Le elezioni presidenziali in Messico: continuità o cambiamento?

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Si sono date interpretazioni discordanti del risultato delle elezioni messicane del 21 agosto. Alcuni osservatori vi hanno visto uno smacco per il Pri (Partido revolucionario institucional), al potere ininterrottamente da 65 anni, che, pur vincitore, ha visto scendere i consensi per il suo candidato, Ernesto Zedillo Ponce de León, sotto la soglia del cinquanta per cento: è la prima volta che succede, dato che nel passato i candidati alla presidenza presentati dal Pri erano stati sovente candidati quasi unici.

Altri preferiscono sottolineare il fatto che le recenti elezioni sono state le più equilibrate dell’intera storia repubblicana: per la prima volta ben tre candidati erano in lizza con serie probabilità di successo, e le previsioni della vigilia lasciavano presagire anche la possibilità di una sconfitta per Zedillo. In questo senso il risultato rappresenterebbe un successo per il Pri,
che non solo riesce a ottenere l’elezione del suo candidato, ma soprattutto riesce a farlo nel contesto di un processo elettorale accettabilmente limpido, migliorando quindi la sua credibilità non solo interna ma anche internazionale.

Per dare un giudizio equilibrato dobbiamo analizzare cosa era davvero in gioсо nelle elezioni del 21 agosto. Prima di tutto diamo breve spazio ai numeri.

Alle elezioni presidenziali del 21 agosto si presentavano tre candidati principali: quello del Pri, Ernesto Zedillo, è risultato vincitore con il 48,87 per cento dei voti; quello del conservatore Pan (Partido de acción nacional), Diego Fernandez de Cevallos, ha ottenuto il 26,09 per cento, mentre il candidato di sinistra, Cuauhtémoc Cardenas, leader del Prd (Partido de la revolución democrática), si è piazzato in terza posizione con il 16,42 per cento dei suffragi.

Alle elezioni presidenziali erano abbinate le elezioni legislative, che hanno visto un trionfo del Pri: dei 298 seggi assegnati alla Camara de diputados (al momento in cui scriviamo due seggi erano ancora in lizza), il Pri ne ha ottenuti 268, il Pan 25 e il Prd 5. Al Senado la situazione migliorava un poco per le opposizioni dato che il sistema elettorale prevede una doppia ripartizione dei seggi: in prima istanza si assegnano dei seggi ai candidati del partito primo classificato nel collegio elettorale, mentre un certo numero di seggi va ai candidati secondi classificati. Dei 64 seggi assegnati secondo il primo metodo il Pri ne ha ottenuti 62 (2 sono stati per il Pan), mentre tra i candidati secondi classificati il Pan ha avuto 22 eletti, il Prd 9 e il Pri 1. Se aggiungiamo al calcolo i senatori di cui non scadeva il mandato, il Senado ha la seguente composizione: Pri 94, Pan 25, Prd 9.

Molto significativa la partecipazione dei cittadini, dato che i votanti sono stati più del 70 per cento degli aventi diritto, percentuale ben superiore alla consueta che si aggira attorno al 50 per cento, a dimostrazione dell’importanza attribuita a questa tornata elettorale.

Queste elezioni erano state un poco enfaticamente presentate come le più importanti della storia del Messico: non solo il Pri rischiava per la prima volta di perderle, ma esse si inserivano nel quadro di una serie di avvenimenti di importanza fondamentale per la storia del Paese.

Tali avvenimenti sono l’entrata in vigore dell’Area di libero scambio nordamericana (Nafta in inglese, Alena in spagnolo) con Stati Uniti e Canada, avvenuta 1’1 gennaio di quest’anno; la rivolta contadina dello Stato di Chiapas, scoppiata lo stesso giorno, che ha avuto un enorme impatto sull’opinione pubblica e sulla situazione politica messicana; il clamoroso assassinio, avvenuto a Tijuana il 6 marzo, del candidato del Pri alla Presidenza della Repubblica, Luis Donaldo Colosio. Accanto a tali avvenimenti-cardine dobbiamo segnalare altri fattori che testimoniano una realtà in ebollizione: le riforme economiche di stampo liberale portate
avanti nel corso del suo mandato dal presidente uscente Salinas de Gortari, che hanno avuto successo ma che non hanno ancora intaccato le contraddizioni di fondo del sistema sociale di un paese nel quale convivono il favoloso tenore di vita delle classi legate al potere e la miseria da Terzo Mondo di una buona parte della popolazione; il peso crescente delle bande messicane di narcotrafficanti (1), il cui ruolo non è tanto legato alla produzione quanto al transito degli stupefacenti dai paesi produttori sudamericani verso gli Stati Uniti; il clima di violenza politica che ha sempre contraddistinto il Messico ma che non accenna ad attenuarsi; le sequele di crimini sui quali non è stata fatta piena luce e che hanno delle relazioni evidenti con le profonde trasformazioni in atto nel Paеse, quali l’assassinio, avvenuto lo scorso anno a Guadalajara, del cardinale Juan José Posadas e il rapimento del più importante banchiere messicano, Harp Helu, intimo del presidente Salinas e uomo-chiave del processo di privatizzazioni da questi avviate.

Tutto questo insieme di fattori evidenzia una situazione estremamente complessa, per cui è opportuno che facciamo un passo indietro per analizzare cos’è successo negli ultimi anni.

Quello del Messico è sempre stato un cаso atipico nel quadro dei sistemi politici latinoamericani: un paese caratterizzato da una singolare stabilità politica che faceva seguito ai turbolenti anni Dieci e Venti.

Il partito che raccoglie l’eredità rivoluzionaria fu fondato da Lázaro Cárdenas (padre di Cuauhtémoc) alla fine degli anni Venti. Il Pri evidenzia nel suo nome quella che per un europeo è una contraddizione di fondo, ma che per un latinoamericano non è tale: vi si associano infatti la rivoluzione e quello che apparentemente è il suo contrario, le istituzioni.

Il messaggio che traspare da questa impostazione è quello della trasformazione delle istanze rivoluzionarie in slancio permanente.

Il cardine del consenso del Pri è stata, nel corso dei decenni, la riforma agraria: la distribuzione delle terre ai contadini è stato il principale collante mediante il quale il Partito ha potuto controllare le sterminate campagne messicane. La terra rimaneva proprietà della nazione ma era affidata ai campesinos. Attorno a questo elemento il Pri ha costruito un sistema di controllo politico delle campagne che gli ha permesso di vivere indisturbato, senza alcuna opposizione politica, fino agli anni Ottanta. I processi elettorali erano rigidamente controllati con svariati metodi; il sindacalismo sempre stato di natura politica e di stretta osservanza priista; le stesse forze armate non hanno mai assunto in Messico un ruolo politico, rimanendo ai margini della vita civile in un ruolo molto defilato.

Il Pri si è quindi identificato con lo Stato, quasi un partito unico al riparo da qualsiasi tipo di attacco esterno.

Naturalmente al suo interno si sono formate varie famiglie politiche spesso in lotta tra loro, ma è sempre esistito un consenso di fondo che rendeva possibile una ripartizione delle cariche politiche e dei posti-chiave dell’economia.

Il controllo del Pri sulla vita sociale è stato per decenni assoluto: chiunque ambisse a qualcosa in Messico doveva fare i conti con questo sistema e adeguarsi.

Il fulcro del sistema politico messicano è il presidente, che esercita poteri pseudoregali durante i sei anni del suo mandato. Particolarmente significativa è la facoltà che il presidente uscente, non rieleggibile, ha sempre avuto di nominare il candidato del Pri alle successive presidenziali, (il cosiddetto dedazo), il che equivale a dire che ha sempre potuto nominare il suo successore.

Per quanto riguarda l’economia, essa è stata tradizionalmente caratterizzata da una notevole presenza del settore pubblico, cui appartenevano le principali imprese, in logica coerenza con i principi ideologici di fondo. Particolarmente significativo il controllo pubblico sul petrolio (Pemex): in questo settore, che rappresenta una delle principali risorse del Paese, il Messico ha sempre seguito una politica autonoma, al di fuori dell’Opeс.

I due principali punti deboli dell’economia messicana sono tradizionalmente lo scarso afflusso di capitali stranieri, reso difficile dalle difficoltà legali, visto che per lungo tempo i cittadini stranieri non hanno potuto possedere beni messicani (appartenenti in esclusiva alla nazione) e i già menzionati problemi di distribuzione della ricchezza tra le classi sociali.

Inoltre negli anni Ottanta il Messico è investito in pieno dal problema dell’indebitamento estero: per uscire da questa spirale negativa il governo del presidente De la Madrid, nel quale aveva un ruolo chiave al dicastero (secreteria) della Programmazione e del Bilancio il futuro presidente Salinas, lancia le prime liberizzatrici dell’economia.

Sarà però con la presidenza di Salinas, tecnocrate quarantenne con Ph. D. a Harvard, personaggio con un profilo completamente diverso da quello dei dinosauri dell’apparato priista, che la strada della liberalizzazione verrà imboccata definitivamente.

Salinas arriva alla presidenza nel 1988 caratterizzato da un profilo di eccellente economista, brillante ministro ma con non molto peso all’interno delle vecchie famiglie del Pri. Ma questo non era un handicap per il presidente, dato che uno dei punti salienti del suo programma era la rottura dei legami fisiologici del governo con il partito come passo decisivo verso il raggiungimento della pienezza democratica; l’altro punto chiave era, logicamente, la liberalizzazione dell’economia.

Il grande problema iniziale di Salinas è stato quello della sua elezione, la cui legittimità è stata messa in discussione da più parti: è noto come Cárdenas, già allora candidato, fosse in testa nello spoglio dei voti prima che un sospettissimo guasto informatico obbligasse a uno spoglio manuale controllato in pratica dal Pri.

Alla fine fu dichiarato vincitore Salinas con un margine minimo sul rivale, che però si imponeva nell’enorme Distrito federal (dettaglio molto significativo se si pensa al peso dello stesso nel contesto del Paese): il candidato del Pri aveva la meglio grazie alle campagne, nelle quali i meccanismi clientelari del Partito e la presenza sistematica dei suoi militanti nei seggi, cui non poteva corrispondere una presenza parimenti significativa dei militanti del Prd, inficiavano enormemente la legittimità del risultato. Si era verificata quindi l’ennesima chapuza (pasticcio): per un presidente il cui programma era imperniato sulla liberalizzazione e la trasparenza, non ci poteva essere partenza peggiore.

Nel corso del suo mandato Salinas ha ottenuto risultati molto importanti: dal punto di vista economico la privatizzazione del sistema bancario, lo stimolo degli investimenti, il rilancio borsistico, la sostanziale tenuta della moneta a cui però bisogna contrapporre un peggioramento dei conti con l’estero e una tendenza alla diminuzione del tasso di crescita del Pib; dal punto di vista della politica estera, la recente ammissione del Messico nell’Ocse (sul Nafta torneremo); l’accordo con la Chiesa cattolica è stato un altro importante risultato, che ha temperato gli eccessi un poco paradossali del rigoroso rispetto del principio della laicità dello stato in un paese profondamente cattolico (basti pensare che, ad esempio, i religiosi non avevano diritto di voto e non possono vestire l’abito talare in pubblico). Anche per quanto riguarda la pulizia del Pri e il ridimensionamento delle sue grandi famiglie Salinas ha ottenuto buoni risultati. In questo campo il migliore alleato del presidente è stato Luis Donaldo Colosio, per quasi quattro anni presidente del Pri prima di essere nominato candidato.

Ma il punto di svolta della presidenza Salinas è stato lo storico accordo con gli Stati Uniti d’America e il Canada (Nafta). Tale trattato ha rappresentato una scelta strategica fondamentale per il Messico, che ha sempre avuto rapporti complessi con il potente vicino: forse è fin troppo abusata la citazione del detto del presidente Porfirio Diaz, per cui il principale problema del Messico era quello di essere tan lejos de Dios y tan cerca de los Estados Unidos, ma questa visione ha sempre avuto molti sostenitori nel Paese.

Si può discutere a lungo su vantaggi e svantaggi del Nafta per il Messico e per i suoi due partners (2), ma quando anche i vantaggi del trattato fossero solo psicologici la scelta Salinas è stata comunque capitale: in un mondo che si avvia verso la liberalizzazione globale degli scambi, attuata in primo luogo mediante processi di integrazione regionale, il Messico ha deciso di rompere definitivamente con un passato di dirigismo e protezionismo per scegliere la sfida della concorrenza, formando con gli Stati Uniti e il Canada il mercato più grande del mondo.

Salinas e il suo gruppo di tecnocrati formatisi negli States hanno scelto, coerentemente con il loro background intellettuale, di percorrere la via preconizzata dalle istituzioni di Bretton Woods.

Ma l’equazione liberalizzazione = sviluppo deve necessariamente completarsi con la democratizzazione: alla modernizzazione delle strutture economiche deve corrispondere necessariamente la modernizzazione delle strutture politiche.

Salinas aveva quindi bisogno di scegliere un successore che avesse le sue stesse caratteristiche, ma soprattutto aveva bisogno che il prescelto fosse eletto democraticamente, senza alcun dubbio sulla legittimità del processo elettorale.

Colosio, anch’egli del gruppo dei quarantenni, aveva il profilo giusto: aveva inoltre una vena popolare che lo avvicinava alla gente in maniera più diretta rispetto al freddo Salinas.

L’omicidio di Colosio a Tijuana resterà probabilmente uno dei grandi misteri della storia messicana: tra le varie ipotesi vi sono quella di una vendetta interna del Pri (si ricordi il ruolo di Colosio alla presidenza del partito), la pista del narcotraffico, un incrocio delle due precedenti e mille altre ancora.

Ad ogni modo Salinas si è trovato di fronte alla difficile scelta di un candidato in piena campagna elettorale. Si è inclinato per Zedillo, ex ministro del Bilancio responsabile della campagna elettorale di Colosio, uno dei pochi personaggi liberi da incarichi statali e quindi candidabile ai sensi della Costituzione messicana.

Zedillo, economista quarantaduenne, poco carismatico, ha la stessa tipologia di Salinas e Colosio, che sappiamo essere quella necessaria agli occhi del presidente uscente.

Ma prima di analizzare comparativamente le tre opzioni che erano offerte agli elettori messicani nelle elezioni presidenziali dobbiamo soffermarci un momento sulla rivolta di Chiapas.

Abbiamo sottolineato come tale ribellione abbia avuto un forte impatto sull’opinione pubblica messicana: la rivolta, scoppiata nello Stato più meridionale del Paese, uno dei meno sviluppati e caratterizzato da una forte comunità di indios, è legata a un complesso di motivazioni che vanno dalla situazione di sottosviluppo oggettivo della regione alla fine del miraggio della distribuzione delle terre (Salinas ha dato infatti per terminato questo fenomeno), dalla diffidenza nei confronti del Nafta, interpretato cоme poco vantaggioso per gli stati meridionali, al difficile rapporto tra gli indios e il potere centrale. L’Ezln (Ejército zapatista de liberación nacional) si richiama esplicitamente alla figura più radicale della rivoluzione messicana, Emiliano Zapata. Non è solo la sommossa in sé, sorprendentemente ben organizzata per
un paese senza grandi tradizioni di guerriglia, che ha richiamato l’attenzione di tutti su Chiapas, quanto piuttosto il clamoroso grido d’allarme sulla situazione di sottosviluppo di frange importanti della popolazione messicana e le possibili conseguenze politiche in un anno elettorale.

Dobbiamo segnalare come il governo abbia scelto la via del dialogo ottenendo se non l’appoggio dei ribelli almeno la loro partecipazione alle elezioni, che ha contribuito in modo significativo alla legittimazione del processo elettorale.

Veniamo dunque ai tre candidati principali: i loro programmi non erano poi così radicalmente diversi: tutti e tre accettavano il Nafta, anche se Cardenas voleva rinegoziarlo parzialmente; Cevallos insisteva sulla decentralizzazione verso gli stati a scapito dell’amministrazione centrale; Cardenas prometteva una maggiore spesa pubblica, mentre Zedillo era più prudente su questo punto, pur prospettando investimenti in educazione e sanità; Cevallos preconizzava un peso crescente del Congresso nella vita politiсa.

I sondaggi pre-elettorali (una novità in Messico: prima non avevano nessun interesse!) prevedevano un risultato sostanzialmente simile a quello reale, ma nessuno ci credeva.

Una volta noto tale risultato, quali ne sono le conseguenze?

In primo luogo, bisogna dire che l’importante banco di prova costituito dalla correttezza del processo elettorale è stato superato: gli osservatori nazionali e internazionali coincidono nel segnalare che se delle anomalie si sono registrate, esse non inficiano la sostanziale validità
nel risultato: Zedillo parte quindi con il vantaggio rispetto a Salinas di essere un
presidente sicuramente legittimo.

In questo senso le prese di posizione di Cárdenas sembrano fuori luogo: il suo ritardo nei confronti di Zedillo è tale che le sue proteste sembrano rispondere più a un cliché che a una convinzione reale. Sorprende poi l’ascesa del Pan, che mai aveva raggiunto tali livelli: tale partito aveva sempre raggiunto buone quote di consenso negli stati del nord, dove il fattore dell’attrazione esercitata dagli Usa gioca un suo ruolo fondamentale. A mio modo di vedere il consenso per il Pan è venuto da chi, convinto delle politiche di liberalizzazione economica, non lo era però tanto dall’apparato del Pri e si augurava quindi un cambio di classe dirigente.

Il declino, per certi versi inatteso, di Cárdenas può essere letto come la sconfitta della sinistra tradizionale latinoamericana, populista e in fondo antistorica in diverse delle sue manifestazioni. Di certo la caduta dei consensi per Cárdenas è stata drastica, anche se non va sottovalutato il fatto che a questi è stato negato per cinque anni l’accesso al principale canale televisivo nazionale (Televisa), veto durato fino a quando la legge in materia elettorale non ha obbligato al contrario. Ma al di là di questa considerazione, è chiaro che il ridimensionamento della sinistra messicana è assai rilevante.

Quindi il Pri ha vinto o perso la sua battaglia? L’idea di un cambio nella continuità, cara agli strateghi del Partito, sembra avere prevalso.

Certo, Zedillo ha già dichiarato di voler formare il suo governo con personalità non compromesse con le pratiche dominanti nel «vecchio» Pri e di voler collaborare con i due partiti di opposizione: sono fenomeni inauditi per i canoni della tradizionale politica messicana е fanno presagire la possibilità che, in futuro, il Pri, ormai sceso dal piedistallo della sua quasi unicità, possa perdere il potere.

Ma un declino di questa formazione politica era inevitabile, in quanto il suo monopolio si collocava al di fuori della logica dell’evoluzione storica.

Il punto importante è che il Pri sembra in grado di poter canalizzare le esigenze di cambiamento emerse dalla società in un modo accettabile.

Paradossalmente la sconfitta di Cárdenas va letta proprio in questo senso: l’avere preso a riferimento l’eredità rivoluzionaria è risultata una scelta anacronistica. In un Messico pieno di contraddizioni ma dove il mito della modernità ha comunque fatto breccia, i valori ideologici tradizionali sono risultati perdenti rispetto ai nuovi schemi che vedono nel liberalismo la chiave dello sviluppo.

Se il processo di democratizzazione formale del Paese sembra inarrestabile, e dovrebbe potersi completare senza che il Pri debba necessariamente passare all’opposizione, il futuro del Messico si giocherà proprio sulla tematica dello sviluppo sociale e quindi della democratizzazione sostanziale.

Solo se troverà il modo di redistribuire più efficacemente i benefici della crescita economica e di aumentare in maniera significativa il livello di vita della popolazione, la classe politica attuale può pensare di sopravvivere.

Se, al contrario, il Messico rimarrà il paese delle diseguaglianze manifeste, il futuro non può che essere pieno di incognite.

Note
(1) Vedasi Le Mexique confronté à la
puissance des narco-trafiquants su Le
Monde Diplomatique
, agosto 1994.
(2) Per un esame del dibattito sui vantaggi e gli svantaggi del Nafta si può fare riferimento a:
Myths versus Facts di W.A. Orme jr. su
Foreign Affairs di novembre-dicembre
1993.
Can Nafta change Mexico? di J.G.
Castaneda su Foreign Affairs di settembre-ottobre 1993.
Lo stesso articolo è stato pubblicato anche in spagnolo su Politica Exterior con
il titolo: Nafta y el futuro de Méjico
(numero 35, autunno 1993).