Diario pakistano – numero ventidue: Ramadan

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Boy

La settimana scorsa, lunedi’, è iniziato in tutto il mondo islamico il Ramadan (in Pakistan, Ramzan, in urdu).

Il Ramadan è un mese molto speciale e seguito strettamente da tutti: nulla a che vedere con la nostra quaresima, ormai osservata solo da pochi intimi.

Il digiuno durante il mese di Ramadan si segue strettamente: tre le tre e mezza del mattino, ora entro cui si deve fare colazione (sehri in Pakistan) e le sette e venti della sera, ora in cui si puo’ cenare (dopo la preghiera) nell’iftar non è consentito nemmeno bere un bicchier d’acqua. Quando come in questi anni miei in Pakistan il Ramadan, fissato seguendo il calendario lunare musulmano, cade nei mesi più caldi (maggio e giugno), osservarlo è un vero tour de force. Resistere senz’acqua a temperature di quaranta – quaranticinque gradi è una vera tortura.

Ufficialmente, non si smette di lavorare, ma gli orari forzati dal Ramadan e pasti sballati e mal intercalati provocano, uniti al gran caldo, uno stato di torpore permanente che rallenta ulteriormente i tempi e diminuisce ancora le già ridotte performance lavorative.

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Di fatto, nel mese di Ramadan non si possono convocare riunioni, organizzare eventi che non siano serali (e con cena): dal punto di vista operativo, è un mese vuoto.

L’osservazione del digiuno è uno dei cinque pilastri dell’Islam: gli altri quattro sono la professione di fede, le cinque preghiere giornaliere l’elemosina ai bisognosi (zakat) e il viaggio alla Mecca (haj). In una religione che non ha battesimo o sacramenti iniziatici, l’osservazione di questi cinque principi ti rende musulmano, senza che qualcuno lo debba necessariamente certificare.

Il fatto che i cinque pilastri ti rendano musulmano, fa si’ che la loro osservazione sia parte integrante della stessa, non un optional per i devoti.

Gli anziani che non se la sentano, i malati o le donne incinta sono esonerate dal ramadan, ma nel secondo caso dovranno osservarlo, da soli, una volta guariti.

Non esiste in Pakistan un organismo che controlli chi osserva il digiuno, una specie di polizia religiosa come in Iran. Anzi, il principio islamico è che la responsabilità di osservare i riti ricada nella coscienza del singolo. Un’altra follia talebana e wahabita quella di controllare e imporre l’osservanza delle regole con la violenza.

Nella pratica, è molto mal visto infrangere queste regole e chi lo fa deve farlo in privato: un musulmano puo’ sopportare l’idea che un altro non le osservi (problema di coscienza suo), ma scandalizza che lo si faccia in pubblico, come con il consumo di alcoolici. Questo vale anche per i non musulmani, cui il buon senso consiglia di non consumare i pasti alla vista di musulmani a digiuno. Comunque caffè e ristoranti sono chiusi, aprono e si riempiono alle tre di mattina e dopo le sette di sera.

Il Ramadán porta con sè molta tranquillità, a volte usata dai terroristi per colpire a tradimento (gli attacchi terroristici sono più frequenti al venerdi’, giorno della festa religiosa). Le persone dormono poco la notte, con quella colazione molto sostanziosa da prendere entro le tre e mezza (e da preparare prima) e sono assonnate la mattina. Vivacchiano e poi di solito passano il pomeriggio in casa, dormendo, per prepararsi a una lunga notte con cibo.

Dal punto di vista sanitario queste regole, mutuate dalla vita nel deserto d’Arabia, sono un autentico disastro: niente liquidi e grandi quantità di cibo grasso  e zuccherino tutto la sera: i dietologi guardino dall’altra parte.

Mi risulta difficile valutare sino a che punto il Ramadán sia qualcosa di religioso o culturale: da scettico europeo, ne noto più gli effetti deleteri (sul lavoro, la salute, l’efficienza) che quelli positivi in termini di meditazione, spiritualità e religione: come potrei valutarli? Le più di mille persone morte l’anno scorso per la coincidenza tra l’inizio del Ramadan e temperature di cinquanta gradi mi sembrano un’assurdità, e credo sarebbe del tutto ragionevole permettere almeno a chi lavora il consumo di acqua.

Alla conclusione del Ramadan avviene l’Eid, che è un momento particolare, nel quale si deve dar da mangiare a chiunque si presenti alla tua porta (inteso la famiglia e i poveri del quartiere). Per molti, è l’unica volta all’anno che consumano carne (d’agnello o pecora). E’ una manifestazione della dimensione caritatevole che indubbiamente esiste nella religione islamica.

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A me sembra che il Ramadan risulti un camicia di forza: chi l’ha vissuto in altri paesi, come Sudan o Afghanistan, trova che in Pakistan non sia osservato cosi’ strettamente come là.

L’anno scorso, le cene di Iftar mi traumatizzarono: ero invitato a una ogni sera (l’iftar è un momento di grande socialità) e all’inizio non ne conoscevo i meccanismi. Notai che in un paese dove ritardi di uno – due ore sono normali, in occasione di quelle cene alla sette, sette e dieci arrivano tutti. Alle sette e un quarto tutti seduti, su tavole imbandite con datteri, latte, dolci, bevande zuccherate: sono i primi alimenti che si mangiano di fretta al momento della rottura del digiuno, per mettere qualcosa nel corpo. Questi alimenti si pososno sgranocchiare durante la prima preghiera.

Alle mie prime cene credevo che di questo si trattasse, per cui mangiavo questi alimenti improbabili come se fossero piatto unico: salvo accorgermi dopo che arrivava tutto il resto: decine di piatti in un’autentica orgia culinaria. Vedere le foto.

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Quest’anno ho deciso che limitero’ al massimo le cene di Ramadan, l’anno scorso mi trovai addosso qualche chilo indesiderato proprio prima dell’estate (alla faccia del digiuno!). Altro accorgimento se non si puo’ evitare l’invito è andare, salutare e non mangiare, cenando dopo a casa qualcosa di leggero invece delle cinquemila calorie dell’Iftar.

Sarà la gente più buona e religiosa durante il mese santo? Siamo noi più buoni a Natale e fine anno? Chi lo sa. La dimensione familiare aiuta di certo, ma la mia impressione è che in fondo siamo sempre noi, con i nostri difetti, i nostri limiti, le nostre manie. Ma anche se affascinato dal senso religioso e dalle religioni, non sono un praticante di ferro, per cui tendo a un certo scetticismo nei confronti della ritualità.

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Ricordo pero’ che m’impressiono’ l’allegria e festosità del mio primo Eid, che vissi in Marocco quando i miei genitori vivevano là: era qualcosa di speciale, di vissuto, non una festa qualsiasi.

Se poi dipendesse da me, direi che basterebbe decretare un po’ di moderazione nel cibo e sarebbe abbastanza sacrificio, quantunque simbolico. Ma non è la loro forma di essere nè di ragionare.

Islamabad, 12 giugno 2016.