Lo sviluppo degli scenari internazionali dopo Seattle ha avuto importanti conseguenze anche nei confronti dell’America Latina. Da una parte, l’affermarsi di un influente movimento di contestazione nei confronti della globalizzazione e dei suoi effetti ha portato al centro della attenzione mondiale dei temi tradizionalmente a cuore dei paesi della regione, così come dei paesi in via in sviluppo o “emergenti”: in sintesi, potremmo dire che si è affermata nel mondo una rinnovata sensibilità nei confronti dell’esistenza di relazioni squilibrate tra il Nord e il Sud del mondo, un tema che sembrava non più di moda e che invece chiaramente preoccupa parti importanti dell’opinione pubblica mondiale.
Dall’altra, il subcontinente si trova, cоme forse mai prima nella sua storia, al centro di un complesso scacchiere commerciale caratterizzato dall’accavallarsi di più fronti: se il lancio di un nuovo round multilaterale in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (Омс) rimane la prospettiva generale più probabile, o almeno quella desiderata dai più, la possibilità di un nuovo fallimento in Qatar dopo quello di Seattle ha portato alla ribalta altri scenari potenziali per la regione:
- – integrazione emisferica nell’ambito del cosiddetto ALCA, Accordo di libero commercio delle Americhe;
– conclusione di accordi commerciali bilaterali con l’Unione europea; già una realtà nel caso del Messico, un accordo simile è attualmente negoziato tra UE e MERCOSUR;
– consolidamento dei processi d’integrazione economica sub-regionali: in primis, il MERCOSUR, alle prese con un’importante crisi interna a causa delle divergenze economiche tra Brasile e Argentina, ma tuttora un blocco regionale con prospettive solide e risultati significativi in termini di volume degli scambi commerciali; ma anche la Соmunità andina, e, in prospettiva, un possibile Mercato comune sudamericano, che risulterebbe dalla possibile integrazione dei due gruppi;
– la possibilità alternativa di conclusione di accordi bilaterali con gli USA e con l’UE, rifuggendo dall’appartenenza a blocchi regionali: è il modello cileno, che altri nella regione vorrebbero seguire.
Ma sarebbe errato pensare che tutte queste possibilità siano apparse sulla scena solo a seguito del fallimento di Seattle. I giochi sono più complessi, e s’inseriscono in quella nuova primavera dell’America Latina, o almeno di parte di essa, che ha caratterizzato gli anni Novanta: chiusosi il decennio perduto, tutti i paesi della regione hanno portato avanti, con maggiore o minore successo, ambiziosi processi di modernizzazione dei loro sistemi economici e sociali che hanno dimostrato come l’America Latina, lungi dall’essere composta da paesi destinati a fallire,ha di fronte a sé un futuro ricco di opportunità.
Della realtà di questa nuova America Latina, ancora alle prese con problemi atavici ma che ha intrapreso il cammino nella giusta direzione, si sono rese conto in primo luogo (sorprende?) le imprese, multinazionali e no, che hanno investito in massa nei paesi più promettenti della regione, sia nel quadro dei processi di privatizzazione, sia al di fuori di esse.
Se il Brasile si è andato affermando negli anni Novanta come il primo destinatario di investimenti tra i paesi emergenti dopo la Cina, la ragione non sta certo nell’amore dei capitali internazionali per la samba, ma piuttosto al successo delle riforme economiche intraprese dal governo di Fernando Henrique Cardoso e alle solide prospettive a lungo termine del mercato brasiliano e del MERCOSUR.
Se un processo simile ha interessato il Messico, nel quale si è molto investito nonostante le turbolenze politiche, è perché la comunità imprenditoriale internazionale ha giudicato irreversibile il processo economico e sociale in corso nel paese nordamericano.
Le attuali difficoltà argentine non devono trarre in inganno: questo paese, il più “europeo” dell’America Latina, era stato il primo ad attirare l’attenzione del business internazionale. Le privatizzazioni argentine degli anni Novanta erano infatti state citate come modello da seguire per i paesi emergenti. Ma oggi conosciamo le lezioni economiche di questa prima generazione di privatizzazioni “selvagge”. In Argentina, come negli USA o in Gran Bretagna, chi ha privatizzato senza definire regole chiare e trasparenti per il settore privatizzato si è trovato spesso alle prese con gravi problemi di efficienza. In questa prima tappa della storia delle
privatizzazioni (anni Ottanta e primi anni Novanta), esse erano concepite, un po’ fideisticamente, come un bene assoluto, e la priorità era messa non sulle modalità delle stesse, ma piuttosto sugli aspetti retributivi per l’erario pubblico. Dopo risultati brillanti nei primi
anni, alla lunga sono apparsi i problemi.
L’Argentina è un caso chiaro di questa situazione: privatizzò tutto e subito, creando l’illusione di avere risolto d’un colpo tutti i suoi problemi. Ma queste privatizzazioni “contabili” non furono accompagnate da un parallelo processo di snellimento e modernizzazione dell’economia e del settore pubblico, portando all’impasse attuale, una crisi di competitività del modello-paese, aggravata dall’ingessamento del peso sui valori del dollaro, che spiazza completamente i prodotti argentini sui mercati internazionali.
Gravi problemi strutturali spiegano quindi i problemi argentini, e la loro soluzione richiederà anni di politica economica virtuosa e di sacrifici: non sarà facile, ma sembra chiaro che l’Argentina ha compreso la lezione: la stabilizzazione economica e lo strangolamento dell’inflazione non erano la tappa finale, ma quella iniziale sul lungo cammino delle riforme.
Se il Cile è stato considerato per anni il modello per eccellenza, e se la sua situazione macroeconomica è tuttora migliore rispetto a quella dei suoi vicini, anche questo paese deve oggi fare i conti con una certa stanchezza del proprio sistema-paese, il che non impedisce che Santiago si muova con spregiudicatezza e notevole abilità sullo scacchiere internazionale: una necessità per un paese di piccole dimensioni (demografiche), il cui Pil dipende per circa la metà dalle esportazioni.
Gli altri paesi della regione sono stati tutti caratterizzati da processi simili, più o meno riusciti. Ma la strada intrapresa sembra chiara e, pur facendo tutti i distinguo di rigore, possiamo oggi parlare di un’America Latina che si affaccia al XXI secolo con una rinnovata credibilità economica.
È proprio questa nuova dimensione che permette all’America Latina di giocare un ruolo di maggiore protagonismo nelle relazioni internazionali. Alla credibilità economica si viene infatti ad associare una maggiore credibilità internazionale, evidente nel caso dei maggiori paesi, come il Messico o il Brasile, ma riscontrabile anche in altri casi.
Se l’America Latina interessa come mercato, essa, forse per la prima volta nella sua storia, sembra anche in grado di dire la sua, senza limitarsi a essere una protagonista passiva del proprio destino. Tramontata l’epoca della dipendenza, il subcontinente dimostra d’avere molto da dire (e da offrire) nell’era dell’interdipendenza e della globalizzazione.
Non vorremmo che quanto detto sinora facesse trasparire un’immagine di immotivato ottimismo: i problemi della regione restano seri, e la frattura sociale esistente ovunque nella regione tra élites colte e parti integranti del Primo Mondo e una più numerosa frangia della popolazione ancora esclusa dalla modernità, rimane la grande sfida aperta dell’America Latina nel nuovo secolo. Solo una decisa sterzata verso il sociale da parte delle élites al potere in tutta la regione permetterà di affrontare davvero questa battaglia, e i segnali percepibili in questo senso non sempre sono incoraggianti.
Ma le società civili latino-americane, una volta timide e sottomesse al potere politico, hanno fatto anch’esse passi da gigante negli anni Novanta, e hanno in un certo senso obbligato le oligarchie al potere a tenere conto delle loro istanze. In parte, questo fenomeno è dovuto all’ampiezza dei processi di privatizzazione in paesi in cui la presenza dello Stato era sempre stata forte (o pesante): il ritrarsi della mano pubblica ha obbligato i cittadini, un tempo passivi, a farsi carico dei problemi della collettività. Anche in Europa è successo qualcosa di simile, ma in un contesto eсоnomico che poteva disporre di ben maggiori risorse. In questo senso, il risveglio delle società civili latino-americane ha un che di eroico, ma è reale e palpabile.
Molte le tematiche su cui s’incentrano le esperienze in corso in America Latina: sviluppo sociale, educazione, lotta alla criminalità e alla droga, protezione dell’ambiente, accesso alle nuove tecnologie. Nell’America Latina di oggi, i cittadini non si aspettano più soluzioni magiche dallo Stato ma s’impegnano in prima persona.
Ma non è solo un atteggiamento difensivo quello che spiega questo fenomeno (sostituzione dello Stato che ha fallito), ma anche il risultato di un processo virtuoso. I paesi latino-americani hanno dimostrato di poter funzionare sul serio, e questo ha trasmesso alle loro popolazioni un senso di fiducia che spesso era mancato in passato.
Se le critiche agli effetti perversi della globalizzazione sono moneta corrente in tutto il mondo, l’America Latina è certamente stata all’avanguardia in questo processo. Da un lato, l’esistenza di un’oggettiva diffidenza nei confronti del modello dominante di origine statunitense, amato e odiato a un tempo dai latino-americani, dall’altro, l’esistenza di gravi situazioni di squilibrio sul continente, acuite dall’intensificarsi della globalizzazione (i contrasti visibili a occhio nudo in qualsiasi città latino-americana risultano scioccanti agli occhi di un europeo) non hanno fatto che portare acqua al mulino di chi critica determinati aspetti di essa.
Se la globalizzazione fa molte vittime, una buona parte di esse vive in questa parte del mondo.
Non è quindi un caso che, proprio in America latina, sia sorto un processo critico ma costruttivo nei confronti della globalizzazione come quello che portò al Foro sociale di Porto Alegre, che all’inizio di quest’anno attirò l’attenzione di mezzo mondo.
Col senno di poi, possiamo dire che Porto Alegre è stato il fiore all’occhiello del movimento mondiale critico nei confronti degli aspetti perversi della globalizzazione. La successiva spirale su cui si sono avvitate alcune frange dei movimenti anti-globalizzazione da Praga a Genova ha avuto il torto di svilire nella violenza tematiche di straordinario interesse e attualità.
Il Foro sociale di Porto Alegre fu farina del sacco della sinistra latino-americana, e rappresentò un esempio positivo е costruttivo di come possono essere affrontati, senza violenze, temi di grande spessore. Il suo grande merito fu quello di dire ad alta voce cose che molti nel mondo pensavano senza avere il coraggio di dirlo.
Se il Foro sociale diede corpo a inquietudini che le società civili latino-americane nutrivano da tempo, i governi latino-americani, rinfrancati dal relativo successo delle riforme intraprese e stimolate da società sempre più dinamiche ed esigenti, hanno avuto il coraggio di inserire nell’agenda internazionale temi che stanno a cuore all’America Latina e, più in generale, dei paesi emergenti e in via di sviluppo. E, sorpresa, si è scoperto che questi temi interessano a molti anche nel mondo industrializzato.
Qualche tempo dopo lo svuotamento pratico del fronte dei non allineati, paesi che spesso in passato hanno ricercato ruoli autonomi nell’ambito internazionale si trovano in prima fila su temi che risvegliano molte simpatie anche nel Nord del mondo, soprattutto in Europa.
Facciamo alcuni esempi: la battaglia intrapresa da Sud Africa, India e Brasile per l’accesso a costi ridotti ai farmaci contro l’Hiv e altre malattie endemiche, mediante la sospensione parziale dei diritti di proprietà intellettuale, è un tema molto delicato, perché mette a repentaglio una delle fondamenta dell’economia di mercato.
Ma è, al tempo stesso, una rivendicazione oggettivamente giusta, dato che, a fronte di problemi di tale gravità, è necessario mettere in atto meccanismi audaci, fondati sul principio della solidarietà.
Una questione di questo tipo si sarebbe trascinata per anni nelle stanze dell’OMC, per concludersi alla fine con una vittoria delle multinazionali farmaceutiche, se il clima mondiale non fosse drammaticamente cambiato nell’ultimo anno, e non si fosse originata una forte pressione internazionale a favore delle rivendicazioni dei paesi del Sud.
Il Brasile e i suoi alleati non sarebbero poi riusciti nel loro intento se non avessero potuto contare sul significativo appoggio dell’Unione europea, la cui iniziativa Access to Medicines è pienamente compatibile con le rivendicazioni dei paesi emergenti (e molto lontana dalle posizioni statunitensi).
In materia di cambiamento climatico e biosicurezza (Protocolli di Kyoto e Cartagena) e di biodiversità (Convenzione sulla diversità biologica di Rio, 1992), i paesi latino-americani e specialmente il Brasile che, forte della sua buona salute e del suo peso economico e strategico, ha abbandonato passate ambizioni su scala planetaria per assumere un ruolo, ben più realistico, e pregnante di leader del subcontinente, difendono con forza posizioni critiche rispetto alle visioni iperliberistiche statunitensi e anche giapponesi.
Nell’ambito delle conferenze delle Nazioni unite, il Brasile e il blocco latinoamericano hanno generalmente dimostrato una notevole coesione, derivante non solo da un’omogeneità culturale, ma piuttosto da un’oggettiva comunione d’interessi. In quest’ambito, è notevole anche la sintonia con i paesi asiatici e africani, che permette quindi a paesi come il Brasile o il Messico di far parte del gruppo dei leaders dei paesi in via di sviluppo. Anche nella recente Conferenza di Durban, i paesi latinoamericani hanno giocato un ruolo significativo: senza essere in prima fila né sul tema delle rivendicazioni legate al passato schiavista, né su quello delle definizioni ideologiche in materia di razzismo, essi, guidati dal Brasile, hanno assunto un ruolo di mediazione che ha avuto il suo peso nel raggiungimento di un compromesso finale.
L’America Latina tende quindi a non accettare più senza riserve modelli culturali e sociali importati da altrove, ma a sviluppare posizioni proprie e difenderle sulla scena internazionale, tessendo alleanze a geometria variabile che la vedono spesso convergere con altri paesi emergenti, asiatici e africani, ma anche con l’UE.
Certo, non è possibile generalizzare sempre, e differenze significative esistono, ad esempio in materia di accettazione degli OGM, respinti dal Brasile e accettati senza riserve in Argentina, ma l’America Latina di oggi si pone di fronte al G8 con una personalità propria.
Anche in campo culturale, sta dimostrando un gran dinamismo. La sensibilità al tema della “eccezione culturale” è crescente, e la tematica dell’accesso a una società dell’informazione multilingue si è molto sviluppata in una regione che parla spagnolo e portoghese (rispettivamente seconda e quarta lingua internazionale del mondo). Se la società dell’informazione vuol essere globale i suoi contenuti non possono essere solo in inglese, ma devono poter pervenire alla maggioranza della popolazione in lingua madre. Anche qui sono chiare le sintonie con i paesi asiatici e con una Europa per definizione multiculturale, e le frizioni con un modello globalizzante monocorde di stampo statunitense.
In materia economica, come si pone l’America Latina di fronte al G8?
Facendosi forti della loro rinnovata credibilità, che pareva per sempre perduta negli anni Ottanta, i paesi latino-americani si trovano in sintonia oggettiva con altri paesi emergenti nel richiedere una “democratizzazione” del commercio internazionale, fondato su un accesso crescente ai mercati del mondo sviluppato e sulla revisione dei meccanismi esistenti in seno all’Oмс, oggi visti come pesantemente squilibrati a favore dei paesi industrializzati, che favorisca i paesi del Sud.
Pochi paesi latino-americani fanno parte del gruppo dei “Paesi meno avanzati” oggetto dell’iniziativa di condono del debito presa nel G7 di Colonia (1999), ma l’America Latina, sempre alle prese con severi problemi d’instabilità finanziaria, è invece molto sensibile al tema del disegno di una nuova architettura del sistema finanziario internazionale che favorisca la stabilità dei paesi emergenti. Le crisi messicane (1994), brasiliane (1999) e argentina hanno messo in evidenza la fragilità finanziaria dei paesi anche più forti della regione, comunque dipendenti dall’afflusso di capitali internazionali e spesso penalizzati da movimenti speculativi sui mercati che non sempre hanno riscontri oggettivi nei paesi interessati.
La comunità finanziaria internazionale ha risposto positivamente ai successivi appelli brasiliani e argentini mediante la concessione di pacchetti finanziari ad hoc, ma il problema è lungi dall’essere risolto ed è una delle priorità che stanno più a cuore alle dirigenze latino-americane. Non ci sembra, però, che al di là degli interventi specifici già menzionati, sia probabile la definizione in un prossimo futuro di meccanismi di stabilizzazione dei mercati monetari, che continueranno a fluttuare con forza come hanno fatto dal 1973 in poi.
Se il problema del debito estero, pur senza essere sparito del tutto, non attanaglia più come un tempo i paesi latino-americani che hanno ritrovato negli anni Novanta il cammino della crescita, il fattore chiave dello sviluppo economico è oggi identificato nell’accesso ai mercati internazionali.
L’Uruguay Round dette luogo a un grande processo di liberalizzazione commerciale dei beni industriali e, in parte, dei servizi; i paesi emergenti, generalmente produttori agricoli, richiedono oggi di essere ricompensati per il grande sforzo di apertura delle loro economie, effettuato nel corso degli anni Novanta. Ciò è particolarmente vero per alcuni paesi latino-americani, che si sono fortemente aperti ai capitali e alle imprese internazionali e che sarebbero pronti a esportare prodotti agricoli sui mercati europeo, nordamericano e giapponese se all’apertura dell’Uruguay Round facesse ora seguito una significativa liberalizzazione dei mercati agricoli nel nuovo round commerciale. Sia gli USa sia l’UE e il Giappone dispongono di meccanismi di diversa natura che limitano fortemente le importazioni di prodotti agricoli dai paesi forti produttori (riuniti nel cosiddetto Gruppo di Cairns), e concedono anche sussidi alle esportazioni (USA e UE), spiazzando i paesi di Cairns anche su mercati terzi.
Se, nel caso dell’UE, le riforme della PAC del 1992 e l’accordo finanziario di Berlino del 1999 hanno dato luogo a riduzioni progressive dei sussidi, soprattutto nel caso di quelli concessi agli esportatori, gli USA sono in preda a una vera e propria escalation del protezionismo agricolo.
Secondo i paesi latino-americani, in primis i produttori agricoli come Argentina, Brasile e Uruguay, il nuovo round di negoziati OMC, il cui lancio fallì a Seattle e che sarà ora ritentato a Doha in novembre, dovrà in primo luogo riguardare la liberalizzazione del commercio agricolo, considerata una vera e propria priorità, ma anche la revisione di meccanismi il cui uso è considerato protezionistico e squilibrato a favore dei paesi industrializzati (anti-dumping, proprietà intellettuale).
Solo in quel caso sarà possibile, secondo i latino-americani, discutere di ulteriori riduzioni dei dazi industriali e di liberalizzazioni addizionali di servizi e appalti pubblici. È da notarsi come, alla fermezza latino-americana, ispirata comunque da uno spirito costruttivo, faccia da contraltare una maggiore rigidità dei paesi emergenti asiatici (India, Indonesia, Malaysia), assai poco
propensi ad appoggiare il lancio di un nuovo round.
Prima di Seattle, queste remore dei paesi emergenti avrebbero potuto rimanere relegate in secondo piano: i tre grandi del commercio internazionale, soprattutto USA e UE, avrebbero potuto decidere sui destini del commercio mondiale da soli. Ma oggi non è più così, e il consenso di una decina di paesi emergenti “chiave” è divenuto imprescindibile. Nel caso dell’America Latina, si tratta di Brasile, Messico e Argentina, cui si aggiungono India, Indonesia, Malaysia, Singapore, Sud Africa, Egitto (oltre a paesi sviluppati come Canada e Australia e pochi altri).
Difficilmente sarà possibile registrare progressi significativi nei negoziati о prevedere un lancio degli stessi senza essere riusciti a ottenere un consenso di massima all’interno di questo club.
E se, nonostante questi sforzi, non risultasse possibile lanciare un nuovo round multilaterale all’OMс, quali sarebbero le conseguenze per l’America Latina?
Come anticipato all’inizio, sarebbe un errore dipingere gli scenari alternativi come ripieghi rispetto al round multilaterale. In realtà, se Stati Uniti e Unione europea sono impegnati in ambiziose iniziative nei confronti dell’America Latina, la trama aveva incominciato a essere tessuta all’inizio degli anni Novanta, in coincidenza con l’inizio dei processi di stabilizzazione economica e riforme strutturali nella regione.
Sin dalla firma del Trattato di Asunción (1991), che dà alla luce il MERCOSUR, l’Unione europea fornì al nuovo blocсо sudamericano un notevole appoggio politico e di cooperazione economica. Quest’approccio porterà alla firma dell’accordo di Cooperazione interregionale di Madrid (1995), una delle cui clausole prevedeva il lancio di negoziati di liberalizzazione commerciale tra i due blocchi quando fossero riunite le condizioni necessarie.
La significativa evoluzione delle relazioni economiche tra UE E MERCOSUR (I’UE si è affermata nella seconda parte del decennio come il primo socio commerciale e il primo investitore nel blocco sudamericano) hanno creato in breve tempo le condizioni per il lancio di un negoziato, il cui obiettivo è la firma del primo Accordo di associazione interregionale della storia delle relazioni internazionali.
In occasione del primo Summit euro-latinoamericano di Rio (giugno 1999), fu approvato l’inizio dei negoziati, che sono avanzati con una certa difficoltà all’inizio ma che sono già approdati, dopo cinque round negoziali, alla presentazione di un’offerta di accordo da parte dell’UE, cui dovrà corrispondere la presentazione di una controproposta da parte del MERCOSUR a fine ottobre.
Esistono le condizioni per una conclusione dell’accordo nel prossimo biennio, e il prossimo Summit euro-latinoamericano di Madrid (giugno 2002) dovrebbe venire a scandire i tempi del negoziato, che creerà quindi un ambizioso spazio economico comune tra i quindici membri dell’Ue e i quattro paesi del MERCOSUR, cui si verrebbe ad aggiungere il Cile, con cui l’Ue sta negoziando in parallelo un accordo equivalente.
A quello commerciale si vengono poi ad aggiungere un accordo politico e uno in materia di cooperazione, facenti tutti parte integrante dell’Accordo di associazione.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il lancio dell’ambizioso progetto di creazione di un mercato comune emisferico (ALCA in spagnolo, FTAA in inglese) risale alla presidenza Bush padre.
Il processo avanzò ben poco durante le presidenze Clinton, ma nell’ultima parte del suo secondo mandato la sua amministrazione prese atto da un lato della crescente importanza strategica dei mercati della regione, che gli USa non potevano più considerare come acquisiti, e dall’altro delle difficoltà del quadro multilaterale (fallimento di Seattle). Di fatto, gli USA hanno sempre privilegiato un approccio strategico multilaterale nei negoziati commerciali, rimanendo sostanzialmente estranei al processo di conclusione di accordi bilaterali e regionali che ha caratterizzato tutte le regioni del mondo.
Analisti e aziende americane hanno lanciato un grido d’allarme in questo senso al presidente George W. Bush, che ha deciso di spingere con forza sulla via del regionalismo, senza per questo rinunciare alla possibilità di lanciare un round multilaterale ancora quest’anno.
Ma la prospettiva di un Mercato comune delle Americhe è ritornata d’attualità, e i trentaquattro paesi della regione hanno stabilito nel Summit delle Americhe di Québec (aprile 2001) un calendario e una struttura per i negoziati che dovrebbero concludersi nel 2005.
Tale negoziato deve però far fronte a molte difficoltà, non ultima il peso delle lobbies americane, che rendono difficilmente preventivabile la concessione di un mandato negoziale ampio (TPA, Trading Promotion Authority, prima conosciuto come fast-track) al presidente Bush.
Ma vi è anche un’altra fondamentale differenza tra l’ALCA immaginabile all’inizio degli anni Novanta e quella attuale. Se allora il processo negoziale sarebbe stato chiaramente a propulsione statunitense, con una scarsa possibilità per i paesi latino-americani di esercitare un peso significativo sul negoziato, la rinnovata forza di alcuni di loro, in primis del Brasile, e la presenza riequilibrante dell’Unione europea ha ora cambiato le carte in tavola. I paesi latino-americani hanno maggiore margine di manovra e, nel caso del Brasile, intendono esercitarlo a fondo.
Questo non significa che l’ALCA non si farà, ma piuttosto che esso difficilmente sarà una semplice specchio del NAFTA (Accordo di libero commercio del Nord America): sarà invece un accordo ambizioso e di ampio respiro, nel quale anche gli USA Saranno costretti a fare concessioni su materie importanti (accesso ai mercati, regole sanitarie, uso dell’antidumping, riduzione dei sussidi agricoli).
Di fatto il Brasile è già riuscito, nel periodo che ha preceduto Québec, a imporre il suo calendario agli USA e ai suoi alleati più stretti (Cile e Uruguay), che premevano per una conclusione dei mandati nel 2003, prima della fine del mandato di Bush. Era una prospettiva
irreale, data la complessità del negoziato, ma molti paesi latino-americani,
attirati dalla chimera di un accordo rapido con gli USA, sembravano disposti ad
accettarla.
La posizione brasiliana, sostenuta da paesi come il Venezuela e, con qualche dubbio, dall’Argentina, è che un negoziato rapido non possa che risultare squilibrato a favore degli USA, che devono dimostrare con concessioni reali la loro volontà di concludere un accordo. L’altro punto cui il Brasile tiene particolarmente è il consolidamento del MERCOSUR: se il blocco è dal 1999 alle prese con una crisi interna, essenzialmente dovuta all’incompatibilità dei regimi cambiari argentino e brasiliano, e oggi aggravata dalla situazione argentina, ciò non toglie che si tratti di un mercato interno significativo e di un acquis politico di peso cui il Brasile non vuole rinunciare. Da qui la decisione di negoziare come blocco in seno all’ALCA (ciò non entusiasmava l’Uruguay e in parte l’Argentina).
Ma, che il MERCOSUR conti ancora parecchio, nonostante i suoi problemi interni, è dimostrato anche dal fatto che gli USA, a fronte delle difficoltà dei negoziati multilaterali (OMс) ed emisferici (ALCA), hanno accettato di avviare un dialogo chiamato 4+1 con il MERCOSUR su temi commerciali d’interesse comune. Non si tratta ancora di un vero e proprio negoziato, ma di un tavolo di discussione che riconosce al MERCOSUR un ruolo importante, spesso negatogli dagli USA in passato.
Dall’evoluzione di questi scenari, cui si aggiunge anche il negoziato 4+5 tra MERCOSUR e Comunità andina che potrebbe portare alla creazione di un Mercato comune sudamericano come premessa per un suçcessivo ALCA, dipende il futuro dell’America Latina nel secolo che sta iniziando.
Chiaramente, se qualcuno crede ancora che l’America Latina sia ancora un fuscello in balia di tempeste più grandi di lei, quanto esposto dovrebbe bastare a fargli cambiare idea.
La nuova America Latina rimane alle prese con enormi problemi, ma dispone ora di voce e personalità propria: all’interno di essa, paesi come il Brasile e il Messico, ma anche il Cile o lo stesso Venezuela, dispongono di atouts di diversa natura che sono in grado di utilizzare.
Di fronte alla crisi del modello G8 emersa negli ultimi due anni, risulta difficile pensare alla possibilità di mantenerne inalterata la sua struttura e le sue modalità di funzionamento. Sta svanendo, o forse è svanita del tutto, l’idea di un “direttorio” di paesi ricchi (i Sette) o armati (Russia) che possano esercitare da soli la leadership mondiale.
È necessario ampliare lo spettro del G7: di fatto, già esiste da alcuni anni il G20, la cui prima riunione ha avuto luogo a Berlino nel dicembre 1999.
In questo nuovo forum partecipano, oltre ai membri del G8, Argentina, Brasile, Messico, Australia, Sud Africa, Turchia, Cina, India, Indonesia e Corea del Sud, oltre alla Presidenza dell’UE e le istituzioni di Bretton Woods. Anche se il G20 non ha ancora il seguito mediatico del G8, è probabilmente in questo senso che la comunità internazionale dovrà dirigersi, senza dimenticare però di associare all’allargamento del gruppo la definizione di meccanismi di coinvolgimento dei paesi che ne sono esclusi e della società civile.
In questo quadro, l’America Latina fa bella mostra di sé e non mancherà di far sentire la propria voce nella definizione dei nuovi equilibri mondiali.
