Diario pakistano, numero ventitré: vivere nell’insicurezza

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Di questi tempi, noi europei abbiamo cominciato a preoccuparci del terrorismo a casa nostra. Non che non l’avessimo già sperimentato (vedasi grafico sotto), ma non c’è dubbio che l’allarme derivato dagli attacchi a matrice islamica degli ultimi anni sia aumentato esponenzialmente dopo Parigi, Bruxelles e Nizza. Ci chiediamo in che modo dobbiamo vivere, che precauzioni dobbiamo prendere.

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Ma cosa significa convivere con il pericolo costante in un paese come il Pakistan o l’Afghanistan?

Un numero richiama l’attenzione: dal 2001, momento in cui la caduta dei talebani in Afghanistan li sposto’ nel nord del Pakistan, generando una situazione di grande instabilità nel paese vicino, ad oggi sono morte per terrorismo in Pakistan 65.000 persone: una città come Siena cancellata in sedici anni.

Sono numeri che fanno impallidire i nostri (il che non significa che non dobbiamo preoccuparci e reagire). Paragoni simili possono essere fatti per i rifugiati: l’opinione pubblica europea crede che stiano arrivando tutti in Europa: ebbene, in Pakistan ci sono tre milioni di afghani che hanno cominciato ad affluire nel…1979.

L’Europa non è quindi l’epicentro di tutti i problemi nè il peggior mondo possibile, ma difficile convincere di questo chi vive in una bolla autoreferenziale o con una visione limitata del resto del mondo. E che comunque ha tutto il diritto di essere oggi preoccupato.

Torniamo al Pakistan: cosa significa vivere in un paese dove il pericolo è sempre presente: si chiamo autobomba, rapimento, assalti a colpi di kalashnikov?

Io e mia moglie siamo arrivati in questo paese nel 2014 dopo lunghe esperienze in America Latina, nella quale esistono zone ad alta intensità criminale: due paesi nei quali avevamo vissuto, Brasile e El Salvador, sono tra i più pericolosi in termini d’incidenza della criminalità, a livelli infinitamente superiori rispetto a quelli europei.

Vedansi questi dati dell’UNODC: https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_intentional_homicide_rate.

Gli omicidi per 100.000 persone sono dello 0.8 in Italia, del 3.9 negli Usa, del 24.6 in Brasile, del 64.2 in El Salvador. Improponibili i confronti. Afghanistan con 6.5 e Pakistan con 7.7 dimostrano che l’incidenza del terrorismo, per quanto faccia molta paura, pesa molto meno di quella del crimine violento, specie legato al narcotraffico.

Avendo vissuto in paesi molto colpiti dal crimine, eravamo molto familiarizzati con le precauzioni da prendere in quegli ambienti: non andare in quartieri non conosciuti o nei quali si richiamerebbe l’attenzione, muoversi il meno possibile la sera, evitare ogni tipo di comportamento ostensivo, avere macchine solide ma non lussuose, non fermarsi ai semafori di sera.

Fermo restando che il principale problema per la sicurezza nel mondo non è il terrorismo, ma la delinquenza comune e il narcotraffico, e fermo restando che l’Europa è tra le zone più sicure al mondo da quel punto di vista, il pericolo derivato da situazioni belliche, terrorismo e instabiltà politica è di natura completamente diversa. E’ più probabile vedersi coinvolti in eventi criminali che terroristici, ma la tipologia di eventi del secondo tipo è meno preventivabile.

La probabilità maggiore per vedersi colpito da un atto terrorista deriva dal frequentare manifestazioni, luoghi affollati, mercati, stazioni di autobus o ferroviarie. In un paese nel quale questi eventi diventano sistematici, la gente impara a distinguere ogni segnale, captare ogni sintomo, evitare situazioni di pericolo, come sedere in un caffè o in una terrazza all’aperto raggiungibile da una autobomba azionata a distanza. Chiaro che è l’esatto contrario del modo di vita europeo.

I terroristi cercano di solito di colpire nel modo più doloroso possibile, per spaventare e rendere la vita insicura: per questo, nel mondo islamico l’obiettivo principale sono le moschee, e gli attentati più frequenti il venerdi nel primo pomeriggio, momento della preghiera. Le bombe o i suicidi colpiscono moschee d’un ramo diverso dal loro (di solito i radicali sunniti di Al Qaeda o ISIS colpiscono moschee sciite, o ismaelite o d’altra derivazione°. A volte chiese, anche se i cristiani di solito sono vittime dei riots, gli attacchi violenti ai loro quartieri in caso di accuse a uno di loro di blasfemia. In India si sono attaccati tempi induisti o sikh. L’idea  sempre quella di causare il massimo di vittime in un gruppo considerato «nemico» in un momento legato a un inevitabile rilassamento, quello dell’orazione.

Altro obiettivo dei terroristi sono i rappresentanti dello stato o delle forze dell’ordine, normalmente militari e poliziotti, ma anche giudici, impiegati, comunque espressioni dello stato. I talebani, e in Africa Boko Haram (che significa «la cultura occidentale è peccato») o i Shaabab sono particolarmente aggressivi nei confronti delle scuole, specialmente di quelle femminili.

In paesi con forti misure di sicurezza, il numero principale di vittime è composti da poliziotti e guardie giurate, quelli che assicurano il perimetro. Sono quelli che esplodono con i suicidi o con le autobombe. Raramente il terrorismo colpisce persone sotto protezione o «famose», che sono all’interno dei circoli di sicurezza. Per questo il terrorismo ha spesso come scopo diffondere la paura tra la gente comune.

Ci sono poi le vittime designate, persone che per qualche ragione sono nell’occhio di mira dei terroristi: uomini politici, attivisti, leader di altre fazioni, a volte semplicemente stranieri (ISIS li attacca come tali, altri gruppi no).

In questo caso, esistono misure di sicurezza pesanti: scorte, macchine blindate, controlli mirati a identificare la presenza di esplosivi. Accesso limitato a edifici o zone specifiche. Edifici circondati da strutture in cemento, sacchi di sabbia, reticolati.

Quando si arriva per la prima volta in un paese sottomesso a queste misure preventive, la prima impressione è un po’ ubriacante: tank fuori dall’aeroporto, esercito e uomini armati dappertutto, lenti passaggi a posti di blocco, davanti ai quali si formano lunghe code (un pericolo in sè, perchè un’autobomba puo’ fare molto danno).

A cosa serve la macchina blindata? Nessun veicolo puo’ resistere un’esplosione mirata o una bomba sotto di esso: ma lo scopo del blindato è quello di evitare che in caso d’esplosione NON DIRETTA A TE i vetri si rompano addosso agli occupanti, ferendoli o uccidendolo, o la lamiera diventi una trappola inestricabile. Una bomba diretta alla tua macchina specificamente non è arrestabile.

Ogni blindatura ha per scopo proteggerti dal primo impatto e darti tempo di muoverti fuori pericolo. Cosi’ un giubbotto blindato ti protegge le zone vitali, ma non il volto. E non resisterebbe una raffica continua di colpi.

Le macchine blindate sono divenute di moda in Afghanistan e Pakistan perchè proteggono dai famigerati IED, bombe di fabbricazione domestica che costituiscono l’essenza degli attentati in questi due paesi. Sono del tutto inutili in altro contesto, come l’America latina e la delinquenza. Infatti là si usano poco.

La principale misura di sicurezza è la prevenzione: ridurre la probabilità di trovarti in una situazione di pericolo, evitare luoghi affollati, verificare il perimetro e le misure esistenti in luoghi dove conti di passare del tempo. Importante calcolare la distanza da una possibile autobomba. In caso si vada a un caffè, meglio sedersi dentro e verso il fondo, valutando le vie d’uscita in caso d’emergenza.

Per molto tempo, l’Unione Europea non ha approntato misure di sicurezza per i suoi funzionari e diplomatici. L’idea di fondo era che la nostra istituzione, la principale donante di aiuti alla cooperazione nel mondo, fosse per definzione «buona» e percepita come tale. Nulla a che vedere con la politica stanunitense, legata a un espansionismo a malapena equilibrato de politiche di cooperazione o nel campo sociale. L’UE ha a lungo avuto solo le seconde e raramente è stata attaccata.

Ma la crescente distanza tra occidente e Islam ha reso più impalpabili queste differenze, ed è divenuto evidente che anche i nostri operatori, al muoversi in zone di rischio, correvano pericoli, magari non diretti, ma presenti negli ambienti cui erano esposti.

Per questo è ormai obbligatorio, prima di recarsi uno scenario considerato di pericolo, seguire corsi di sicurezza, che toccano temi diversi come misure preventive, come comportarsi in scenari con presenza di guerriglia, terrorismo, delinquenza comune. O aspetti di prima necessità come il pronto soccorso.

Nel nostro caso (Pakistan, Afghanistan) è poi obbligatorio seguire dei corsi pratici, tenuti da militari: io l’ho fatto presso il centro di formazione della fanteria tedesca, a Hammelburg in Bassa Franconia.

Paradossale che una persona con le mie caratteristiche, che fu obiettore di coscienza, abbia avuto i suoi primi contatti con la vita militare in relazione ad attività di cooperazione internazionale, prima in Afghanistan e poi in Pakistan: una tendenza dei nostri giorni è che la separazione tra dimensione civile e militare in scenari instabili è sempre più labile: i militari svolgono funzioni civili, e i civili devono avere un buon rapporto con i mililtari. Non c’e’ più spazio per pretestuose differenziazioni tra «noi» e «loro».

In Afghanistan mi resi conto della difficoltà di combinare entrambe le dimensioni e di come una cooperazione civile inquadrata in ambito militare crei sentimenti contrastanti nella popolazione e sia foriera di molte contraddizioni: ma è discorso che affronteremo un’altra volta.

Alla scuola tedesca abbiamo seguito una formazione su come comportarci in scenari di guerriglia urbana; come valutare situazioni di pericolo ed evitarle; come proteggersi sotto il fuoco e valutare l’impatto potenziale di esplosivi e la gittata di armi da fuoco; come riconoscere la presenza di mine e muoverci in un campo minato, come proteggersi da una bomba a mano nelle immediate vicinanze (non provare  a calciarla lontano come nei film).

Due considerazioni: le mine terrestri sono probabilmente il più mostruoso artefatto concepito dalla mente umana per fare male: non vogliono uccidere, ma mutilare, terrorizzare, intimidire. Convertono strade e campi in luoghi di morte, rendendo impossibili gioco, movimenti, agricoltura. Il vero obiettivo delle mine è minare la fiducia delle popolazioni civili, non fermare i militari. Pensiamo alle mine in forma di giocattolo per attirare e mutilare i bambini o quelle invisibili in  forma di foglia (le più temibili, chiamate  a farfalla, di fabbricazione russa). Il male per il male, senza possibili scusanti. E non sono i terroristi che le usano, ma anche gli eserciti regolari.

Un’altra riguarda un’esercizio di sequestro simulato per aiutarci a sopravvivere un sequestro: poche ore, ma pur sapendo che è un esercizio e che finirà presto, la privazione di libertà, gli abusi e gli sforzi fisici cui si è obbligati le rendono insopportabili. Ci si rende conto sulla propria pelle di quanto sia limitata la resistenza umana al dolore, quasi nulla, e di come siamo fragili e indifesi.

Solo dopo poche ore di simulazione mi sono reso conto di cosa possa significare essere privati della libertà, senza sapare quando finirà e temendo che ogni momento possa essere l’ultimo della tua vita. L’inferno in terra.

Con tutto cio’, alle misure di sicurezza, all’emergenza e al pericolo ci si abitua, si impara a farci fronte, anche se davvero preparati non si è mai.

Quando anni fa viaggiai per la prima volta in Libano e in El Salvador, paesi per me sinonimo di guerre civili (negli anni ottanta erano gli scenari «neri» del mondo) chiedevo a molti cosa significava averla vissuto, una guerra civile. La risposta di solito era del tipo «è stato duro, ma la vita continua: ti butti a terra, sventoli una bandiera bianca, e quando puoi ti rialzi».

Huyendo

Non dimentichiamo che sono in pochi a poter fuggire da una guerra: in milioni ci restando dentro, e devono continuare a vivere, come possono e come riescono.

E l’essere umano si deve adattare, per forza.

Islamabad, 24 luglio 2016.