L’Europa come metodo

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Ritengo che la maggior parte dei contributi giunti sin qui in questa sezione rifletta poco una realtà incontrovertibile: l’assoluta necessità, per il futuro governo italiano, di elaborare una politica estera totalmente integrata nell’ambito europeo, senza ambiguità, velleitarismi o nazionalismi di ritorno.

La PESC è la nostra politica estera, ed all’ interno di essa l’Italia deve recuperare la credibilità e l’influenza che la negligenza e le volute ambiguità del passato le hanno fatto perdere.

Non si tratta di un problema – Berlusconi o Bush, ma piuttosto della necessità di prendere coscienza, una volta per tutte, dell’irrisorietà delle dimensioni delle nazioni europee di fronte alle grandi sfide internazionali del XXI secolo.

Irrisorietà economica, e di questo siamo già più coscienti, ma anche politica e geo – strategica: l’alternativa non è tra un’Europa forte ed un’Europa meno integrata e debole, ma tra un’UE forte sulla scena internazionale od una costellazione balbuziente d’attori irrilevanti attenti a coltivare il loro sempre più piccolo orticello.

Questo vale per l’Italia, ma anche per gli altri paesi, anche per quelli che si credono ancora grandi: Gran Bretagna, Francia, Germania, certa misura Spagna.

Tutti gli analisti internazionali più competenti ed aggiornati guardano ad un mondo nel quale l’unica prospettiva credibile per l’Europa e quella della piena integrazione, che tutti i nostri partners tra l’altro si augurano (con qualche eccezione a Washington) perchè funzionale al
raggiungimento di un maggiore equilibrio nelle relazioni internazionali.
Là dove l’UE è forte (Commercio) o dove riesce ad esprimere posizioni coese (Kyoto, TPI) il funzionamento della comunità internazionale ne risente in positivo.

Questo cosa significa per l’Italia?

  1. L’Europa deve divenire un metodo, non più un’opzione. Su ogni questione internazionale l’Italia deve rendersi protagonista, in ambito comunitario, d’iniziative tese al raggiungimento, sempre comunque, d’una posizione UE netta e precisa. Il lavoro della diplomazia italiana non dovrà con questo appiattirsi su e quello dei soci, ma contribuire attivamente alla definizione d’una posizione europea.
  2. Le scelte strategiche in materie afferenti alla politica estera, che di fatto ne fanno parte, come sicurezza e difesa, lotta al terrorismo, commercio, cooperazione internazionale, dovranno essere pienamente coerenti con questo metodo, evitando tentazioni d’indebolimento del fronte europeo su questa o quella questione, in beneficio di un illusorio vantaggio di corto respiro. Quando l’Europa è più debole, l’Italia è più debole. Sempre.
  3. Allontanare la tentazione di far parte o sviluppare Direttori o gruppi privilegiati nel quadro dell’Unione. Un Direttorio di “grandi paesi” non deve esistere, né l’Italia farne parte. L’Italia deve schierarsi senza ambiguità con i paesi che lavorano per un’Europa che parla con una voce sola. Quella che il mondo ci chiede.
  4. Questo non impedisce che su determinate questioni nella quali uno più paesi possiedono conoscenze o contatti specifici, si possano formare forme flessibili di cooperazione privilegiata per conto ed nome dell’Unione Europea.

Un esempio a mio avviso positivo di questa linea di condotta fu l’atteggiamento dell’ultimo governo italiano di centro – sinistra in occasione della conclusione del Trattato di Nizza: nel contesto d’un negoziato frenetico nel quale la dimensione europea aveva ceduto il passo alla sommatoria di rivendicazioni nazionalistiche, il governo Amato fu tra i pochi a mantenere un atteggiamento costruttivo e realista. Fece Europa.

In ulteriori interventi declinerò alcune delle proposte che a mio avviso il futuro governo di centro – sinistra dovrebbe formulare in campo internazionale, ma sempre utilizzando il metodo che ho presentato.

Voglio solo anticiparne una: la posizione italiana in materia di riforma del CdS ONU è stata spesso oggetto d’ambiguità o addirittura di scherno: ritengo che il nuovo governo, in rispetto al suo europeismo di metodo, dovrebbe lavorare per una soluzione che preveda l’attribuzione d’un seggio permanente, senza diritto di veto, all’Unione Europea.

Una riforma del CdS che voglia prendere atto della nuova realtà planetaria non puo’ aprire solo a Giappone, India, Brasile, Sudafrica. Il progetto europeo è, assieme alla decolonizzazione ed all’ascesa e caduta del blocco comunista, il grande avvenimento nelle relazioni internazionali della seconda metà del XX secolo. Una riforma che l’ignorasse nascerebbe zoppa, e l’Italia dovrebbe essere ferma su questo punto e adoperarsi anche presso i soci comunitari per una soluzione che non sia antistorica. Meglio non riformare che riformare male.