Laeken: cosa c’è in gioco?

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Le Camere hanno recentemente approvato a larghissima maggioranza una risoluzione sul futuro dell’Unione Europea, che costituisce la presa di posizione del Governo e del Parlamento italiano per il prossimo vertice di Laeken (Bruxelles), previsto per venerdì 14.

Ci sembra di fare cosa utile analizzando con un certo dettaglio i punti principali del documento, in modo tale da inquadrare quali sono le vere sfide di Laeken.

Una considerazione introduttiva: è indubbiamente positivo che il Parlamento italiano abbia approvato un documento di queste caratteristiche con una maggioranza così ampia (si sono chiamati fuori solo Verdi e RC, che attualmente non fanno parte né del governo né del principale gruppo d’opposizione).

La famosa “bipartisanship” è benvenuta quando in gioco vi sono questioni strategiche di un impatto così significativo sul futuro del nostro paese. La scelta strategica dell’Italia per l’Unione Europea è definitiva ed irrevocabile: la stragrande maggioranza delle forze politiche nazionali e pro – europeista, e ciò corrisponde ad una chiara volontà in questo senso del popolo italiano. Al massimo possono esistere nel nostro paese dubbi od incertezze su determinati aspetti specifici, ma salvo limitatissime eccezioni nessuno mette in discussione l’opportunità di condividere il nostro futuro con gli altri membri dell’Unione Europea.

In questo senso, sin dagli inizi del processo d’integrazione l’Italia si è sempre situata nel gruppo dei paesi più europeisti, e anche nel quadro di relativo “euro – pessimismo” successivo al Trattato di Maastricht, questa posizione non ha subito alterazioni significative.

Tuttavia, l’Italia degli anni novanta, in preda ad una vorticosa crisi sistemica interna (causata anche dalla nostra appartenenza all’Unione), ha abbassato di molto il profilo del suo contributo al dibattito sui grandi temi strategici dell’Unione, in particolare a quello sul dopo-completamento dell’Unione Economica e Monetaria e sulla grande sfida dell’allargamento. In altri paesi si è sviluppato un vivace dibattito sulla materia, dall’ Italia veniva solo un assordante silenzio, interrotto solo recentemente dagli interventi di Amato e Ciampi.

È quindi un buon segnale che finalmente le nostre Camere abbiano partecipato al dibattito fornendo il contributo che i soci si aspettano da un paese come l’Italia, membro fondatore e di peso dell’UE.

Purtroppo, lo sviluppo positivo è stato immediatamente controbilanciato dalla folle presa di posizione del Governo sul mandato d’arresto europeo: non possiamo usare la parola “incomprensibile” per definire la posizione che il Governo impone al paese, perché sappiamo tutti quello che c’è dietro. Il rifiuto dell’importantissima proposta UE e’ invece “ingiustificabile”, ma in linea con una serie di altri provvedimenti, dapprima esclusivamente interni, poi internazionali (la vergogna delle protocollo addizionale al trattato con la Svizzera) e ora anche comunitari. Il disegno è chiaro a chiunque voglia leggere la realtà con un minimo d’obiettività ed informazione (cioè a tutti all’estero e a chiunque in Italia non si faccia abbindolare dalla propaganda insensata del Polo).

L’Italia ha quindi fatto, mediante la risoluzione comune, un bel passo in avanti in termini di credibilità internazionale, e poi ne ha fatti subito due indietro.

L’accordo “bipartisan’ è stato possibile sulle questioni di fondo (è già qualcosa), diviene però impossibile quando si passa allo specifico, e gli interessi di bottega di corto respiro tornano alla
superficie.

Ma veniamo a Laeken: il dibattito sul futuro dell’UE si è aperto nel momento stesso in cui si concludeva il processo di ratificazione del Trattato di Maastricht che, oltre a completare il processo di UEM, aveva dato vita ad un Unione a tre pilastri: 1. Mercato Unico + UEM con moneta unica (dimensione economico – commerciale); 2. Politica Esterna e di Sicurezza Comune; 3. Affari Interni e Giustizia.

Se le regole del gioco nel primo pilastro (totalmente comunitario) erano ormai divenute chiare, il secondo ed il terzo, nel quale prevaleva ancora il metodo intergovernativo obbedivano a regole molto meno fluide. Di fatto, nel corso degli anni novanta, il secondo ed il terzo pilastro hanno funzionato molto meno del primo, il che potrebbe far pensare che il metodo comunitario è molto più efficiente di quello intergovernativo.

La grande sfida dell’allargamento a 13 nuovi paesi rendeva poi necessaria una seria revisione del funzionamento dell’UE: senza snellimento delle regole l’UE non potrà mantenere la propria velocità di crociera, e men che meno proporsi nuove sfide. Il dibattito sulle riforme istituzionali,
lungi dall’essere meramente tecnico, propone invece serie riflessioni sul futuro politico dell’Unione che vogliamo.

Il Trattato di Amsterdam e quello di Nizza dettero risposte parziali e limitate ai due problemi di fondo, anche se certi progressi furono registrato in entrambi i casi. Dobbiamo pero’ sottolineare come Nizza sia stata una risposta per molti versi frustrante e di corto respiro rispetto alle dimensioni della sfida esistente. A fronte della grande domanda su che Europa vogliamo e con che ruolo nel mondo, i nostri governi risposero con una triste logica ragionieristica da “perdite-profitti”: tutti, forse con l’eccezione italiana, analizzarono Nizza col bilancino da farmacista per contabilizzare dove avevano vinto o perso “in quanto paese”, senza rendersi conto che quello che si perde con questa logica è l’obiettivo di fondo, quello del progetto europeo nella sua globalità.

Un progetto europeo che, non dimentichiamolo, proprio perché condiviso e di ampio respiro ha
trasformato in maniera irrevocabile il nostro continente, portando pace, prosperità e progresso ai nostri paesi.

Ma viviamo anni nei quali pare persa la visione progettuale di un futuro possibile, e nei quali un po’ ovunque ci si occupa solo di “guadagnarci a breve”. Ma del futuro dell’ Europa non si può parlare solo in questi termini, e la generazione di leaders che portò avanti il progetto europeo sino agli anni novanta lo sapeva bene (anche perché aveva vissuto la guerra in prima persona).

Se Amsterdam e Nizza non furono sufficienti, perlomeno divenne chiaro che il dibattito sulle questioni di fondo non poteva essere ulteriormente ritardato: nel contesto della globalizzazione e dell’allargamento, non possiamo permetterci il lusso di stare fermi vivacchiando, perché di fatto torneremmo indietro, e tutti noi europei ne saremmo pregiudicati.

A Nizza quindi si approvò una Dichiarzione sul futuro dell’Unione che menzionava espressamente quattro temi da trattare in una futura occasione (il vertice di Laeken appunto):

1. Una più precisa delimitazione delle competenze tra Unione e Stati membri che rispecchi il principio di sussidiarietà; 2. lo status da dare alla Carta dei Diritti fondamentali dell’unione Europea (la cosiddetta Costituzione europea); 3. la semplificazione dei trattati al fine di renderli più chiari e meglio comprensibili senza modificarne la sostanza; 4. il ruolo dei Parlamenti nazionali nell’ architettura europеа.

A Laeken non dovranno essere risolti tutti questi nodi, ma dovranno essere definiti calendari e modalità per la trattazione di questi temi. Fermo restando che il processo dovrà concludersi il 2004, quando dovrebbe prodursi la prima fase dell’allargamento ai nuovi membri.

Alcuni paesi pensano che il processo costitutivo da avviare a Laeken si debba centrare solo sui quattro temi di cui sopra. Altri, tra cui la presidenza belga responsabile di presentare una proposta ai soci, pensano che sia opportuno trasformare il dibattito in una vera e propria discussione su un progetto globale per l’Europa.

Il governo belga suggerisce quindi di aggiungere alla discussione i seguenti temi:

  • – le modalità di finanziamento dell’Unione; – le procedure decisionali; – l’architettura istituzionale; il ruolo delle regioni; – la modernizzazione del metodo comunitario ed il dialogo con le parti sociali

    Da parte sua, la risoluzione approvata dal Parlamento Italiano propone di aggiungere anche questi altri temi:

    • – riorganizzazione e costituzionalizzazione dei Trattati (si riprende un tema già presente nell’agenda, ma insistendo sulla necessità di dare una dimensione costituzionale ad un certo numero di norme fondamentali); – estensione del voto a maggioranza qualificata in seno al Consiglio; – estensione del metodo comunitario al terzo pilastro (già a Amsterdam e Nizza si avanzò in questo senso, si tratterebbe di completare il processo); – rafforzamento della capacità decisionale dell’Unione nel settore della cooperazione giudiziaria e degli affari interni (strettamente legato al punto precedente); – possibilità d’elezione diretta del Presidente della Commissione; – razionalizzazione dei lavori del Consiglio; – estensione del potere di codecisione del Parlamento Europeo; – creazione di un governo dell’economia; – coerenza ed efficacia dell’azione esterna dell’Unione.

    L’Italia è quindi favorevole ad un allargamento del dibattito a tutte le questioni di fondo sul futuro dell’Unione: questo è senza dubbio uno sviluppo positivo, che viene a rompere con il relativo allontanamento da cuore del dibattito che ci aveva contraddistinto negli anni novanta.

    Per discutere l’agenda che sarà definita a Laeken (ristretta o più vasta), esiste già un accordo sulla convocazione di una Convenzione che sarà composta da 16 rappresentanti del Parlamento Europeo, 30 rappresentanti dei Parlamenti nazionali (due per paese), 15 rappresentanti degli Stati Membri, un rappresentante della Commissione.

    Alla Convenzione parteciperanno come osservatori rappresentanti del Comitato Economico е Sociale e del Comitato delle Regioni.

    Parteciperanno alla Convenzione, con un ruolo consultivo, anche rappresentanti dei paesi candidati, secondo la stessa ripartizione vigente per i paesi membri (1 rappresentante dell’esecutivo e due del legislativo).

    Allo stato attuale, la Convenzione dovrebbe svolgersi nel 2004: l’Italia propone di anticipare l’inizio dei lavori al 2002 in modo da concluderli entro fine 2003, in modo da evitare che i suoi lavori coincidano con la campagna elettorale per le prossime elezioni europee (giugno 2004, con partecipazione dei paesi dell’allargamento), con la conclusione dei negoziati d’adesione dei nuovi membri e con la scadenza del mandato dell’attuale Commissione (giugno 2004).

    Vediamo ora quali sono i principali temi che saranno oggetto della Convenzione nel corso dei prossimi due anni, cercando di sottolineare le sfide insite in essi. Cominciamo dai punti già previsti nella Dichiarazione sul futuro dell’ Unione allegata al Trattato di Nizza.

    1. Definizione di una più precisa delimitazione delle competenze tra Unione e Stati membri, che tenga conto del principio di sussidiarietà.
      Si tratta di una questione – chiave, ma il difficile é trovare una soluzione che soddisfi tutte le esigenze in campo, spesso contrastanti.
      Il principio di sussidiarietà implica la presa in considerazione nella ripartizione delle competenze anche del livello subnazionale, il che é del tutto necessario nell’ambito di un federalismo che si voglia davvero tale.
      Non si tratta quindi solo di delimitare il campo tra comunitario e nazionale, ma piuttosto
      d’elaborare un quadro armonico in grado di massimizzare l’efficacia dell’azione comunitaria.
      Le diverse culture amministrative e realtà locali esistenti in Europa non facilitano l’elaborazione di un tale quadro d’insieme, ma il livello d’interpenetrazione della dimensione comunitaria nei paesi dell’UE é tale che l’integrazione si vede ostacolata nel suo funzionamento concreto se gli organismi subnazionali non sono in sintonia con i governi centrali. Da qui, e dalla necessità di avvicinare sempre più l’Europa ai cittadini, la necessità di puntare sulle collettività locali come fattore essenziale dell’integrazione europea.
      In termini generali, la storia dell’integrazione europea é stata caratterizzata, fino agli anni novanta, da una tendenza alla crescita delle competenze comunitarie a scapito di quelle nazionali, facilitata anche dalla giurisprudenza della Corte Europea.
      Questo processo si é però arrestato proprio quando si é venuto a completare il primo grande progetto europeo, quello del mercato unico (1993). Al momento del lancio dell’UEM, gli Stati membri intraprendono un processo di erosione o perlomeno di congelamento della tendenza preesistente.
      L’apparizione dell’Euro é il suggello del processo d’integrazione economica: gli Stati membri (ed i cittadini europei) capiscono che se non si pone un freno alla dimensione comunitaria, gettando un po’ d’acqua gelata sugli entusiasmi europeisti, gli stati -nazione sono destinati a vedere assottigliate sempre più le loro prerogative.
      Da qui che il secondo ed il terzo pilastro di Maastricht privilegino la dimensione intergovernativa: paradossalmente, al successo del comunitario nella sfera economica (in quarant’anni si crea uno spazio economico comune dotato d’una sola moneta in un contesto di straordinario aumento della prosperità continentale), si risponde abbandonando questo modello per riproporre quello classico dell’intergovernativo, a propulsione indubbiamente minore.
      Se una certa paura dei ceti politici nazionali e delle opinioni pubbliche nei confronti dell’immanenza del comunitario può giustificare questo sviluppo, é però curioso che si sia scelto d’abbandonare un modello che funziona, per privilegiarne uno molto meno efficiente.
      Nel caso della PESC (Politica Esterna e di Sicurezza Comune), essa fa i conti giornalmente proprio con questa contraddizione: se essa non é così deficitaria come spesso si dice, é anche vero che in caso di crisi il suo funzionamento rimane indubbiamente al di sotto del potenziale che l’UE ha nel mondo.
      Nel caso della cooperazione in affari interni e giustizia, la situazione é simile, salvo che recenti sviluppi (Nizza) fanno già intravedere un rafforzamento del metodo comunitario a scapito dell’intergovernativo: quando si vogliono risultati concreti, c’è bisogno del lavoro di una Commissione che proponga ed una volta che il Consiglio (ed il Parlamento) hanno adottato una decisione, si occupi dell’esecuzione di tali decisioni. Se non si vuole avanzare, l’intergovernativo va invece benissimo.
      Naturalmente, un’Unione dalle competenze sempre più vaste non dovrà necessariamente adottare le stesse modalità di funzionamento in tutti i suoi ambiti.
      Credo che questa sia in realtà la risposta più adeguata alla sfida esistente: un approccio flessibile che eviti estremismi ideologici e cerchi, nella pratica, la soluzione più efficace perché una determinata politica dispieghi i suoi effetti a beneficio dei cittadini europei.
      L’esperienza però insegna che il comunitario funziona meglio: ferma restando la necessità di prevedere tutti gli opportuni meccanismi di controllo, è necessario che l’intergovernativo si permei sempre più di comunitario, e che il PE ed i Parlamenti nazionali siano implicati sempre più strettamente nel processo di decisione. Ma il ruolo della Commissione nell’implementazione è necessario. L’UE ha bisogno di una Commissione forte, un suo indebolimento è funzionale solo agli interessi conservatori di chi vuole fermare il treno per difendere il proprio potere.
      La sussidiarietà vale poi come principio generale: anche in questo caso é necessaria una certa flessibilità. Non tutti gli enti locali funzionano allo stesso modo, anche all’interno di un singolo paese. Tutte o quasi le politiche comunitarie già oggi vedono la collaborazione attiva delle regioni, non potrebbe essere diversamente. Perché però la democrazia europea funzioni correttamente è importante che i cittadini siano in grado di visualizzare ad ogni momento a chi compete una determinata azione (o chi è responsabile per eventuali carenze): non serve attaccare Bruxelles se è la mia regione che ha omesso di agire nell’ambito della sua competenza, non serve attaccare il sindaco se egli si vede impedito d’agire da eventuali ritardi nella definizione del consenso in ambito comunitario o da carenze del governo nazionale.
      Stabilire un quadro chiaro di regole non é semplice, ma aiuta i cittadini a chiarire le responsabilità di ciascuno. È quindi necessario per aumentare il tasso di democrazia europea. Ma non è affatto un problema di “tecnocrazia oscura”, piuttosto di mancanza di volontà politica di chiarire i nodi della questione.
      È ora di farlo una volta per tutte.
    2. La formulazione di una Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE è un’esigenza che é appare evidente da una decina d’anni a questa parte. Dal momento dei dubbi tedeschi in materia di conformità con la Legge Fondamentale della RFT del Trattato di Maastricht, apparve chiaro che, tenendo conto del grado d’intensità raggiunto dalla nostra integrazione, era divenuto necessario elaborare una Costituzione Europea.
      L’eterodossa posizione britannica, dovuta al fatto che questo paese non possiede una Costituzione scritta, portò all’assurda conclusione di Nizza, che adottò il principio d’una Carta “senza valore giuridico”. L’avete mai vista una Costituzione che abbia solo valore politico? Una contraddizione in termini.
      Pare che a Laeken si sia avanzato su questo punto: sempre per questioni di chiarezza e trasparenza è necessario che agli europei sia fornito un testo che riprenda i diritti fondamentali garantiti da tutte le nostre Costituzioni nonché dalle Convenzioni Internazionali (Nazioni Unite) sottoscritte dai nostri paesi. Tutti noi ci guadagneremmo dal fatto che sia l’Unione a garantire tali diritti: questo tra l’altro impedirebbe certe derive unilaterali preoccupanti (caso austriaco od atteggiamento italiano sul mandato di cattura europeo), molto piu probabili di eventuali derive dell’ Unione come tale, spesso evocate come possibili ma nella pratica assai poco probabili.
      Tale Costituzione non sostituirebbe ma integrerebbe il corpus costituzionale nazionale.
      I cittadini non avrebbero che da guadagnare da questo sviluppo.
    3. La semplificazione dei Trattati.
      Un’ altra necessità: consultare i Trattati di oggi, frutto di modificazioni successive sul testo del Trattato di Roma, richiede un grado di conoscenza della materia molto superiore, per esempio, a quello necessario per consultare la Costituzione Italiana.
      La cosa migliore sarebbe riscrivere tutto, nella linea della proposta formulata l’anno scorso dai saggi europei: prevedere una prima parte di norme essenziali di natura costituzionale, modificabile solo all’unanimità, ed una seconda parte di diritto materiale, in cui prevarrebbe eccezioni il principio di codecisione (Parlamento Europeo) e la maggioranza qualificata.
      Questa soluzione avrebbe il grande vantaggio di aumentare di molto la trasparenza, oggi complicata di molto dall’esistenza di molteplici procedimenti decisionali.
      Da notarsi che il Trattato di Nizza è però andato nella direzione contraria, complicando e non semplificando i procedimenti di decisione.
    4. Innalzare il ruolo dei Parlamenti nazionali nel processo di decisione: io m’accontenterei di omogeneizzare il ruolo del Parlamento europeo nel processo di decisione, creando poi dei raccordi tra questo ed i Parlamenti nazionali. Implicare questi ultimi nel processo decisionale complessivo potrebbe rendere tale processo interminabile, specie in un contesto a 27.
      È senz’altro positivo che i Parlamenti nazionali “dicano la loro”, come l’ha fatto l’italiano prima di Laeken, ma penso che la priorità vada accordata al rafforzamento del PE ed al miglioramento qualitativo sia del suo funzionamento che della sua composizione (maggiore visibilità, maggiore importanza da dare alle elezioni europee, che porterebbe anche ad una migliore selezione del personale politico europeo, oggi spesso davvero impreparato).

    Ci restano da trattare le altre questioni proposte dal nostro Parlamento all’attenzione degli altri
    Stati Membri.

    Confrontando la risoluzione approvata dalle Camere con la Dichiarazione approvata a Laeken, dobbiamo dire che ha finalmente prevalso la tesi di chi voleva approfittare dell’occasione della Conferenza per ampliare lo spettro del dibattito ad altre questioni – chiave. Era la posizione della presidenza belga ed anche del nostro Parlamento.

    Mi sembra uno sviluppo positivo: una visione troppo restrittiva non sarebbe servita al momento storico che l’Europa sta vivendo. Molto meglio affrontare tutte le grandi questioni, visto che perdipiù i paesi dell’allargamento sono stati invitati a prendere parte ai lavori della Conferenza, pur con un ruolo minore (senza potere di decisione).

    La Dichiarazione di Laeken pone sul tavolo molte questioni, che saranno quindi affrontate nei prossimi due anni:

    1. In materia di miglior ripartizione delle competenze tra dimensione comunitaria e nazionale, si propone di affrontare anche le seguenti materie (oltre a quelle già elencate):
      1.1 Migliore formulazione della PESC: è una questione assolutamente centrale per il ruolo dell’UE nel mondo. L’UE non è affatto inerte come si crede di fronte alle crisi mondiali, anzi è in prima fila per quanto riguarda aiuti umanitari e cooperazione allo sviluppo.
      Ma è chiaro che traspare una mancanza di spessore politico alla nostra azione esterna, motivata dalla schizofrenia spesso dimostrata dai principali paesi dell’UE, sempre pronti ad andare avanti per conto loro piuttosto che a lavorare a fondo sull’elaborazione di un quadro coerente europeo.
      È un peccato, perché l’Europa gode nel mondo di un enorme capitale di simpatia ed è portatrice di valori e modelli sociali molto più attraenti rispetto a quelli proposti ad esempio dagli Usa.
      I nostri partner spesso desiderano una maggiore presenza politica europea (unica eccezione forse Israele) che possa controbilanciare la presenza americana. Tale situazione è ad esempio evidente in America latina ma non solo. E la presenza che si richiede è di più Europa, non di più Francia, Gran Bretagna od Italia.
      Quasi tutti i fattori che favorirebbero il rafforzamento della nostra politica estera comune sono presenti. Ma ne manca uno solo, fondamentale: l’appoggio delle burocrazie dei Ministeri degli Esteri, formate da persone la cui tappa formativa e la cui carriera è impregnata di nazionalismo (la politica estera europea fa i suoi primi passi solo negli anni 80). Il problema non è tanto, come si potrebbe credere, di mancanza di volontà politica a livello ministeriale, ma d’ostacoli di tipo burocratico – amministrativo creati da chi ha paura di perdere “potere” o “posti”. È una visione miope, perché in realtà non si tratta affatto di togliere gli uni il lavoro agli altri, ma di organizzare le risorse in maniera più efficiente. Di progressi da fare ce ne sono tantissimi, ma il cambiamento è culturale e richiederà tempo.
      A corto, è comunque necessario che il rappresentante della PESC faccia parte della Commissione e che si dia una grande accelerazione a tutte quelle pratiche di coordinamento che già esistono (a livello di definizione delle strategie, delle politiche, dell’azione diplomatica, dell’assistenza ai cittadini dell’Unione etc..) ma che richiedono molto più impegno ed il superamento di tante inerzie.
      Controindicazioni non ce sono: l’Europa nel mondo ha uno spazio enorme di crescita, fomentare i nostri particolarismi è solo dannoso. Nessuno dei nostri paesi è più forte od influente da solo, anche se tutti in qualche momento lo credono. Le specificità di ognuno possono invece essere potenziate a beneficio di tutta l’Unione, nel quadro di una cooperazione franca e trasparente.
      1.2. Discorso simile in campo difensivo, dove l’insufficienza delle nostre nazioni è palese. Negli ultimi anni si è avanzato nella giusta direzione, ma le ultime crisi hanno messo in evidenza una volta di più quanto resta da fare. Come si può pensare che non sia meglio una risposta europea alle crisi internazionali rispetto a volontarismi nazionali (vedi Afghanistan). Come dubitare che tutti i nostri paesi da soli non siano all’altezza delle sfide alla sicurezza del mondo di oggi?
      Abbiamo tutto da guadagnare dal rapido sviluppo di una dimensione comunitaria della difesa. Sta già avvenendo ma dobbiamo fare di più. A Laeken l’onere di proporre metodologie più adeguate per tali politiche;
      1.3. Stesso discorso per la dimensione giudiziaria e penale. Il “terzo pilastro” sta avanzando, ma uno spazio economico integrato come il nostro non deve essere timido nel completare il circolo con il perfezionamento di uno spazio giudiziario. Che questi crei una serie di problemi tecnici complessi da risolvere è chiarissimo, vari giuristi l’hanno sottolineato. Ma l’importante è tracciare una via maestra, senza ambiguità, e remare tutti nella stessa direzione. In questo senso, gli argomenti usati dal governo italiano contro il mandato di cattura europeo erano risibili perché pretestuosi.
      1.4. Maggior coordinamento delle politiche economiche: è un campo nel quale si è avanzato parecchio ma mancano ancora molte riforme. Cruciale anche il tema, affrontato dal nostro parlamento ma non esplicito nella Dichiarazione di Laeken, del “governo dell’economia”. La Banca Centrale Europea non ha nel suo mandato questo compito, essa si deve occupare solo di controllo d’inflazione: questo l’ha indebolita (ed ha indebolito l’Euro) nonostante in questi tre anni essa si sia dimostrata tecnicamente all’altezza. Sì quindi al governo dell’economia, facendo però solo attenzione ad evitare duplicità di ruoli. Per questo motivo l’ipotesi del Sig. Euro mi convince meno dell’eventuale allargamento delle competenze del BCE al di là del mero controllo del tasso d’inflazione;
      1.5. Inclusione delle regioni nel processo decisionale comunitario e rispetto delle loro competenze: bisogna chiaramente andare al di là del basso profilo attuale (Comitato delle Regioni), ma anche evitare situazioni assurde, come la presenza delle regioni nel Consiglio Europeo. Da rafforzare invece meccanismi di coordinamento tra regioni dello stesso paese o limitrofe. Ma un Consiglio a 200 membri non mi sembra una buona soluzione.
      1.6. Rafforzamento della cooperazione in materia sociale, ambientale, della salute, della sicurezza alimentare: sono campi che interessano sempre di più i cittadini, e nei quali trasparenza ed efficacia sono d’obbligo. Importante che facciano parte dell’agenda di Laeken, anche pensando alla sfida dell’allargamento.

    Per quanto riguarda il deficit democratico, l’agenda di Laeken si occuperà della ridefinizione dei
    ruoli delle diverse istituzioni, della designazione del Presidente della Commissione, dei meccanismi di decisione (da uniformare e rendere più agili, anche se a Nizza si è fatto il contrario..)e dell’estensione della maggioranza qualificata (che dovrebbe divenire la regola con poche eccezioni ben definite), di modifiche al sistema elettorale del PE (vedasi l’annoso problema del sistema elettorale uniforme, la cui assenza crea notevoli distorsioni di rappresentatività), dell’eventuale pubblicità delle riunioni del Consiglio, del sistema di Presidenza, della composizione della Commissione.

    Insomma, il menù è ricco, ed il nostro Parlamento è stato all’altezza della situazione nel porre i
    problemi giusti.

    Ma ora comincia il difficile, perché a fronte di grandi sfide i governi europei hanno risposto negli ultimi anni in maniera poco ambiziosa, usando il bilancino del farmacista. Questo e il grande problema dell’Europa di oggi: proprio quando si completano grandi realizzazioni di enorme portata storica che è persino inutile citare, è venuto a mancare, da Maastricht in poi, lo stimolo a pensare in grande.
    Io credo che i fattori che spiegano questa crescente timidezza della nostra integrazione siano essenzialmente due:

    • – un fattore generazionale: i leader che, con tutti i loro difetti personali, portarono avanti l’integrazione fino agli anni novanta, avevano vissuto la guerra ed appartenevano ad una generazione che aveva sperimentato in prima persona i guasti della non – integrazione e del confronto. Al suo posto vi è ora una generazione di politici pragmatici, figli del dopoguerra, per cui l’integrazione non è una più sfida epocale dalle grandi conseguenze storiche ma qualcosa di “tecnico” con cui hanno sempre convissuto. Questa ha provocato una perdita di slancio ideale ed un ritorno ad approcci opportunistici e di corto respiro.
      L’accorciamento del ciclo politico ed il raffreddamento delle utopie contribuisce anche a che la generazione al potere in Europa solo agisca in funzione dei cicli elettorali, e non più pensando a grandi disegni di sviluppo di lungo periodo;
      – l’insicurezza nelle popolazioni derivante dalle sfide della globalizzazione (non necessariamente dell’integrazione europea, anche se spesso si confondono le due dimensioni). L’integrazione è il fattore che sta permettendo all’Europa di rimanere sulla cresta dell’onda nell’ambito della globalizzazione, senza di essa le nostre nazioni sarebbero fuori gioco (forse con qualche eccezione).

    Confondere gli effetti della globalizzazione con quelli dell’integrazione porta a gravi errori: la globalizzazione è una realtà in gran parte esogena con cui bisogna fare i conti, l’integrazione è una scelta volontaria ma necessaria per far fronte ai nuovi scenari.

    Nel momento in cui euro e mercato unico sono divenuti una realtà tangibile, i popoli ma soprattutto i loro governi hanno avuto paura ed hanno voluto mettere il freno a mano. In realtà gli europei sono ben più integrazionisti dei loro governi, il grande segreto di cinquant’anni di vita in comune sta nel grande protagonismo della società rispetto al sistema politico: vedasi lo sviluppo del diritto comunitario e la sua applicazione diretta, un fenomeno imposto non dai governi ma dai cittadini.

    È questo che ha differenziato l’UE da ogni altro processo d’integrazione al mondo: i governi lanciarono una sfida negli anni cinquanta senza sapere sino in fondo dove si sarebbe arrivati, la società (in primis le imprese ma poi anche i cittadini) hanno obbligato i governi a tenere fede alle loro promesse.

    Laeken sia quindi l’occasione per riflettere a tutti questi temi, ma rifuggiamo dall’idea che essi siano materia per specialisti o addetti ai lavori. La grandezza dell’Europa sono i suoi cittadini, sempre più consapevoli e protagonisti. Sono loro (siamo noi) a dover definire l’Europa che vogliono (vogliamo).