El Salvador e Honduras: due modi diversi d’interpretare la democrazia

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Le vicende dell’ultimo anno in El Salvador ed Honduras evidenziano due momenti diversi del processo di democratizzazione in America Centrale: un anno fa, si temeva che le elezioni presidenziali, previste per il marzo 2009 in El Salvador, potessero dar luogo ad una situazione confusa nel caso la destra, al potere da vent’anni ma in realtà da sempre, ne uscisse
sconfitta.

D’altro canto, la situazione pareva assai più tranquilla in Honduras, dove le scelte eterodosse del presidente Zelaya, che per decisione sostanzialmente personale aveva portato il paese nell’ALBA, Alleanza Bolivariana per le Americhe, non sembravano far presagire una rottura dell’ordine costituzionale come quella che sarebbe poi avvenuta il 28 giugno, aprendo una crisi
che si è successivamente complicata in maniera imprevedibile.

Un anno più tardi, Mauricio Funes, eletto presidente in El Salvador il 15 marzo 2009, affianca Lula e la Bachelet con indici d’approvazione dell’80%, mentre l’Honduras si è isolato dalla comunità internazionale a causa del modo disastroso in cui ha gestito la crisi – Zelaya.

La crisi honduregna ha sorpresa molti osservatori, che credevano ormai passato il tempo degli interventi militari in America Latina: il colpo di stato “pseudo-costituzionale” del 28 giugno 2009 ha visto una reazione sorprendentemente unanime della comunità internazionale: Stati Uniti. blocco bolivariano, tutta l’America Latina e l’Ue hanno condannato all’unisono l’esautoramento del presidente Manuel Zelaya e la sua successiva espulsione manu militari dal paese. Nessun governo ha riconosciuto il governo di fatto diretto dal presidente del congresso honduregno Micheletti: dal 28 giugno 2009 in poi la comunità internazionale ha cercato di trovare una soluzione che permettesse di ristabilire la legalità infranta, senza riconoscere una situazione di fatto che avrebbe fatto retrocedere la democrazia latinoamericana di vent’anni.

Mauricio Funes
Manuel Zelaya

Un primo sviluppo significativo provocato dalla crisi honduregna è stata proprio la reazione della comunità internazionale: pensare che gli Usa e Chávez potessero essere d’accordo sul sostegno da dare a Zelaya e che nessun governo si sia sentito tentato da un possibile riconoscimento del governo Micheletti dimostra quanto la democrazia si sia rafforzata in America Latina nel corso degli ultimi vent’anni: dai tempi della caduta delle dittature
militari, iniziata negli anni ottanta e conclusasi con la democratizzazione in Cile (1990), nessun golpe ha avuto successo (e sempre meno ne sono stati tentati). L’immediata espulsione dell’Honduras dall’OЕA, Organizzazione degli Stati Americani, e la sospensione di ogni forma di cooperazione con il governo giudicato illegittimo di Tegucigalpa non sarebbero mai stati possibile qualche anno fa, perché la solidità democratica della regione è ormai significativa.

Se è parso subito evidente a tutti, salvo ai promotori della destituzione di Zelaya, che non si potesse transigere con gli sviluppi in odore di golpe, in Honduras, bisogna dire che il presidente deposto Manuel Zelaya non è affatto libero da colpe. Eletto nelle fila del partito liberale, che, da decenni,
con il partito nazionale si alterna al potere in Honduras, era divenuto minoritario perfino all’interno del proprio partito quando, per ragioni tattiche, decise di far aderire l’Honduras all’ALBA senza che nel paese ne esistessero i presupposti: in Honduras non esisteva un movimento significativo ispirato al socialismo del XXI secolo, né Zelaya godeva del consenso popolare interno che si sono saputi costruire Chávez, Morales e Correa.

Zelaya accarezzò l’idea di mettere in moto un processo di rielezione simile a quelli intrapresi negli ultimi anni in Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua: cominciare da una riforma costituzionale che prevedesse la rielezione per poi trasformare in maniera significativa la società a partire da una posizione di forza nelle istituzioni e giocando su una quasi – coincidenza tra governo e partito – movimento.

Una dinamica di questo tipo non poteva aver luogo in Honduras perché né Zelaya possiede le doti carismatiche degli altri presidenti menzionati, né aveva a sua disposizione un movimento popolare da poter mobilitare. Zelaya si limitò a governare in forma populista in un paese profondamente diseguale dal punto di vista della ripartizione della ricchezza.

Messo in minoranza nel proprio partito (il suo vicepresidente e candidato designato del partito liberale alle elezioni non condivideva per nulla le sue posizioni), Zelaya si lanciò in un’improbabile fuga in avanti, ostinandosi a promuovere un referendum sulla riforma costituzionale persino dopo il voto contrario del Congresso e l’opinione negativa della Corte Suprema, che lo giudicò incostituzionale. La mattina del referendum “autoconvocato”, Zelaya fu arrestato dai militari ed immediatamente espulso, mentre il Congresso votava la sua destituzione.

I promotori della destituzione di Zelaya riuscirono a coagulare attorno a loro la maggioranza dei consensi interni: a fronte dell’unanime rifiuto di riconoscere la situazione di fatto da parte della comunità internazionale, in Honduras si è sviluppato un nazionalismo esacerbato che non ha esitato a preferire l’isolamento ad ogni possibile soluzione negoziata che mettesse in dubbio la legittimità del golpe e del governo di fatto.

Micheletti ha boicottato ogni tentativo di mediazione, come quello affidato dall’OEA al presidente del Costa Rica Arias, divenuto ancora più necessario dopo il rocambolesco ritorno a Tegucigalpa del presidente deposto, installatosi dal 23 settembre nell’ambasciata brasiliana.

Gli sviluppi in Honduras hanno messo in luce l’immaturità di una classe politica che non ha esitato a sacrificare gli interessi del paese sull’altare dei propri disegni di potere. Senza poi capire che i tempi in America Latina sono definitivamente cambiati, e che la tolleranza verso l’autoritarismo è finita.

Le elezioni del 29 novembre 2009 hanno visto l’elezione di Porfirio Lobo, che ha prevalso su Santos, candidato del partito liberale, in un’elezione non boicottata da un numero significativo d’elettori ma neanche osservata dai principali organismi d’osservazione elettorale (OEA, Ue, Centro Carter).

Le elezioni come tali sono state riconosciute solo da un pugno di paesi: USA, Costa Rica, Panama, Perù. Gli altri paesi latinoamericani e l’Ue si sono mantenuti più prudenti, non volendo riconoscere come valido un ritorno alla democrazia esercitato sotto la tutela del presidente di fatto Micheletti. Solo all’indomani della sua uscita di scena, e dell’uscita dal paese di Zelaya, il processo di ristabilimento dei rapporti con l’Honduras è lentamente cominciato, anche se prenderà tempo.

Roberto Micheletti
Porfirio Lobo Soza

La crisi ha messo in evidenza da un lato la solidità dell’attaccamento alla democrazia in America Latina, che ha impedito il riconoscimento di una situazione di fatto, ma anche la poca efficacia degli strumenti multilaterali, quali l’OEA, nel sostenere efficacemente la democrazia in situazioni di crisi acuta.

L’unanimismo iniziale della comunità internazionale si è attenuato quando gli Usa hanno deciso di riconoscere le elezioni: come fatto rilevare da Castaneda, ex ministro degli esteri messicano, tutti i processi di transizione politica richiedono certi compromessi, quali elezioni tenute in presenza di un regime non pienamente democratico.

Il Brasile si è fatto paladino della posizione contraria, quella della necessità di restituire la presidenza a Zelaya, posizione che prevalso in sede OEA e che ha adottato anche l’Ue. Una volta svanita tale possibilità (dopo le elezioni del 29 novembre), tale posizione è evoluta verso la richiesta di formazione di un governo d’unità nazionale e le dimissioni di Micheletti, condizioni anch’esse non soddisfatte.

Per quanto riguarda l’Ue, a parte il congelamento della cooperazione con l’Honduras, ha dovuto sospendere anche i negoziati per la conclusione d’un accordo d’associazione biregionale con l’America Centrale, che riprendono solo a fine febbraio, in vista di una possibile conclusione a maggio (vertice di Madrid Ue – America Latina).

Una lezione molto più confortante viene invece da El Salvador: l’elezione del riformista Maurico Funes, candidato del FMLN (Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional), ex -movimento guerrigliero trasformatosi in partito politico in seguito agli accordi di pace del 1992, non ha portato alla catastrofe che ARENA, il partito al potere da vent’anni, vaticinava.
L’immediata accettazione del risultato elettorale da parte del candidato di ARENA Rodrigo Ávila, pur sconfitto per un margine ridotto, fu una notizia confortante per la democrazia latinoamericana. E gli osservatori internazionali confermarono la correttezza di un’elezione vissuta nel paese come una lotta epocale.

Funes ha poi confermato coi fatti la sua visione socialdemocratica, in sintonia con il modello di Lula e Bachelet, e governa con rinnovata attenzione alla politica sociale senza perdere di vista l’ortodossia economica.

Nonostante la crisi abbia colpito duro El Salvador, un paese molto dipendente dalle rimesse dei 2.5 milioni di propri cittadini emigrati negli Usa (a fronte dei meno di sei residenti nel paese), la visione da statista di Funes gli ha permesso do ottenere molti consensi, pur creando qualche scontento tra chi, nell’ FMLN, vorrebbe abbracciare il modello chavista. La destra tradizionale, alle prese con un presidente di sinistra diverso dalle aspettative si è avvitata in una crisi che ne rende inevitabile la modernizzazione.
L’ultimo atto del presidente Funes è stata la richiesta di perdono, a nome dello Stato, alle vittime della guerra civile (1979-92), un’iniziativa mai presa dai governi di ARENA. Dal canto suo, il vice presidente di Funes, Sanchez Cerén, ha chiesto perdono a nome del partito, cui Funes non appartiene. La destra, diretta dall’ex -presidente Cristiani, considera di non dover chiedere perdono.

Pur tra molte difficoltà, El Salvador cerca di rimarginare le dolorose ferite della propria guerra civile, e lo fa rafforzando la propria democrazia. L’Honduras, paese dalla struttura sociale molto simile ma mai passato attraverso una guerra civile, si dibatte tra le proprie contraddizioni e si chiude su se stesso, indebolendo la democrazia senza che l’elezione di Lobo il 29 novembre abbia risolto del tutto la crisi apertasi con l’allontanamento di Zelaya.