Le conseguenze della svalutazione del franco Cfa sullo sviluppo dei paesi dell’Africa francofona

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Nel gennaio 1994 il franco Cfa, valuta comune di quattordici paesi dell’Africa occidentale e centrale di lingua francese, è stato svalutato del cento per cento rispetto al franco francese: si è trattato del primo provvedimento di questo tipo dal 1948.

Tale misura, da tempo auspicata dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, è stata presentata come un passo necessario e inevitabile nel quadro delle riforme di aggiustamento strutturale in atto nella regione, aventi per obiettivo il rilancio della crescita
economica in paesi da tempo in preda a una crisi profonda.
A distanza di quasi due anni dalla svalutazione, una decisione di enorme peso per gli interessati e che ha suscitato in Francia un vivace dibattito tra gli specialisti, ci sembra interessante analizzare brevemente se gli effetti preannunciati in termini di rilancio dello sviluppo si siano concretizzati o se, al contrario, gli effetti negativi di tale misura non abbiano più che controbilanciato quelli positivi aggravando ulteriormente la difficile situazione economica e sociale dei paesi della zona.
Per poter valutare compiutamente la situazione è opportuno fare un passo indietro e illustrare le principali caratteristiche del legame tra franco francese e franco Cfa.

Sin dal 1945 il Tesoro francese ha garantito nella «zona-franco» (che allora costituiva l’Africa occidentale francese) una convertibilità fissa tra le due monete alla parità 1/50 (1 franco francese = 50 franchi Cfa). La convertibilità tra le due monete è senza limiti e la mobilità dei capitali all’interno della regione assoluta. I paesi sono obbligati a depositare presso il tesoro francese il sessantacinque per cento delle loro riserve come controparte della copertura da parte della Francia dei loro eventuali deficit di bilancia corrente. Tra i quattordici paesi della regione esiste dunque un’unione monetaria. Essi sono divisi in due gruppi: i sette paesi dell’Umoa (Union Monétaire Ouest-Africaine, composta da Senegal, Mali, Niger, Burkina Faso, Соsta d’Avorio, Togo e Benin) e i sei dell’Africa centrale (Ciad, Centrafrica, Congo, Gabon, Camerun e Guinea equatoriale), oltre alle Comore, paese che, pur essendo situato fuori zona, prende parte comunque al meccanismo.
L’emissione di moneta nell’Umoa è gestita dalla Bceao (Banque centrale des Etats d’Afrique de l’Ouest) e nei paesi dell’Africa centrale dalla Beac (Banque des Etats d’Afrique Centrale). Curiosamente la sigla Cfa non ha lo stesso significato nelle due sotto-zone: in Africa occidentale è l’abbreviazione di Communauté financière d’Afrique, in Africa centrale di Coopération financière en Afrique Centrale.
Non fanno parte dell’area franco i paesi di lingua non francese, con l’eccezione della Guinea equatoriale, che vi si associò nel 1985.

Dobbiamo sottolineare come la parità tra franco francese e franco Cfa sia sopravvissutaa due autentiche rivoluzioni, una politica e l’altra monetaria: il processo di decolonizzazione che ha trasformato, nel corso degli anni Sessanta,le colonie francesi in stati indipendenti e il crollo del sistema monetario internazionale a cambi fissi nel 1973.
Fino al 1985 i paesi della zona franco hanno avuto tassi di crescita superiori agli altri paesi non africani, mentre successivamente le loro condizioni economiche si sono deteriorate notevolmente.
Nel periodo 1986-1992 la crescita del Pib annuale dei paesi Cfa è stata dell’uno per cento, mentre quelli fuori zona crescevano nello stesso periodo del tre per cento annuale. Contemporaneamente, le esportazioni Cfa decrebbero del quaranta per cento raggiungendo
quasi lo zero, mentre i paesi africani non Cfa registrarono una crescita delle esportazioni.
Se l’ancoraggio al franco francese non aveva avuto che effetti positivi sino al
1985, a partire da allora si è rivelato una corazza assai scomoda da indossare per
i paesi della regione (e per il Tesoro francese…). Alcuni dei fattori che spiegano il declino relativo della regione sono indipendenti dalle questioni monetarie, come il peggioramento delle ragioni di scambio delle esportazioni tradizionali della regione (petrolio, caffè, cacao, cotone e arachidi) – fenomeno questo di natura mondiale – e la bassa produttività dei fattori di produzione; ma un dato di estrema importanza è stato l’apprezzamento complessivo del franco francese rispetto al dollaro (quaranta per cento nel periodo 1986-1992), che ha influenzato pesantemente la competitività dei prodotti primari dell’area, quotati in dollari.

La perdita di competitività ha originato un crescente indebitamento pubblico ed estero, che ha sprofondato la regione in una grave depressione economica.
In questo contesto, le politiche di aggiustamento strutturale preconizzate dalle instituzioni di Bretton Woods prevedono una liberalizzazione della vita economica, con una riduzione del ruolo dello stato e un riavvicinamento alle realtà del mercato: una ricetta difficile da digerire
per i paesi africani, ove lo stato ha tradizionalmente esercitato un ruolo importante, necessario per supplire alla carenza di una classe imprenditoriale dinamica e alle debolezze strutturali di tutti quei fattori (infrastrutture, comunicazioni, mercato dei capitali) imprescindibili per il buon funzionamento dell’economia di mercato.
E’ chiaro che, in un quadro di questo tipo, l’esistenza di una relazione fissa di cambio tra il franco Cfa e il franco francese non potesse che risultare un’anomalia, dato che il valore «reale del franco Cfa nel periodo 1973-1994 non poteva essere quello immutabile garantito
dall’accordo con Parigi.
Della possibilità di una svalutazione si parlava da tempo, ma tale eventualità si è concretizzata solo nel gennaio 1994, quando i capi di stato africani dovettero accettare (volenti o nolenti) la decisione imposta dalla Francia in accordo con le istituzioni di Bretton Woods di svalutare il valore del franco Cfa del cento per cento rispetto al franco francese (solo del cinquanta per cento nel caso del franco delle Comore).

Cosa ci si aspettava da tale provvedimento? Un effetto positivo si sarebbe dovuto produrre dallo stimolo delle esportazioni e dalla compressione delle importazioni. Un altro era l’intensificazione del commercio intraregionale, assai limitato nonostante la moneta comune. E’ da notarsi come tale effetto non fosse però immediato, ma supponesse un approfondimento delle misure di integrazione economica al di là dell’unione monetaria. In effetti, parallelamente alla svalutazione, i sette paesi francofoni dell’Africa occidentale hanno deciso di creare (riunione dell’11 gennaio 1994 a Dakar) l’Uemoa, che affianca l’integrazione delle politiche economiche e l’obiettivo della creazione di un mercato comune alla tradizionale politica monetaria comune. L’integrazione nel quadro dell’Uemoa ha fatto parecchi progressi
nel corso di questi ultimi due anni e fa ben sperare per il futuro: il nuovo processo d’integrazione lascia un po’ fuorigioco l’altra istituzione regionale d’integrazione (Cedeao o Ecowas, secondo la dizione francese o inglese della sigla, che significa Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale), alla quale appartengono tutti i paesi della regione
ma che non si è dimostrata in passato molto efficace.

Le prospettive di integrazione economica sono meno positive in Africa centrale: l’Udeac (Union Douanière des Etats d’Afrique Centrale) vive da anni in una situazione di stagnazione dalla quale non sembra in grado di uscire: l’integrazione economica tra i paesi di questa regione, afflitta anche da gravi crisi politiche a livello dei singoli stati, non sta facendo quindi nessun progresso sostanziale neanche dopo la svalutazione.
L’effetto atteso della svalutazione sui deficit pubblici non era facile da prevedere, dato che sia le entrate sia le spese ne sarebbero state influenzate.
Un punto cruciale ai fini della riuscita della manovra era quello del controllo dell’inflazione: se la svalutazione si fosse tradotta immediatamente in un aumento dei prezzi dello stesso ammontare, gli effetti sarebbero svaniti nel nulla.
A più di un anno di distanza, che bilancio possiamo tracciare delle conseguenze della svalutazione? Essa serviva solo a placare le coscienze dei malati di ortodossia finanziaria e ad alleggerire il peso finanziario gravante sul Tesoro francese o ha avuto un effetto reale di
creazione di sviluppo?

In primo luogo dobbiamo notare come il tasso di inflazione medio nel corso del primo anno dopo la svalutazione sia stato del quarantacinque per cento: la temuta erosione immediata degli effetti della svalutazione non si è prodotta, grazie a un rigido controllo della domanda (i salari sono stati aumentati in media del dieci per cento). Il controllo dell’inflazione non è stato
però uniforme nei vari paesi: dal trenta per cento di Burkina e Mali al cinquanta per cento e più dei paesi vicini alla Nigeria (che consumano molti prodotti importati da questo paese e diventati più cari dopo la svalutazione) vi è una notevole differenza.
Ma ancora più significative sono state le differenze tra gli effetti dell’inflazione nelle popolazioni urbane e rurali: le prime hanno dovuto sopportare le conseguenze peggiori, dato che le remunerazioni sono aumentate, come abbiamo visto, in misura molto inferiore all’inflazione, provocando una riduzione drastica del livello di vita: le seconde hanno invece beneficiato di un netto miglioramento delle proprie condizioni economiche, dato che non si sono dovute confrontare con una diminuzione relativa delle entrate ma con un miglioramento
delle ragioni di scambio dei prodotti agricoli che ha aumentato il loro reddito relativo.

L’effetto positivo più importante della svalutazione è stato proprio quello sull’agricoltura della regione, specie delle colture d’esportazione. La coincidenza della svalutazione con un aumento generalizzato dei prezzi internazionali dei prodotti agricoli, ha generato un doppio effetto positivo che ha stimolato esportazione e crescita nel settore primario.
Se questo è stato il principale risultato positivo della svalutazione, non bisogna dimenticare che esso è dipeso in buona parte dall’aumento dei prezzi mondiali, indipendente dalla svalutazione. Gli effetti positivi sarebbero stati ben inferiori in caso di diminuzione dei prezzi mondiali: siamo quindi di fronte a un effetto puramente congiunturale.
Per quanto riguarda invece i prodotti agricoli non d’esportazione ma piuttosto di consumo locale (riso, mais, zucchero, carne) i loro prezzi, che prima della svalutazione erano generalmente più alti di quelli dei prodotti importati, sono ridivenuti competitivi.

Le importazioni sono in generale diminuite e gli effetti della svalutazione sulle bilance dei pagamenti sono stati nel complesso positivi.
Dobbiamo però sottolineare come il consumo dei prodotti importati sia molto superiore per le popolazioni urbane, che anche da questo punto di vista hanno dovuto fronteggiare la situazione più complessa (le maggiori difficoltà sono quelle sperimentate dal Benin e dal
Camerun, paesi forti importatori dalla Nigeria).
Il bilancio della svalutazione sul commercio estero è stato quindi generalmente positivo ma variegato, dato che i paesi con maggiore potenziale d’esportazione (Costa d’Avorio, Senegal, Camerun) hanno ottenuto i maggiori dividendi, mentre altri paesi hanno migliorato i loro conti con l’estero più sulla base di una riduzione delle importazioni e quindi della domanda che sulla base di un rilancio delle esportazioni, il primo obiettivo della svalutazione.

Per quanto riguarda invece le prospettive di sviluppo industriale, gli effetti della svalutazione sono stati pressoché nulli o addirittura negativi nella misura in cui l’importazione di prodotti intermedi è divenuta più onerosa: di fatto solo le imprese agroindustriali hanno migliorato la loro situazione. Il problema di fondo è l’impostazione stessa del sistema industriale dell’Africa francofona, ancora orientato verso il vecchio modello di sostituzione delle importazioni e assai poco export-oriented.
Lo sviluppo di un sistema industriale orientato all’esportazione sui mercati mondiali sembra quindi l’obiettivo più importante da raggiungere per i prossimi anni, ma non sono certo misure quali la svalutazione che si possono dimostrare utili allo scopo.

E’ in questo senso fondamentale che gli stati della regione intensifichino il loro
impegno su due fronti principali: da una
parte quello degli investimenti, tesi alla
modernizzazione del sistema produttivo
e al miglioramento delle condizioni d’attrazione dei capitali internazionali, che
hanno fuggito la regione negli ultimi anni spaventati dagli scarsi rendimenti е
dalle incertezze politiche; dall’altro quello dell’intensificazione dei processi regionali di integrazione economica, sempre troppo timidi in passato e assolutamente necessari all’attuale contesto economico mondiale.

L’ora della preghiera di O. Bot (1940)

Se infatti pensiamo a quali regioni del Terzo Mondo hanno ottenuto recentemente i risultati migliori in termini di creazione, abbiamo da un lato i paesi asiatici la cui crescita economica è stata trainata dalle esportazioni ed è quindi stata il risultato di un sistema industriale
competitivo; dall’altro i paesi dell’America Latina, che stanno uscendo dalla grande crisi degli anni Ottanta puntando sull’approfondimento dei processi di integrazione e sulla modernizzazione delle loro economie.
Senza volere a tutti i costi riprodurre pedissequamente in Africa modelli esogeni di sviluppo economico (l’Africa deve infatti essere in grado di elaborarne uno proprio), è chiaro che sembra difficile ipotizzare per il continente un’uscita dal sottosviluppo che prescinda da una maggiore partecipazione dei paesi africani al commercio mondiale.

Abbiamo già visto come passi positivi verso la creazione di un mercato comune siano stati dati in Africa occidentale (creazione dell’Uemoa); è però la prospettiva di un mercato comune che unisca i paesi dell’Africa occidentale e quelli dell’Africa centrale che dovrebbe essere presa come punto di riferimento ottimale, dato che in ogni caso il mercato costituito dai paesi dell’Uemoa sarebbe ancora di dimensioni limitate. Il problema è che in Africa centrale la situazione attuale è molto complessa (basti pensare ai problemi cronici di un paese dell’importanza dello Zaire) e che le prospettive esistenti di creazione di un grande mercato regionale sono per il momento remote.
Per quanto riguarda poi le possibilità esistenti di lanciare grandi piani pluriannuali di investimento aventi come obiettivo la modernizzazione e diversificazione del loro sistema produttivo, è chiaro che i benefici reali ma limitati originati dalla svalutazione non sono cоmunque sufficienti a generare le risorse necessarie. La cooperazione internazionale dovrà quindi accompagnare gli sforzi di quei paesi della regione che dimostreranno di essere seriamente orientati sulla via dei cambiamenti strutturali.

Com’è noto, le politiche di cooperazione allo sviluppo, sono seriamente messe in discussione nei paesi industrializzati, alle prese con processi di riduzione della spesa pubblica e con uno scetticismo crescente dell’opinione pubblica sui risultati delle politiche Nord-Sud. Il recente dibattito sulla definizione del secondo protocollo finanziario della IV Convenzione di Lomè ha evidenziato un dissenso importante al riguardo tra i diversi membri dell’Unione europea.
La tendenza attuale del dibattito non va però nella direzione di un disimpegno generalizzato dei paesi donatori, ma piuttosto verso una maggiore selettività e un accresciuto rigore nella concezione dei programmi di sviluppo.

In questo senso, la svalutazione del franco Cfa può essere valutata come una misura necessaria per correggere degli squilibri evidenti: suoi effetti in termini di creazione di sviluppo non sono però né immediati né automatici: la svalutazione deve essere intesa come
il primo passo di un programma più ambizioso mirante a cambiamenti profondi del tessuto economico dei paesi interessati.
La riuscita di tale programma non può dipendere da ricette più o meno miracolose ma da uno sforzo comune dei governi africani e dei donatori internazionali. Se ciò non si verificasse, i limitati effetti positivi della svalutazione svanirebbero in pochi anni e lo sottosviluppo dei paesi della regione non potrebbe che approfondirsi.