Diario pakistano, numero ventisei: una giornata particolare

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Chi mi ha letto nel corso degli ultimi due anni, in queste pagine di diario o in altri spazi dove sono intervenuto con frequenza sulla questione dei rapporti tra Islam ed occidente, venuti così alla ribalta in quest’ultimo periodo, sa che sono persona favorevole all’approfondimento, alla conoscenza dell’altro e al dialogo. E ben cosciente dell’enorme diversità che esiste all’interno del mondo islamico, che non può essere caratterizzato in un modo solo, come è venuto di moda fare.

Le dichiarazioni roboanti, le categorizzazioni nette e trancianti sono possibili solo a chi si ferma in superficie, a chi non si confronta, ma si costruisce una propria versione delle cose ad uso esclusivamente personale: nel caso dei rapporti con l’Islam, sostenere che tutti i musulmani sono terroristi o che perlomeno vi sono favorevoli è un’esagerazione di tale dimensione che non vale quasi la pena d’essere confutata. Chiunque abbia vissuto o frequenti dei paesi islamici sa che non è così, lo può sostenere solo chi si è costruito un proprio universo interpretativo a casa propria senza confrontarsi. Equivale alle «donne sono tutte sgualdrine», «gli uomini sono tutti maiali»o quello che una volta si diceva al nord, «i terroni sono tutti sporchi». Definizioni che soddisfano in caso di arrabbiatura, ma che lasciano il tempo che trovano

Molto più sensato è andare al di là e cercare di capire quali sono i fattori che rendono il dialogo tra Islam e occidente così difficile e le percezioni mutue così sbilanciate.

Permeato dal clima respirato in Europa in questi anni così marcati dal terrorismo e dal dibattito spesso scomposto generatosi dalle nostre parti, è stato con indubbio interesse che qualche tempo fa ho accolto l’invito di un centro studi pakistano di prima fila per una conferenza sul tema «I rapporti conflittuali tra Islam e Occidente».

Ricordiamo che il Pakistan è uno dei paesi che ha pagato al terrorismo (islamico) il più alto prezzo, con più di sessantamila morti dal 2001 ad oggi, quando esplose dopo la caduta dei talebani nel vicino Afghanistan (e loro relativo ripiegamento in territorio pachistano).

Il centro studi nel quale mi sono recato è uno dei più noti nella capitale pachistana, e di solito si occupa di questioni internazionali, per cui ero abituato a recarmici spesso.

Mi aspettavo da parte del conferenziere, un ex – giudice, e dall’auditorio, un’autocritica e un’analisi senza contemplazioni dei limiti e delle manchevolezze delle società islamiche che hanno favorito il terrorismo, e un invito alla marginalizzazione dei violenti (che attaccano lo stesso stato pachistano) e al dialogo su valori comuni. Un qualcosa di simile, visto l’ambiente di certo livello, ai migliori dibattiti che si tengono in Europa (non sui social media con le loro degenerazioni).

Mi sono trovato di fronte a qualcosa di diverso, che mi ha invece confermato che le voci favorevoli al dialogo e alla comprensione mutua sono da entrambe le parti minoritarie e devono affrontare l’ostilità dei grandi numeri di chi si accontenta della lettura più comoda, quella che non richiede la comprensione delle ragioni dell’altro. Quella che ha sempre ragione, anche perché non richiede controprove.

In primo luogo, l’abituale presenza di diplomatici delle altre conferenze era stavolta limitata a me e a un collega russo.  Dopo pochi minuti il conferenziere lancia un’inaspettata domanda al pubblico «c’è qualche cristiano in sala?», ripetuta più volte. Io e il russo ci guardiamo sorpresi, e non alziamo la mano (perché mai avremmo dovuto rispondere a una richiesta così immotivata, tra l’altro ci sono anche molti cristiani pachistani alcuni dei quali avrebbe potuto essere presente?). Il clima da «noi e loro» non mi sembrava il più adeguato per una conferenza su questo tema.

Dopodiché, invece dell’ammissione di un problema all’interno del mondo islamico e un tentativo di spiegazione del fatto che quasi tutti gli attentati terroristici siano opera di musulmani, è iniziata una tiritera di attacchi ai veri terroristi: gli occidentali.

Il problema del terrorismo internazionale, ha detto il conferenziere, accompagnato dal movimento annuente del capo della maggior parte dei presenti, non è assolutamente interno al mondo islamico, ma solo un problema di definizione. I morti per terrorismo sembrano tutti di matrice islamica perché la stampa internazionale e i centri di potere non classificano come terrorismo tutto quanto di molto peggio commettono Stati Uniti, Israele e India (l’ossessione pachistana, ricambiata dall’altro lato della Linea di Controllo) nello loro guerre d’oppressione del mondo islamico.

I 300.000 bambini iracheni uccisi dai bombardamenti americani non sono vittime innocenti del terrorismo (lo sono, indipendentemente dalla stima del numero, che ritengo esagerata)? Perché i palestinesi sono terroristi e gli israeliani, che occupano i loro territori, persone che si difendono? I musulmani del Kashmir non sono vittime del terrorismo di stato indiano?

Vista così, l’Islam è una civiltà attaccata da fuori, che non fa che difendersi come può da entità molto più potenti: per questo deve ricorrere al terrorismo suicida.

La presenza di capi di stato musulmani nelle manifestazioni parigine post – Charlie Hebdo non viene vista come un esempio positivo di presa di consapevolezza di un problema da affrontare insieme, ma come un «tradimento» dei popoli islamici da parte dei loro leader, sempre pronti a piegarsi al volere dell’Occidente.

I tre nemici principali citati, Usa, Israele e India (l’Europa è vista solo come satellite degli Usa), espressione di tre religioni che vogliono conquistare le terre islamiche (cristianesimo, ebraismo e induismo). Una replica della visione islamica secondo cui la dimensione religiosa lo spiega tutto (assecondata da chi dalla nostra parte cade ingenuamente nel gioco: qualcuno può davvero credere che la politica occidentale sia «cristiana»? Ma cadiamo nel loro tranello).

Solo dopo un po’ bel po’ di domande che confermavano questi assiomi, finalmente qualcuno ha asserito che anche all’interno del mondo islamico andava fatta autocritica, e che gli indicatori catastrofici in termini d’istruzione, salute, libertà, democrazia e iniziativa economica hanno la loro parte di colpa nell’esistenza del terrorismo.

Nei miei articoli ho parlato spesso della visione islamica delle cose, dell’asimmetria che esiste nelle nostre visioni del mondo: non tanto quella che si cita abitualmente, quella determinata dalla separazione tra chiesa e stato che non esiste nell’Islam, dove in effetti tutto principia dall’essere musulmani, dimensione irrinunciabile, mentre da noi tutto inizia dall’essere cittadini (con libertà di esserlo anche della Città di Dio), ma quella legata alla narrativa e lettura diversa degli scenari internazionali: delle ferite del colonialismo, dell’occupazione occidentale delle terre musulmane, dei conflitti e ingerenze legati al controllo delle risorse energetiche. Degli enormi errori, anche recenti, commessi dalle potenze occidentali, nell’appoggiare i nemici dei nemici congiunturali, pensando che fosse un sillogismo risolvibile e fossero amici. Degli effetti catastrofici di certe presenza militari, presentate da noi come «pacificatrici» e vissute dalle popolazioni locali come invasioni. E di quelli altrettanto nefasti di metodi di combattimento, come i droni, tesi a salvare vite dei nostri soldati a costo di moltiplicare le vittime civili.

Tutto vero, ma in quel pomeriggio pachistano mi sono reso conto che il doppio linguaggio, le semplificazioni con la realtà, il gettare le colpe sugli altri non è esclusivo di noi occidentali: anche nel mondo islamico lo usano come metodo. Creare confusione per non dover ammettere che si sta sbagliando qualcosa.

Mi ha fatto pensare vedere interlocutori abituali che quando parlano con gli «occidentali» sono ragionevoli ed evoluti e che in altro ambiente sembrano partire per la tangente della teoria del complotto pure loro.

Mi è rimasta alla fine la sensazione di una giornata particolare: noi occidentali sbagliamo a non approfondire la conoscenza delle radici culturali e le situazioni oggettive che provocano disagio nel mondo islamico, etichettandolo tutto come «un problema religioso». Dall’altra parte, all’interno del mondo islamico, le cui élites intellettuali hanno spesso una conoscenza approfondita della cultura occidentale (l’inverso non lo possiamo certo dire), per comodità e mancanza d’autocritica si preferisce spesso ricorrere a scuse interpretative, trasformando fatti veri (la forte presenza occidentale nel mondo islamico) come scusa onnipresente per evitare d’ammettere manchevolezze proprie.

All’interno del mondo islamico esistono alcune minoranze intellettuali che riescono a fare la sintesi migliore tra i due mondi, ma la vera battaglia tra Islam ed Occidente continua ad essere quella dell’incomunicabilità, dell’autoreferenzialità, delle scuse per non fare.

Alla fine, ci si sente da una parte e dall’altra minoranze che cercano di capirsi mentre i più la buttano sul facile, sul confronto che riconforta le proprie tesi, non sul dialogo che le sfida.

Rimane la sensazione un po’ amara di essere confinato a una minoranza che vuole sforzarsi di capire e di creare ponti, e d’essere in balìa di maggioranze che da una parte e l’altra del guado si sentono più confortevoli nella distanza. Ma se viviamo in un mondo globale, possiamo permetterci di non conoscerci gli uni gli altri?

Ciudad de Guatemala, 30 ottobre 2016.