Le recenti elezioni presidenziali argentine hanno visto la vittoria di Carlos Menem, presidente in carica.
Quali sono i fattori che spiegano la sua vittoria, che era stata ampiamente prevista dai sondaggi?
Facciamo dapprima spazio ai numeri: Carlos Menem, candidato del Partido Justicialista (peronista), ha ottenuto il 49,46 per cento dei voti: i due suoi principali concorrenti, José Octavio Bordón, candidato del Frepaso (Frente del país solidario) e Horacio Massaccesi, candidato dell’Unión cívica radical, hanno ottenuto rispettivamente il 29,63 e il 17 per cento dei voti.
Questi risultati hanno permesso al presidente Menem di essere rieletto al primo turno, dato che la nuova legge elettorale prevede che venga eletto senza necessità di un secondo turno il candidato che raggiunga il 45 per cento dei suffragi o il 40 per cento ma con almeno dieci punti di vantaggio sul secondo candidato.
Queste modifiche alla legge elettorale erano state introdotte dal cosiddetto Patto di Olivos, concordato lo scorso anno tra governo e opposizione, la cui principale novità era stata l’introduzione della possibilità di rielezione per il presidente, non prevista dalla Costituzione. Non c’è dubbio che Menem confidasse molto, già allora, nelle proprie possibilità di riuscita.
Alle elezioni presidenziali erano abbinate quelle parziali di Cámara de Diputados e Senado: erano in lizza 130 seggi di deputato (la metà) e 40 seggi di senatore (il 55 per cento), oltre alla pratica totalità dei posti di governatore provinciale e alla maggioranza dei consigli comunali.
Le elezioni legislative parziali hanno anch’esse confermato il trionfo peronista: il Partito Justicialista ha adesso la maggioranza assoluta alla Camera (136 seggi rispetto ai 125 precedenti). La Ucr ha perso 15 seggi, rimanendo con 68, mentre il Frepaso è salito a 25 seggi, quando le formazioni che lo compongono ne avevano in precedenza 13.
Si è quindi trattato di un trionfo su tutta la linea per Menem, che può disporre per il suo secondo mandato di una comoda maggioranza che il peronismo non aveva dal 1951 (quando il presidente era Perón in persona).
In realtà questa vittoria era ampiamente prevista, nonostante negli ultimi giorni prima del voto serpeggiasse un certo nervosismo nell’entourage di Menem per la sorprendente ascesa nei sondaggi di Bordón, ex peronista dissidente a capo di una coalizione di movimenti di orientamento socialdemocratico.
Ma l’incertezza riguardava più che altro la possibilità o meno di Menem di imporsi al primo turno, senza quindi correre i rischi di un secondo turno nel quale i votanti di Massaccesi avrebbero potuto unirsi a quelli di Bordón.
Dalle elezioni il sistema politico argentino è uscito trasformato per l’apparizione di una forza nuova, il Frepaso: fatti salvi i numerosi periodi autoritari, la politica argentina era sempre stata caratterizzata dal bipartitismo, incarnatosi dagli anni Cinquanta a oggi nel Partito Justicialista di ispirazione peronista, conservatore e populista e nell’Unión cívica radical, di ispirazione socialdemocratica, espressione della classe media, dei ceti urbani e intellettuali.
Il radicalismo, diretto ancor oggi da Raúl Alfonsín, il primo presidente eletto democraticamente dopo i sette anni della dittatura del generale Videla (1976-1983), era stato l’indubbio protagonista di una tappa fondamentale per la politica e la società argentina: il ritorno alla democrazia dopo la traumatica parentesi della dittatura, che era naufragata definitivamente nell’arcipelago delle Malvinas (Falkland).
Al di là degli entusiasmi per il ritorno alla democrazia, Alfonsín dovette però affrontare due punti-chiave, entrambi di difficile soluzione. Da un lato vi era la disastrosa situazione economica, frutto degli errori del passato (il modello di sostituzione delle importazioni, che aveva creato un sistema produttivo inadatto a competere sui mercati internazionali) ma anche di scelte compiute da altri (la politica monetaria reaganiana, con la conseguente crescita inarrestabile dei tassi d’interesse internazionali e l’esplosione del debito estero dei paesi latinoamericani).
Dall’altro vi era poi il problema del rapporto dell’Argentina con il suo passato prossimo: come rimarginare le ferite aperte dalla dittatura, che si era macchiata di delitti di una ferocia inaudita e aveva originato il dramma lancinante dei desaparecidos? Come dare giusta soddisfazione alle madri della Plaza de Mayo senza ripiombare nella guerra сіvile? La soluzione di Alfonsín erano state le due leggi dette della obediencia debida e del punto final (1987), mediante le quali si stabiliva il principio secondo cui i militari non potevano essere accusati di delitti commessi su ordine dei loro superiori. Tale criterio tendeva quindi a responsabilizzare degli orrori della dittatura solo i vertici militari, lasciando liberi da ogni colpa molti militari di grado inferiore che si erano indubbiamente macchiati di colpe gravissime.
Certo la rete aveva le maglie un po’ larghe, ma questa soluzione fu comunque accettata dalla maggioranza degli argentini, anche se con molta amarezza: in quel contesto storico ciò che importava di più era porre un punto final per poter ripartire.
Ma la ricostruzione non fu possibile per la terribile situazione economica che soffocava l’economia argentina, così come quelle degli altri paesi latino-americani: i problemi economici della década perdida degli anni Ottanta furono tali che l’Argentina vedeva ogni suo sforzo di crescita economica vanificato dall’appesantirsi inesorabile del debito estero.
L’iper-inflazione che alla fine del mandato di Alfonsín raggiunse il 5000 per cento annuo strangolò le classi medie e fece precipitare vertiginosamente il Paese verso livelli di povertà relativa sorprendenti se pensiamo alla brillante situazione economica argentina di trent’anni prima.
Se controversa era stata la risposta di Alfonsín al dilemma sull’atteggiamento da assumere nei confronti dei militari, era però stata la catastrofe economica, di dimensioni tali da sconvolgere persino il tradizionale orgoglio nazionale (non è cosa di poco conto per un popolo di una permalosità proverbiale) ad affossare nel 1989 le speranze radicali in un secondo mandato.
In questo contesto era apparso sulla scеna Menem, personaggio senza dubbio particolare: a sorpresa aveva sconfitto il candidato peronista dell’apparato, Cafiero, nelle primarie del partito che in realtà decidevano già della presidenza. Originario della Rioja, di cui era stato governatore dal 1973 al 1976 e poi di nuovo dal 1981 dopo cinque anni di carcere, e di ascendenza siriana, aveva sorpreso un po’ tutti gli osservatori con il suo look improbabile ed i suoi modi assai poco consoni allo stereotipo di un presidente.
Ma questo personaggio, che nel 1989 sembrava quasi grottesco, è cresciuto nel corso del suo mandato, fino a diventare un leader credibile. Il presidente iper-populista, che dava l’impressione di passare il tempo giocando a tennis con Vilas o la Sabatini o a calcio con la maglia della nazionale argentina, si è infatti saputo circondare di collaboratori validi e costruire un sistema di potere efficace in cui lui non è che la punta dell’iceberg. Il perno del sistema è il ministro dell’Economia, Cavallo, a cui vanno attribuiti i meriti degli eccellenti risultati dell’economia argentina negli anni scorsi: una crescita del Prodotto interno lordo che nel corso del mandato è stata quasi del 50 per cento.
La ricetta di Cavallo (che gli osservatori più sprezzanti chiamano cura» di Cаvallo) è stata quella neoliberale, imperante negli anni Novanta ma non per questo sempre vincente. Privatizzazioni, riduzioni della spesa pubblica, deregulation, apertura dell’economia al capitale straniero e incentivi agli investimenti, rilancio dell’integrazione regionale nell’ambito del Mercosur sono punti essenziali della sua politica ecоnomica: ma ancor di più lo è l’ancoraggio del tasso di cambio del peso a quello del dollaro, toccasana per le economie familiari ancora traumatizzate dai guasti dell’iper-inflazione e spesso alle prese con mutui in dollari.
L’amministrazione Menem ha tenuto duro su questo punto anche nelle settimane successive alla crisi messicana, quando il cosiddetto effetto-tequila ha pesantemente turbato i mercati valutari mondiali.
Per dimostrare l’importanza per l’opinione pubblica della politica monetaria di Cavallo basti dire che anche Bordón, suo principale oppositore, si è allineato su di essa difendendo la parità tra peso e dollaro, su cui si possono nutrire dei dubbi da un punto di vista strettamente economico. Massaccesi era invece contrario.
Una politica economica di questo tipo ha però fatalmente un contrappeso doloroso, quello dei suoi costi sociali: la riduzione del peso dello stato nell’economia, la diminuzione dei sussidi pubblici, la disoccupazione crescente (12 per cento cui però andrebbe sommato il sottoimpiego, che è comunque uno sperpero di forza produttiva) sono gli aspetti degli anni di Menem. La crescita economica impetuosa non genera, in effetti, un aumento automatico del benessere complessivo in assenza di adeguati meccanismi redistributivi, che sono appunto venuti a mancare nell’ambito dei processi di liberalizzazione economica. L’Argentina è divenuta più ricca nel corso degli anni Novanta, ma anche la роvertà e l’ineguaglianza sono aumentate.
L’Unión cívica radical non è riuscita a mantenere il suo ruolo di principale alternativa al menemismo per il successo della politica economica del governo nei riguardi della maggioranza della popolazione, nonché per il giudizio negativo dato da buona parte dell’elettorato radicale nei confronti della scelta di assecondare i desideri di riforma costituzionale di Menem, che non disponeva della maggioranza necessaria prima del Patto
di Olivos.
Alcuni leaders radicali accusano Alfonsín di aver compromesso allora le possibilità del partito avendo rinunciato a fare chiaramente opposizione con un atteggiamento remissivo, ma non è affatto detto che la scelta contraria avrebbe dato dei frutti diversi data la forza dei risultati economici del governo giustizialista.
Una fetta del consenso tradizionale dei radicali è andato invece a Bordón, che pure viene dal peronismo, la cui propоsta politica si potrebbe riassumere con il motto stabilità economica e decenza politica». Bordón propugnava infatti una sostanziale continuità in politica economica, accompagnata però da una riduzione delle ineguaglianze e da una efficace lotta alla corruzione amministrativa. È comunque ancora presto per dire che il sistema politico argentino è divenuto tripartitico data l’eterogeneità del Frepaso e la rapidità della sua ascesa.
Se Menem ha vinto le elezioni sulle questioni economiche, nelle ultime settimane si è però riaperta l’altra grande questione-chiave della società argentina: il dramma dei desaparecidos.
Nel 1990 Menem aveva pensato di chiudere la vicenda amnistiando i militari che erano stati condannati per delitti di sangue commessi nel corso della dittatura: come già sappiamo si trattava solo degli altri gradi, considerati gli unici responsabili. Questa misura di Menem veniva incontro alle richieste dell’Esercito, che non cessava di esercitare una minaccia sulle istituzioni democratiche mediante ribellioni con fini eversivi, l’ultima dei quali era stata diretta dal comandante Aldo Rico a capo dei famosi carapintadas solo l’anno prima.
L’amnistia veniva però a snaturare più che a completare l’opera legislativa di Alfonsín, dato che in questo modo nessuno veniva a pagare per i crimini del settennato della dittatura, peraltro spaventosi. I principali responsabili si godono una comoda pensione o, dimessisi dall’Esercito, sono entrati nel settore privato.
Il fuoco covava dunque sotto le ceneri nell’Argentina dell’euforia economicа.
La questione è riesplosa con forza nel periodo pre-elettorale. Il capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Balza, ha fatto un’autocritica televisiva a nome della sua Arma, confessando i crimini da sempre sospettati e lasciando intendere che per le migliaia di desaparecidos non vi è alcuna speranza. Nei giorni successivi il generale Paulik a nome dell’Aeronautica confermò questa autodenuncia, a cui era previsto venisse inevitabilmente ad aggiungersi un’analoga iniziativa della Marina.

Altri militari confessarono pratiche mostruose, quali i voli della morte», le torture, l’allontanamento dei figli dai genitori.
Era una verità che in fondo tutti sapevano, ma è sempre scioccante ritrovarsela in faccia in tutta la sua crudeltà quando essa viveva anestetizzata nella memoria e circondata da dubbi in realtà un po’ illogici.
Alle autocritiche dei militari si è unita quella del leader della guerriglia montonera (filo-peronista) Firmenich, che ha così chiuso il cerchio delle responsabilità di ognuno negli anni di piombo argentini.
Anche alla Chiesa, accusata di non avere né denunciato né impedito il massacro, sono state rivolte molte critiche. Nonostante i tentativi fatti da Alfonsín e Menem di chiudere in un modo o nell’altro la questione, essa è ritornata a galla: il trauma di quegli anni era stato troppo forte.
Ma che soluzioni oggettive rimangono aperte? Sembra difficile poter annullare con effetto retroattivo le leggi del 1987, ma anche se il perdono incondizionato ai responsabili degli eccidi ha il sapore della beffa.
Forse solo il tempo riuscirà a cicatrizzare le ferite di quegli anni: nel frattempo bisogna dire che le polemiche che hanno scosso la società argentina nel mese precedente le elezioni non hanno avuto effetti significativi sui risultati elettorali.
Il rilancio economico sembra poter fare da contrappeso ai fantasmi del passato: ma anche la crescita degli anni scorsi è in parte ridimensionata dal problema della disuguaglianza.
È attorno a questi temi che la politica argentina è chiamata a confrontarsi negli anni del secondo mandato di Menem: tanto il governo quanto l’opposizione hanno centrato la loro campagna elettorale sulla lotta alla disoccupazione e alla povertà. Gli elettori argentini hanno dato fiducia a Menem basandosi sui buoni risultati della sua gestione precedente, ma è in questo secondo quinquennio che tali risultati devono trovare il loro consolidamento.
Se Carlos Menem riuscirà a vincere la sua scommessa, forse si potrà davvero parlare del menemismo come di un nuovo movimento politico con una personalità propria che si proietterebbe al di là della propria matrice originaria, il peronismo. Bisogna infatti dire che il peronismo nella versione di Menem si discosta in molti punti dal modello di Péron, permeato di terzomondismo e di venature anti-capitalistiche oggi del tutto minoritarie nel partito giustizialista.
Le scelte di Menem sono invece saldamente ancorate ai modelli dell’economia di mercato e della spinta verso l’internalizzazione oggi dominanti sugli scenari mondiali.