazione si è diretta sempre più verso quest’ambito cruciale per il nostro futuro comune. Era il primo settore di cooperazione in El Salvador, lo è in Pakistan. Una battaglia immensa, ma necessaria. In quest’epoca di riflusso, di attenzione al proprio ombelico, si potrebbe pensare di farne a meno, di pensare ognuno a se stessi. Forse sarebbe giusto, ma mille immagini impresse nei miei occhi mi fanno pensare diversamente.
Islamabad, 5 febbraio 2016.