La crisi finanziaria che ha severamente colpito l’Asia e la Russia ha avuto delle conseguenze estremamente gravi sull’insieme dei cosiddetti paesi emergenti. Così è stato anche per i paesi latinoamericani facenti parte di questo gruppo (principalmente Brasile, Argentina, Cile, Messico e Venezuela).
La prima crisi asiatica del 1997 aveva già spinto il Brasile a delle misure protettive al fine di minimizzare l’impatto delle turbolenze economiche internazionali (innalzamento della tariffa esterna соmune del MERCOSUR), che non avevano però potuto evitare che un certo declino della crescita economica brasiliana si facesse sentire già nel primo semestre di quest’anno.
La crisi ben più profonda del 1998 e soprattutto l’affondamento dell’economia russa e del rublo hanno seminato il panico nei mercati, che hanno espresso una sfiducia generalizzata nei confronti di tutti i paesi emergenti, provocando una fuga dei capitali investiti a breve da tutti i loro mercati finanziari, che avevano fatto registrare dei rendimenti straordinari negli ultimi anni.
In realtà, più che di disinvestimenti, si è trattato generalmente di un mancato reinvestimento nei mercati emergenti da parte degli operatori alla scadenza del titolo: una volta realizzato il rendimento, i capitali non sono stati reinvestiti in mercati emergenti ma in piazze considerate più stabili (Europa, Stati Uniti d’America).
In questo quadro, nei mesi di agosto e settembre si è diffusa la convinzione che, dopo la Russia, sarebbe toccato al Brasile soffrire un crollo borsatile e valutario, con l’aggravante che il Brasile avrebbe trascinato con sé l’intera economia latino-americana: l’Argentina, molto meno esposta finanziariamente del Brasile grazie alla buona situazione dei suoi conti pubblici ma legata a filo doppio al paese vicino dall’intensità dei loro scambi commerciali nell’ambito del MERCOSUR; il Cile, importante partner dello stesso MERCOSUR, il Venezuela, altro importante partner del Brasile per di più alle prese con notevoli problemi specifici, legati alla sua eccessiva dipendenza dai prezzi petroliferi. Lo stesso blocco del NAFTA avrebbe risentito il colpo, soprattutto a causa dell’importante esposizione finanziaria delle banche statunitensi nei confronti del Brasile.
D’altro canto, tali analisi, pur preoccupanti, non facevano che confermare un dato di fatto: il Brasile è divenuto negli anni Novanta l’elemento chiave dell’intera economia latino-americana:
grazie all’apertura della propria economia, tradizionalmente chiusa e protetta, questo paese gigantesco che da solo rappresenta la meta del PB, della popolazione e del territorio sudamericano si è profondamente interrelazionato con i propri vicini emisferici, riuscendo ad acquisire quel peso specifico in termini di leadership continentale che il suo tradizionale isolamento gli aveva sempre negato.
Il processo di apertura, intrapreso brutalmente negli anni del presidente Collor, si era visto ancora limitato dal problema dell’iper-inflazione, che sarebbe stata sconfitta solo dal piano Real ideato dal ministro Cardoso sotto la presidenza di Itamar Franco. La riuscita di tale piano, che significò la consacrazione politica dell’attuale presidente Fernando Henrique Cardoso, creò i presupposti per accentuare l’apertura e la relativa modernizzazione delle strutture economiche del Brasile su basi più sane ed equilibrate: la nuova situazione di stabilità finanziaria permise il ritorno dei capitali esteri e il lancio delle privatizzazioni. D’altro canto, il rapido successo del MERCOSUR venne a completare il processo di apertura, rompendo con una consolidata tradizione contraria che aveva sempre visto fallire i tentativi d’integrazione economica nel Cono Sud e più in generale in America Latina.
A fronte di queste tendenze ampiamente positive, che hanno riproposto con forza il Brasile degli anni Novanta come un importante protagonista sulla scena internazionale, è rimasto però il tallone d’Achille dell’eccessiva dipendenza dai capitali a breve, per definizione di natura speculativa e quindi instabili: il bisogno di finanziamenti esterni, derivante dal rilevante deficit delle transazioni correnti causato dall’apertura economica e aggravato dalla scarsa entità dei risparmi interni e dall’elevato deficit pubblico (8 per cento del PIB a fine 1998), rende il Paese estremamente esposto in caso di turbolenze finanziarie come le attuali.
Basti pensare che le riserve, che avevano raggiunto a marzo di quest’ anno un picco di 71 miliardi di dollari, si sono drasticamente ridotte a circa 47 miliardi in novembre, al momento del lancio del piano di salvataggio guidato dal Fondo monetario internazionale: consistenti riserve sono state quindi bruciate per difendere la quotazione del real, considerato un valore irrinunciabile dall’amministrazione Cardoso. Per ridurre la tendenza alla fuoriuscita di capitali,
la Banca centrale è giunta ad alzare in settembre il tasso d’interesse di riferimento al 49.75 per cento. Anche se recentemente il tasso massimo è stato ridotto a circa il 40 per cento, se consideriamo che il tasso d’inflazione attuale non supera il 4 per cento, possiamo valutare come il costo reale del denaro in Brasile sia straordinariamente elevato, penalizzando in tal modo pesantemente i settori produttivi.
In piena crisi finanziaria, il 5 ottobre, si sono svolte le elezioni, che hanno riguardato la Presidenza, il Congresso, parte del Senato e i ventisette governatori con i rispettivi congressi statali.
Come ampiamente previsto, il presidente Fernando Henrique Cardoso è stato rieletto al primo turno, ottenendo il 53.06 per cento dei suffragi (35.9 milioni di voti). Il candidato del fronte delle sinistre, già sconfitto da Cardoso quattro anni fa e da Collor otto anni fa, Ignacio Lula da Silva, ha ottenuto un buon successo personale, facendo registrare un risultato maggiore che nel 94 (31.81 per cento) e raccogliendo gran parte dei consensi dei contrari al modello economico attuale. Al tempo stesso, i risultati dimostrano che l’alternativa propugnata dalle sinistre brasiliane (difesa del settore pubblico, attenuazione dell’apertura economica mediante il ritorno al protezionismo) non sembra avere futuro agli occhi dell’elettore brasiliano, senz’altro convinto dalla modernizzazione del Paese in corso sotto la guida di Cardoso e disposto a concedergli un secondo mandato, pur dovendo sopportare i sacrifici che saranno necessari nei prossimi due anni nel quadro del processo di risanamento finanziario.
Se analizzassimo superficialmente i dati elettorali, potremmo dire che Cardoso può poggiare su una maggioranza confortevole che gli dovrebbe permettere di portare avanti senza problemi i propri programmi: la coalizione governativa, composta da sei partiti (Partido da Frente Liberal, PFL.; Partido da Social Democracia Brasileira, PSDB; Partido do Movimiento Deтоcratico Brasileiro, PMDB; Partido Progressista Brasileiro, PPB; Partido Trabalbista Brasileiro, PTB; Partido Social Democrático, PsD), ha ottenuto trecentottantuno dei cinquecentotredici seggi del Congresso e può contare su sessantotto senatori su ottantuno. Ma la situazione d’insieme è in realtà assai più complessa.
In primo luogo, una coalizione così variegata, che unisce partiti di stampo liberale, socialdemocratico e nazionalista, è soggetta a notevoli tensioni interne, che sono superate grazie a un cоstante lavorio dei capigruppo governativi al Congresso e al Senato, spesso sulla base di compromessi e voti di scambio che annacquano le proposte legislative. Il governo ha perso due pedine fondamentali in questo scenario: Luis Eduardo Magalhaes (PFL), figlio del presidente del Senato e abile capogruppo del governo al Congresso nella scorsa legislatura e Lucio Motta (PSDB), braccio destro di Cardoso e ministro delle Comunicazioni, entrambi prematuramente scomparsi nei mesi scorsi, hanno lasciato un vuoto difficilmente colmabile.
D’altro canto, la fedeltà degli eletti alle indicazioni dei capigruppo e al loro stesso partito è estremamente precaria: nella corso della scorsa legislatura parecchie decine di congressisti hanno cambiato partito senza perdere il proprio seggio, dato che descrive la confusione nella quale vive il Congresso brasiliano e quanto sia difficile gestire una maggioranza in queste condizioni.
Un altro fattore di fondamentale importanza nella politica brasiliana sono poi i ventisette governatori, decisivi per il successo o il fallimento delle politiche governative: da un lato sono in grado di condizionare fortemente i deputati e senatori del loro Stato indipendentemente dal colore politico; dall’altro, la Costituzione del 1988 decentra a livello statale o comunale il 50 per cento della spesa. Chiaramente, in questo quadro, i governatori dispongono di un gran margine di manovra e politiche d’austerità che non vengano appoggiate dalla periferia hanno ben poche probabilità di successo.
Per quanto riguarda le elezioni statali, il PSDB di Cardoso governerà sette stati a partire dal 1999 (ne aveva sei): ma in realtà, il partito ha perso stati importanti come Minas Gerais, dove è stato eletto l’ex presidente Itamar Franco (PMDB), che pare deciso ad assumere un atteggiamento critico nei confronti del governo e a divenire il leader della fronda dei governatori contrari al mantenimento dell’attuale politica economica; a São Paulo, stato-chiave dell’ecоnomia brasiliana, Mario Covas, del partito del presidente, si è imposto con una
maggioranza spostata a sinistra, della quale fa parte anche il Pr di Lula. Se pensiamo che Covas è stato appoggiato dalla FIESP, la confederazione padronale di São Paulo, tendenzialmente protezionista, possiamo concludere che non è affatto scontato che il governo di São Paulo appoggi in pieno le riforme. L’opposizione si è poi affermata in altri due stati-chiave: Rio de Janeiro (Anthony Garotinho, PDT) e Rio Grande do Sul (Olívio Dutra, Pт).
Tutti questi elementi contribuiscono a dipingere un quadro nel quale la solidità della coalizione governativa che dirigerà il Brasile nei prossimi quattro anni è tutt’altro che assicurata, al di là delle apparenze numeriche.
Bisogna aggiungere che la Costituzione brasiliana del 1988, redatta al termine di un regime militare ventennale, è estremamente dettagliata e garantista: si è dato valore costituzionale a disposizioni che normalmente avrebbero dovuto avere rango di legge ordinaria, rendendo obbligatorio il raggiungimento del tetto dei tre quinti dei consensi congressuali per introdurre delle riforme.
E nel suo secondo mandato, Cardoso si accinge a introdurre alcune riforme di enorme portata, principalmente in materia fiscale, previdenziale e politica. Dal successo delle riforme in queste tre materie dipende il definitivo consolidamento del Brasile come paese di prima fila, in grado di sfruttare il suo grande potenziale economico e demografico, o il fallimento del suo processo di modernizzazione, che avrebbe conseguenze gravissime nel contesto dell’economia globalizzata.
Abbiamo già descritto la fragilità derivante dall’eccessiva dipendenza dall’afflusso di capitali speculativi. Già nei mesi estivi si era discussa la possibilità di un intervento internazionale, pilotato dall’FMI, a soccorso del Brasile, per evitare l’estensione a macchia d’olio della crisi russo-asiatica all’America Latina. Questa ipotesi prendeva corpo in un momento particolarmente delicato: il Fondo monetario internazionale, a corto di fondi, veniva criticato da più parti per l’inefficacia dimostrata in Russia e in Asia che infondeva dei dubbi sull’opportunità di un nuovo intervento; d’altro canto il Brasile era alle prese con la campagna elettorale, che rendeva difficili prese di posizioni a favore del piano di salvataggio (le opinioni pubbliche latino-americane hanno sempre manifestato una certa diffidenza nei confronti degli organismi finanziari di Bretton Woods, visti come il cavallo di Troia degli USA).
In realtà, il governo cominciò a negoziare il piano prima delle elezioni, per poi annunciarlo solo dopo il loro svolgimento.
L’accordo su un programma economico e finanziario tra il Brasile e il FMI è stato annunciato il 13 novembre: tale programma può contare su un finanziamento di 41.5 miliardi di dollari (FMI 18 miliardi, Banca mondiale e Banca interamericana 4.5 miliardi ciascuna, paesi industrializzati 14.5 miliardi, di cui 7.6 miliardi dai paesi dell’Unione europea e 5 miliardi dagli Stati Uniti d’America).
Tali fondi sono posti a disposizione per controbilanciare eventuali fuoriuscite di capitali a breve, ma con tassi d’interesse superiori a quelli vigenti sul mercato, per incoraggiare il Brasile a fare uso al più presto dei mercati internazionali di capitali.
Le banche private, di cui in un primo momento si era prevista la partecipazione al programma, non ne fanno parte ma dovrebbero accompagnarlo mediante il mantenimento o l’estensione delle linee di credito per il Brasile.
Il pacchetto finanziario ha un’enorme importanza non solo per l’entità dei fondi messi a disposizione, ma soprattutto per il messaggio trasmesso ai mercati: tutti i grandi paesi industrializzati e le grandi istituzioni finanziarie internazionali hanno concesso fiducia al Brasile e alla sua leadership attuale, avendo valutato positivamente i notevoli passi in avanti compiuti negli ultimi anni e appoggiando decisamente le riforme in corso.
In questo senso ha prevalso la tesi, che condividiamo, di chi sosteneva in pieno marasma finanziario internazionale che non bisognava fare di ogni erba un fascio e che la situazione dei paesi emergenti latino-americani non era affatto paragonabile a quella dei paesi asiatici e men che meno della Russia: alla profonda crisi istituzionale e politica dei primi e alla baraonda della
seconda bisognava invece contrapporre l’evoluzione positiva del processo di apertura e modernizzazione intrapreso dai paesi emergenti dell’America Latina, che non meritavano di essere penalizzati per colpe di altri. I cattivi allievi di un tempo (anni Ottanta) si sono trasformati in buoni allievi e devono essere tutelati.
Il Brasile è uno dei migliori esempi e l’orientamento delle autorità pubbliche internazionali gliene ha dato atto. Ma gli esborsi del pacchetto FMI Sono legati al compimento di un piano preciso di riforme. In primo luogo, il Brasile si è impegnato a ridurre il proprio deficit pubblico dall’attuale 8 per cento del PIB al 3 per cento nel 2001, il che implica un tremendo sforzo per i prossimi due
anni fiscali (come ben sanno i paesi dell’euro).
Il governo intende portare avanti questa politica fiscale restrittiva senza svalutare il tasso di cambio (tale misura, pur preconizzata da molti analisti, avrebbe effetti deleteri sul debito pubblico a causa dell’elevato grado di indicizzazione sul dollaro dei titoli a breve), senza imporre restrizioni all’uscita di capitali e senza moratorie sul debito.
La situazione catastrofica dei conti pubblici è il risultato di anni di lassismo, i cui effetti deleteri erano però mascherati dall’iperinflazione, che nascondeva gli effetti perversi derivanti dallo squilibrio cronico dei conti.
Basti pensare che il sistema di previdenza sociale è straordinariamente generoso con i più abbienti, permettendo cumuli di pensioni a età relativamente basse (53 anni), non prevedendo incompatibilità con attività lavorative e richiedendo contributi limitati; al tempo stesso, lo Stato si trova impossibilitato ad assistere i ceti più bisognosi e deve tagliare drasticamente la spesa educativa е sanitaria (ospedali e scuole pubbliche si sono fortemente deteriorati negli ultimi decenni e il Brasile registra un tasso d’analfabetismo assolutamente inadeguato al suo grado di sviluppo complessivo). Il risultato di tali regole è un deficit delle previdenza sociale di oltre
50 miliardi di dollari per il solo 1998; per il solo settore pubblico, il deficit è di circa 22 miliardi di dollari a fronte di 2,5 miliardi di contributi riscossi.
La riforma del sistema previdenziale è dunque una delle grandi priorità del governo Cardoso, che ha già affrontato questo scoglio con molti problemi nel suo primo mandato. La revisione delle assurdità del sistema e il suo risanamento finanziario sono condizioni sine qua non per il completamento delle riforme, ma il Congresso può essere molto restio ad approvarle, dato il livello di estensione dei privilegi oggi garantiti.
Il 28 ottobre il governo ha annunciato un severo pacchetto fiscale, che inserendosi in un contesto già di per sé difficile (crescita del PiB prevista allo 0 per cento nel 1999) ha per obiettivo tagliare il bilancio 1999 di circa 11 miliardi di dollari.
Non entriamo nel dettaglio delle misure del pacchetto, che amputa il sistema previdenziale e riordina le entrate indirette (introduzione dell’Ivw) aumentando il gettito complessivo. Sottolineiamo però un punto: l’ottanta per cento delle spese previste dalla legge finanziaria annuale non sono riducibili, perché costituzionalmente garantite o decentrate: la collaborazione al piano d’austerità dei governi statali, alcuni dei quali spendono più del 90 per cento delle loro risorse in salari, è assolutamente necessaria. Ma d’altro canto solo una riforma costituzionale può apportare quei cambi strutturali resi necessari dalle cifre analizzate.
Quali conclusioni possiamo trarre a riguardo del futuro prossimo del Brasile?
Il Paese ha compiuto, nel corso degli anni Novanta, degli enormi passi in avanti: il processo di apertura economica, la stabilizzazione finanziaria, il forte impulso dato all’integrazione regionale nell’ambito del MERCOSUR, la modernizzazione su basi più equilibrate rispetto al passato sono tutti fattori che hanno dato al Brasile una rinnovata credibilità internazionale all’altezza delle sue ambizioni.
I risultati di tale nuovo approccio sono alla vista di tutti: il Brasile è considerato un partner credibile a livello internazionale nonostante i suoi problemi (pacchetto FMI), ha assunto la leadership continentale in materia economica grazie all’accelerazione del MERCOSUR, che è divenuto il perno dell’integrazione economica latino-americana e la chiave di volta dell’apertura economica del subcontinente (negoziati ALCA con il NAFTA E con l’Unione europea); ha assunto un peso politico regionale di prima grandezza, testimoniato dal ruolo recentemente assunto nella soluzione del contenzioso Perù-Ecuador, e si propone come logico candidato sudamericano a un posto di membro permanente del Consiglio di sicurezza.
Mentre un altro emergente latino-americano come il Venezuela dimostra, scegliendo la via populista di Chávez, di non voler guardare in faccia la realtà, preferendo rifugiarsi nelle illusioni del passato (dipendenza del petrolio) senza tener conto delle lezioni derivanti dalle tendenze economiche mondiali e dalla necessità di avviare un serio processo di modernizzazione, il Brasile conferma Cardoso e le sue scelte strategiche lungimiranti sulla strada di un processo probabilmente irreversibile.
Ma il secondo mandato di Cardoso dovrà completare questo processo, sconfiggendo le tendenze al parassitismo ancora assai presenti nel mondo politico e nelle classi legate in qualche modo al carrozzone statale, divenuto un fardello insopportabile per il nuovo Brasile.
In questo senso, una volta compiute le doverose riforme fiscali e previdenziali già in atto, il circolo dovrà essere chiuso da una riforma politica che disciplini il disordine attuale.
Completate queste riforme, il Brasile del XXI secolo potrà serenamente intraprendere la battaglia decisiva per debellare quelle carenze sociali che tuttora permangono e non sono compatibili con lo status raggiunto: educazione, sanità e sviluppo sociale dovranno essere i cavalli di battaglia del Brasile prossimo venturo.