Le recenti elezioni cilene hanno rappresentato un momento significativo per la storia politica del paese andino: dopo 20 anni di governi di centrosinistra, seguiti ai diciassette di dittatura militare di Augusto Pinochet, la destra ritorna al potere per la via delle urne per la prima volta dopo cinquant’anni (vittoria di Alessandri nel 1958). È la fine di un’era, quella della Concertación di centro-sinistra, ma in fondo di una tappa ancora più lunga, che era appunto iniziata con il colpo di stato contro Allende dell’11 settembre 1973.
Sebastián Piñera, sconfitto quattro anni fa al secondo turno dalla candidata della Concertación Michelle Bachelet, porta a compimento il suo percorso politico di vent’anni che, da posizioni eterodosse all’interno della destra cilena lo porta alla presidenza del paese.
D’altra parte, Concertación de Partidos por la Democracia, erede diretta di quel fronte del “no” al referendum proposto nel 1989 dalla dittatura pinochetista, al fine di perpetuarsi in un regime continuista, paga una certa usura dell’alleanza tra democristiani e socialisti dopo quattro periodi consecutivi al governo, dapprima con due presidenti democristiani, Patricio Alwyn e Eduardo Frei, seguiti da due presidenti socialisti, Ricardo Lagos e Michelle Bachelet. Il fatto che la coalizione non si sia dimostrata in grado di trovare un candidato d una generazione diversa da quella che ha governato il paese per vent’anni, e che abbia riproposto agli elettori l’ex-presidente Eduardo Frei, illustra di per sé la necessità di rinnovamento necessaria nel centro-sinistra cileno, figlio di una stagione politica di fondamentale importanza ma bisognoso di un aggiornamento.


L’attuale situazione cilena richiama quella spagnola alla fine della lunga epoca socialista: quando nel 1996 José M. Aznar, al suo terzo tentativo sconfisse di stretta misura un Felipe González che era stato quattordici anni alla guida del paese, si parlò di completamento definitivo della transizione politica spagnola, che poteva definirsi compiuta nel momento in cui una vittoria elettorale della destra era divenuta possibile. Ed ad Aznar si era ascritto il merito fondamentale di aver traghettato con successo la destra spagnola dall’ombra della continuità con il franchismo alle luci della piena rispettabilità democratica.
In maniera simile, Piñera, che già nel 1989 si era contraddistinto per il suo appoggio esplicito al “no”, rara avis nell’ambito di una destra fossilizzata su posizioni estremamente rigide e fiancheggiatrici della dittatura pinochetista, lanciò allora una sfida che pareva impossibile: riformare la destra liberandola progressivamente dalle ombre della dittatura militare e sviluppandone l’anima liberal-democratica (in un paese nel quale per molti anni liberale era sinonimo di adesione incondizionata ai dettami ultramercantilistici dei Chicago Boys, che adottarono il Cile come casoscuola per la sperimentazione delle proprie teorie improntate alla deregulation assoluta di moda negli anni ottanta).
Il suo partito, Renovación Nacional, rappresenta quindi un’anima diversa rispetto ai soci dell’UDI (Unión Democrática Independiente), partito che non solo non rinnega il pinochetismo ma addirittura lo esalta, rinnovando quello spirito del muro contro muro che ha contraddistinto un paese polarizzato come il Cile dai tempi di Allende sino alle prime elezioni vinte dalla Concertación.
Se il colpo di stato del 1973 ha marcato profondamente la storia cilena, dividendo il paese in modo traumatico per decenni, proprio l’ascesa di una destra moderata, che non vuole mettere in discussione l’eredità positiva degli anni di centro-sinistra, mette in luce il cammino percorso dal paese durante vent’anni di governi riformisti.
I principali meriti da attribuire ai successivi governi della Concertación sono lo smantellamento progressivo dell’eredità della dittatura, la ricostruzione della convivenza democratica tra cileni, il proseguimento delle politiche di stabilità e sviluppo economico, completate da riforme sociali che hanno permesso di ridurre la percentuale di popolazione in stato di povertà dal 38% nel 1989 al 13% attuale: dati di tipo europeo, non latinoamericano, che situano il Cile in una categoria a parte rispetto agli altri paesi latinoamericani.
Sino all’elezione di Lagos su Lavín (2000), il Cile era succube di una divisione quasi esistenziale tra modelli incompatibili: per la destra ogni ipotesi di tipo socialdemocratico era definita comunismo e la messa in discussione della dittatura, i cui protagonisti erano elevati al ruolo di eroi nazionali, inconcepibile. Per le forze democratiche, le uniche vie possibili erano quelle dell’unità, necessaria per imporsi in competizioni elettorali molto serrate, e del dialogo permanente, per tenere in piedi coalizioni che si mantenessero ferme nella gestione del modello economico cileno, un modello di stabilità ed imprenditorialità, portando avanti una dopo l’altra riforme consensuali che permettessero di ampliare il raggio della democrazia cilena lasciandosi alle spalle le eredità della dittatura.
Un percorso difficile, cha ha richiesto ai governanti della Concertación nervi saldi e molta moderazione: tra l’altro, la dittatura, pur perdendo il referendum del 1989, aveva seminato il percorso della democrazia cilena di numerosi paletti, che permettevano di tutelare certi punti considerati irrinunciabili (immunità dei militari coinvolti nel golpe e nella dittatura; senatori vitalizi, tra cui a lungo lo stesso Pinochet; sistema elettorale binominale, che impedisce la formazione di maggioranze nette in parlamento).
Il maggior successo della Concertación nel corso del ventennio al potere è stato quello di conciliare una sana gestione economica, che ha permesso al Cile di elevarsi allo stato di paese emergente ante litteram e di rompere con una tradizione che voleva i paesi latinoamericani condannati all’instabilità economica e finanziaria e dipendenti in maniera passiva dai mercati internazionali. Al contrario, il Cile ha saputo, durante la dittatura ed anche dopo il ritorno della democrazia sviluppare un ammirevole modello di apertura economica in tutte le direzioni.
Paese relativamente lontano dai grandi mercati tradizionalmente trainanti sino agli anni novanta (Usa ed Europa), e di per sè sprovvisto di un mercato interno sufficiente ad alimentare da solo la crescita economica, ha saputo inventarsi un proprio ruolo specifico e quasi unico, sviluppando con molto coraggio alcuni atout che non erano affatto scontati: anziché limitarsi ad integrarsi in un solo mercato regionale prossimo a sè (Mercosur, Comunità Andina), o legarsi ad un mercato in maniera univoca (accordo di libero scambio con gli Usa), ha portato avanti una politica di apertura in tutte le direzioni che ha reso l’economia cilena la più aperta al mondo. Il Cile, paese di per sé geograficamente lontano, ha centrato il proprio sviluppo su un’apertura totale della propria economia ed uno sviluppo impetuoso delle esportazioni verso ogni mercato potenzialmente interessato ai propri prodotti. Da paese esportatore tradizionale di una materia prima specifica (il rame), il Cile è divenuto il paese al mondo con maggiore peso del commercio estero sul PIB (tra il 70 e l’80%) ed ha collocato le proprie merci in settori che sembravano assolutamente impenetrabili alla concorrenza su grande scala. Pensiamo alla straordinaria penetrazione della frutta cilena fuori stagione nei mercati europeo, nordamericano e giapponese o all’impressionante crescita del vino cileno nei mercati mondiali, persino in paesi molto legati al loro prodotto nazionale.
Il Cile è oggi il paese al mondo che ha concluso il maggior numero di accordi commerciali bilaterali di libero scambio: all’accordo con gli Usa sono seguiti quelli con l’Unione Europea (accordo d’associazione, l’unico che l’UE ha in Latinoamerica a parte quello con il Messico) ed un grande attivismo nella zona pacifica, principale asse di crescita dell’economia mondiale, nel quale il Cile è pienamente inserito: in particolare, il Cile ha già firmato accordi bilaterali con Cina e Corea del Sud.
Dal punto di vista macroeonomico e finanziario, il Cile è sempre stato additato come il miglior esempio tra i paesi emergenti, e le performance cilene il riferimento d’obbligo nel contesto latinoamericano. Se altri paesi emergenti, come il Brasile, attirano oggi maggiormente l’attenzione, questo non toglie meriti alla continuità dimostrata dal Cile nel perseguire un modello economico di successo pur essendo un paese dalla popolazione limitata (diciassette milioni) e avendo saputo trasformare in opportunità una posizione geografica che avrebbe invece potuto costituire un handicap.
Tale stabilità economica ha poi permesso di ridurre la povertà, aumentando la consistenza della classe media, anche se i livelli di concentrazione della ricchezza rimangono elevati in un paese che era profondamente classista, ed in buona parte lo rimane (il Cile occupa il posto n.113 negli indici di distribuzione della ricchezza). Però gli indicatori in materia educativa, sanitaria ed abitativa sono migliorati considerevolmente nel corso degli ultimi vent’anni.
L’ammissione del Cile nell’OECD, primo paese sudamericano chiamato a far parte del club dei paesi industrializzati, è il riconoscimento del notevole percorso compiuto dal paese in questi decenni.
Anche nel contesto di crisi internazionale il Cile si è comportato meglio di altri: se la crescita si è ridotta nel 2009 ad un magro 0,4%, a fronte del 5% abituale negli anni precedenti, un dato inevitabile per un’economia aperta come quella cilena, la politica anticrisi portata avanti dalla Bachelet é stata apprezzata dalla popolazione: la presidentessa uscente chiude il suo mandato con un tasso d’approvazione superiore all’80%.
Non é stata quindi la sua eredità positiva quella che i cileni hanno rifiutato eleggendo ora Piñera: prevale la sensazione che abbiano piuttosto voluto imporre un cambio di dirigenza, scegliendone una in grado di sterzare verso mete ambiziose che consolidino quanto di buono il Cile ha fatto sinora. Sotterrati i fantasmi del passato (grazie anche all’iniziativa del localmente poco amato giudice Baltazar Garzon, la cui iniziativa obbligò le classi dirigenti cilene ad affrontare un problema del passato che pesava troppo sugli equilibri nazionali), i cileni hanno scelto una nuova classe dirigente con lo sguardo rivolto al futuro e non al passato, che completi il cammino che tanto ha fatto avanzare il Cile negli ultimi anni.
In poche parole, una volta divenuta possibile l’alternanza, i cileni hanno deciso di trarne i benefici.
Sebastian Piñera, l’uomo che dirige questo nuovo progetto, ha delle caratteristiche senz’altro particolari: miliardario con interessi in campi che vanno dalla finanza alle compagnie aeree, dalla televisione allo sport (il Colo Colo), é senz’altro uomo di successo personale, ma non sprovvisto d’esperienza politica: già senatore, poi candidato sconfitto dalla Bachelet nelle elezioni precedenti, abbiamo già visto come in passato abbia avuto il coraggio di adottare scelte che gli crearono non poche inimicizie nella sua stessa parte politica.
Piñera ha già dichiarato di voler governare in continuità rispetto all’eredità ricevuta, ma apportando la propria esperienza personale. Probabile che il suo governo sia di ampie intese, e che accolga qualche elemento della Concertacion.
In chiave latinoamericana, mi sembra riduttivo il commento fatto da parecchi osservatori secondo cui la vittoria di Piñera rappresenterebbe una svolta a destra in America Latina: la realtà é più variegata. In primo luogo, la Bachelet e la Concertacion non rappresentavano governi di sinistra assimilabili al socialismo chavista, ma piuttosto esperienze di centro – sinistra maturate in condizioni uniche nella regione.
D’altro canto, il consolidamento elettorale dei leader del socialismo del XXI secolo (Bolivia, Ecuador) é anche innegabile. É semmai l’espansione ulteriore del modello propugnato da Chavez al di fuori di quei paesi che sembra arrestarsi, vittima dei problemi interni sperimentati da Chavez in Venezuela per dimostrare la validità del suo approccio e del calo dei prezzi del petrolio che ha reso impraticabile la sua petrodiplomacia.
É invece in auge il modello tranquillo ed efficace di Lula, che ha fatto del Brasile l’indiscusso leder regionale ma soprattutto un attore di prima fila della scena internazionale. Persino una sconfitta del candidato del PT nelle elezioni presidenziali di ottobre 2010 non significherebbe la sconfitta di quel modello, dato che a prevalere sarebbe probabilmente un Jose Serra che difficilmente può essere definito un leader di destra.
Più che una divisione tra paesi di “destra” e di “sinistra”, si sta generando in America Latina una divisione tra un blocco ridotto di paesi che vogliono ridare protagonismo allo stato per affrontare le disuguaglianze ereditate dal passato (Venezuela, Ecuador, Bolivia, Nicaragua) ed una maggioranza di governi che invece non credono in tale via, privilegiando la crescita economica come fattore d’alimentazione delle politiche sociali, ormai divenute irrinunciabili ovunque nella regione.
Batte invece il passo un modello ultraliberale, anch’esso esistente in passato, che minimizzava le questioni sociali, sottomettendole ad una logica esclusivamente di mercato che ha mostrato anch’essa i suoi limiti.
Tornando al Cile, é probabile che l’esperienza della Concertacion abbia fatto il suo tempo, e che il cartello tra democristiani e socialisti non regga il passo del tempo: é finita la sua stagione, o forse é stato vittima del proprio successo. Il 20% di voti raccolti al primo turno dal candidato indipendente Ominami, sconfitto alle primarie della Concertacion, dimostra l’esistenza di un ampio numero di elettori di sinistra insoddisfatti. Ed in caso di consolidamento di Piñera, l’orbita governativa potrebbe attrarre consensi d’origine democristiana, che andrebbero a rafforzare il centro – destra moderato del nuovo presidente.
D’altro canto, la vittoria di una destra moderna rappresenta la fine della destra antidiluviana che ancora si riconosce nel pinochetismo, e che si é ritenuta per troppo tempo l’unica degna di governare il paese.
Queste elezioni hanno davvero rappresentato la fine di un’era politica in Cile, ed il resto dell’America Latina continuerà a guardare con attenzione ai parecchi buoni esempi che vengono da questo paese.





