Tag: Gli Stati Generali

  • Il pantano venezuelano, dove i torti son di tutti e le ragioni spariscono

    Seguendo le vicende venezuelane a fondo da prima dei tempi di Chávez e familiarizzato con la poca attenzione che si riserva di solito alle vicende latinoamericane, impressiona che questo caso porti la nostra opinione pubblica a dilaniarsi su di esse come se non ci fosse un domani: certezze d’un tipo si scontrano con certezze opposte, senza che appaia una sintesi e tantomeno un’ipotesi di soluzione. Cerchiamo di capire perchè.

    Come premessa, ma vale anche per altre parti del mondo, va sempre ricordato che l’America latina non è l’Europa e le sue società non funzionano come le nostre: inutile sovrapporre criteri ad essa estranei o letture rigidamente ideologiche. Se si rispetta la sua realtà, ci si può capire qualcosa. A coloro che hanno certezze univoche in tasca questa lettura non può servire, perché il loro Venezuela se lo sono già creato. Ma mi dirigo a chi sente un senso di confusione al riguardo.

    Il Venezuela pre-Chávez era un paese con ricchezza superiore a quella media latinoamericana, ma tremendamente squilibrato. La “Venezuela saudita” vedeva convivere ricchissimi e poverissimi, con distribuzione minima: un fenomeno latinoamericano, ma più acuto grazie al petrolio e ai suoi effetti in presenza di Stati poco organizzati. L’insufficienza del sistema politico e redistributivo e la delusione generata negli anni di corsi bassi portò all’implosione del sistema di partiti tradizionali e alla rivolta chavista, poi divenuta forza elettorale. Dal 1999, il chavismo ha tenuto il potere e portato avanti un’ideologizzazione progressiva non tanto comunista, ma bolivariano – castrista, impostata su un confronto serrato tra classi e fondato sul consenso degli esclusi dal regime tradizionale. Le classi medio – alte da subito negarono subito legittimità al consenso chavista, nonostante le indubbie vittorie elettorali: è un fenomeno molto latino, dove si considera che i “poveri” debbano contare meno dei ricchi e istruiti, e che ha le sue basi nel sistema coloniale, divenuto neo-coloniale con le indipendenze.

    In vent’anni, Chávez ha vinto sempre legittimamente le sue elezioni, nonostante le accuse di frodi e il tentativo di golpe del 2002, perché ha sempre potuto contare sulla maggioranza dei votanti, ma in uno schema di rigido confronto tra classi. In questo, Chávez è stato sempre appoggiato dai militari, che hanno in mano un’economia sempre più statalizzata. L’abbandono del paese da parte delle classi medie e degli imprenditori ha creato un vuoto che si è tradotto in totale fallimento dell’economia, incapace di diversificare al di là del petrolio. Chávez poi usò gran parte del bonus petrolifero non per sviluppare il paese ma in una frenetica diplomazia petrolifera che aveva per scopo sostituire Cuba come pilota del socialismo latinoamericano del XXI secolo. La morte di Chávez e il deterioramento economico sempre più accentuato hanno moltiplicato l’esodo (quattro milioni di venezuelani hanno lasciato il paese negli ultimi anni) e l’elezione di Maduro ha sostituito un leader carismatico come Chávez con uno molto meno capace e molto più indottrinato.

    Maduro ha accentuato i tratti “rivoluzionari”, esasperando il confronto e, pur avendo ancora vinto le elezioni a causa delle eterne divisioni nell’opposizione, il consenso del chavismo senza Chávez è sceso sempre più in basso. Nel 2015, le opposizioni hanno per la prima volta vinto delle elezioni (legislative) e come era già successo in occasione dell’unica altra vittoria elettorale dell’opposizione in vent’anni (municipali in vita di Chávez), il chavismo ha svuotato d’ogni competenza il Parlamento in mano all’opposizione come aveva fatto coi sindaci in occasione delle municipali.

    Nel 2017, si forzò l’elezione di un’Assemblea Costituente, boicottata dall’opposizione, che anziché redigere una nuova Costituzione ha decretato come primo provvedimento la sostituzione dell’Assemblea Legislativa controllata dalle opposizioni e presieduta da Guaidó.

    Questo spiega che esistano oggi in Venezuela due parlamenti, due Presidenti e due Corti Supreme, una in esilio (composta da magistrati espulsi dal chavismo, che non rispetta, in obbedienza alla sua matrice ideologica, la separazione tra poteri). Questa bicefalia, che rispecchia la rigida divisione del paese in due, è il fattore che spiega come i “tifosi” delle due parrocchie possano attaccarsi ognuno alla versione / visione che più garba loro, in una contrapposizione che il Venezuela ha esportato alle nostre case.

    Perché Guaidó si proclama presidente? Perché le presidenziali del 2018 furono boicottate dall’opposizione e non riconosciute da essa e da cinquanta paesi, tra cui Usa, europei e molti latinoamericani (gruppo di Lima). Il 10 gennaio 2019 è iniziato il nuovo mandato di Maduro, quello considerato illegittimo, e la Costituzione prevede che in caso di “vacanza” della Presidenza subentri il Presidente del Parlamento (Guaidó), anche se Maduro ha giurato presso l’Assemblea Costituente. Guaidó viene riconosciuto da cinquanta paesi sulla base di questa lettura, ma il potere nel paese e il controllo del territorio è integralmente nelle mani di Maduro. La chiave è l’appoggio dell’esercito, schierato sinora dalla parte di Maduro perché controlla le leve dell’economia e perderebbe tutto in caso di ritorno al potere delle opposizioni. E poi chi è rimasto in patria tende a essere chavista, chi è partito no, per cui non ci sono candidati in Venezuela per quella rivolta popolare che Usa e Guaidó incitano.

    Una parola su “boicottaggi” e disastro economico venezuelano. Il petrolio venezuelano è di qualità eccelsa e viene venduto in primis agli Usa; fino a gennaio 2019 mai ci sono stati problemi da quel punto di vista. Il licenziamento di tutti i dipendenti di PDVSA non iscritti al partito unico di governo PSUV ha portato a un logorio tecnico dei giacimenti e pozzi che impedisce al Venezuela di onorare i propri contratti ormai da diversi anni. In aggiunta a ciò, i prezzi basi del petrolio si sono tradotti in una riduzione delle entrate in divisa del Venezuela a un quarto nel 2018, aggravando una crisi già fuori controllo (4.000.000 % d’inflazione nel 2018). Se parliamo di boicottaggio nel senso d’impedire il commercio esiste da sessant’anni con Cuba con il Venezuela no: fino a gennaio 2019 esistevano solo sanzioni su persone del regime. Oltre a ciò, vari gruppi internazionali hanno deciso di sospendere o non concludere accordi commerciali con il Venezuela come forma di pressione, non come conseguenza di sanzioni. Il Venezuela e l’ALBA (alleanza di paesi affini) non sono riusciti a creare sistemi di forniture alternativi, e in Venezuela non si è mai sviluppata un’industria sufficiente, per cui in Venezuela non ci sono beni in circolazione. La vita è divenuta invivibile.

    Da gennaio 2019 gli Usa hanno introdotto sanzioni sul petrolio venezuelano, che adesso esistono davvero. Gli Usa hanno pensato di poter accelerare la caduta di Maduro mediante l’appoggio a Guaidó e successive rivolte popolari che avrebbero travolto il regime, ma non è successo per le ragioni sopra esposte, né succederà. Che soluzioni? Tentativi di dialogo (Rep. Dominicana) sono falliti, e nuovi formati (Gruppo di Contatto, promosso da UE, Messico e Uruguay) sono stati creati, ma devono scontare la nulla capacità di dialogo tra le parti venezuelane.

    L’unica soluzione è quanto propone l’UE: nuove elezioni a termine su regole accettate per consenso, e fine della bicefalia istituzionale che ha paralizzato il paese, essendo a un tempo causa ed effetto di un fenomeno molto venezuelano: un paese diviso rigidamente in due. Possibilità di successo? Poche alla vista, ma la caduta violenta del governo di Maduro non è un’opzione verosimile. Chi sono i buoni e chi i cattivi? La situazione è molto più diversificata e con radici profonde che non permettono vie d’uscita miracolose o soluzioni troppo favorevoli ad una parte.

    La “democrazia bolivariana” garantisce solo una parte del paese, quella “statunitense” porterebbe probabilmente, dopo vent’anni, a una “rivincita” conservatrice dai contorni inquietanti, sulla falsariga di quanto sta succedendo in Brasile e sta sviluppandosi altrove in America Latina. Le vittime sono la democrazia, che funziona male in contesti squilibratissimi, e il popolo venezuelano, che vive sempre peggio ed è ostaggio di lotte di potere che non ne tengono in conto le esigenze vitali.

  • La battaglia di Asia Bibi, condannata a morte per blasfemia in Pakistan

    Si dice sovente che il Vaticano e i paesi occidentali non siano abbastanza attivi nel caso di Asia Bibi, la bracciante cristiana condannata a morte in Pakistan per blasfemia, ed attualmente in carcere. Asia Bibi fu accusata dalle sue compagne di lavoro musulmane di aver imprecato ad alta voce contro il profeta, fatto considerato “blasfemia” e passibile di pena di morte in Pakistan.

    In Pakistan esistono ventisette motivi per decretare la pena di morte, tra questi alcuni sorprendenti per noi occidentali come blasfemia, apostasia o adulterio. Oltre 2500 persone sono condannate a morte e in attesa d’esecuzione, alcune per un crimine come la blasfemia che difficilmente può rientrare nell’ambito dei crimini d’estrema gravità per i quali il diritto internazionale ammette la possibilità di mantenimento della pena di morte (che non è vietata di per sé a livello internazionale, ma limitata nel suo uso da un trattato come l’International Covenant on Civil and Political Rights (ICCPR), ratificato da quasi tutti i paesi del mondo compreso il Pakistan).

    Nei due anni in cui ho operato in Pakistan, prima come ministro – consigliere dell’Unione Europea e poi ambasciatore (2014-16), una delle preoccupazioni principali è stato il riattivarsi delle esecuzioni, sottoposte fino ad allora ad una moratoria introdotta dal presidente Zardari nel 2009 a seguito dell’orribile attentato nella scuola di Peshawar (dicembre 2014). Solo nel 2015 furono 326 esecuzioni, e grazie ad interventi diplomatici confidenziali si ottenne qualche conversione da pena di morte a pena di prigione per certi casi ben circostanziati.  Ai quali non si dà pubblicità, è una delle regole del gioco diplomatico (per evitare di rendere impossibili ulteriori reazioni popolari, visto che la pena di morte gode di grande consenso in Pakistan). Per inciso – e lo dico qui perché è informazione poco conosciuta al grande pubblico – è alle missioni diplomatiche dell’UE (Delegazioni UE) che gli stati membri affidano la supervisione e l’iniziativa in materia di rispetto dei diritti umani. Si stabilisce una strategia per ogni paese, si tiene un dialogo annuale o semestrale e poi a Delegazione UE è incaricata dell’applicazione concreta e di gestioni ad hoc e ne sopporta i costi. In generale pochi paesi gradiscono questo tipo di questioni da parte di attori diplomatici, e non dispiace a nessuno che tocchi all’UE pagare.

    Nel caso della pena di morte, la cui eliminazione totale è oggetto una delle principali politiche dell’UE nel mondo, rimane il dilemma tra il proporre tale eliminazione, spesso obiettivo irraggiungibile, e il sostenere gestioni individuali in caso di particolari anomalie processuali cercando di “ridurre il danno” (anche se l’UE è SEMPRE contro la pena di morte). Era il dilemma con cui dovevamo convivere in Pakistan.

    Con il riattivarsi delle esecuzioni, è cresciuto il timore che anche i condannati per un crimine aleatorio come la blasfemia (come si dimostra che qualcuno ha bestemmiato la divinità? Perché si applica la pena massima solo per blasfemia nei confronti del Profeta e non di Cristo o di un dio induista?) potessero venire giustiziati, anche se le autorità pachistane lo escludevano. Nel caso di Asia Bibi, fu l’UE a pagare avvocati e protezione della famiglia, anch’essa minacciata. Il problema del delitto di blasfemia è che non solo è aleatorio in sé e applicato solo a chi bestemmia l’Islam, ma che la pressione degli ambienti religiosi ha fatto sì che si applichino in materia in Pakistan principi di giustizia islamica (che è anch’essa legge nel paese) al di sopra di quella civile. A livello di giustizia “moderna” e giurisprudenza della corte suprema, tutto è pronto per derubricare il delitto di blasfemia da quelli passibili di pena di morte e per sottoporre la prova della blasfemia a criteri ben più rigorosi dell’attuale testimonianza di due “buoni musulmani”. Nel caso di Asia esistono enormi dubbi sulla consistenza delle prove, ma proscioglierla è un passo che nessuno vuole fare, per timore della reazione dei potenti ambienti integralisti religiosi. Il problema concreto che hanno il sistema di giustizia e il governo pakistano non è quello di giustiziarla (nessun condannato a morte per blasfemia è stato mai impiccato, e da anni non si giustizia nessuna donna), ma di come liberarla senza che sembri frutto della pressione internazionale dell’”Occidente”. Il problema reale è che se venisse prosciolta, correrebbe più rischi d’essere uccisa (lei e/o la sua famiglia) da donna libera che in carcere, dove perlomeno sopravvive.

    L’unico sbocco sarebbe un proscioglimento seguito da immediato asilo politico per lei e famiglia: diversi paesi dell’UE sarebbero disposti a concederlo (per lei, non necessariamente per altri condannati a morte per lo stesso motivo: e questo apre altri problemi). In caso ciò succedesse, gli ambienti terroristi legati a movimenti integralisti islamici anti – cristiani attaccherebbero probabilmente comunità cristiane in rappresaglia, come successo due anni fa a Lahore e il mese scorso a Quetta. Non c’è il minimo dubbio che la diplomazia vaticana stia agendo in sordina per giungere alla liberazione di Asia Bibi: in Pakistan la via dei proclami e degli appelli pubblici rischia di essere più CONTROPRODUCENTE che utile, perché provoca reazioni stizzite da parte di un governo di un paese di per sé molto orgoglioso e nazionalista. Può sembrare una grande idea in Occidente, per la nostra opinione pubblica, ma non aiuta chi opera sul terreno, che deve convivere con ipocrisie ed equilibri di potere. La mia sensazione è che Asia Bibi non sarà mai giustiziata, e prima o poi liberata, ma quando avverrà, nessuno, né il Vaticano né l’UE per citare gli attori che seguono il caso più da vicino, potranno mai farlo sapere. È una delle regole del gioco che devi seguire quando ti muovi in terreni così minati.

    Per quanto riguarda i cristiani in Pakistan, esserlo ti destina a una doppia marginalità: personale e sociale. Un cristiano è un reietto, un essere inferiore destinato alle professioni più umili e sottomesso ad ogni arbitrio: ho vissuto casi che mi hanno toccato molto da vicino, in casa (persone che lavoravano per me accusate arbitrariamente di gravi crimini). È un gatto che si morde la coda: i cristiani sono gli ultimi della fila, hanno scarsissimi livelli educativi, nulla possibilità d’ascesa sociale e non sono in grado di difendersi dalle accuse anche più pretestuose. La Bibi è un simbolo, ma ingiustizie avvengono tutti i giorni. Non solo per ragioni religiose, perché non solo i cristiani ne sono vittime, ma sociali: i cristiani sono l’ultima ruota del carro, come gli zingari nelle nostre società. Più che persecuzioni anti cristiane, in Pakistan esiste una struttura profondamente clanica e classista, che esclude chiunque non appartenga al sistema di potere sunnita. Gli sciiti sono cittadini di seconda classe, il resto – cristiani compresi – emarginati.

    Nel caso di Asia Bibi, uno dei tanti casi di giustizia molto dubbia in Pakistan, non sono tanto interessi geopolitici o commerciali a rendere difficile la gestione del caso, ma l’oggettiva difficiltà derivate dal COME farlo senza provocare reazioni anti cristiane ancora peggiori in una società molto radicalizzata. Le campagne mediatiche hanno molto merito in occidente ma possono provocare effetti contrari in paesi come il Pakistan, nei quali ad esempio lo sdegno iniziale, condiviso anche lì, per l’attacco contro Charlie Hebdo si trasformò in campagna anti occidentale quando vennenro ripubblicate le vignette francesi in pompa magna.

    Dilemma che richiede comportamenti molto prudenti non solo alla comunità internazionale, ma anche allo stesso governo pachistano.

  • Una regione che si sente diversa e un premier che lì non ha voti

    Due altri elementi della situazione catalana che non ritrovo sui media italiani, le cui analisi sono in generale abbastanza improvvisate.

    Fattore culturale: il senso di diversità catalano rispetto al resto della Spagna è molto forte. L’osservazione “ma i catalani non sono spagnoli anche loro?” ha poco senso, perché un catalano si considererà sempre prima catalano e poi spagnolo. Il PP, che ha una visione dello stato e dell’appartenenza culturale molto centralista, sempre dirà il contrario “siete prima spagnoli e poi catalani”, come altri sono prima spagnoli e poi asturiani, o poi galiziani o poi delle Canarie. Un catalano non accetterà mai quest’impostazione, è un dato di fatto: non accetterà mai che la Catalogna sia una REGIONE come le altre. No, è una nazionalità propria. Chiamateli folli, ma storicamente è così. Poco utile insistere su quello, crea solo incomprensioni.

    Quest’impostazione si è rafforzata con il trasferimento alle comunità della competenza sull’istruzione, avvenuta nel 1978 con la creazione dello stato delle autonomie (autonómico). Da allora, l’istruzione, dalla materna fino all’università, si è impartita non più in spagnolo (castigliano) ma in catalano. Io ho vissuto in Catalogna negli anni ottanta, ed i miei compagni d’università erano sì bilingui (spagnolo – catalano) ma l’insegnamento era in spagnolo. Si sono sempre sentiti biculturali ed essendo in contatto ancora oggi con molti di loro continuano a sentirsi tali, spagnoli di Catalogna. Adesso la maggioranza del corpo elettorale e dei politici appartiene ad una generazione formata esclusivamente in catalano, con lo spagnolo insegnato come lingua straniera, e studia la storia della Catalogna come base di partenza, così come noi studiamo quella italiana. I programmi sono approvati dalla Generalitat, non dal ministero spagnolo. Come ho avuto modo di vedere anche in altri contesti nel quale il sistema d’insegnamento è separato su base linguistica (Belgio), questo fatto tende a creare sentimenti d’appartenenza separatisti, più che unitari. Il fatto che tu consideri lo spagnolo una lingua “seconda” tende a farti palpitare più forte il cuore quando pensi alla Catalogna, non quando pensi alla Spagna.  L’adozione del catalano come lingua madre era comprensibile come reazione all’ostracismo franchista nei confronti di quella lingua, ma ha avuto come effetto, due generazioni più tardi, di stimolare il separatismo. È una chiave di lettura molto importante per capire gli sviluppi degli ultimi anni.

    Fattore politico: il Partido Popular, al governo a Madrid, è molto piccolo in Catalogna. Pur essendo cresciuto un po’ negli ultimi anni, rappresentò l’ 8.49% degli elettori nel 2016, a fronte del 33% a livello nazionale. Il PP, primo partito in parlamento a Madrid, è solo il quinto in Catalogna. Il voto moderato o conservatore che dir si voglia in Catalogna va tradizionalmente a CiU, partito che è stato al governo autonomista per la maggior parte del tempo dal 1978, oggi ribattezzato PDeCAT (Partit Democrátic de Catalunya). Tale partito, a lungo autonomista, è diventato di recente indipendentista e si è unito alle ultime elezioni con Esquerra Repúblicana, partito da sempre repubblicano e indipendentista, sul programma comune d’ottenere l’indipendenza: il resto li divide. Questo significa che il PP ha uno zoccolo duro d’elettori molto piccolo in Catalogna, ferocemente anti – indipendenza, e non sente alcun bisogno di “catalanizzarsi” nè d’adottare posizioni politiche aperte a negoziare. Un 17.9% ha votato per un partito anch’esso anti – indipendenza (Ciutadans), ma il cui voto viene essenzialemnte da elettori che avrebbero votato PP ma che non ne possono accettare la visione così poco aperta a una “particolarità catalana” o ne sono stufi per altre ragioni (cambio generazionale, Ciutadans è un partito più “giovane” del PP).

    L’elettore di Ciutadans vuole in generale una Catalogna forte nel contesto spagnolo, ma non uno svuotamento dell’autonomia catalana verso un modello centralista. Gli altri partiti, socialisti compresi, sono organizzati su basi generalmente federali e hanno un occhio di riguardo per gli interessi catalani (anche se i socialisti vogliono il federalismo pieno, non l’indipendenza). Questo fattore spiega perchè il PP non sia aperto a compromessi in Catalogna (o nei Paesi Baschi): perchè non si gioca quasi voti lì, ma sì nel resto del paese se transigesse su qualcosa. Non ho trovato per nulla queste chiavi di lettura sui media italiani, per questo le sottolineo.

  • Catalogna, cinque domande cruciali e cinque risposte sul referendum

    È praticamente impossibile riassumere nello spazio di un articolo tutti i dettagli storici, politici e giuridici dell’imbroglio catalano.

    Come ormai succede regolarmente nel mondo in rete, prevalgono posizioni estreme, spesso costruite su basi di conoscenza fragilissime: essenzialmente sensazioni e simpatie di pelle. O parallelismi con situazioni che c’entrano poco o nulla.

    Presenterò quindi la questione come domande e risposte a partire da alcune affermazioni tra le più ricorrenti.

    Premetto che seguo la questione catalana dal 1985, quando arrivai a Barcellona e che ho una relazione fortissima da allora sia con la Spagna che con la Catalogna, per molti versi patrie mie più della stessa Italia nella quale sono nato, dato che attorno alla Spagna e non l’Italia ha gravitato tutta la mia vita adulta. Non ho partiti presi, perché le amo entrambe allo stesso modo, e mi fa soffrire moltissimo una situazione di tale divisione nella mia patria d’adozione.

    Domanda n.1: Ha la Catalogna una legittimità storica all’indipendenza? Molti affermano che la Catalogna non abbia diritto a richiedere l’indipendenza perché non sarebbe mai stata indipendente in passato. A differenza ad esempio di una Scozia, unita all’Inghilterra solo nel 1707 o del Québec (anche se lì il riferimento va fatto alla colonia francese).

    Non è necessariamente vero che sia necessario essere stati indipendenti prima per aspirare a divenirlo di nuovo: con questo ragionamento, nessun paese sarebbe mai divenuto tale. L’obiezione storica in sé è quindi debole.

    Diciamo che in un momento dato della storia, una collettività stabilita su un territorio può aspirare a formare un’unità politica statale. Nella storia è avvenuto quasi sempre mediante vie di fatto (guerre, poi seguite da trattati che riconoscono la condizione di Stato che viene progressivamente riconosciuta da altri Stati). Raramente per via puramente democratica sin dall’inizio, ma è legittimo sostenere che in questa fase storica e nel contesto democratico nel quale è situata la Spagna anche come membro dell’Unione Europea la via democratica all’indipendenza (mediante accordi consensuali) sia l’unica accettabile.

    La Catalogna non è mai stata indipendente nel senso che noi diamo al termine nell’Europa post – westfaliana, ma sì è sempre stata un’unità politica, culturale ed istituzionale ben definita all’interno di altre entità. Il “Condado de Cataluña” sorse all’interno dell’impero carolingio e poi si unì a quello d’Aragona, venendo poi a dipendere dalla Corona aragonese, ma mantenendo sempre istituzioni proprie (les Corts, che nella tradizione iberica avevano la facoltà di accettare un sovrano e di decidere sul proprio contributo fiscale al monarca). Ancora oggi Barcellona è conosciuta come la “ciudad condal”. L’unione di Isabella di Castiglia con Ferdinando d’Aragona (1469), spesso presentata come data di nascita del regno di Spagna, giuridicamente non lo fu. I due regni rimasero separati fino al 1714, quando il passaggio dinastico delle corone iberiche ai Borboni portò all’ unificazione legale dei diversi regni iberici (Decreto de Nueva Planta del 1715) . I nazionalisti catalani considerano il 1714 data di perdita della loro indipendenza, nel senso di perdita delle proprie istituzioni, abolite dai Borboni. L’aspirazione a una patria propria e alla restaurazione delle istituzioni catalane si rafforzò in epoca romantica e divenne corrente politica alla fine del XIX secolo. Tra il 1918 e il 1919 la Lliga Regionalista di Cambó promosse un forte movimento per l’autonomia catalana all’interno della Spagna e una República Catalana di breve durata fu proclamata nel 1934 nel periodo precedente la guerra civile spagnola (1936 – 39). Il franchismo (1939-1975), centralista ed autoritario, soppresse ogni parvenza d’autonomia, scoraggiando anche l’uso della lingua catalana, abituale nell’uso quotidiano, ma nel 1978 vennero finalmente ristabilite le istituzioni autonome, riprendendosi i termini storici Generalitat (governo) e Corts (Parlamento). L’autonomia catalana ha funzionato bene per vari decenni, governata da un cartello regionalista (Convergencia i Unió) molto abile nel tessere rapporti di mutuo interesse con i governi di Madrid. Ma anche dal partito socialista catalano (PSC).

    L’autonomia catalana è, come quelle basca e navarra (nazionalità considerate storiche) diversa e più ampia di quella delle altre quattordici comunità autonome (regioni) che compongono la Spagna, con eccezione dell’Andalusia. A differenza di baschi e navarri, i catalani non hanno autonomia impositiva, ma ricevono trasferimenti mensili da Madrid (sospesi tre giorni fa).

    In conclusione, sostenere che la Catalogna non può diventare indipendente perché non ha la legittimità storica per richiederlo è argomento evanescente, se mai fosse davvero un argomento.

    Domanda n.2: Ha la Catalogna legittimità giuridica per richiedere l’indipendenza? La costituzione spagnola del 1978, come del resto quasi tutte le costituzioni al mondo, non prevede meccanismi di secessione per una sua parte. Nel caso del Québec fu necessario un accordo politico ad hoc con il governo centrale per indire i due referendum, così come nel caso scozzese (la Gran Bretagna poi non ha costituzione scritta).

    L’art. 2 della costituzione spagnola recita: “La Constitución se fundamenta en la indisoluble unidad de la Nación española, patria común e indivisible de todos los españoles, y reconoce y garantiza el derecho a la autonomía de las nacionalidades y regiones que la integran y la solidaridad entre todas ellas.”.

    Questo testo indica chiaramente che una singola parte del paese non può definire unilateralmente le modalità di una propria uscita dallo stato spagnolo: non è norma illiberale, è che di solito una costituzione non prevede norme simili, se non per territori d’oltremare che furono colonie.

    L’altra comunità che aspira all’indipendenza, quella basca, seguì la via del negoziato con lo stato centrale (Plan Ibarretxe de 2003) e presentò una proposta di statuto autonomo che prevedeva una clausola di secessione. Respinto il piano dal parlamento spagnolo, l’ipotesi basca è stata rimessa nel cassetto.

    La Catalogna non ha seguito questa via: la riforma dell’ Estatut del 2006, che anch’essa prevedeva la possibilità di secessione, oltra a definire la Catalogna come nazione propria integrata nello stato spagnolo, fu giudicata incostituzionale dalla Corte Costituzionale e non entrò quindi mai in vigore.

    All’interno della Costituzione spagnola non esistono margini per tale cammino, e vista l’impossibilità di stabilire un dialogo “alla scozzese” o “alla québecoise” con il governo di Madrid, in mano al PP, partito con una concezione centralista dell’organizzazione dello Stato, gli indipendentisti catalani, divenuti via via più numerosi da uno zoccolo duro del 15 – 20% dell’elettorato negli anni della transizione democratica al quasi 50% di oggi, hanno cercato di definire un altro cammino: quello dell’autodeterminazione.

    Da qui che la convocazione del referendum da parte della maggioranza indipendentista nel Parlament (les Corts) e la conseguente legge di secessione in caso di vittoria del sì siano state legittimamente annullate dalla Corte Costituzionale. È come se un comune o regione italiana dichiarasse unilateralmente la propria indipendenza: sarebbe atto giuridicamente nullo.

    Per antipatico che sembri, e pur biasimando l’inerzia di un governo spagnolo che non ha messo in essere negli ultimi anni alcuna iniziativa di dialogo con i fautori dell’indipendenza, che non hanno mai usato metodi violenti nel difendere le loro idee, l’intervento delle forze dell’ordine di questi giorni è legale (con una riserva sui modi ed eventuali eccessi, che vanno valutati nello specifico), non è una violazione della democrazia come sostengono alcuni osservatori disattenti o di parte.

    Si sarebbe dovuto evitare d’arrivare a questo punto di rottura? Assolutamente sì: i due governi, spagnolo e catalano, hanno completamente fallito politicamente.

    Domanda n.3: La Catalogna può invocare l’autodeterminazione ai sensi del diritto internazionale?

    Il diritto all’autodeterminazione è riconosciuto dal diritto internazionale in caso di occupazione militare da parte di paese straniero, di esistenza di un sistema coloniale e dell’uso della violenza da parte delle forze occupanti. Di fatto, l’autodeterminazione è categoria giuridica nata col processo di decolonizzazione e definita in quell’ambito. Gli indipendentisti catalani fanno un solo esempio, quello del Kosovo, ma è oggettivamente forzato vista la situazione bellica prodottasi in quel caso (per inciso, la Spagna è tra i paesi dell’UE che non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo per paura a eventuali usi strumentali di tale precedente).

    In tutta onestà, è impossibile sostenere che condizioni paragonabili al caso del Kosovo si diano nella Catalogna di oggi.

    Domanda n. 4: Esiste una legittimità politica nella richiesta catalana?

    Nonostante il governo del Partido Popular lo neghi, è ovvio che se il consenso per i partiti indipendentisti è cresciuto in pochi anni dal 15 % (i voti che prendeva Esquerra Republicana de Catalunya) al quasi 50% esiste un problema politico che andrebbe affrontato. Come detto, il PP non lo ha fatto. Il PSOE, partito organizzato federalmente e unito al PSC (Partit Socialista de Catalunya) si è detto favorevole a una riforma di tipo federale, che trasformi la Spagna delle autonomie differenziate in uno vero stato federale: questo sviluppo sarebbe stato sufficiente a rispondere alle inquietudini catalane se fosse stato adottato prima dell’accelerazione indipendentista. Oggi siamo probabilmente fuori tempo massimo. Ciudadanos è nato in Catalogna come movimento anti- indipendenza, e seguirà in tutto il PP. Podemos è volutamente ambiguo, così come i suoi alleati catalani (i movimenti che appoggiano la sindaco di Barcellona, Ada Colau), ma si sta orientando sempre più a favore del referendum.

    A livello elettorale, le forze indipendentiste cercarono una legittimità elettorale per aggirare l’impossibilità d’un referendum consensuale e si presentarono unite alle elezioni del 2015 (Junts pel Sí), ma senza ottenere la maggioranza assoluta desiderata né in voti (39,59%) né in seggi (62 su 135). A seguito dell’alleanza con la forza anticapitalista CUP (8,21%, 10 seggi) si è reso possibile un accordo per convocare il referendum unilateralmente (senza l’accordo del governo centrale) e approvare le leggi oggi annullate sulle quali si fonda il processo d’indipendenza: il paradosso è che l’indipendenza catalana è sempre stata un’aspirazione della borghesia catalana, che aspira all’autonomia fiscale da Madrid, e oggi ha bisogno dell’appoggio di un movimento radicalmente anticapitalista come CUP, molto più a sinistra di Podemos.

    Domanda n.5. E adesso cosa può succedere? Il referendum del 1 ottobre avverrà in maniera limitata ed avrà un significato solo simbolico. Il governo spagnolo invocherà l’art. 155 della Costituzione (una Comunidad Autónoma no cumpliere las obligaciones que la Constitución u otras leyes le impongan, o actuare de forma que atente gravemente al interés general de España, el Gobierno, previo requerimiento al Presidente de la Comunidad Autónoma y, en el caso de no ser atendido, con la aprobación por mayoría absoluta del Senado, podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquélla al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general) per sospendere l’autonomia catalana coi voti del PSOE e di Ciudadanos, ed essa tornerà a dipendere direttamente dal governo centrale.

    Questo potrebbe in realtà rafforzare il campo indipendentista, attirando le simpatie di molti moderati oggi incerti sul da farsi. Prima o poi l’autonomia dovrà essere ristabilita e nelle nuove elezioni regionali l’opzione indipendentista potrebbe emergere di nuovo con forza. In realtà, solo una risposta politica, non giudiziaria, può creare le condizioni per affrontare il problema Questo non succederà finché il PP sarà al governo.

    In conclusione, il procedimento seguito dalle istituzioni catalane è certamente illegale, ma è altrettanto vero che il governo centrale non ha fatto il minimo gesto né tentativo per discutere del tema e trovare una soluzione. L’unica risposta è sempre stata: rinunciate. D’altro canto, i numeri non dimostrano che il sí all’indipendenza sia maggioritario in Catalogna. Da qui che l’ipotesi di un referendum negoziato e non unilaterale (dret a decidir) sembri sensata, sempre e quando avvenga mediante un negoziato politico (modello scozzese), dando un’interpretazione aperta al testo costituzionale. Solo il parlamento spagnolo può approvare la tenuta di un tale referendum, non può farlo unilateralmente quello catalano.

    La soluzione di questi giorni è quindi il risultato di un non dialogo e di una mancata volontà d’affrontare politicamente e non solo giuridicamente il problema. Il chi sia più responsabile di tale situazione è campo per l’opinione, ma è utile non trascurare i fatti nella loro completezza.

    Sembra difficile che la breccia apertasi possa venire colmata a breve termine e dagli stessi protagonisti che hanno portato alla rottura.

    Il tema dell’eventuale adesione all’UE, presentata all’inizio dal fronte indipendentista come automatica (lasciamo la Spagna e rimaniamo nell’UE) rimane teorico al momento attuale, anche perché persino in caso di raggiunta indipendenza, la Catalogna dovrà richiedere l’adesione all’UE come nuovo membro, processo che richiede l’unanimità degli Stati Membri attuali. L’assenso del governo di Madrid rimarrebbe comunque indispensabile.

    Anche un eventuale divorzio richiederà molti accordi specifici sui temi legati alla separazione, come la ripartizione dei beni pubblici, il pacchetto finanziario d’uscita, le regole sulla doppia cittadinanza.

    Siamo comunque molto lontani da quel momento. Adesso è il momento della concitazione e dell’estremismo.

  • Dove il terrorismo è quotidiano cosa possono fare i musulmani moderati

    PAKISTAN, 27 marzo 2016 – Un attentato terroristico al parco Iqbal a Lahore, nella regione del Punjab in Pakistan, tinge di sangue e di morte la domenica di Pasqua 2016. Almeno 69 vittime e 200 feriti, molti dei quali esponenti della piccola comunità cristiana locale (Lahore è comunque il luogo di maggiore presenza di cristiani) Secondo le prime ricostruzioni, il kamikaze si sarebbe fatto esplodere vicino all’area bambini, da cui alto numero di piccole vittime. L’attentato è stato rivendicato dal Ttp (il principale gruppo di talebani del Pakistan) e da un gruppo dissidente, Jamatul.

    Dall’attacco alle Torri gemelle, l’11 settembre 2011, il Paese ha registrato circa 60mila vittime per attacchi terroristici. Non è la prima volta che vengono presi di mira, deliberatamente, i bambini: nel dicembre 2014, i terroristi talebani attaccarono una scuola a Peshawar uccidendo 132 bambini, su un totale di 140 vittime.

    ***

    Che cosa significa vivere in un paese dove la violenza terroristica è altissima e costante, non occasionale? Quali sono gli spazi d’azione dei cosiddetti moderati? Come sviluppare un’agenda contro il radicalismo che vada di là dall’azione bellica?

    Dopo l’attacco a Charlie Hebdo avevo pubblicato su Stati Generali due articoli che presentavano una prospettiva diversa da quella dominante in quel momento, di schieramento pressoché unanime (“Se non proviamo a capire l’Islam facciamo il gioco dei terroristi” e “Il vero pericolo non è l’Isis in Libia ma il terrorismo in Europa”). Senza cadere nel giustificazionismo, avevo presentato la tematica della violenza terrorista così come vissuta dai paesi islamici, come quello in cui io attualmente vivo e lavoro, il Pakistan.  Questa volta seguo quella stessa linea senza ripetere gli stessi argomenti, presentando una prospettiva che ritengo comunque essenziale per cercare d’inquadrare il fenomeno senza cadere in un autoreferenzialità che sempre porta a risposte inefficaci.

    Il Pakistan è uno dei paesi-chiave nella galassia del terrorismo mondiale: se ISIS vi è per il momento poco diffuso, basti pensare che a fronte delle centinaia di vittime del terrorismo in Europa, il Pakistan ha avuto tra i 50 e 60.000 morti per terrorismo dall’11 settembre 2001 in poi. Fino alla crisi siriana, è stato anche il Paese che ha ospitato più rifugiati al mondo: dal vicino Afghanistan, dai 3 milioni degli anni ’80 si è passati al milione e mezzo di rifugiati attuale, qui da trent’anni. Parliamo di unpaese il cui reddito pro capite non raggiunge 5mila dollari, rispetto ai 35mila dell’Italia. Tanto per far capire le proporzioni della sfida quando paragonate alle nostre e la poca fattibilità della ricetta “che ci pensino loro”.

    Primo, come si vive in un Paese dove il terrorismo è di casa, colpendo quasi giornalmente? Al di là dal fatto che l’ultimo anno ha visto una diminuzione nel numero degli attentati e che non tutte le zone del Paese siano sullo stesso livello di rischio, stiamo ancora parlando di migliaia di morti in questo 2015. All’inizio, la macchina blindata, i posti di blocco, le scorte stordiscono. È comunque molto limitato il numero di persone (membri del governo, diplomatici stranieri, persone molto affluenti) che si possono permettere quelle protezioni, comunque imperfette rispetto a terroristi suicidi.

    L’orribile attentato di Peshawar del 16 dicembre 2014 (141 tra bambini e professori massacrati a colpi di mitra) ha certamente rappresentato una svolta nella lotta contro il terrorismo, sia nelle zone a presenza talebana che nel controllo del radicalismo verbale dei leader religiosi, fin lì incontenibili nei loro attacchi all’Occidente. Ciò non toglie che il pericolo permanga, e che ogni semaforo rosso sia un momento d’apprensione, ogni luogo affollato un potenziale pericolo, ogni moto che ti affianca vada guardata con attenzione, ogni sguardo si carichi d’inquietudini.

    Le prime vittime del terrorismo integralista non sono gli occidentali ma i musulmani, che nella loro stragrande maggioranza non possono permettersi nessuna misura di sicurezza: sedersi a prendere un tè o un caffè all’aperto un rischio, perché qualunque macchina posteggiata azionata a distanza può esplodere accanto a te. Alcune moschee sono luogo di genesi del terrore, altre ne sono le prime vittime. Qualsiasi edificio pubblico accessibile è a rischio d’attentato suicida, che tra l’altro di solito colpisce le forze di sicurezza che ne sono all’esterno e i passanti occasionali, quasi mai le persone altolocate. Ultimamente, gli autobus sono divenuti un target.

    Chi vive in un Paese come questo deve però continuare a vivere: è solo una minoranza che se ne va, la grande maggioranza rimane e nonostante tutto deve abituarsi a questo stato di cose, che limita movimenti e possibilità di svago. In Pakistan si parla di resilience, capacità di resistere comunque contro tutto: un sentimento che avevo già riscontrato in Libano e in El Salvador quando chiedevo alla gente come aveva vissuto durante le rispettive guerre civili. Tutti ti sorridono e ti dicono: «Non puoi farci niente: ti butti a terra, e poi ti rialzi e continui a vivere come puoi». Per chi, come me, in realtà come queste vive solo per qualche tempo, si impara a rivalutare il valore supremo della libertà che la nostra civiltà europea ci garantisce: una passeggiata in una qualsiasi città europea ha effetti galvanizzanti.

    Nel caso dei Paesi musulmani, qualcuno dice “problemi loro, se la sono cercata”. È una tesi prevalente negli ultimi tempi. Il ragionamento equivale al sostenere che nei tempi di massimo potere della mafia tutti i siciliani in fondo fossero complici di quel sistema. Ma una cosa è dire che esista una certa situazione ambientale che può favorire un fenomeno, un’altra che tutti diventino colpevoli, come si dice ora dei musulmani. Indubbio che la reazione deve venire dal di dentro, come fu in gran parte in Sicilia; altra cosa che le vittime in prima fila vengano trattate come complici dei mandanti e degli esecutori.

    D’altro canto, il fatto che il 99% degli attentati siano compiuti da musulmani non può essere ovviato facilmente. Del resto, anche il 95% delle vittime del terrorismo islamico sono musulmani. È chiaro che all’interno del mondo islamico esistono molti problemi non risolti, le cui radici sono in parte anche religiose (diverse interpretazioni della lettera coranica, conflitto sciita-sunnita che risale al VII secolo e si è ravvivato nell’ultimo), ma soprattutto sociali (immobilismo) e politiche (incompatibilità apparente con la democrazia). Problemi che sono all’interno dell’Islam e che esso deve affrontare, magari con l’aiuto dell’Occidente, ma non la cui soluzione non può venire da fuori.

    In questo senso, si ripete spesso che i musulmani moderati non esistano, facendo un passaggio logico ardito: se non ti ribelli, non meriti niente di meglio di quello che ti succede. Questo ragionamento, oggi molto diffuso, si scontra con centinaia di milioni di musulmani che non hanno scelto la via della violenza, che solo una visione minoritaria della comunità islamica considera invece accettabile, fondandosi in una lettura letterale del Corano propugnata dai wahabiti, padri spirituali di talebani, ISIS e Boko Haram. È relativamente facile invocare un’iniziativa dei moderati, ma si dimentica l’asimmetria tra la forza di chi è armato ed è disposto a morire rispetto a chi solo può usare la parola e la ragione, nel quadro poi di Paesi nei quali non esiste uno stato di diritto che tuteli adeguatamente i cittadini.

    Nella fase storica in cui siamo, anziché la primavera democratica che ci si augurava stiamo vivendo una regressione, visibilissima quasi ovunque nel mondo musulmano. In questa città sono appena stati chiusi, per ragioni apparentemente lontane dal tema in discussione, tutti i ristoranti; le donne velate sono sempre di più, quelle vestite all’europea sempre meno, quando la proporzione era inversa solo un paio di decenni fa; milioni di bambini non hanno altra scelta che le màdrasse (scuole coraniche) e uno dei fenomeni più inquietanti dell’ultimo periodo sono i sempre più numerosi laureati formati in Occidente che si radicalizzano (leggasi lo splendido libro Il fondamentalista riluttante di Mohsin Ahmid per una presentazione brillante di tale processo, assurdo ai nostri occhi).

    I moderati sono maggioranza, troppo silenziosa questo sì, ma sono a mal partito contro i violenti, perché le loro armi sono drammaticamente impari. Ciò nonostante solo da lì si può ripartire: un’iniziativa militare contro ISIS in Siria e Iraq è probabilmente divenuta inevitabile, ma non potrà che fallire se s’insisterà a negare l’esistenza di questi moderati silenziosi, che vanno aiutati e non ridicolizzati o stigmatizzati. Se si continuerà ad affermare che “tutti i musulmani sono uguali” si farà esattamente il gioco dei violenti, che vogliono proprio una guerra di religione.

    Come sarà inutile combattere sul terreno senza soffocare i circuiti finanziari e commerciali che in parte illegalmente (petrolio controllato da ISIS e venduto di contrabbando) e in parte no (circuiti finanziari paralleli via stati del Golfo) alimentano il terrorismo. ISIS non sono i talebani, che vogliono evitare la penetrazione occidentale nel loro Paese, l’Afghanistan, né Al-Qaeda, che per far sognare i diseredati musulmani attaccò l’Occidente come primo passo per sviluppare un’agenda centrata sul controllo del potere nel mondo islamico. ISIS è oggi concorrente di Al-Qaeda, da cui ha però adottato le modalità operative.

    Un dato significativo sulla dimensione economica di Daesh. ISIS può oggi stipendiare un soldato a circa mille dollari al mese, pagabili a vita alla famiglia del “caduto” dopo il sacrificio. Non strano che con queste risorse economiche si trovino persone disposte a farsi lavare il cervello nei campi profughi del Pakistan o del Medio Oriente: stiamo parlando di una prospettiva infinitamente più concreta che quella offerta da molti dei Paesi in cui l’integralismo islamico impera.

    Come sconfiggere il radicalismo alla radice se la via bellica non basta (combatte il fenomeno, non le cause) e quella finanziaria neppure? Entrambe queste dimensioni sono necessarie e vanno molto rafforzate, ma la dimensione che permetterà di vincere la battaglia una volta per tutte è culturale: solo un’istruzione di massa e di qualità, che offra prospettive di là dall’insegnamento coranico d’impostazione puramente letterale e lo sviluppo della cultura della tolleranza e della diversità possono rompere il muro d’indifferenza nei confronti dell’altro che esiste attualmente nel mondo islamico. Se l’Occidente si abbassa al livello dei terroristi, rinchiudendosi su stesso e facendo d’ogni erba un fascio, negandosi ad aiutare l’Islam a debellare i propri demoni, alimenterà ulteriormente la macchina del terrore.

    Dalle esperienze che come Unione Europea stiamo cercando di portare avanti in Pakistan abbiamo imparato che l’agenda contro il radicalismo dev’essere modesta, concreta e soprattutto non pretenziosa. La cooperazione in materia di antiterrorismo, tra i giovani nelle università a rischio di radicalizzazione, sui media per sgonfiare la narrativa del terrore va portata avanti con molta circospezione, senza ricette preconfezionate (che nessuno ha), pronti a fare un passo avanti e tre indietro, ma senza perdere di vista che sono appunto i moderati d’entrambe le parti che vinceranno alla fine la partita. Per il momento, si nota in Pakistan un notevole abbassamento dei toni retorici e anti-occidentali.

    Qualche settimana fa, in un seminario su questo tema a Karachi, ho preso conoscenza d’un dato che mi ha impressionato: l’80% degli studenti dell’Università di Peshawar è convinto che l’Islam sia sotto attacco da parte dell’Occidente. Se uno analizza la storia dal XIX secolo in poi si renderà conto che gli avvenimenti possono essere interpretati in quel modo, almeno sino all’11 settembre. E in parte anche dopo. Così l’hanno vissuto per esempio gli afghani. In Occidente, un simile studio darebbe il risultato opposto. A mia maniera di vedere, nessuna delle cose è del tutto vera: tra Islam e Occidente (per loro mondo cristiano) esiste un’incomprensione di fondo, fondata in secoli di non-dialogo e di squilibri che adesso si sono trasformati in terrorismo (v. anche Mario Giro su Limes, che condivido completamente).

    Il conflitto vero rimane interno al mondo islamico, che non ha ancora digerito le proprie fratture successive alla scomparsa di Maometto né la centralità che gli ha procurato il petrolio dal 1945 in poi. E che lotta con difficoltà in parte contro l’idea stessa di modernizzazione. In questo quadro, attaccare l’Occidente è una diversione tattica dall’obiettivo di fondo di tutti i gruppi islamici radicali, il cui obiettivo è criminalizzarlo per evitarne l’espansione sui loro territori. Quella del califfato è una bufala, loro attaccano l’Occidente per narcotizzarlo, alimentare l’odio e ridurne l’appeal sul mondo islamico. Ma esiste, nel mondo globale, la possibilità di rimanere lontani e separati? Non credo sia più possibile tornare indietro verso società culturalmente omogenee: siamo condannati a capirci.

  • Strage di Pasqua a Lahore, ennesimo attacco in un Paese martoriato dal terrore

    L’esplosione di un attentatore suicida a Lahore (Pakistan) è stata nel posteggio del parco Gulshan-i-Iqbal, molto frequentato da famiglie essendo il giorno festivo. Le vittime mortali sono sinora almeno 72 (i feriti 280). Il bilancio è stato moltiplicato dall’assembramento di folla per il festivo e dall’assenza di misure di sicurezza nel parco, cosa non del tutto anormala visto che non si tratta di un obiettivo abituale.

    L’attentato è stato sinora rivendicato dal TTP, il principale gruppo di talebani del Pakistan, e da un gruppo dissidente, Jamaat-ul-Ahrar. Rivendicazioni molteplici sono abituali in questi casi, perché esiste una macabra competizione interna tra gruppi terroristici per ottenere prestigio e risorse. I TTP non sono affiliati a Daesh/ISIS, non mi risulta che nemmeno Jamatul ma non ho sicurezza su questo secondo dato. Il loro califfo non è Al Baghdadi ma Mansur, il successore del mullah Omar, entrambi afghani.

    Una precisazione sulla presenza di ISIS nel subcontinente indiano, che include il Pakistan: Daesh è una franchigia, come lo era Al Qaeda: non un’organizzazione centralizzata, ma una rete di gruppi che dichiarano la loro sottomissione a un califfo. Attualmente ci sono due califfi: Al Baghdadi, iracheno, leader di ISIS (ex- Al Qaeda nell’Eufrate) e Akhtar Mohammad Mansour, successore del Mullah Omar come leader dell’emirato afghano, cui prestano obbedienza anche i gruppi pachistani. Salvo alcuni gruppi dissidenti, che per smarcarsi nella lotta interna in Pakistan e Afghanistan e attirare militanti e risorse grazie al “fascino” della marca ISIS hanno dichiarato la loro fedeltà a Al Bagdhadi.

    In realtà, pochi pakistani ed afghani combattono in Siria ed Iraq, la loro battaglia è in Pakistan ed Afghanistan, ed è una questione interna, una lotta tra leader per influenza e fondi.

    I media italiani parlano di attacchi a cristiani. È possibile, ma bisogna capire il contesto. Lahore è il luogo di maggiore presenza di cristiani, tra le comunità più povere e marginali del Pakistan: più volte si sono dati attacchi, anche molto sanguinosi, contro i loro quartieri e chiese. Esistono gruppi specializzati nell’attaccare cristiani, sciiti e altri gruppi minoritari nell’Islam (ahmadis, ismaeliti): è la cosiddetta violenza settaria, la più diffusa oggi in Pakistan.

    I talebani non si caratterizzano però per questo tipo d’attacchi, ma per attacchi contro lo stato e l’esercito (che ha in corso da due anni un’offensiva contro i talebani nelle loro zone del nord). I talebani sono meno presenti in Punjab, la principale regione del Pakistan, il cui capoluogo è Lahore, ma hanno stretto da tempo un’alleanza con altri gruppi localizzati nel sud della provincia, molto più a sud di Lahore. Questi gruppi di solito attaccano minoranze religiose.

    Nel parco non c’erano solo cristiani, domenica è festiva per tutti, ma è possibile immaginare che i gruppi che hanno rivendicato l’attentato abbiano voluto lanciare un avvertimento al governo (controllato da un partito del Punjab) circa la loro capacità di colpire a Lahore in ritorsione per l’offensiva anti-talebana dell’esercito nel nord (zone tribali e Khybher Pakthunkwa).

    L’offensiva militare, chiamata Zarb-e-Azb, ha colpito le basi talebane alla frontiera con l’Afghanistan, riducendo in gran parte l’estensione della zona santuario che i talebani avevano per organizzare le loro operazioni in entrambi i paesi. Quest’offensiva ha seguito quella per liberare la zona dello Swat negli anni precedenti, ed è completata da una per colpire gruppi criminali e basi terroriste a Karachi, la megalopoli pachistana. L’offensiva ha ridotto la capacità d’azione dei terrorista, senza eliminarla. Uno degli effetti collaterali della nuova strategia è stata quella di spingere i terrorista ad attaccare obiettivo “soft”: non più militari, ma scuole e, come adesso, parchi, meno sorvegliati.

    Non è però impossibile immaginare che il suicida si sia fatto esplodere accanto a un gruppo di cristiani: anche se si vestono sostanzialmente allo stesso modo, un occhio locale sa riconoscerli, ormai persino io lo posso fare. Pur senza identificarli precisamente, è possibile stimare il gruppo religioso delle vittime pur senza un’identificazione precisa. Non è ancora chiaro se questo ne faccia un attacco anti-cristiano, che avrebbe avuto luogo, come in passato, in occasione della messa. Ma è possibile che molte vittime siano cristiane [Secondo un portavoce della polizia di Lahore, citato dal quotidiano Avvenire, i cristiani morti sono 10, quelli feriti 49, NdR]. Le minoranze religiose tutte – hindu, sette minoritarie non sunnite, cristiani – sono vittime di discriminazioni e attacchi, anche se non è in corso una vera e propria offensiva terrorista contro di loro. Anche i media pachistani parlano adesso di presenza maggioritaria di cristiani tra le vittime.

    Non è indifferente sapere se esista una matrice religiosa nell’attacco, più discutibile fare distinzioni tra le vittime: pare probabile che i gruppi talebani abbiano voluto dare una dimostrazione di potenza in una zona cara al governo centrale, colpendo in modo da fare il più vittime possibili, con speciale intenzione di colpire in questo caso dei cristiani, ma non solo visto le modalità dell’attentato. Quando si sa che più di 60mila pachistani d’ogni religione sono morti per terrorismo dal 2001 (contro 1.800 europei, tanto per fare un paragone, che comunque sono 1.800 di troppo), si capisce che il terrorismo in Pakistan ha ramificazioni complesse e colpisce in maniera di solito indiscriminata.

  • Accordi ambientali e integrazione europea: i rischi globali del caso Volkswagen

    Sugli Stati Generali sono apparsi diversi contributi interessanti sulla vicenda Volkswagen, che analizzano il problema da punti di vista diversi. L’utile riepilogo di Francesca Mandelli, il richiamo ai rapporti incestuosi tra stampa e case automobilistiche di Michele Fusco (c’è qualcosa di più noioso e irritante della pubblicità sfacciata degli inserti automobilistici?), e i limiti del sistema tedesco, sia visto dall’interno (Flavio Pasotti) che dall’esterno (Stefano Iannaccone) apportano tutti granelli di verità.

    Il mio consiste nello sviluppare una riflessione sulle possibili conseguenze anche geopolitiche di questa situazione.

    In un articolo tecnico, si tende a smontare l’importanza reale degli ossidi d’azoto come fattore inquinante e si spiega perchè proprio su questi si sarebbero concentrati gli strali di questo “scandalo”. D’altra parte, si afferma che la discrepanza tra risultati dei test in laboratorio e su strada sia un fenomeno conosciuto, noto da tempo agli esperti (ne parla anche Aldo Ferrara).

    Credo che ciò nonostante, sia difficile considerare lo scandalo attuale una semplice montatura, uno specchietto per le allodole. I problemi di coerenze dei test e gli accorgimenti tecnici per falsarne i risultati possono essere noti da tempo agli addetti ai lavori, ma non credo che Winterkorn si sarebbe dimesso per puro scrupolo né la casa di Wolfsburg avrebbe accettato di cospargersi il capo di ceneri così facilmente, in un mercato nel quale la reputazione è tutto. Nè credo che sia sufficiente la semplice spiegazione in termini di guerra commerciale: penalizzare un concorrente pericoloso.

    Il mercato dell’auto è ancora tra i più importanti al mondo, non solo nei mercati maturi ma soprattutto in quelli emergenti. Il mercato dell’auto rimane quindi – chiave, ed è quasi sempre l’oggetto di accordi specifici all’OMC e anche nel quadro dei sempre più numerosi accordi di libero scambio e regionali. Nei negoziati di tali accordi, i due capitoli tradizionalmente più complessi sono quelli relativi alla regole d’origine e alle loro percentuali di contenuto (specie negli accordi regionali) e quelli in materia di accettazione mutua degli standard e dei controlli tecnici.

    Nel caso dei rapporti Usa – UE, ancora i più intensi al mondo nonostante l’ascesa della Cina, l’ostacolo principale è sempre stato il secondo, e bisognerà vedere come lo scandalo Volkswagen si ripercuoterà in termini d’accettazione mutua delle rispettive istanze di controllo (la soluzione ideale e meno costosa, che richiede fiducia totale nella controparte).  Di certo, l’ammissione immediata di colpa da parte di Volkswagen e’ un brutto colpo non solo per la reputazione tedesca, ma per quelle europea in toto.

    Molto significative potrebbero anche essere le ripercussioni sulla conferenza COP 21 di Parigi, che si apre il 30 novembre e che ha per obiettivo il raggiungimento d’un accordo che sostituisca il superato e limitato Protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni. Se l’Europa finora andava fiera del fatto d’essere l’unico grande attore internazionale che era riuscito a ridurre le emissioni di circa il 18% rispetto al 1990 (frutto della combinazione dell’uso crescente d’energie alternative e della crisi economica interna), a fronte di un aumento delle stesse da parte di tutti gli altri emissori (Usa, Cina ed emergenti), la vicenda Volkswagen potrebbe mettere in dubbio la consistenza dei dati reali sulla riduzione e indebolire l’autorità morale europea in tali negoziati (nei quali ha anticipato la promessa d’aumentare la riduzione al 40% nel 2030), annacquando forse anche la decisione dei neo-convertiti Usa e Cina sulla via di quell’accordo. Entrambi hanno manifestato, dopo molte reticenze, la volonta’ di prndere impegni precisi, senza definirli.  Non dovrebbero cambiare opinione adesso (anche se una futura amministrazione repubblicana potrebbe farlo), ma l’UE potrebbe arrivare a Parigi meno solida di quanto non si pensasse, specie se si confermasse che altri produttori automobilistici hanno adottato artifici simili a quelli di Volkswagen.

    Il contenzioso Volkswagen è anche legato agli sviluppi nei mercati energetici, la caduta dei corsi petroliferi e il disincentivo esistente negli Usa a ridurre, nonostante tutto, l’uso di benzina. Se il “piccolo formato” negli Usa fa qualche passo avanti, il diesel e altri combustibili alternativi alla benzina mica tanto, e questo scandalo viene come un anello al dito della potente industria petrolifera americana, che può deviare l’attenzione dalle proprie manchevolezze e insistere sull’opportunità di pompare a piacere.

    In Europa, è certo che la gaffe tedesca può far piacere a molti, annoiati dal perfezionismo tedesco, messo a dura prova. Personalmente, non ho mai crduto alla teoria dei paesi “virtuosi” a fronte di quelli “viziosi: la realtà è sempre più complessa, e certe situazioni sono il risultato di situazioni economiche precise, non solo di “vizi” e “virtu’” nazionali come propagandato dai media di ogni paese.

    Se la definizione dei parametri tecnici di controllo su ogni prodotto è materia europea, l’amministrazione dei test è di competenza nazionale o molto spesso regionale, a seconda della struttura istituzionale dei paesi dell’UE. Bisogna però ricordare che test, standard e regolamenti tecnici sono il nucleo duro dell’integrazione europea, e uno dei fattori principali d’integrazione. Fondamentale che da questa crisi non venga fuori l’ennesimo tentativo di annacquare il processo d’integrazione, perché quanto è successo non è il risultato di alcuna manchevolezza europea, ma un comportamento volutamente ingannevole, forse meno grave di quanto non si dica oggi o forse no, da parte di una casa automobilistica di punta.

    Sulla possibile crisi esiziale di Volkswagen e eventuali gravissime conseguenze in termini di export, calo della domanda e occupazione credo si esageri: la crisi costerà molto a Volkswagen, ma non la porterà al fallimento, né a un calo nella domanda di autovetture in generale: semmai di diesel.

    Se però il risultato fosse una tendenza centrifuga in un campo nel quale l’integrazione europea funziona bene, e un indebolimento delle prospettive d’accordo globale sul cambio climatico, allora i danni del caso Volkswagen potrebbero rivelarsi davvero ingenti.

  • Arrivano dal Salvador e si definiscono eserciti: le Maras ora spaventano Milano

    Molti italiani hanno scoperto il fenomeno delle bande latine, e specialmente delle maras salvadoregne in occasione dell’aggressione subita l’altro giorno dal capotreno a Milano, attaccato a colpi di machete da membri della banda.
    Credo sia utile spiegare cosa siano le maras, fenomeno molto particolare, che giocoforza ho conosciuto a fondo nei miei anni come rappresentante diplomatico dell’Unione Europea in El Salvador dal 2009 al 2013 e poi ancora come coordinatore del supporto dato dall’Unione Europea ai governi centroamericani nella loro lotta contro la violenza (l’America Centrale è di gran lunga la regione più violenta al mondo, con indici molto superiori ad esempio di quelli esistenti in medio oriente o in paesi ufficialmente “in conflitto”, e non può essere lasciata sola nella sua azione contro le reti criminali legate al narcotraffico che la stanno soffocando).

    Le maras sono bande giovanili, estremamente violente, nate tra gli emigranti salvadoregni e honduregni a Los Angeles e Washington, le due città di forte presenza d’emigrazione da questi paesi negli Stati Uniti, a partire dagli anni settanta. Era l’epoca delle bande nelle periferie americane, e i centroamericani, disprezzati dai messicani e dai portoricani, più integrati, si organizzarono come forma d’autodifesa e di preservazione della propria identità. Col tempo, le bande si trasformarono in mafie locali, dedicate alla microcriminalità mediante estorsione e traffico di droga a piccola scala.
    Le due maras principali, la 13 o Salvatrucha e la 18, prendono il loro nome dalle strade che controllavano a Washington.
    A partire dall’adozione delle politiche di tolleranza zero nelle città americane, i membri di queste bande sono stati sistematicamente espulsi verso i loro paesi d’origine negli anni novanta e duemila, paesi nei quali queste persone, giovani spesso cresciuti negli Usa ma non cittadini a causa del loro status d’immigranti illegali, non avevano mai vissuto prima.
    A partire dagli anni novanta, le maras si riorganizzano in El Salvador, paese origine di molti di loro, non avendo questi giovani espulsi alcuna possibilità d’inserimento legale in un paese che non conoscevano e che aveva di suo notevoli difficoltà economiche.

    Col tempo, le maras sono divenute padrone delle strade salvadoregne, e la guerra tra loro ne ha fatto il paese più violento al mondo, assieme ai vicini Honduras e Guatemala. Tanto per capirci, il tasso d’omicidi su 100.000 abitanti è in Honduras attorno a 90, in El Salvador circa 60, in Afghanistan 6,5, in Pakistan 7,5, in Italia…0,9. L’America Latina è di gran lunga la regione più violenta al mondo, molto più di quelle sempre nelle notizie a causa del terrorismo, e l’America Centrale ne è la parte più colpita. La ragione principale? La chiusura delle rotte marittime, via Caraibi, d’accesso delle droghe negli Usa (ricordate Miami Vice?) e lo spostamento verso rotte terrestri, che passano dall’America Centrale, immersa in un’orgia di violenza in buona parte per il suo ruolo di transito delle droghe verso nord (controllate in buona parte dai cartelli messicani, che hanno spodestato quelli colombiani).

    Le maras sono gruppi disciplinatissimi (loro si considerano eserciti, e chiamano gli altri “civili”). L’adesione è a vita, senza possibilità d’uscita. Le maras riorganizzatesi in El Salvador hanno avuto buon gioco nell’attirare verso di loro adolescenti e pre-adolescenti privi di riferimenti, a causa dell’emigrazione sistematica dei genitori verso gli Usa: due milioni e mezzo di salvadoregni su un totale di sei milioni sono emigranti, quasi tutti illegali, negli Usa, e le loro rimesse costituiscono il 18% del PIL del paese, più delle entrate fiscali (al 16): El Salvador è un paese tenuto in piedi dai suoi emigranti.
    Il marero attivo (mara significa gruppo di amici in gergo salvadoregno) ha tra i tredici e i vent’anni, difficilmente sopravvive o evita il carcere oltre quell’età. Rispondono a codici di condotta di tipo mafioso: sono giovani che vengono ammessi all’interno del gruppo molto giovani e devono fedeltà totale ad esso, pena la morte. La loro attività è il microcrimine e l’estorsione legate al controllo di territori concreti, contesi ad altre bande. La loro ferocia è inaudita, frutto di una società senza sbocchi, di famiglie disgregate dall’emigrazione e di una forte conflittualità sociale. L’evento di ieri è una pallidissima copia di quanto succede ogni giorno in dosi ben più massicce in El Salvador e Honduras. In El Salvador costituisce motivo per essere uccisi dalle maras essere un residente di un quartiere controllato dall’altro gruppo e recarsi inavvertitamente in zona d’altro colore; essere ragazza corteggiata da un membro del gruppo e respingerlo; rifiutare una proposta d’ingresso nel gruppo; rifiutare di pagare un pizzo se richiesti; essere famigliare di qualcuno che ha tradito o membro dell’altro gruppo. Di solito, la prova d’ammissione in una mara consiste nell’uccidere un passante del tutto innocente: dimostra la tua adesione incondizionata alla causa.

  • Sono bianconero e sono blaugrana: vi racconto la mia finale impossibile

    Lo sappiamo bene che il calcio non è poi così importante come lo facciamo. Che importanza davvero ha per la tua vita che la tua squadra vinca un campionato importante? Quasi nessuna, rispetto ai tuoi affetti, alla tua salute e a quella dei tuoi cari, alla vita davvero TUA, quella che decidi tu. O rispetto ai problemi del mondo: la crisi economica, l’offensiva di Alzheimer, il terrorismo, la povertà, il cambio climatico. Alle partite nemmeno dovremmo pensarci.

    Eppure, da sempre l’uomo ha avuto bisogno di miti, magari nei tempi moderni divenuti un po’ futili: Messi e Buffon sono i nostri Ettore ed Achille, nella loro eccezionalità ci specchiamo perché vogliamo ricavarne gioie e per un momento anche sentirci partecipi della loro eccezionalità, quantunque limitata al gioco del pallone. Come sa qualunque tifoso, non c’è nessuna differenza tra “noi” e “loro” nostri rappresentanti sul campo. Il gol di Messi è suo e di qualunque blaugrana, la parata di Buffon è sua e di qualunque juventino.
    Lo sport, lo sappiamo, è la versione moderna della guerra, anche se molto più soffice: quella che le società avanzate si sono date per scaricarvi le tensioni senza distruggere. Magari la nostra storia fosse stata fatta solo da sfide atletiche, una costante disfida di Barletta per stabilire chi era più forte. Ma è anche rito, come ben sa chi è toccato dal suo fascino. E diminuisce straordinariamente le distanze sociali ed economiche: la passione calcistica accomuna attorno a dei colori persone che la vita non avrebbe mai fatto incontrare. La passione divenuta fanatismo può, certo, generare violenza, ma quella violenza è spesso insita in chi l’esercita, se ci pensiamo bene chi non è violento di per sé non lo diviene a causa del calcio, che è invece più portatore di valori aggregativi (credere assieme in qualcosa) che disgregativi.
    Per definizione, il mito tocca la sfera psicologica. Per questo, al di là della sua oggettiva non importanza reale per le nostre vite, il risultato del campo sì ci importa. Perché su quel campo giochiamo anche noi con loro.

    La psicologia è componente fondamentale anche dell’identità, una dimensione sempre cruciale, ma ancora più decisiva in un mondo globale, in costante mutazione, che ci mette in crisi. Le identità sociali sono molto più labili d’un tempo, quelle nazionali in crisi, quelle sovranazionali non riescono ad affascinare. Quelle calcistico – sportive invece sì.
    Io non sono per niente nazionalista, anzi attribuisco agli eccessi di nazionalismo molti più danni che benefici nel corso della storia. Ho un’identità molteplice e complessa, divisa in Italia tra la Torino nella quale sono nato e la Siena dove sono cresciuto, e poi tra l’Italia dove ho vissuto fino ai ventitré anni e la Spagna che è stata mio riferimento da allora. E permeata da tutti i luoghi in cui la mia attività internazionale mi ha portato a vivere nel corso degli anni: il Marocco, il Brasile, El Salvador, l’India, il Pakistan e decine di altri paesi che ho percorso e in parte mi hanno nutrito, hanno fatto di me quello che sono, con i miei pregi e difetti.

    Da uomo che ama lo sport, in tutti questi luoghi ho le mie preferenze sportive, non solo calcistiche. Ma oggi siamo arrivati al vero dunque, il giorno che temevo e al tempo stesso desideravo è arrivato. Le mie due squadre per eccellenza, che amo con eguale amore e trasporto, la Juve e il Barça, si scontrano in una sfida impensabile e senza – ahimè – quartiere.
    Tifoso della Juve sin dalla nascita, socio e tifoso del Barça da molti anni, chi avrebbe mai detto che un giorno lo scontro per me fratricida si sarebbe prodotto al massimo livello, proprio la finale di Champions? Ho già vissuto alcuni Barça – Juve, ma nei primi ero ancora più juventino che “culè”, invece adesso sono diviso a metà. Come se fossi un bambino cui chiedono se preferisce mamma o papà, aspetto la finale con ansia, sapendo che il suo risultato mi provocherà comunque tristezza, che probabilmente supererà l’inevitabile dose d’allegria.
    Perché il calcio non è solo il calcio, ma come dicevamo all’inizio, è identità. Identità positiva e non distruttiva, il Milan e il Real Madrid basta batterli, non c’è bisogno di ammazzarli.
    Nel mio caso, identità divisa. Cosa ti è più caro, da dove vieni o dove hai fatto la tua vita? Qual è più forte, l’identità ricevuta o quella acquisita dopo? Di solito si pensa prevalga la prima. Non ne sono così convinto, ognuno di noi ha dentro di sé risposte diverse.

    La Juve è la squadra di sempre, quella della Torino della mia infanzia, di mio padre che soffriva ogni domenica accanto alla radio e della maglietta artigianale bianca e nera, comprata nel negozietto all’angolo in epoca pre – FIFA, senza nomi né numeri. Le bandiere da ricomprare ogni anno, con nuovi trofei. Le Coppe Campioni così spesso perse in finale. Quella che un luogo comune definisce “seconda squadra di Torino”, sarà che così tanti che io conosco sono marziani con cadenza “piemunteisa”. L’amore originale, quello poppato col biberon.
    Il Barça è l’amore acquisito, quindi più forte e improvviso. E’ il fascino della Barcellona ancora non di moda in cui arrivai studente nel 1985. Città affascinante e allegra, dagli orari infiniti che rompevano con la seria austerità da cui provenivo. Delle ragazze sorridenti e dei menù del día. Della prima libertà, del primo sapore d’un mondo diverso. Squadra subito amata, così solida nella sua fusione tra una città, una terra (la Catalogna), un’idea (més que un club) e uno stile di gioco sempre esuberante.

  • Immigrazione e asilo politico: o l’Europa cresce, oppure muore

    L’opinione pubblica italiana è indignata per la riluttanza che i soci europei stanno mostrando nell’impegnarsi nei confronti dell’emergenza migratoria nel Mediterraneo. Da piu’ parti si parla di “fine dell’Unione Europea”, come del resto si fa da qualche anno anche in rapporto con i problemi legati alla crisi finanziaria e le difficolta’ europee nel superarli.

    Di certo, i problemi ci sono, e l’attuale rifiuto iniziale ad accettare un sistema di riparto per quote delle richieste d’asilo non può essere considerato un buon sintomo di coesione. Così come non lo sono le accuse incrociate, spesso intrise di semplificazioni e luoghi comuni, sulle situazioni fiscali e  i debitorie dei paesi “viziosi” rispetto a queli “virtuosi” che ci hanno deliziato in questi anni. Se l’Unione Europea mostra segni di esaurimento, non è tanto per questioni economiche (nonostante tutto, i nostri indicatori economici e sociali sono ancora migliori rispetto a buona parte del resto del mondo), quanto per la constatata incapacità di superare pregiudizi e luoghi comuni che sembravano cosa solo del passato e che la crisi economica ha riproposto con forza.

    In realtà, il fenomeno migratorio è di enorme complessità e non esistono soluzioni miracolose: chi dice averle sta solo vendendo fumo, questa non è una questione che si risolve agendo “con le palle” o con misure sbrigative. Sia il “dentro tutti” che il “fuori tutti” sono utopici e impraticabili.

    L’Unione Europea non sta ricevendo flussi straordinari d’immigranti: nonostante siano sotto la luce dei riflettori, il numero di non europei che cerca di stabilirsi nel nostro territorio è molto ridotto rispetto ai milioni che si rifugiano in zone limitrofe a conflitti, come Tunisia o Turchia. Solo un numero minimo di loro cerca di stabilirsi in Europa, e non cerca di farlo nei paesi con probabilità limitate d’impiego, come quelli del Sud Europa, ma piuttosto in quelli del Nord. I numeri in questo senso sono chiari, e spiegano in parte la pressione che i paesi riceventi esercitano su quelli frontalieri affinchè controllino i flussi in entrata (visto che controlli interni all’Unione Europea non esistono più dopo Schengen).

    Il fatto che il controllo delle frontiere esterne dell’Unione sia competenza esclusiva degli Stati non è un caso, ma il frutto di precise scelte in quel senso condivise anche dal nostro paese. Ricordiamo che i governi Berlusconi rifiutarono sempre sdegnosamente l’intervento di Frontex e mai chiesero fondi europei di supporto per quello scopo. Ora la situazione è precipitata anche per i cambiamenti intervenuti in Nord Africa. Se l’Unione Europea non è ancora divenuta una federazione è per precisa scelta dei governi, che da una parte rifiutano di cedere deleghe, per poi criticare per la loro passività istituzioni che…tali deleghe non hanno. Certamente un fenomeno paradossale e mal spiegato alle opinioni pubbliche.

    Non c’è dubbio che l’Unione Europea dovrà darsi regole più stringenti e chiare in materia di politica migratoria comune (che finora NON HANNO voluto delegare) e i nostri paesi dovranno decidersi ad affrontare una volta per tutte in maniera razionale (bullismo, celodurismo e buonismo non ne sono esempi) la questione dell’inevitabile dimensione multiculturale dell’Europa del XXI secolo.

    Adesso è in gioco la ripartizione delle persone richiedenti asilo, da non confondersi con l’immigrazione di carattere economico. L’asilo non è un’opzione da cui i nostri paesi possano esimersi: le persone che vengono da zone in conflitto devono essere accolte e precise regole esistono in materia d’identificazione e rimpatri.

    Spesso s’ignora la complessità nell’applicazione di tali convenzioni internazionali: non si puo’ espellere una persona di cui non si abbia un’identificazione e una nazionalità chiara (è spesso il caso) nè “spedirla” in un paese che non l’accolga (mediante l’emisisone di documenti di viaggio validi). Anche in caso d’identificazione, l’espulsione è procedimento costoso (due poliziotti devono accompagnare l’espulso fino al paese d’origine).

    Se molti paesi non hanno accettato il piano presentato dalla Commissione per dividersi i richiedenti asilo è per motivazioni diverse, ma non inganniamoci: l’integrazione europea è sempre andata avanti così, a strappi e tentativi, fino a trovare un equilibrio. Esiste nell’opinione pubblica un falso concetto che assimila l’Europa a una “famiglia”, nella quale le scelte vengono o dovrebbero essere effettuate nell’interesse comune. Se questo è l’obiettivo verso cui come europei dobbiamo tendere, sia chiaro che non ci siamo ancora. Passato il momento del dopoguerra, nel quale la visione dei padri fondatori, sconvolta dalla tragedia del conflitto, fece prevalere per un momenti visioni comuni, l’Europa di oggi è sommatoria d’interessi nazionali veri o presunti più che il risultato d’una visione strategica comune.

    La difficoltà riscontrata nel definire una dottrina di sicurezza comune europea ne è una dimostrazione chiara, molti paesi non si sentono implicati nel problema mediterraneo e si rifugiano dietro la situazione legale attuale, che loro stesso hanno creato.

    Ci piaccia o no, l’Unione Europea è ancora espressione del diritto internazionale, nel quale non si regala un centimetro a nessuno e non quello di famiglia, nel quale si tutela in primo luogo l’interesse comune. Gli europeisti, e io tra loro, avevano creduto che l’integrazione avesse rotto definitivamente lo schema del diritto internazionale da cui l’UE è nata, ma la condivisione della sovranità sta mostrando i suoi limiti, e questo dovrebbe essere motivo di seria riflessione.

    Sia la gestione della crisi finanziaria che le attuali tensioni in materia d’immigrazione hanno messo allo scoperto i nervi e le contraddizioni non risolte in seno all’Unione; sappiamo che insieme sarebbe mglio, ma non siamo disposti a pagarne le conseguenze in materia di sovranità e costi, pretendendo sempre che sia qualcun altro a farlo. Cosa che ovviamente non succede, perchè i dirimpettai pensano lo stesso.

    La realtà innegabile della distruzione portata dalla seconda guerra mondiale portò a cambiare d’approccio, e in conseguenza noi europei abbiamo goduto di sessant’anni di pace e prosperità senza precedenti. La sfida della globalizzazione, coniugata sia in termini di crisi finanziaria (le nostre società non hanno più la produttività necessaria per mantenere sistemi di protezione che credevamo garantiti) che di flussi migratori in entrata (reali o percepiti che essi siano) ha messo alla prova il nostro modello e dobbiamo ripensarlo. Credo che l’illusione del “small is beautiful” sia solo tale,  e che la via comune europea sia l’unica praticabile, per quanto difficile sembri adesso.

    La storia dell’integrazione  europea ci suggerisce che una soluzione sulle quote si troverà. Ma non è sufficiente di per sè: è necessario avviare un dibattito sull’Europa multirazziale e multireligosa, e non ostinarci a rifugiarci in una dimensione nazionale, per poi pretendere che nei momenti di difficoltà qualcuno venga a toglierci le castagne dal fuoco.

    Chi scrive già da un paio d’anni proponeva l’uso degli strumenti integrati della PESC (Politica Esterna e di Sicurezza Comune) europea, che esistono ma si è riluttanti a usare (perchè costano, come se il non usarli non fosse ancora più caro) che solo adesso sono stati finalmente considerati. Solo l’integrazione di strumenti diversi puo’ rispondere a un fenomeno di tale complessità: l’uso di mezzi militari di pattugliamento e prevenzione, unito a quelli di controllo delle frontiere, che sono strumenti di polizia e non militari; il rafforzamento della cooperazione coi paesi rivieraschi e d’origine in materia d’identificazione e controllo del fenomeno alla radice (vi assicuro che questa è un’attività d’eccezionale complessità, perchè non puoi emettere tu documenti in nome d’un altro paese); la lotta comune alle reti criminali, sfida difficile in paesi in conflitto e che tocca nervi sensibili in paesi nei quali lo stato di diritto non è solido e la corruzione diffusa.

    La soluzione non  è dietro l’angolo, e la cosa più grave è che questa crisi abbia fatto emergere più divisioni che visioni comuni. Ma è in buona parte l’Europa che abbiamo voluto sin qui. Sta a noi cittadini esigere dai nostri governi di più se non ci sta bene. Mi auguro che avremo la maturità di costringerli a andare in quella direzione, anzichè credere nei miraggi alla “io speriamo che me la cavo”.