Il Pakistan è un paese molto bello, pieno di cose interessanti da scoprire. È stato la culla di una delle civiltà primigenie, quella della Valle dell’Indo, i cui reperti storici sono visibili oggi in territorio pachistano (Mohenjo Daro); nel suo territorio attuale avvenne l’incontro tra la civiltà greca portata da Alessandro e quella indiana: la fusione è visibile nella civiltà detta di Gandhara, i cui artefatti, visitabili ad esempio a Taxila, vicino Islamabad, sono una rappresentazione dell’incontro tra lo spirito artistico collettivo del mondo indiano e l’individualismo portato dalla Grecia. Civiltà di religione buddista, i suoi Buddha hanno volti greci. Da segnalare che gli archeologi italiani hanno avuto un ruolo preminente nello studio dell’archeologia in territorio pachistano, e ancora oggi la missione archeologica italiana porta avanti con difficoltà il suo lavoro nella zona spesso convulsa dello Swat.
È in buona parte ciò che noi conosciamo come mondo indo – europeo.
Siccome il Pakistan fu fino al 1947 parte dell’India, logico che i reperti archeologici successivi siano molto simili a quelli che si trovano in India. Con un forte predominio della cultura musulmana su quella induista e sikh, ma senza che manchino testimonianze anche di quelle due culture. E di quella buddista, oggi quasi sparita dall’India e dal Pakistan, ma che ha lasciato una traccia importante in quello che oggi è il Pakistan.
Alla maestosità dell’architettura moghul (mal tradotto come mongola, in realtà i Moghul sono stati la dinastia più forte tra quelle che hanno regnato sul nord e centro dell’India sino al 1857) si accompagna la varietà di moschee, forti ed edifici di un passato millenario.
E Lahore fu una delle quatto capitali imperiali indiane, assieme a Delhi, Agra e l’estinta Fatehpur Sikri.
Se girovagare per l’India permette di imbattersi continuamente in reperti del passato, spesso abbandonati ma non privi di un fascino antico, lo stesso si può dire del Pakistan, dove però la scarsa attenzione al patrimonio e la quasi inesistenza di turismo a causa della questione sicurezza rende ancora più fragile e mal tenuto il patrimonio.


Raggiungere i luoghi d’interesse storico e culturale, che come in India molto spesso non sono nelle città ma in localizzazioni che oggi hanno perso centralità è spesso operazione logisticamente difficile e in Pakistan con l’aggiunta della dimensione sicurezza.
A causa dei pericoli percepiti per gli stranieri, il Pakistan è ormai escluso da ogni circuito turistico, e anche per i locali non è facile muoversi.
Ci sono poi zone del tutto vietate agli stranieri e tante formalità complesse da ottemperare.
Paradossalmente, il pachistano è invece una persona gentilissima ed accogliente, ma certo alcuni gruppi terroristici hanno avuto la loro gran parte di colpa nel diffondere un immagine del paese nel mondo. È un po’ come per l’associazione tra mafia e Sicilia, che sicuramente ha sconsigliato milioni di turisti a intraprendere un viaggio nella nostra isola, pur così affascinante.
Anche per chi vive alcuni anni in Pakistan non è facile organizzare viaggi e visite, specie tenendo conto delle regole di sicurezza, spesso stabilite da lontano senza tenere conto della realtà locale. Noi diplomatici dobbiamo chiedere permesso per OGNI USCITA dalla capitale.
A parte tutte le ricchezze archeologiche e storiche, il Pakistan è paese di grande bellezza visuale e paesaggistica, con differenze che vanno dal deserto del Cholistan alle più alte catene montagnose del mondo: in Pakistan s’incontrano l’Himalaya, il Karakoram e l’Hindu Kush. Nel mezzo le prospere e belle campagne del Punjab (la terra dei cinque fiumi, tutti d’enorme capacità).
Siccome molte zone risultano inaccessibili, la maggior parte del turismo interno si concentra sulle zone montagnose. Buona parte di loro è in effetti molto più tranquilla del resto del paese dal punto di vista del terrorismo, e le possibilità esistenti in termini di trekking e semplice vista di paesaggi quasi infinite.
Il problema rimane logistico (quasi unico mezzo l’aereo) e infrastrutturale (pochissimi hotel).
Avendo lasciato il Pakistan prima del previsto a causa della mia nomina in Guatemala, mi era rimasto questo cruccio di non aver potuto visitare le tanto decantate montagne pachistane. Avevo visitato con la famiglia la zona del Ladakh indiano (l’altro versante delle montagne), uno dei viaggi più belli della mia vita, ma mi sarebbe dispiaciuto perdere quest’opportunità.
Un po’ di fretta e all’ultimo momento ho programmato di recarmici in agosto, dovendo però andare da solo, i miei hanno preferito restare a Islamabad.
La zona visitata è stata quella del Gilgit Baltistan, un grande territorio che fa parte del Pakistan ma che conserva uno status particolare all’interno del paese, in obbedienza all’esistenza in quella regione di sovrani il cui status è stato mantenuto. È successo altrove nel complesso patchwork pachistano. Il Gilgit Baltistan ha cultura e istituzioni diverse rispetto al resto del paese ed è rivendicato dall’India nel quadro del conflitto indo – pachistano sul Kashmir.
All’interno del Pakistan, il Gilgit – Baltistan è pero’ separato amministrativamente dall’ Azad Jammu Kashmir (Jammu Kashmir libero, dal punto di vista pachistano).
Il viaggio si effettua quasi sempre in aereo: il volo da Islamabad a Gilgit dura quarantacinque minuti, l’alternativa sono sedici ore di macchina, e la vista è spettacolare. Tra l’altro, gli aerei sono molto piccolo e volano basso. Questo filmato ne può dare un’idea: https://www.youtube.com/watch?v=21tBMyBxHDc.
Rispetto alle Alpi, sorprende la profondità e estensione delle catene montagnose himalayane.
Una volta arrivati a Gilgit, si può optare per diverse soluzioni: escursioni nelle diverse valli, sempre in jeep, trekking di diversi giorni per raggiungere le località che sono campi base per le scalate ai vari ottomila della zona (il più famoso il K2, raggiungibile non da Gilgit ma da Skardu) o l’alternativa più semplice, l’unica che io ho potuto seguire, che da Gilgit ti porta mediante la Karakoram Highway fino alla frontiera tra Pakistan e Cina, sita al Khunjerab Pass (4693 metri).
La costruzione di questa strada è stata un’impresa in sé, realizzata dagli eserciti cinese e pachistano in condizioni molto difficili. Ho avuto la fortuna di poterla percorrere tutta, fino alla frontiera cinese, e i paesaggi sono impressionanti, con i ghiacciai che si stendono fino alla strada e i picchi montagnosi che da li’ s’innalzano fin oltre gli ottomila.

Passu Glacier:


Questo video può dare un’idea: https://www.youtube.com/watch?v=G_jbWPTXUOI
Nel cammino mi sono imbattuto nella antica via della seta, che passava da queste valli e che è stata in certi tratti ritracciata grazie ad un’iniziativa dell’Aga Khan, che è il padre spirituale di questa zona, di fede sciita ismaelita. Nei fatti è una mulattiera, impressionante pensare che gli scambi tra oriente ed occidente che sono alla base della nostra civiltà siano avvenuti in spazi così angusti.

Sono un pessimo fotografo, per cui quanto allego a questo testo non è che una pallida rappresentazione della maestosità dei paesaggi visti ad occhio nudo.
Altro luogo significativo è quello dello scontro tra placche tettoniche che portò alla formazione dell’Himalaya: ignoro come sia stato localizzato in maniera precisa, è segnalato da un semplice cartello.

Molto interessante anche il clima pacifico di queste valli: lontane dalla tensione permanente nel resto del paese. Le donne sono a volto scoperto e per strada, spesso lavorano nei campi. Al posto dell’onnipresente nero, sono vestite di colori sgargianti. È la tradizione ismaelita, lontanissima dalle rigide regole dell’Islam sunnita maggioritario nel resto del paese. Le moschee non troneggiano sul resto dell’abitato, ma sono edifici semplici simili ad abitazioni.

Nella zona di Hunza, un tempo regno indipendente, si visitano le dimore reali, palazzi semplici ma intrisi di fascino: nella regione del «Great Game», impressiona notare l’influenza russa in questi regni che sfuggirono a lungo al dominio britannico.
Dopo quattro giorni di montagne, dovevo tornare per forza a Islamabad, il trasloco mi aspettava. Avrei dovuto tornare in aereo, ma preso da un improvviso timore ho sconvolto i piani e, con disappunto dei servizi di sicurezza dell’Unione Europea che me lo hanno sconsigliato (a distanza), sono tornato via terra: sedici ore di viaggio attraversando il Khyber Pakthunkhwa (circa 580 km.), che per la sua maggior parte è zona vietata agli stranieri. Non avevo il permesso corrispondente e ho disatteso tutti i consigli datimi. Ma, chissà perché, dopo più di mille voli mi è presa paura di salire su quell’aereo (il volo è atterrato regolarmente a Islamabad dodici ore prima che arrivassi io).
Il viaggio improvvisato mi ha permesso di attraversare zone molto belle, con paesaggi di tipo prealpino e fitti boschi, che quasi nessuno straniero, ostaggio delle misure preventive di sicurezza, vede mai. In realtà, queste valli non sono pericolose per questioni di terrorismo, i talebani erano semmai presenti nelle valli parallele, più verso l’Afghanistan, e oggi sono stati cacciati oltre frontiera. Il maggiore pericolo sono gli incidenti stradali, con parecchie zone sterrate e numerose frane. Lungo il percorso, mi sono incrociato con migliaia di pachistani in vacanza, che si fermano incantati a «toccare» la neve e a vedere le loro montagne.
Come sempre, attorno a me solo cordialità e sorrisi. Ad un certo punto, la polizia ferma la mia macchina in uno dei tanti controlli: temevo perché sprovvisto del permesso di transito in quelle zone, ed ero troppo avanti per poter far dietrofront e tornare a Gilgit. Macché: la polizia mi ha chiesto se potevo dare un passaggio in macchina a uno di loro!
Il giorno prima, mi ero fermato a mangiare lungo la strada, di ritorno dalla frontiera cinese. Era un baracchino senza pretese, un solo tavolo con «vista» sulle montagne (sforzandosi d’ignorare le meno affascinanti immagini più vicine). Menù: riso con pollo e noodles alla cinese, in omaggio alla frontiera vicina. Arrivo e un gruppo di uomini che sta bevendo il tè nell’unico tavolo si alza e me lo offre, perché secondo loro ero un «big boss» (da notare che viaggiavo in jeans e maglietta in una macchina normalissima). È l’ospitalità tipica da quelle parti: mi chiedo in quanti luoghi d’Europa sarebbe successa una cosa simile, per di più con uno straniero.
Quest’ultimo viaggio, con la sua dosi di trasgressione lontano da scorte e macchine blindate, mi ha permesso di congedarmi dalla parte più bella e piacevole del Pakistan. Circondato da famiglie pachistane serene e tranquille, in vacanza sulle loro montagne: anche nei paesi che da noi si associano solo a violenza e terrorismo, le famiglie si muovono, tutti stretti in una macchina, e vanno a calpestare la neve, affittare una canoa, mangiarsi una trota. Spesso ce ne dimentichiamo nelle nostre immagini stereotipate.
20 Novembre 2016.