Molti italiani hanno scoperto il fenomeno delle bande latine, e specialmente delle maras salvadoregne in occasione dell’aggressione subita l’altro giorno dal capotreno a Milano, attaccato a colpi di machete da membri della banda.
Credo sia utile spiegare cosa siano le maras, fenomeno molto particolare, che giocoforza ho conosciuto a fondo nei miei anni come rappresentante diplomatico dell’Unione Europea in El Salvador dal 2009 al 2013 e poi ancora come coordinatore del supporto dato dall’Unione Europea ai governi centroamericani nella loro lotta contro la violenza (l’America Centrale è di gran lunga la regione più violenta al mondo, con indici molto superiori ad esempio di quelli esistenti in medio oriente o in paesi ufficialmente “in conflitto”, e non può essere lasciata sola nella sua azione contro le reti criminali legate al narcotraffico che la stanno soffocando).
Le maras sono bande giovanili, estremamente violente, nate tra gli emigranti salvadoregni e honduregni a Los Angeles e Washington, le due città di forte presenza d’emigrazione da questi paesi negli Stati Uniti, a partire dagli anni settanta. Era l’epoca delle bande nelle periferie americane, e i centroamericani, disprezzati dai messicani e dai portoricani, più integrati, si organizzarono come forma d’autodifesa e di preservazione della propria identità. Col tempo, le bande si trasformarono in mafie locali, dedicate alla microcriminalità mediante estorsione e traffico di droga a piccola scala.
Le due maras principali, la 13 o Salvatrucha e la 18, prendono il loro nome dalle strade che controllavano a Washington.
A partire dall’adozione delle politiche di tolleranza zero nelle città americane, i membri di queste bande sono stati sistematicamente espulsi verso i loro paesi d’origine negli anni novanta e duemila, paesi nei quali queste persone, giovani spesso cresciuti negli Usa ma non cittadini a causa del loro status d’immigranti illegali, non avevano mai vissuto prima.
A partire dagli anni novanta, le maras si riorganizzano in El Salvador, paese origine di molti di loro, non avendo questi giovani espulsi alcuna possibilità d’inserimento legale in un paese che non conoscevano e che aveva di suo notevoli difficoltà economiche.
Col tempo, le maras sono divenute padrone delle strade salvadoregne, e la guerra tra loro ne ha fatto il paese più violento al mondo, assieme ai vicini Honduras e Guatemala. Tanto per capirci, il tasso d’omicidi su 100.000 abitanti è in Honduras attorno a 90, in El Salvador circa 60, in Afghanistan 6,5, in Pakistan 7,5, in Italia…0,9. L’America Latina è di gran lunga la regione più violenta al mondo, molto più di quelle sempre nelle notizie a causa del terrorismo, e l’America Centrale ne è la parte più colpita. La ragione principale? La chiusura delle rotte marittime, via Caraibi, d’accesso delle droghe negli Usa (ricordate Miami Vice?) e lo spostamento verso rotte terrestri, che passano dall’America Centrale, immersa in un’orgia di violenza in buona parte per il suo ruolo di transito delle droghe verso nord (controllate in buona parte dai cartelli messicani, che hanno spodestato quelli colombiani).
Le maras sono gruppi disciplinatissimi (loro si considerano eserciti, e chiamano gli altri “civili”). L’adesione è a vita, senza possibilità d’uscita. Le maras riorganizzatesi in El Salvador hanno avuto buon gioco nell’attirare verso di loro adolescenti e pre-adolescenti privi di riferimenti, a causa dell’emigrazione sistematica dei genitori verso gli Usa: due milioni e mezzo di salvadoregni su un totale di sei milioni sono emigranti, quasi tutti illegali, negli Usa, e le loro rimesse costituiscono il 18% del PIL del paese, più delle entrate fiscali (al 16): El Salvador è un paese tenuto in piedi dai suoi emigranti.
Il marero attivo (mara significa gruppo di amici in gergo salvadoregno) ha tra i tredici e i vent’anni, difficilmente sopravvive o evita il carcere oltre quell’età. Rispondono a codici di condotta di tipo mafioso: sono giovani che vengono ammessi all’interno del gruppo molto giovani e devono fedeltà totale ad esso, pena la morte. La loro attività è il microcrimine e l’estorsione legate al controllo di territori concreti, contesi ad altre bande. La loro ferocia è inaudita, frutto di una società senza sbocchi, di famiglie disgregate dall’emigrazione e di una forte conflittualità sociale. L’evento di ieri è una pallidissima copia di quanto succede ogni giorno in dosi ben più massicce in El Salvador e Honduras. In El Salvador costituisce motivo per essere uccisi dalle maras essere un residente di un quartiere controllato dall’altro gruppo e recarsi inavvertitamente in zona d’altro colore; essere ragazza corteggiata da un membro del gruppo e respingerlo; rifiutare una proposta d’ingresso nel gruppo; rifiutare di pagare un pizzo se richiesti; essere famigliare di qualcuno che ha tradito o membro dell’altro gruppo. Di solito, la prova d’ammissione in una mara consiste nell’uccidere un passante del tutto innocente: dimostra la tua adesione incondizionata alla causa.