L’agro alimentare: un potenziale da sfruttare

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Prendendo spunto dal dibattito di oggi “La catena del cibo”, cui non ho potuto partecipare, invio il mio contributo sul tema.

Il settore agro – alimentare è certamente una ricchezza del nostro paese, ed uno dei settori con maggiori potenzialità del nostro export. Per sfruttare tale potenziale è però necessario coinvolgere l’intero settore in uno sforzo collettivo che tenga conto dei mutati scenari internazionali, senza inseguire vecchi sogni protezionistici.

In primo luogo, è necessario che il nuovo governo sia molto più chiaro di quanto non si sia stati finora nei confronti degli agricoltori: l’agricoltura è un’attività importante della nostra economia, ma gli agricoltori non possono aspettarsi il mantenimento di protezioni paragonabili a quelle di cui il settore ha goduto per decenni.
La riforma della PAC non è un punto d’approdo: a questa riforma ne seguiranno altre, orientate ad una sempre maggiore liberalizzazione dei mercati agricoli mondiali, nell’interesse sia dei consumatori (riduzione del prezzo degli alimenti) che della comunità internazionale.

L’agri – food italiano non può che essere di nicchia, e centrata sui prodotti ad alto valore aggiunto.
L’agricoltura italiana non può essere strutturalmente competitiva in produzioni di derrate alimentari su larga scala, né lo diventerà mediante costose protezioni artificiali.

Il nostro agri – food è invece estremamente competitivo nei prodotti di qualità, legati a denominazioni d’origine, e nell’organico.

Essendo tali prodotti venduti a prezzi più alti, essi non sono in competizione con le derrate a basso costo. Tali prodotti sono ricercati sia dai consumatori europei che da quelli extra – europei, anche nei paesi emergenti, dove la penetrazione dell’agro – alimentare italiano è ancora sotto potenziale, e di certo inferiore rispetto a quella di molti nostri concorrenti, sia europei che extra – europei.

In termini di generazione di reddito, tali prodotti hanno una notevole capacità, da combinarsi con quella derivante dall’agriturismo.

Nei negoziati internazionali (OMC), l’Italia dovrebbe trarre le conseguenze di tale approccio strategico ed appoggiare con decisione l’eliminazione dei sussidi all’esportazione, forse la maggiore palla al piede della diplomazia commerciale euroрeа.

Tale eliminazione progressiva dei sussidi all’esportazione, che durerà alcuni anni, dovrebbe essere accompagnata da uno sforzo molto più accentuato della nostra filiera in termini di maggior penetrazione delle grandi catene distributive internazionali, dove ancora oggi, persino in Europa, il prodotto italiano è relativamente poco presente. Cooperative regionali o locali dirette all’esportazione dovrebbero moltiplicare le loro iniziative, per favorire le esportazioni dei
produttori medio piccoli. In questo modo, nel giro di pochi anni potremo contare su un export rafforzato, ed il nostro settore pronto a convivere con una situazione più concorrenziale.

L’export non è una via a senso unico: per ottenere accesso in altri mercati, è necessario concederne. Aprire senza remore ai prodotti più competitivi di altri non significa indebolire i nostri prodotti, ma è piuttosto la conditio sino qua non per affermarsi sui mercati in un contesto globale, dove non si regala nulla.

Il governo italiano dovrebbe dare segni di realismo e, nell’ambito europeo dovrebbe concentrare la propria attenzione sui sussidi “verdi” non legati alla produzione od anche su quelli di tipo catalogati come blu (non commerciali), sempre quando non servano a proteggere produzioni non sostenibili nel lungo periodo.

Sarebbe quindi necessario migliorare le capacità di tutto il settore di elaborare strategie di lungo periodo, privilegiando solo le filiere con vero potenziale, ed imparando a sfruttare sinergie anche con i paesi emergenti., là dove redditizie. Il nuovo contesto agricolo internazionale non è un gioco a somma zero, perché la domanda di cibo di qualità aumenterà moltissimo nei prossimi anni, e l’Italia dovrà riuscire a ritagliarsi una fetta consistente di tale mercato, imparando a guardare avanti e non arroccandosi su posizioni indifendibili.

La ferma difesa delle indicazioni geografiche non riesce a far breccia a livello multilaterale: ebbene, l’Italia dovrebbe favorire, e non ostacolare, in seno all’UE, la conclusione di accordi bilaterali per la loro protezione.

Fermezza anche sul rispetto degli standards sanitari, rifuggendo la tentazione di usarli a fini protezionistici, ma solo nell’interesse dei consumatori.

Non sempre in passato i nostri produttori si sono fatti trovare preparati: se perdiamo il treno della nuova rivoluzione agricola mondiale le conseguenze saranno gravissime.

L’agri – food italiano può essere, entro certi limiti, competitivo, ma c’è bisogno per questo di buone dosi di realismo e d’ambizione.