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  • Il vero pericolo non è l’Isis in Libia ma il terrorismo in Europa

    La conquista di Derna da parte di una milizia che ha dichiarato la sottomissione al califfo Al – Baghdadi, divenendo quindi parte di ISIS, ha scatenato angoscia in Italia circa la situazione libica e il potenziale pericolo nei confronti del nostro paese. Nell’atmosfera di paura nella quale gli europei vivono dai fatti di Parigi, si fanno accostamenti tra situazioni diverse e proposte spesso inadeguate. Il discorso corretto da fare non è quello della contrapposizione tra guerrafondai e pacifisti, ma la risposta adeguata da dare alla crisi libica, il potenziale che essa ha di trasformarsi in un problema per i vicini sia del Nord Africa sia del Sud del Mediterraneo e quanto reale sia il pericolo di ISIS nella nostra regione. Risposte emotive e precipitose di certo non servono ad affrontare adeguatamente la situazione. Su queste pagine, Stefano Iannaccone, intervistando Stefano Torelli, Gianfranco Belgrano e Giancarlo Villa hanno già scritto cose utili. Io cercherò di ampliare il discorso inserendo i rischi libici nell’ambito delle lezioni apprese in Iraq e Afghanistan nell’ultimo quindicennio e alla luce della nuova realtà di ISIS, che va capita per poter essere adeguatamente combattuta.

    La principale lezione che gli interventi in Afghanistan e Iraq ci hanno lasciato è che senza un’adeguata analisi della situazione sul campo, è ben difficile elaborare piani d’azione che servano: in entrambi i casi, si presero decisioni e si adottarono modalità operative non funzionali alla situazione sul terreno, ma a quella “inventata” nelle capitali: in quei due casi, si preferì adottare una visione che faceva politicamente comodo in casa, anziché’ avere l’umiltà di ascoltare chi era sul terreno ed era familiarizzato con quanto vi succedeva.
    L’Afghanistan avrebbe potuto costituire uno straordinario esempio di nation – building con potenziali effetti di stabilizzazione in una regione da sempre conflittuale: il ristabilimento dello stato afgano e un sostanziale miglioramento delle condizioni della vita della popolazione dopo decenni di guerra civile e il regime dei talebani avrebbero potuto fare moltissimo pe migliorare i rapporti tra Occidente e Islam.

    L’avere invece giocato sempre al ribasso in Afghanistan, prendendo la sciagurata decisione di foraggiare i signori della guerra anziché dare priorità alla costruzione d’uno stato moderno ed economicamente sostenibile, nonché rinunciare a sconfiggere una volta per tutti i talebani concentrando gli sforzi solo su Al Qaeda (punire Bin Laden era l’unico obiettivo che sembrava contare) risultò inadeguato. Dopo quattordici anni di presenza e ingentissimi investimenti, la situazione in Afghanistan rimane assai precaria: anche se il governo d’unità nazionale apre qualche prospettiva positiva, il numero di terroristi nel mondo è aumentato esponenzialmente rispetto al pre – 11 settembre e la distanza tra islam e Occidente non è mai stata così ampia.
    In Iraq, l’ostinarsi in un modello di state – building copiato pedissequamente dal diversissimo modello americano, che nulla ha a che vedere con la realtà irachena, e l’esautoramento dei sunniti a favore degli sciiti ha alterato i dati dell’equazione regionale, scoperchiando un vaso di pandora le cui conseguenze stiamo ancora pagando adesso.
    L’ascesa di ISIS, la versione più spietata dell’integralismo islamico di stampo wahahabita, è conseguenza diretta di quelle scelte dissennate, poi continuate nel continuo procrastinare di decisioni in Siria, fino a perdere ogni possibilità d’influire su quello scenario. La nuova franchigia ISIS si è sviluppata e rafforzata proprio nel territorio a cavallo tra Siria e Iraq, raggiungendo Kobane e proiettando ombre su tutto lo scenario medio orientale.

    Per valutare l’entità dell’attuale pericolo libico, è necessario capire cosa sia ISIS. L’unica cosa positiva del radicalismo islamico è che si tratta di fenomeno molto diversificato, i cui scenari sono molto dinamici, come un mare sempre in movimento. Il punto chiave della concezione wahhabita dell’Islam è l’esistenza del califfato, unità religiosa – politica in cui vi è spazio solo per l’islamismo sunnita, nel quale le religioni politeiste vanno eliminate fisicamente, e le altre monoteiste, compresi sciiti, ismaeliti ed altre famiglie islamiche “non ortodosse”, sottomesse.

    Fino all’apparizione di Isis tra Siria e Iraq, il califfo che godeva di maggior riconoscimento era Mullah Omar, emiro dell’Afghanistan e capo della grande nazione islamica, particolarmente seguito in Afghanistan e in Pakistan, specie nei territori tribali. Di Omar, che dopo la caduta di Kabul si rifugiò in Pakistan, da tempo non si sa più nulla: la sua morte non è mai stata dichiarata ma non si fa sentire da tempo. Questo ha permesso la formazione di un califfato alternativo, quello adesso capeggiato da Al -Baghdadi, proclamatosi califfo. La spettacolarità dell’ascesa militare di ISIS (conosciuta come Daesh nel mondo arabo) ha provocato movimenti tellurici nel mondo dell’integralismo islamico: la sigla Al Qaeda, anch’essa di per se’ non organizzazione unitaria ma una rete di gruppi slegati tra loro e uniti da un comune giuramento di sottomissione. Sullo scenario siriano, Al Qaeda e ISIS sono nemici, con obbedienze diverse (Al Qaeda è legata al califfato afghano, l’unico che è pervenuto a gestire il potere in un intero paese) e si combattono.

    La concorrenza tra Al Qaeda e la nuova franchigia ISIS si è estesa in tutto il mondo mussulmano, allargandosi all’Africa sub sahariana, dove fino a dieci anni l’integralismo aveva scarso acchito presenza e ultimamente è emerso Boko Haram. Alcuni mullah pakistani hanno abbandonato la leadership afghana del silenzioso Omar e, in cerca delle risorse di ISIS hanno dichiarato la loro sottomissione ad Al – Bagdhadi. In Libia, milizie preesistenti, rafforzate dalla confusione dello scenario post – Gheddafi, hanno recentemente dichiarato la loro sottomissione a ISIS: si tratta del gruppo di Derna, composto da un migliaio di militanti, che tanto scalpore ha creato la settimana scorsa. Non si tratta quindi di militanti di ISIS dall’Iraq e dalla Siria, ma di milizie che hanno semplicemente cambiato nome e bandiera, fenomeno frequente nella galassia islamica, in cerca di legittimità, un fattore fondamentale in quell’universo, e finanziamenti: ISIS controlla territorio e risorse e può permettersi di stipendiare nuovi militanti. Pare con somme tra i mille e duemila dollari al mese, quantità allettante tra rifugiati e disoccupati del mondo islamico.

    L’eventuale controllo di pozzi anche in Libia potrebbe costituire un ulteriore incentivo, ma non si vede come e perché’ i gruppi legati ISIS potrebbero interessarsi ad attaccare il territorio di un paese europeo. Ne’ lo possono fare (stiamo parlando di un migliaio di uomini con limitazioni logistiche e interessi in territorio libico) ne’ hanno un evidente interesse a farlo.
    Nella narrativa di questi giorni si fa d’ogni erba un fascio: in maniera simile a quando qualche mese fa si farneticava del possibile contagio di Ebola attraverso i barconi d’emigranti illegali che arrivano nel nostro paese, senza considerare che una persona contagiata da Ebola in Africa occidentale non è in condizioni fisiche per giungere sano sulle coste mediterranee, rendendo quel meccanismo di contagio del tutto virtuale, oggi si paventa la possibilità’ di militanti di ISIS nei barconi. Teoricamente meno impossibile di quella dei malati di Ebola, ma siamo sicuri che la loro battaglia sia in Italia?

    Le milizie associate a ISIS possono avere interesse a lucrare sul traffico di emigranti nei barconi: senza dubbio lo faranno, lottando con le altre milizie per il controllo dei flussi. L’eccidio dei ventuno copti è stata chiaramente una tragica azione dimostrativa, alimentata dalla sete di ISIS di occupare lo spazio mediatico e di scatenare terrore e risposte irrazionali nell’opinione pubblica occidentale. I mille militanti di Derna, quand’anche aumentassero in numero, possono essere sconfitti militarmente, e può darsi che l’intervento militare, guidato da truppe italiane nell’ambito delle Nazioni Unite possa essere la risposta adeguata. Bisogna però intendersi su che tipo d’intervento il Consiglio di Sicurezza può autorizzare: non può essere di peace – keeping, perché non c’è in Libia nessuna pace da proteggere: ci sono due governi concorrenti e diverse milizie con fedeltà diverse in lotta tra loro per il controllo delle risorse.

    Il peace–keeping potrà solo venire dopo un eventuale intervento, autorizzato dalle Nazioni Unite, di natura militare (peace–enforcement) che richiederà l’uso di forze aeree, che alla fine a Kobane sono servite, ma anche la presenza di truppe di terra. Cui bisognerà vedere chi vorrà contribuire. Si potrebbe pensare, sempre con autorizzazione ONU, anche a usare per la prima volta le forze d’intervento rapido dell’UE, ma ci vorrà il consenso d’un numero significativo di paesi, e questo richiede tempo. Come segnalato da Torelli, l’uso di forze militari dell’ex-potenza coloniale ha forse più controindicazioni che vantaggi, e potrebbe attirare sull’Italia un’accresciuta attenzione dei terroristi. Non quelli dei barconi, di cui non s’è mai dimostrata l’esistenza, ma di quelli cresciuti in Europa e radicalizzatisi nel tempo. Come coloro che hanno colpito a Londra, Parigi e Copenaghen. Quello è il vero pericolo, non “l’invasione di ISIS”.

    L’intervento dovrebbe essere chiaramente delimitato: probabilmente assumerà’ le pericolose caratteristiche di guerriglia urbana, in cui il vantaggio sta col difensore, una modalità di combattimento cui poche truppe europee, e non certo le nostre, specialiste in peace – keeping, sono abituate. Si produrranno flussi importanti di rifugiati, come nel 2011, che eserciteranno pressione in primis sui paesi vicini, Tunisia ed Egitto. Contrariamente a quanto sogna chi vede nell’intervento militare una soluzione risolutiva, entreremo probabilmente in uno scenario di crisi prolungata nel quale dobbiamo sentirci preparati a restare per molto tempo dopo la fine delle operazioni militari. Perché’ si possa passare alla fase di peace – keeping, con tutto ciò che essa comporta, sarà necessario che prima si stabilisca un cessate il fuoco e un accordo su una transizione politica tra i due governi contrapposti di Tobruk e Tripoli: è un obiettivo raggiungibile? Non è affatto chiaro. Intervenire affrettatamente, contro una sola delle parti belligeranti, senza che ci siano prospettive di accordo politico e senza avere chiaro cosa fare dopo può rivelarsi una trappola mortale, dalle conseguenze peggiori dell’incertezza attuale.

    Nel 2011, si intervenne in Libia per ragioni ufficialmente umanitarie (protezione dei civili a Bengasi), salvo poi estendere l’intervento fino alla caduta di Gheddafi. Fu la prima di una serie d’incomprensioni con la Russia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, che pur non essendo amica di ISIS non favorirà adesso iniziative “occidentali” in Libia.
    Per quanto riguarda l’eventuale accordo tra due governi libici, difficile da prevedere, dovrebbe costituire l’attuale priorità della comunità internazionale per favorire il ritorno alla normalità in Libia. Rimane il problema dell’inclusività dell’accordo: in uno scenario frammentato come quello libico, con molteplici gruppi in lotta, fedeltà tribali, alleanze mutevoli e l’ombra della concorrenza tra le franchigie di Al Qaeda e ISIS, chi deve sedere attorno al tavolo? In Afghanistan si tennero fuori dalla Loya Jirga risolutiva, contro il criterio di Karzai, i talebani. Fu probabilmente un errore che continuiamo a pagare ancora oggi, perché’ esclusi da quell’accordo, vogliono recuperare il potere con la forza.

    Che tipo di accordo può venir fuori tra le forze libiche contrapposte? Che tipo d’impegno nel peace–keeping e poi nel nation–building siamo disposti a metterci, sapendo che si tratta d’esercizi lunghi, costosi e pericolosi, con più probabilità di fallimento che di successo? Useremo gli strumenti della PESC europea o piuttosto quelli delle Nazioni Unite. O entrambi?
    Come pensiamo d’affrontare il pericolo vero, quello rappresentato dalla minoranza di mussulmani europei radicalizzati e pronti a colpire nei nostri paesi, senza bisogno di venire da fuori?

    Molte domande di cui non sono chiare le risposte, e che non possono ridursi a una contrapposizione tra “gente con le palle” (alla “armiamoci e partite”) e pacifisti a oltranza, per cui la colpa è sempre degli amerikani: la stabilità non deriva dall’uso della guerra o dalla rinuncia ad essa, ma da una sapiente combinazione di strumenti, di strategie e tattiche, di politiche di sicurezza, coordinamento dei servizi d’informazione e intelligence, di sviluppo economico, di dialogo culturale. Può esserci un tempo per l’uso della forza armata, ma in un quadro chiaro e definito, non improvvisato. Perché il dopo–2001 ci ha dimostrato che le guerre si possono apparentemente vincere sul campo, ma i veri problemi cominciano solo dopo.

  • Attenti: se non proviamo a capire l’Islam facciamo il gioco dei terroristi

    Nella sua ultima battaglia, descritta in una scena memorabile del film di Ermanno Olmi «Il mestiere delle armi», Giovanni dalle Bande Nere va all’assalto dei suoi nemici alla maniera classica, medievale, quella della guerra “tra signori”, e viene sorpreso dalla scarica d’un cannoncino occulto dietro un muretto. La ferita inflittagli lo porterà alla morte, e quest’episodio simbolizza la fine di un mondo e l’inizio di un altro, in cui le guerre non si combatteranno più tra “uguali” seguendo un preciso codice d’onore, ma grazie all’invenzione dell’arma da fuoco, colpendo da lontano, senza esporsi in un duello corpo a corpo. La morte di Giovanni dalle Bande Nere è dovuta a un fenomeno asimmetrico: le due parti lottano usando metodi diversi, e usare un metodo nobile ma superato porta alla sconfitta.

    In vari momenti nella storia dell’umanità nuove armi e metodi di combattimento fecero la differenza, colmando un abisso incolmabile, indipendentemente dalle ragioni morali di chi lottava: gli esempi sono infiniti, ma pensiamo solo all’acciaio e alle armi da fuoco dei colonizzatori del continente americano, alle coperte infettate di vaiolo che sconfissero le più valorose tribù indiane negli Stati Uniti, all’invenzione della “guerrilla” da parte dei patrioti spagnoli per controbilanciare la superiorità in campo aperto delle truppe napoleoniche, alla guerra popolare combattuta dai vietnamiti contro gli americani, che lasciarono il paese asiatico sconfitti senza aver perso una sola battaglia. Molti americani mai videro un vietcong, e pure ne furono battuti. Un altro esempio di salto metodologico fu l’apparizione della forza aerea: nella prima guerra mondiale, i duelli cavallereschi tra piloti non cambiarono strategicamente il conflitto; nella seconda, la superiorità sui cieli e la capacità di scatenare l’inferno dall’alto risultarono decisivi. E il suggello alla seconda guerra mondiale viene dal cielo, con Enola Gay. La prima guerra aerea sarebbe piaciuta a Giovanni dalle Bande Nere, la seconda ai suoi nemici.

    Tutti questi esiti militari non furono il risultato della “giustizia” d’una causa, ma d’una asimmetria tecnica e metodologica: sconfigge l’avversario chi riesce a sorprenderlo, a combatterlo su un terreno a lui ostico, che non ha scelto. Acquisisce un vantaggio decisivo chi è capace di creare un’asimmetria, o di sfruttarne una esistente a suo favore.

    Il terrorismo jihadista ha creato una nuova asimmetria, che non è solo militare ma multidimensionale: la rielaborazione in chiave terroristica del concetto di “kamikaze”, nata negli anni novanta negli orfanotrofi pachistani, nei quali i radicali reclutarono ragazzi senza famiglia deboli di mente imbibendoli dell’idea d’eroismo suicida, si è poi diffusa nelle madrasse mediante l’eroicizzazione mistica di tali precursori, che erano semplicemente persone incapaci d’intendere, permettendo attacchi di nuovo tipo, difficilmente contrastabili e prevenibili appunto perché l’attaccante, sapendo di morire e volendo farlo, può spostare i confini dell’audacia molto al di là di dove i difensori possono fermarlo. Quest’asimmetria del terrorismo jihadista, che non avevano usato altri gruppi armati precedenti, sorprese il mondo l’11 Settembre, ma ha continuato a farlo da allora: il jihadista ha sempre il vantaggio della scelta dell’arma e del primo colpo, che spesso, per l’effetto – sorpresa, è anche l’ultimo.

    Costretti sempre sulla difensiva, gli stati sono succubi d’una situazione asimmetrica che li sfavorisce anche quando cercano di replicare: la superiorità convenzionale delle loro forze serve a ben poco contro un avversario schivo e invisibile, come ha dimostrato l’impossibilità di combattere il terrorismo usando mezzi militari classici quand’anche molto preponderanti, vedansi disastri dei bombardamenti a tappeto su zone occupate da gruppi insurrezionali, dall’Afghanistan alle zone tribali del Pakistan, dall’Algeria alla Siria / Iraq. Saddam Hussein fu schiantato perché forza convenzionale, il terrorismo lo devi sconfiggere con intelligence, prevenzione e una controffensiva culturale, che sconfigga la mistica di Al Qaeda e ISIS che, piaccia o no, esiste, è efficace e seduce.

    La reazione al massacro di Parigi, doverosa nella sua difesa della libertà d’espressione e nell’orrore per un delitto eseguito con crudeltà e cinismo (ben altro rispetto ai primi bomber imbottiti d’esplosivo, alcuni dei quali nemmeno avevano capito che sarebbero morti), corre il rischio di riprodurre asimmetrie che l’Occidente potrà pagare care in futuro. Nessuno dubita che i terroristi non avessero nessun diritto “morale” di perpetrare l’eccidio, nonostante loro se lo siano attribuito. Nessuno dubita che la libertà d’espressione sia valore da difendere e tutelare.  Ciò non toglie, che ci piaccia o no, la satira in materia religiosa, che noi accettiamo, oggettivamente non aiuti nei rapporti complessi tra Occidente e Islam. In questi giorni si fa bel dire a affermare “si svegli l’Islam moderato, se esiste” o “il mondo mussulmano deve capire che la satira fa parte del nostro mondo, e la devono accettare”. Tutto giusto, tutto vero: ma il rapporto Occidente / Islam è asimmetrico, e cosi le percezioni: non basta che una parte dica all’altra: cambiate voi. Bisogna che il fossato si riduca, e questo non lo può ottenere una sola parte. L’asimmetria la si riduce solo lavorando insieme al riavvicinamento.

    L’uragano di parole e oltraggio successivo a Parigi non è andato in quella direzione: quest’eccidio è servito soprattutto a riaffermare la lontananza tra le nostre identità, ma se ci pensiamo bene questo è quello che vogliono gli islamisti radicali, non quello che interessa a noi. Loro non stanno attaccando Occidente per farlo proprio, come si ripete da più parti senza costrutto: stanno difendendo il loro terreno, che non vogliono influenzato dal modo di vita occidentale, contro cui compiono azioni dimostrative per far venire i nostri nervi allo scoperto. La reazione rabbiosa ci porta nel loro campo, dove loro ci vogliono.

    Dall’11 settembre ad oggi, il fossato, già abbastanza amplio, tra Occidente e Islam si è ulteriormente allargato: il quid della questione è capire perché, da quel momento in poi, il radicalismo, che avrebbe dovuto essere sconfitto per le ingenti risorse messe a disposizione da Usa e Occidente per farlo, è invece divenuto sempre più forte. Dopo l’abbattimento delle torri gemelle, chi nel mondo islamico aspirava al cambiamento e alla modernizzazione guardò con fiducia all’intervento in Afghanistan, visto come un’occasione non solo di cacciare i retrivi Talebani dal potere, ma anche di costruire una nuova governance, efficace e trasparente, in un paese che non l’aveva mai avuta. In uno degli epicentri del modello conservatore islamico si portava la sfida della modernità, e la si sarebbe potuta vincere, creando potenzialmente un effetto domino nel resto del mondo islamico.

    Ma la decisione di appoggiare i signori della guerra in chiave anti – Bin Laden anziché concentrare gli sforzi sul rafforzamento di uno stato afghano che era ed è rimasto debolissimo, e ignorare il pericolo della riorganizzazione talebana preoccupandosi solo di Al – Qaeda (quest’ultima faceva paura in Occidente, i Talebani potevano colpire solo nella loro regione di riferimento) portò a trascurare molto presto lo scenario afghano, che per tredici anni continuò a assorbire ingenti risorse senza che si ottenessero risultati probanti ne’ in termini di migliorata governance, ne’ di eliminazione del pericolo integralista nella regione, di fatto aumentato. La recente ritirata occidentale lascia dietro di sé uno scenario molto precario.

    L’altro fattore che complicò la situazione in Afghanistan fu deviare da subito l’attenzione verso l’Iraq, scenario completamente diverso nel quale il terrorismo radicale non aveva base alcuna, e, una volta sconfitto Saddam, fallire un’altra volta completamente l’esercizio di “state – building”. L’Iraq di oggi è più debole e instabile di prima dell’intervento occidentale e proprio lì è sorto il nuovo fronte integralista, quello di ISIS, stella crescente nella competitiva galassia del radicalismo. L’emirato di Al Bagdhadi è in competizione diretta con quello del Mullah Omar, e in questo rapporto concorrenziale s’inserisce anche Al – Qaeda: il fatto che il mondo dell’islamismo radicale sia diviso dal punto di vista delle fedeltà e dell’organizzazione è una delle poche carte vincenti in mano occidentale, ma al tempo stesso complica il compito di sconfiggere gruppi diversi tra loro e altrettanto sfuggenti.

    La possibile saldatura/alleanza tra i due emirati, quello della Siria e del Levante controllato da Isis e quello afghano / pakistano controllato dai Talebani afghani è il maggior pericolo attuale, anche se per il momento un’alleanza tra le anime araba e afgo – pakistana è ancora improbabile. Anche se le ingenti risorse controllate da ISIS gli stanno permettendo di reclutare adepti nei campi profughi tra Pakistan e Afghanistan. Ma è improbabile lo è per problemi interni loro, non per lungimiranti azioni occidentali.

    Il maggior peccato statunitense dopo l’11 settembre, quello che ha fatto più danni, fu quello di reagire non razionalmente ma di d’istinto: anziché farsi forte del meglio della civiltà occidentale, lo stato di diritto e la democrazia, usandole come armi d’attrazione nei confronti del mondo islamico, rinunciare agli standard minimi che sono propri dell’Occidente per lottare i radicali con le loro armi: gli Usa sono parsi per un momento l’amico dei progressisti nel mondo mussulmano, per divenire presto quelli di Abu Graib e Guantánamo. Le tute arancioni dei condannati a morte di ISIS ce lo ricordano costantemente: giocando nel loro terreno facciamo il loro gioco, e alimentiamo il terrorismo.

    Il recente rapporto del Senato Usa ha messo in evidenza non solo che gli Usa hanno fatto uso della tortura, che è vietata dal diritto internazionale in ogni circostanza, ma anche che il suo uso non ha dato nessun risultato significativo nella lotta contro il terrorismo (Jack Bauer e il suo 24 sono solo fiction). Non solo quell’approccio testardo non ha dato risultati, ma ha trasmesso il messaggio che Occidente non è sempre moralmente superiore ai radicali portatori di morte: questa è la lettura dominante che si dà nel mondo islamico, questa è un’asimmetria che se non corretta continuerà a ampliare la breccia: in Occidente si tende a considerare l’Islam tutto come un monolito univoco (e negativo), mentre Occidente è una vittima pacifica. Nel mondo islamico, si nota che le truppe occidentali hanno invaso paesi islamici, non hanno migliorato la situazione delle popolazioni locali né fatto emergere governanti migliori, che il 95% delle vittime del terrorismo integralista sono mussulmani e che per un massacro a Parigi se ne producono diversi ogni giorno nei paesi islamici, che l’opinione occidentale considera “fatti loro”.

    L’illusione della guerra telecomandata, che si può combattere senza rischiare truppe sul terreno (anch’essa una nuova svolta strategica che introduce una nuova asimmetria), porta a operazioni notturne dirette da basi Usa che se ottimizzano il rischio per la parte americana, lo moltiplicano per dieci per le popolazioni locali: quei bombardamenti giornalieri silenziosi uccidono molti più civili che terroristi, anche se non fanno notizia da noi, e per un terrorista eliminato muoiono parecchi civili non legati al terrorismo. Molti di loro lo diventeranno DOPO il bombardamento. L’uso dei droni è il principale punto d’attrito che ha fatto deragliare i rapporti tra Usa e Afghanistan / Pakistan in questi anni, ed è risultato uno straordinario veicolo di RAFFORZAMENTO del terrorismo.

    Aggiungiamo a questo che negli ultimi quindici anni un numero crescente di giovani mussulmani non ha altro accesso all’istruzione che mediante l’insegnamento coranico delle madrasse, finanziate generosamente da Arabia Saudita e in parte Qatar che, teorici alleati dell’Occidente, blandiscono i radicali finanziandoli generosamente, spostando il pericolo terrorista dai loro territori ad altri, compreso l’Occidente. Le madrasse non rispondono agli stati, solo insegnano una lettura tradizionale del Corano e esportano la versione più conservatrice dell’Islam, quella wahabita, in zone dove essa non esisteva fino a quindici – vent’anni fa: in Asia del Sud, nel sudest Asiatico, in Asia Centrale, in Africa. E in Europa, dov’è sorto il nuovo fenomeno di una minoranza di giovani mussulmani che, nati in Europa e cittadini europei, decidono di rifiutare la civiltà europea per difendere la visione conservatrice dell’Islam. Sono minoranza, anche se adesso l’opinione pubblica fa di tutta l’erba un fascio.

    Io vivo e lavoro in Pakistan, uno dei principali epicentri e diffusori dell’integralismo religioso, sempre più potente culturalmente. Il Parlamento ha appena approvato una condanna delle vignette anti–islamiche, ripubblicate in grande stile dopo Parigi, e ha chiesto ai paesi europei di lottare contro l’islamofobia così come lo fa con l’antisemitismo. Una grande sfida per noi, che sicuramente non sarà appoggiata da buona parte delle nostre opinioni pubbliche, ma che non è priva di significato.

    La settimana scorsa ho impartito un corso di formazione a giovani diplomatici pakistani: molto educati e ben preparati, non hanno studiato nelle madrasse e non sono radicali. Pur essendo il corso sull’Unione Europea, abbiamo avuto modo di discutere a lungo la dimensione islamica dell’Europa, i complessi rapporti culturali tra Occidente e Islam, i diritti umani e le concezioni spesso divergenti tra noi in questo campo. Dopo il massacro di Peshawar, il Pakistan sta dando una svolta che potrebbe essere decisiva nel lottare davvero contro il terrorismo nel suo territorio, cosa non fatta davvero negli ultimi quindici anni (e i Talebani furono creazione pakistana). Questo implica anche mettere fine allo strapotere dei leader religiosi e alla moltiplicazione delle scuole coraniche, oggi non sotto il controllo dello stato. Da lì viene chi abbraccia la jihad, non da altri settori della società.

    A questi giovani pakistani, intelligenti e colti, risulta difficilissimo capire il valore della satira dissacrante verso simboli religiosi altrui: esiste nel nostro ragionare su certi temi un’asimmetria insuperabile che non è il risultato della bontà implicita dell’una o dell’altra religione, ma del fatto che le nostre società sono a livelli diversi di sviluppo, e che la libertà d’espressione non è ancora un valore assoluto da difendere in questa parte del mondo. Ci può sembrare una brutta cosa, ma dobbiamo tenerne conto e non immaginare che loro diventeranno come noi perché glielo diciamo con il dito alzato. Non sono certo dei pakistani colti e moderni a attaccare gli occidentali con i mitra, ma è lavorando con loro che potremo costruire rapporti più equilibrati e rispettosi tra i nostri mondi, per certi versi così distanti.

    Ignorare la cultura dell’altro, considerarla “inferiore” pur senza conoscerla, assimilare tutto l’Islam in un solo concetto come è di moda fare dopo Parigi significa fare il gioco di chi considera noi Occidente tutti uguali: significa portare il dibattito nel campo che a loro conviene di più, quello delle identità contrapposte e in lotta costante.

    Secondo la visione ottimista post – 11 settembre, che si vide in parte confermata dai sussulti della primavera araba, la visione occidentale del mondo avrebbe dovuto convincere e sedurre il mondo islamico. Invece, si è fatto in modo che gli integralisti divenissero sempre più forti. E’ evidente che si è sbagliato molto, confondendo obiettivi di corto periodo (sconfiggere l’operatività delle reti terroristiche) con quelli di lungo (creare un rapporto positivo tra Islam e Occidente). Nel perseguire il primo, si è paradossalmente allontanato il secondo.

    Poi, periodicamente, ci sorprendiamo d’essere attaccati, e trasformiamo una minoranza violenta nel simbolo di un’intera civiltà. Invocando di nuovo misure di corto periodo. Sarebbe pero sbagliato ignorare che all’interno del variegato mondo islamico esista un vero problema di fondo, quello della modernità, del progresso e dell’apertura: gli integralisti vogliono conservare il loro mondo così com’è, e ci stanno riuscendo, di fatto intere zone del mondo islamico stanno regredendo, chiudendo finestre di libertà che si erano aperte. Non vogliono invadere Occidente, ma impedire che il modo di vita occidentale invada loro. Anche se a noi non sembra, e ci sentiamo solo vittime, la storia dell’ultimo secolo di presenza occidentale nel mondo islamico è andata invece in quella direzione, ricordiamocelo. Non è una scusa per i terroristi, ma è un fatto.

    Un ultimo appunto sull’Islam moderato, che è tanto di moda criticare: sarebbe ingiusto non sottolineare che in certe zone del mondo islamico, essere moderati alla maniera occidentale è un rischio molto forte. Chi critica certi comportamenti e condanne rischia la morte, e comunque chi fa la voce grossa (i radicali), farà sempre più rumore di chi agisce con moderazione. Dobbiamo quindi aiutare quella maggioranza di mussulmani moderati che vogliono vivere in pace con l’Occidente. In questo senso, le vignette che tanto brillanti sembrano a noi, nella dialettica Occidente – Islam non avvicinano, ma allontanano.

    L’asimmetria di sensibilità e sviluppo sociale attualmente esistente tra Occidente e Islam non può essere colmata solo da misure coercitive e dall’imposizione dei criteri di una cultura sull’altra, ma dal riavvicinamento tra due universi culturali sempre più distanti. E il riavvicinamento suppone uno sforzo di entrambe le parti nel comprendere le ragioni dell’altro, per assurde che ci sembrino. Credo che dopo Parigi lo si sia fatto molto poco.