Che significato ha, per il Brasile, la vittoria di Fernando Henrique Cardoso al primo turno delle elezioni presidenziali del 3 ottobre scorso?
Siamo a una svolta per questo paese dove tutto è gigantesco, le dimensioni, le potenzialità, ma anche i problemi, le diseguaglianze, persino le passioni? O non corre piuttosto il rischio di vivere l’ennesima delusione?
Per cercare di rispondere a questi interrogativi analizzeremo dapprima il contesto nel quale si è arrivati alle elezioni, per poi valutare le prospettive che si presentano al neo-eletto presidente.
In primo luogo dobbiamo ricordare che Cardoso, economista e sociologo di fama internazionale, rappresentante del Partido social democrata brasileiro (Psdb), non succede a un presidente eletto a suffragio popolare ma a Itamar Franco, già vicepresidente di Fernando Collor de Mello privato delle sue funzioni in seguito a impeachment da parte del Congresso nel dicembre 1992.
Tale inabilitazione veniva a porre fine a un lungo braccio di ferro tra le Camere e il presidente, poi esautorato, susseguente alle rivelazioni emerse sull’esistenza di un sistema di malversazione di fondi pubblici, corruzione e frodi facente capo a Collor in persona.
Enorme lo sdegno dell’opinione pubblica brasiliana: manifestazioni di piazza si erano susseguite nel corso di quell’anno in tutto il paese, che si scuoteva per una volta dall’apatia tradizionale nei confronti della politica che da sempre lo caratterizza. In tali manifestazioni primeggiavano i giovani, che più degli altri si sentivano traditi da quel Collor che doveva rappresentare il definitivo consolidamento del nuovo Brasile.
Infatti non bisogna dimenticare che questi, nel 1989, era stato il primo presidente eletto a suffragio universale dopo la fine della dittatura militare.
Fuori dal giro della politica tradizionale e dei grandi partiti, era riuscito a imporsi proprio grazie alla sua aria giovanile e decisa, alla sua telegenicità, oltre che al suo programma basato sui principi liberali e – ahimé – sulla lotta alla corruzione.
Collor aveva quindi fatto coagulare attorno a sé grandi speranze, poi disilluse in maniera brutale. Ed era proprio in reazione a tale delusione che, per la prima volta, il brasiliano si muoveva. Molto si è scritto, con toni anche entusiastici, sul fenomeno, sia in Brasile sia all’estero.
Al riguardo, riteniamo doveroso sottolineare come fattori decisivi che avevano portato all’esautorazione di Collor fossero stati, al pari e forse più dell’indignazione popolare, la debolezza del suo partito (Partito da renovação nacional, Prn) nella Câmara e nel Senado, che spiega le difficili relazioni tra i congressisti e il presidente, esacerbata dalla sua tendenza a scavalcare le Camere mediatizzando all’eccesso le sue politiche, nonché il fallimento del suo piano di lotta all’inflazione.
Questo, infatti, aveva complicato non poco la vita delle famiglie brasiliane (congelamento dei salari e dei conti bancari), senza però riuscire a incidere sull’inflazione, rimasta altissima.
Senza queste due circostanze concomitanti, dubitiamo che il solo sdegno popolare avrebbe portato all’impeachment.
A Collor successe, a norma di costituzione, il suo vice, Itamar Franco, non coinvolto negli scandali: ereditò un’inflazione al 1100 per cento, tassi d’interesse reali al 30 per cento, un pesante debito estero e un sistema economico in profonda recessione.
I primi mesi del suo governo furono caratterizzati da una notevole incertezza, dato che il presidente non chiariva le linee del suo programma. Quando lo fece, mise al primo posto tra i suoi obiettivi la riduzione rapida del tasso d’inflazione e di quello d’interesse: la difficoltà nel raggiungimento di tale scopo fu la causa del contrasto con le autorità monetarie e i ministri economici (due ministri delle Finanze e due governatori del Banco do Brasil si dimisero nei primi otto mesi della presidenza Franco).
Il Plano economico di Itamar, presentato nell’aprile 1993, prevedeva la riduzione a zero del deficit annuale, la riduzione dei tassi d’interesse sul debito pubblico, un programma di privatizzazioni (per le quali si poteva concedere fino al 100 per cento del capitale a investitori stranieri), un piano di rilancio dell’edilizia e della produzione agricola, misure d’accompаgnamento nel campo sociale. Elaborato dal ministro Resende, poi dimessosi, esso fu ben accolto dal mondo imprenditoriale in quanto non prevedeva misure di shock come il precedente Plano Collor: ma non erano tali misure a mancare, dato che il progetto era carente anche di indicazioni sugli strumenti concreti da utilizzare per raggiungere gli obiettivi
prefissati. Tale carenza lo rendeva simile più a una dichiarazione di buone intenzioni che a uno strumento operativo con possibilità di successo.
Questa insufficienza veniva a sommarsi alla debolezza politica di fondo di Franco, non supportato da un partito proprio nel Congresso e comunque privo di una leadership convincente per l’intera durata del suo corto mandato presidenziale. Entra in scena a questo punto Cardoso, nominato ministro delle Finanze in sostituzione di Rasende.
Cardoso era già ministro nel governo di Itamar Franco, dove deteneva il dicastero degli Affari esteri, nel quale era stato collocato probabilmente per motivi di immagine: esiliato durante la dittatura militare, è infatti, come abbiamo già segnalato, un economista di fama mondiale e ha insegnato in prestigiose università europee, sudamericane e statunitensi. Si trattava, quindi, di un personaggio con un capitale di credibilità spendibile sulla scena internazionale dopo le disavventure dell’era Collor.
Cardoso si metteva subito all’opera e nel giugno 1993 presentava il Plano Verdade, che sarebbe servito da base a quello successivo, il più dettagliato Plano Real, presentato nel dicembre dello stesso anno.
Il Plano Verdade aveva come punti fondamentali la riduzione della spesa pubblica, la lotta contro l’evasione fiscale, la sospensione dei trasferimenti dal governo federale agli stati e ai municipi debitori (il debito complessivo di tali istituzioni ammontava a circa 40 milioni di dollari), la concessione di maggiori poteri d’intervento alla Banca centrale.
Dal successo delle riforme economiche dipendeva anche l’esito dei negoziati con i creditori del debito estero brasiliano.
In questo senso, era di capitale importanza proprio la sospensione dei trasferimenti nei confronti degli stati, i cui automatismi sono previsti dalla legge fondamentale dello stato, per cui tale misura richiedeva una revisione costituzionale: bisogna essere coscienti di quanto questo punto sia delicato nel contesto politico brasiliano.
I partiti non sono infatti realtà molto forti, e gli eletti a Brasilia sono più portati a difendere gli interessi locali che rappresentano piuttosto che a seguire discipline di partito. È chiaro, quindi, che una riforma di questo tipo, penalizzante le istituzioni periferiche, non poteva non suscitare forti contrasti.
Per questo motivo l’approvazione del Fundo social de emergência, finanziato dal taglio del 15 per cento dei trasferimenti costituzionali agli stati e ai municipi, è stato ún grande risultato per Cardoso. Oltre a rappresentare la premessa del successo della sua strategia economica, ha costituito la garanzia per i creditori internazionali della serietà delle riforme poste in essere dal governo brasiliano: in questo modo, nell’aprile 1994, l’accordo per lo scaglionamento di una tranche di debito estero brasiliano di 49 miliardi di dollari è stato firmato con il beneplacito del Fondo monetario internazionale.
Il successo sul piano del debito con l’estero era quindi legato al miglioramento della situazione delle finanze pubbliche. Tale miglioramento era l’effetto della prima fase del Plano Real, che per combattere l’inflazione attaccava il deficit pubblico e che alla già segnalata riduzione dei trasferimenti alla periferia aveva affiancato un aumento generalizzato del 5 per cento delle tasse federali.
La seconda fase del piano, adottato il 1° marzo, aveva per scopo l’eliminazione dell’effetto psicologico dell’inflazione passata mediante l’adozione dell’Urv (Unidade real de valor), calcolata quotidianamente dal Banco do Brasil come media di diversi indici di costo della vita. L’Urv veniva adottata su base volontaria, fatta eccezione del calcolo dei salari e dei trasferimenti previdenziali. Il Banco do Brasil provvedeva poi, tramite operazioni sul mercato dei cambi, a mantenere l’Urv agganciata al dollaro.
In giugno la terza fase ha visto l’introduzione del real, ossia dell’Urv ormai adottata da tutti gli agenti economici: il rapido passaggio a questa terza fase è proprio la dimostrazione del successo del piano o, perlomeno, degli effetti psicologici positivi che ha saputo trasmettere al mondo economico e all’opinione pubblica.
Nel corso dell’estate l’inflazione scendeva drasticamente dal 45 al 5 per cento mensile, con gran sollievo delle famiglie brasiliane.
Sull’onda dei successi economici, Cardoso annunciava la sua candidatura alla presidenza, modificando una situazione che per lunghi mesi aveva visto Lula da Silva. il candidato del Partido dos trabalhadores (Pt) in testa ai sondaggi d’opinione.
La popolarità di Lula era alimentata da diversi fattori: l’ex sindacalista metallurgico di Sao Paulo, già sconfitto al secondo turno da Collor nel 1989, è senz’altro una figura rispettata in Brasile anche dai suoi avversari. Bruciati dall’esperienza del nuovo in realtà vecchissimo di Collor, e con partiti conservatori incapaci di esprimere progetti e uomini convincenti, i brasiliani sembravano convinti di poter dare un’opportunità all’onesto Lula, che forse si sarebbe potuto rivelare la persona giusta per combattere alla radice i mali endemici del Brasile.
L’apparizione della stella Cardoso e il successo del Plano Real hanno però rimescolato le carte in tavola.
Cardoso, uomo della sinistra moderata, ha ampliato la sua base elettorale accettando l’appoggio del Partido do frente liberal (Pfl), conservatore, alla sua candidatura.
Si è verificato quindi il paradosso di due candidati di sinistra in competizione: gli altri (Eneas, Brizola, Quercia, Amin) non hanno avuto importanza.
Lula ha puntato tutta la sua campagna sull’alleanza del Psdb con il Pfl e sulle negative conseguenze di tale patto per Cardoso, nonché sui costi sociali del Plano Real.
Ma la classe media, che sembrava dovesse appoggiare Lula, è stata conquistata dal successo nella lotta contro l’inflazione, che ha avuto effetti immediati sulla vita quotidiana e ne ha attribuito i meriti a Cardoso.
Nel corso delle ultime settimane prima delle elezioni era palpabile in Brasile la vittoria di Cardoso, al primo o al limite al secondo turno. Il fatto che abbia potuto ottenere la maggioranza assoluta dei voti (contro un 21 per cento per Lula e un 6 per cento per Eneas), significa che ha ricevuto l’appoggio non solo dei ceti medi ma anche dei votanti tradizionali della destra, chiaramente contrari all’ipotesi Lula.
Non ha favorito il candidato del Pt nemmeno l’abbinamento delle presidenziali con le elezioni legislative federali, quelle per i 27 governatori e quelle per le assemblee legislative degli stati (in totale, tra il 3 ottobre e il 15 novembre, erano in gioco 1700 mandati). Il Pt è un partito non molto radicato in varie parti del paese e i suoi candidati, pur presentati ovunque, non hanno potuto creare un effetto di trascinamento pro-Lula, che si è invece verificato nel caso di Cardoso, appoggiato da più partiti tradizionali.
Ma quali sono le prospettive della presidenza Cardoso?
È indubbio che il successo del Plano Real rappresenta un elemento positivo, ma sarà in grado il presidente di portare avanti le sue riforme senza essere boicottato dai membri del Congresso, gelosi custodi degli interessi locali e in generale dello status quo? E soprattutto, come gestirà il rapporto con la componente di destra che ha appoggiato la sua candidatura? Prevarrà l’anima socialdemocratica o quella liberale nel suo governo? Preoccupa, ad esempio, il ruolo del discusso vicepresidente di Cardoso, Marcos Maciel, vecchio marpione della politica brasiliana, già collaboratore dei militari, e fa pensare anche l’appoggio dato a Cardoso da Rede Globo, che aveva «inventato» Collor nel 1989.

Ma l’ipoteca di destra non è l’unica che pesa su Cardoso. Come gestirà il difficile problema dei costi sociali derivanti dal risanamento finanziario, che si inseriscono in una realtà già di per sé squilibrata?
Come già notammo nel caso del Messico di Salinas nel numero scorso, anche in Brasile si tratta di canalizzare la crescita economica in meccanismi redistributivi che riducano le tremende diseguaglianze regionali e sociali che caratterizzano il paese.
È probabile una certa collaborazione con Lula, i cui rapporti con il presidente sono buoni, e che sarebbe opportuna anche per cercare di coinvolgere i sindacati nel processo riformistico, ma come si comporterà la componente conservatrice della maggioranza di Cardoso?
Il presidente si trova quindi in una situazione pericolosa: è stato eletto con una maggioranza schiacciante ma deve convivere comunque con una situazione politica complessa.
Per di più dovrà non solo portare a termine il risanamento economico e affrontare i problemi sociali, ma anche confrontarsi con alcune scelte strategiche fondamentali per il futuro del paese.
Ci riferiamo da un lato all’approfondimento del processo di integrazione regionale nel quadro del Mercosur, che supporrà un grosso sforzo d’adattamento per un paese che in passato ha spesso preferito seguire vie autonome; dall’altro, alla necessità di intraprendere importanti riforme politiche per rivitalizzare non solo la pubblica amministrazione ma l’intero stato.
A questo proposito, dobbiamo sottolineare come i tre poteri fondamentali dello Stato brasiliano attraversino una situazione di crisi bisognosa di interventi solleciti e profondi: l’esecutivo ha perso credibilità con Collor e in parte con Itamar Franco, presidente penalizzato dalla debolezza della sua situazione politica; il legislativo è inoperante, quasi accidioso nei suoi comportamenti. Si pensi che, nel corso della legislatura uscente, su 1402 leggi approvate dalla Camera e dal Senato solo 176 sono state di iniziativa parlamentare (1), e che i tassi d’assenteismo di deputati e senatori dalle sedute di Brasilia sono altissimi. Per quanto riguarda poi il potere giudiziario i tribunali sono subissati da una mole di lavoro che non riescono assolutamente a smaltire.
La pubblica amministrazione è poi sovradimensionata, sia a livello di personale sia per numero di istituzioni, che spesso esercitano competenze sovrapposte.
Tutti questi problemi sono strutturali richiedono una strategia complessiva e una forza politica che forse vanno al di là delle possibilità del presidente eletto.
Non c’è dubbio che Fernando Henrique Cardoso sia una persona di grandi caраcità, probabilmente il miglior presidente che i brasiliani potessero scegliere, ma la sfida è comunque titanica.
Gli anni del suo mandato diranno se il desiderio di cambiamento espresso dagli elettori indica una volontà reale di superamento delle contraddizioni che permeano il paese: in questo caso il Brasile si presenterebbe all’appuntamento con il XXI secolo finalmente in grado di sfruttare pienamente le sue enormi potenzialità.
Nota
(1) Dati ricavati da Folha de S. Paulo,
speciale dell’11 settembre 1994.