Il caso del Messico

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Nel contesto delle grandi trasformazioni che sta subendo l’America Latina, il caso messicano è a un tempo emblematico della profondità ma anche dei limiti dei cambiamenti in atto.

Il Messico moderno è il frutto di una storia complessa e originale, nella quale s’intersecano alcune dimensioni fondamentali, tutte con un notevole peso specifico: il glorioso passato delle civiltà precolombiane, la colonizzazione spagnola, la rivoluzione di inizio secolo con i suoi miti e i suoi tabù e i difficili rapporti con l’ingombrante vicino del Nord. Tutti questi fattori sono stati costantemente presenti nella formazione del carattere specifico del Paese e condizionano il Messico di oggi, alle prese con i profondi cambiamenti sia del proprio sistema economico sia di quello politico. Come detto, tale processo non è esclusivo del Messico: tutti i paesi latino-americani stanno affrontando, con maggiore o minor successo, complessi processi di modernizzazione, avviati negli anni Novanta a seguito della profonda crisi degli anni Ottanta, che nella sua drammaticità ha avuto il solo merito di aver segnato un punto di svolta rispetto a un modello di sviluppo ormai alle corde, centrato sullo Stato come unico motore dello sviluppo e sulla cultura del protezionismo e del sussidio come regola del gioco nel funzionamento dell’economia e della società.

Il Messico ha rappresentato probabilmente l’accezione più radicale di questo modello: un sistema di partito quasi unico che si è prolungato per più di sessant’anni, un partito in simbiosi con lo Stato ed esercitante un controllo verticale sul sindacato, anch’esso praticamente unico e su tutte le espressioni della vita sociale, economica e culturale.

Questo modello, che oggi può sembrare datato e fuori dalla storia, ha invece sollevato in passato l’attenzione di molti osservatori e analisti, che notavano come esso riuscisse a canalizzare le pressioni sociali generatesi alla base mediante un controllo verticale esercitato dal partito-stato sulla società. In pratica, durante decenni, in Messico non è esistita opposizione al modello esistente perché esso riusciva a soddisfare le esigenze essenziali della società senza fare uso di metodi particolarmente coercitivi.

Il bagaglio ideologico che legittimava il PRI (Partido Revolucionario Institucional) era l’eredità rivoluzionaria, con i suoi dogmi progressisti o presunti tali: laicismo, nazionalismo, statalismo, agrarismo, sindacalismo. Su questi capisaldi il Pri “istituzionalizzava la rivoluzione” rendendola permanente, come il nome stesso del partito, incongruente per un europeo, sta ad indicare.

Nel corso degli anni Ottanta, la crisi del debito esterno imponeva un vincolo sulle finanze pubbliche che costringeva a una revisione progressiva del modello messicano, al tempo stesso in cui l’emergere dei processi di globalizzazione metteva in evidenza la necessità di una ricerca permanente dell’efficienza economica che avrebbe portato al crollo del sistema socialista e al trionfo del “modello unico liberale”.

In questo contesto, un gruppo di giovani tecnocrati formati negli Stati Uniti d’America e impregnati della nuova ideologia dominante prendeva le redini del potere nel PRI, prefiggendosi come obiettivo la modernizzazione del Paese. Così, alle timide riforme della presidenza di Miguel de la Madrid (1982-1988) seguiva la presidenza di Carlos Salinas de Gortari (1988-1994), punto di riferimento di tale movimento riformista.

La presidenza Salinas ha portato degli attacchi mortali a tutti i capisaldi della rivoluzione: al laicismo (riconoscimento della Chiesa cattolica e firma di un concordato con il Vaticano); all’agrarismo (annuncio della fine della distribuzione di terre ai contadini); al sindacalismo (rottura del cordone ombelicale con il sindacato unico Стм, emergenza di conflitti sulla produttività e in materia di diritti dei lavoratori); allo statalismo (riforme dell’apparato statale); al nazionalismo (superamento del persistente complesso di amore-odio con gli Stati Uniti mediante la sottoscrizione del NAFTA).

Ma Salinas non fu in grado (o non volle) completare tali riforme modernizzatrici con una riforma del partito. Questa manchevolezza, unita all’emergere della straordinaria corruzione di Salinas e del suo clan, e della sua possibile connivenza nei “grandi misteri” della sua presidenza (casi Posadas, Colosio e Ruiz Massieu) portò alla rovina e all’esilio proprio quel presidente che aveva avuto il coraggio di fare scelte di capitale importanza per il futuro del Paese. I segni del deterioramento del modello politico del PRI si erano già manifestati in occasione della contestata elezione di Salinas nel 1988, cui aveva fatto da contraltare il successo personale di Cuauthémoc Cárdenas, leader del PRD (Partido de la Revolución Democrática). Negli anni successivi, il PAN (Partido de Acción Nacional) e lo stesso PRD ottennero successi significativi in diverse elezioni statali, ma le presidenziali del 1994 sembrarono consolidare l’egemonia del PRI, pur dimostrando che i tempi del partito quasi unico erano finiti. Le ultime elezioni del 6 luglio gli hanno assestato il colpo di grazia definitivo. Queste riguardavano i cinquecento seggi della Camera dei deputatie trentadue dei centoventotto seggi del Senato, nonché sei posti di governatore (negli stati di Campeche, Colima, Nuevo León, Querétaro, San Luís Potosí e Sonora) e l’importantissima elezione del sindaco del Distretto federale. Quest’ultima elezione era particolarmente emblematica del cambiamento in corso in Messico: la capitale, città di enormi dimensioni dove si concentra il 10 per cento della popolazione e che è il fulcro della vita politica, economica e culturale del Paese, non aveva mai avuto un sindaco eletto a suffragio popolare. Il sindaco, membro di diritto del governo, era invece nominato direttamente dal presidente, una delle tante anomalie del sistema politico messicano.

L’elezione diretta del sindaco di Città del Messico era divenuto uno dei cavalli di battaglia dell’opposizione, che riusciva finalmentea ottenere che essa avesse luogo per la prima volta in concomitanza con le elezioni legislative del luglio 1997.

La competizione, che già di per sé aveva un enorme peso politico in quanto il PRI rischiava per la prima volta di vedere sensibilmente minata la sua maggioranza parlamentare, ne acquisiva uno ancora maggiore per la presenza come candidato a sindaco del Distrito Federal di Cuauhtémoc Cárdenas, che nel 1988 aveva sfiorato la vittoria nelle elezioni presidenziali (e già allora aveva ottenuto la maggioranza dei voti nella capitale).

Le previsioni annunciavano una debacle del PRI, ma le proporzioni della sconfitta sono risultate ancora più ampie: nelle elezioni legislative il PrI ha ottenuto il 37,64 per cento dei voti e duecentotrentanove eletti, perdendo per la prima volta la maggioranza assoluta alla Camera. Il PAN ha ottenuto il 26,15 per cento dei voti e centoventidue eletti, il PRD il 24,79 per cento dei voti e centoventiquattro eletti. Due partiti minori, il Partido del Trabajo (di sinistra) e il Partido Verde Ecologista de México hanno ottenuto i quindici seggi restanti.

Nelle elezioni per il Senato, una distribuzione simile di voti non ha alterato l’esistenza di una maggioranza assoluta del PRI nella Camera alta.

Per quanto riguarda l’elezione del sindaco di Città del Messico, lo smacco per il PRI è stato colossale: Cárdenas veniva eletto con il 47,79per cento dei voti, mentre il candidato governativo, Alfredo del Mazo, otteneva solo il 25,56 per cento e quello del PAN, Carlos Castillo Peraza, il 15,93 per cento. Il PRD otteneva anche la maggioranza assoluta dei seggi nell’Assemblea legislativa del Distrito Federal (trentotto eletti su sessantasei). Il significato di questo risultato è straordinario se teniamo conto delle motivazioni esposte in precedenza.

Cárdenas, il cui futuro politico era sembrato incerto dopo la pesante sconfitta del 1994, è riuscito a rinsaldarsi come leader dell’opposizione e avrà nei prossimi anni la possibilità di fronteggiare il Pri dal suo nuovo posto di sindaco del Distrito Federal. Una “coabitazione” di questo tipo è una novità assoluta per il Messico, abituato al monolitismo politico. Il compito di Cárdenas non sarà facile, vista l’ampiezza dei problemi della megaurbe che dovrà amministrare (criminalità, problemi sociali, inquinamento, deficit abitativo) e la dipendenza finanziaria dal potere centrale che limiterà i gradi di libertà della sua azione. Ma se Cárdenas otterrà dei successi anche limitati nel suo nuovo incarico, si sarà collocato in una posizione ideale per diventare il primo presidente della Repubblica del dopo-PRI alla prossima scadenza elettorale, prevista per il 2000.

Per quanto riguarda le elezioni dei governatori il PRI ha ottenuto quattro vittorie su sei, ma ha perso nei due stati pіù significativi, Querétaro e Nuevo León, dove si è imposto il PAN. In questo modo l’opposizione, oltre ad avere ottenuto più della metà dei seggi della Camera, governa una porzione di territorio dove si concentra più della metà della popolazione messicana.

L’insieme di questi risultati ha sancito la fine del monopartitismo del PRI e del sistema-paese su di esso imperniato: i prossimi anni diranno quali saranno i nuovi equilibri del sistema politico messicano, ma è senz’altro vero che il cambio di tendenza rispetto a sessant’anni di potere assoluto sembra irreversibile.

Questo non significa che il PRI perderà per forza il potere: il sistema politico che si sta delineando è tripartito e lo scenario di un accordo tra il PAN, partito di ideologia liberale e il PRD, che si richiama all’eredità rivoluzionaria, non sembra proponibile a lungo periodo.

Ma senz’altro il ruolo del legislativo, fino ad oggi praticamente ininfluente, acquisisce un nuovo significato nel nuovo contesto politico. Le Camere divengono un foro di dibattito e conflitto politico, mentre fino alle ultime elezioni non erano altro che una cassa di risonanza di decisioni prese dal presidente e dal partito.

L’opposizione ha superato le differenze ideologiche per eleggere il primo presidente esterno al PRI. Nel mese di settembre, Zedillo ha pronunciato il tradizionale messaggio alla nazione davanti a una Camera per la prima volta non di stretta obbedienza “priista” e la replica del presidente della Camera è stata critica anziché ossequiosa, com’era usuale ai vecchi tempi. Questo fatto, che può sembrare normale in paesi abituati all’alternanza democratica, ha assunto in Messico toni da psicodramma nei giorni precedenti la prima sessione delle Camere: ai vecchi dinosauri del PRI sembrava impossibile prospettare una replica critica al discorso presidenziale.

Un altro fattore di fondamentale importanza nel contesto del processo di cambiamento, e che ne è stato al tempo stesso causa ed effetto, riguarda le riforme introdotte al sistema di controllo del processo di voto: per la prima volta dopo decenni i risultati non sono stati contestati da nessuna forza politica e ciò è il risultato dell’avvenuta rottura del cordone ombelicale tra governo e IFE (Instituto Federal Electoral), l’organismo incaricato dello scrutinio elettorale.

Quali sono gli scenari politici prevedibili nel futuro prossimo?

Il PRI dovrà adattarsi alla sua nuova situazione di partito con la p minuscola e dare una sterzata al suo processo di rinnovamento, rompendo definitivamente con il passato e definendo i suoi valori di riferimento una volta venuti meno tutti i suoi capisaldi ideologici.

Sono possibili defezioni e forse scissioni: l’attuale presidente Zedillo potrebbe giocare un ruolo chiave se decidesse di non accontentarsi della tradizionale pensione dorata degli ex presidenti messicani ma decidesse d’impegnarsi a fondo per il rinnovamento del partito di cui è l’immagine.

Un altro scenario possibile è quello prefigurato da quanto successo nell’ultimo congresso nazionale del partito del settembre 1996: in quell’occasione si votò una mozione per sostituire al “liberalismo sociale” adottato nel 1992 il “nazionalismo rivoluzionario” come principio ispiratore del partito. Si decise pure di riservare le candidature a presidente, governatore e senatore a persone che siano state elette ai loro posti: questa misura supponeva una rivincita dell’apparato di partito nei confronti dei “giovani leoni” del PRI (in base a tale provvedimento, né Salinas né Zedillo avrebbero potuto essere candidati).

Se questa fosse la tendenza dominante, il PRi potrebbe rifuggire la modernizzazione e rifugiarsi nel suo modello tradizionale ispirato al populismo, correndo il rischio di divenire a termine il partito dominante nel “vecchio Messico”, ma perdendo sempre più il polso delle zone più sviluppate del Paese (il nord controllato dal PAN, il Distretto federale dal PRD). Non bisogna però dimenticare che se il PRi ha perso la maggioranza assoluta cui sembrava abbonato, rimane comunque il primo partito messicano.

Il PRD è emerso dalle elezioni come il secondo partito, quando negli anni precedenti aveva corso il rischio di implodere a seguito di scissioni e lotte intestine. Cuauhtémoc Cárdenas rappresenta l’immagine stessa di tale traversata del deserto, essendosi consolidato come la principale alternativa del PRi quando qualche tempo fa si dubitava che avesse ancora un futuro politico.

Il problema del PRD è che il suo consenso è basato su due pilastri poco omogenei: da una parte un elettorato radicale, di sinistra in termini messicani (cioè legato all’eredità rivoluzionaria), dall’altro un elettorato moderato che si è orientato recentemente verso il PRD per punire gli errori del PRI. Si tratta in questo caso di un elettorato “in libera uscita”, che potrebbe essere risucchiato dal PRI se tale partito si dimostrasse in grado di portare a termine il proprio processo di modernizzazione e se nel PRD prevalesse l’anima radicale. L’altro grande problema del PRD è la sua scarsa forza al di fuori della capitale e degli stati centrali.

In realtà, i destini di PRI e PRD sono legati a filo doppio: in entrambi i casi due
anime, una radical-populista e un’altra liberale, coesistono all’interno del
partito. Nel contesto del nuovo multipartitismo una situazione di questo tipo non
è sostenibile a lungo termine se non a
detrimento della forza dei partiti stessi.
E significativo notare come tutt’oggi
più del 60 per cento delle preferenze dell’elettorato vadano a partiti il cui referente ideologico è la rivoluzione di inizio secolo. Questo paradosso la dice lunga sulla forza dei simboli nella politica e
nella società messicane cui accennavamo all’inizio dell’articolo.

Il PAN, che sembrava destinato a consolidarsi come il secondo partito del Paese, espressione di un’ideologia liberale e business-oriented, avente l’appoggio delle classi imprenditoriali dominanti negli stati del nord, vede rallentare la sua ascesa e sconta il decennio di riforme economiche portate avanti dai tecnocrati del PRI, che hanno svuotato di contenuti il suo programma. Il PAN si dimostra poi incapace di incidere al di fuori degli stati settentrionali, suoi bacini d’utenza tradizionali.

Le incognite relative al futuro politico del Messico sono quindi molteplici: ciò che sembra poco probabile è però un ritorno al passato in materia di riforme economiche. Se è vero che il partito di moda, il PRD, è critico nei confronti del liberalismo, non sembra però in possesso di una ricetta alternativa.

L’abbandono del modello dirigista e il cammino intrapreso con l’adesione al NAFTA si collocano senza dubbio come scelte irrinunciabili, che al di là della persistenza delle etichette ideologiche rappresentano il ripudio oggettivo dell’eredità rivoluzionaria.

In questo contesto acquisiscono una loro centralità altri fattori cruciali per il futuro del Paese:

  • – anzitutto la necessità di elaborare un nuovo modello sociale che riesca a trasferire in maggior misura sulla popolazione i benefici delle riforme, finora confinati a settori troppo limitati della società;
    – il consolidamento della lotta contro la corruzione politica e il narcotraffico: il Messico si sta trasformando da semplice paese di transito dei narcotici in primo produttore mondiale di cocaina ed eroina. Le conseguenze sull’ordine pubblico e sulla moralità del sistema politico e sociale sono traumatizzanti in un paese nel quale stanno saltando gli equilibri di potere preesistenti;
    – la ripresa del dialogo con i movimenti di guerriglia, per il momento infruttuoso. Tali movimenti sono nati in Messico proprio mentre stanno sparendo nel resto dell’America Latina. Il dialogo con l’EZLN (gli Zapatisti) non ha dato risultati concreti e nello Stato di Guerrero è nato l’ Ejército Popular Revolucionario (EPR). Il problema di fondo è quello della necessità di agganciare le zone meno sviluppate al treno della modernizzazione in atto nel resto del Paese; gli ultimi tragici avvenimenti nel Chiapas denotano la complessità del problema;
    – sul piano internazionale, l’opportunità di riequilibrare la collocazione chiaramente pro-nordamericana del Paese con un approfondimento delle relazioni in altre direzioni: i negoziati in corso con l’Unione europea e il dialogo con il MERCOSUR sembrano aprire prospettive incoraggianti in questo senso.
Ix Chel, moglie del dio Maya del Cielo.

In conclusione, il Messico è alle prese con un processo di trasformazione non esente da rischi e possibili momenti di crisi. In questo senso il caso messicano è particolarmente emblematico nel contesto latino-americano: paese di transizione tra l’America Latina e gli Stati Uniti, in esso convivono in misura sorprendente il Primo e il Terzo mondo, problemi del Nord e quelli del Sud.

Il Messico, preso a volte come modello di stabilità politica e a volte come esempio di “tirannia democratica”, a volte come modello di Stato benefattore e altre volte come esempio di Stato inefficiente e corrotto, è stato comunque sempre un riferimento importante per gli altri paesi dell’area.

Non c’è dubbio che questa dimensione non verrà meno nel prossimo futuro е che il Messico non potrà che continuare ad attrarre l’attenzione di tutti gli osservatori interessati allo sviluppo delle società latino-americane.