In quest’entrata di diario tratterò un tema che può dar luogo a letture diverse: l’approvazione questa settimana, da parte del parlamento pachistano, di una legge che inasprisce le pene per i cosiddetti «delitti d’onore» e per la violenza sessuale. I primi sono normalmente commessi da uomini della famiglia contro donne (mogli, figlie) per questioni d’»indecenza»: il caso tipico è quello di una ragazza che si sposi una persona contro il volere della famiglia, situazione che spesso in ambienti rurali si traduce in una «punizione esemplare» messa in atto dai fratelli o dal padre della ragazza. Il contesto è naturalmente quello del matrimonio deciso dalle famiglie, seguendo criteri di compatibilità di casta (in India) o socio – economico – religiosa (in Pakistan). È la modalità prevalente di matrimonio in entrambi i paesi, non solo negli strati sociali più umili ma a tutti i livelli.
Quella dei delitti d’onore è la situazione illustrata nel documentario che ho già segnalato «A Girl in the River», che ha vinto l’Oscar come miglior documentario quest’anno. È disponibile qui (vale davvero la pena vederlo): https://www.youtube.com/watch?v=isNxuHyn4io
In quel documentario, si racconta la storia di una ragazza nel Punjab pachistano che viene data per morta e buttata nel fiume dal padre e dallo zio per punirla del disonore fatto alla famiglia: sposarsi contro la volontà di questa con un ragazzo di ceto sociale più basso. La protagonista sopravvive, viene curata e poi accolta dalla famiglia del marito, mentre i responsabili del tentato omicidio arrestati.
È a questo punto che interviene la singolarità della società pachistana: come il film descrive e come succede in migliaia di casi nel paese, gli anziani del quartiere consigliano alla ragazza di «perdonare» coloro che l’hanno aggredita in maniera tale da ristabilire la calma nel quartiere ed evitare le tensioni e faide che una situazione di questo tipo genererebbe. Cosa significa perdonare? Nella concezione del diritto applicata in Pakistan significa la sospensione della causa giudiziaria e la liberazione degli accusati, anche in caso di assoluta evidenza di colpevolezza: il perdono da parte delle vittima ha estinto il caso.
Possiamo immaginare la pressione sociale e familiare sulle vittime di soprusi quando gli accusati sono familiari: quasi sempre, la riconciliazione avviene, anche se forzata, e questo fa sì che non si disincentivi l’uso della violenza, che alla fine viene premiata.
In una delle ultime scene del documentario, gli accusati escono como eroi dal carcere, e il padre dichiara d’essere molto contento di questa vicenda, perché gli altri figli si sposeranno con rampolli di famiglie più altolocate, a causa dell’aumentata «rispettabilità» della famiglia. La ragazza torna mestamente a casa dal marito: la riconciliazione non era che un escamotage giuridico.
Può sembrare allucinante che esistano realtà di questo tipo nel 2016, ma non dimentichiamo la situazione in certe regioni italiane qualche decennio fa, ritratte in film come «Divorzio all’Italiana»: il substrato culturale era molto simile.
Il meccanismo del perdono viene usato regolarmente in Pakistan per esimere i benestanti da condanne per crimini da loro commessi o ordinati: in quel caso, viene accompagnato da una compensazione monetaria nei confronti della vittima o della famiglia, in caso di morte.
Il perdono si applica anche in casi di pena capitale: avvenuto il perdono, al condannato non si tramuta la pena, ma viene liberato. Questo fa sì che nelle carceri e sui patiboli pachistani ci sia posto solo per poveri, che non possono «pagarsi» il perdono.
Uno stato rabbrividente della giustizia che è uno dei principali ostacoli allo sviluppo del paese. La religione c’entra ben poco (non è una questione, come sempre si dice, d’Islam) ma di arretratezza dello sviluppo nelle pieghe della società e assenza di una cultura dei «diritti individuali», relativamente normale in una società che esprime valori collettivi.
Le nuove leggi approvate dal parlamento pachistano induriscono il trattamento dei casi d’onore, che non può essere più preso come attenuante per giustificare un delitto. Il perdono può essere ancora concesso, ma solo in caso di pena di morte, e anche in quel caso rimane da scontare una pena di dodici anni e mezzo (metà del massimo legale in Pakistan, venticinque anni in prigione).
Nei casi di stupro, che per la maggior parte avvengono anch’essi nell’ambito della famiglia allargata (zii, cugini), vengono introdotte una serie di misure sinora non accettate, come analisi mediche e uso del DNA. Sino ad adesso, valevano solo le testimonianze, con la necessità di quattro testimoni per certificare l’avvenuta violenza (e la testimonianza d’una femmina vale metà di quella di un maschio….).
Se pensiamo all’ambito familiare o alle violenze di gruppo nell’ambito di lotte di clan, i due casi più frequenti, possiamo facilmente capire come queste condizioni portassero alla pratica impunità.
L’approvazione di queste due leggi è uno sviluppo positivo, anche perché non dovuto a pressioni internazionali, controproducenti in questo paese, ma a una maturazione interna.
Ma la sfida rimane, come sempre in un paese con queste caratteristiche, nell’applicazione delle leggi, che si scontra con comportamenti contrari che sono atavici e diffusi in tutti gli strati della società.
Un aneddoto: qualche mese fa, poco prima di lasciare il paese, fui invitato dalla Commissione Diritti Umani del parlamento pachistano a discutere della situazione dei diritti umani nel paese: il Pakistan sa bene che è una delle principali preoccupazione dell’Unione Europea nel nostro rapporto con loro.
Di fronte a me si schierarono quattordici deputate donne: dieci con la testa coperta, due anche con il volto coperto, due a testa scoperta: un buon campione della femminilità pachistana. L’unico deputato maschio era il presidente della commissione, un cristiano.
Le questioni diritti umani sono lasciate alle deputate donne perché considerate di poco conto, minori, un po’ come gli affari sociali per noi qualche tempo fa.
Discussi con le deputate le conseguenze del nostro sistema di preferenze generalizzate, che dà accesso in Europa ai prodotti pachistani a cambio di miglioramenti dimostrabili nel rispetto dei diritti umani. Tanti chiarimenti, tante differenze culturali, ma di fronte a me percepii la voglia di contribuire al cambiamento della loro società partendo DALLA LORO CULTURA. Loro mi parlarono di queste leggi per cui lottavano e che adesso sono diventate realtà.
Una legge non risolve situazioni così ancorate in una tradizione, ma è comunque segno dei tempi e della volontà di cambiamento.
Adesso si entra nella fase altrettanto delicata della messa in pratica, dell’applicazione, che si scontra con altissimi muri culturali.
Ma un dado è tratto, e nonostante tutte le difficoltà vale la pena sottolinearlo e sostenere chi lotta per cambiare.
Ciudad de Guatemala, 13 ottobre 2016.