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  • I rapporti con gli Stati Uniti

    Che atteggiamento il nuovo governo dovrebbe adottare nei confronti degli Usa?

    Per formulare una risposta, è necessario sgombrare il campo da diversi equivoci ed esagerazioni, che purtroppo condizionano buona parte dello spettro politico nazionale quando si parla di Stati Uniti.
    Gli Usa non sono quel Satana, istigatore solo di valori deleteri, d’incultura e bieco unilateralismo che denuncia una certa sinistra radicale.
    D’altra parte, non sono neanche quell’apostolo della libertà e della democrazia, da seguire acriticamente e senza fiatare, così come piace vederli alla maggioranza attuale. vederli alla maggioranza attuale. Ragionare di politica estera in questi termini porta solo a coprirsi di
    ridicolo.

    Gli Usa sono la prima potenza mondiale perché riuniscono tutte caratteristiche che definiscono una potenza, ed in questo sono unici.

    Le relazioni con una potenza di questo tipo sono evidentemente cruciali per ogni altro membro della comunità internazionale, e l’ultra-ideologizzazione di tale rapporto è un errore che non ci si può permettere.

    Il fatto che gli Usa abbiano accumulato grandissime dosi di “hard power” in vari campi, non deve però tingerli necessariamente di pericolo per il resto del mondo: molte sono le pulsioni positive della società americana, che vanno canalizzate il meglio possibile nell’ambito internazionale.

    Questo lo si ottiene solo sviluppando il multilateralismo, e non indebolendolo, come ha fatto il governo Berlusconi sbilanciandosi eccessivamente verso le scelte statunitensi.

    Multilateralismo non significa solo Nazioni Unite, ma anche creazione rafforzamento dei gruppi regionali, veri bacini di creazione di consenso internazionale. In questo senso, l’UE rappresenta un caso scuola di nuova “governance” internazionale, cui il mondo guarda con
    attenzione.

    Non è un caso che siano molto forti negli Usa le posizioni di chi considera un interesse americano rendere il multilateralismo più debole e sfruttare al massimo le contraddizioni interne del blocco europeo. Quest’ approccio deriva dall’osservazione attenta della realtà internazionale: quando l’Europa è forte e coesa, un consenso multilaterale è raggiungibile (OMC, Kyoto, TPI) e gli obiettivi a corto periodo di Washington possono essere contrati, venendo a prevalere una prospettiva d’interessi condivisi di lungo periodo.

    Lavorare per un mondo più equilibrato significa, dal punto di vista italiano, favorire le scelte multilaterali, che sono la conditio sine qua non per gestire il mondo intelligentemente.

    In realtà, anche negli Usa le visioni più illuminate propendono per un rafforzamento del multilateralismo, capendo l’insostenibilità a lungo periodo delle scelte unilaterali, foriere per definizione di soluzioni squilibrate: è con con queste parti dell’intellighenzia Usa che vanno sviluppati rapporti e tessute alleanze.

    Non bisogna però illudersi che gli Usa mutino radicalmente la loro rotta: anche se altre amministrazioni meno radicali succederanno а quella Bush, gli Stati Uniti daranno sempre priorità, è inevitabile, al loro interesse nazionale.

    La grande priorità dell’Italia / UE nei confronti degli Usa è quindi quella di sviluppare con loro soluzioni comuni a problemi comuni: gli Usa non sono su un piano di di parità effettiva con il resto del mondo, ma devono capire che agire da soli e contro una parte preponderante della comunità internazionale non è nemmeno nel loro interesse.

    Per fare ciò, l’Italia deve rafforzare I’UE e la sua politica estera: la prima condizione per equilibrare relazioni internazionali oggi instabili è oggi il rafforzamento dell’UE come attore internazionale senza sfasature. La seconda è l’inclusione dei grandi paesi emergenti nel processo decisionale effettivo.

    La volontà, manifestata da molti paesi dopo l’11.9,di proporsi come “il migliore amico degli Usa” è, oltre che velleitaria, illusoria: il migliore amico della comunità internazionale è l’emergenza d’un processo decisionale equilibrato.

    Gravissimo quindi l’errore del governo Berlusconi, che va corretto senza però cadere nell’eccesso contrario, demonizzando gli Usa oltre i loro demeriti.

    Il mondo non può prescindere dal contributo americano: sbagliato però pretendere dagli Usa che risolvano i problemi del mondo da soli: non possono né vogliono farlo. In diversi campi, l’Europa e leader: nel commercio, nella cooperazione allo sviluppo. Il governo italiano si batta per maggiore coesione europea in altri campi (finanziario, politico, grandi dibattiti internazionali), ed avrà creato le condizioni per un rapporto bilanciato con gli Usa che il mondo apprezzerà.

    Recentemente, si è detto che gli Europei vengono da Venere e gli americani da Marte: al di là delle metafore, entrambi viviamo sulla Terra e di fronte ad essa abbiamo degli obblighi. Il futuro governo italiano dovrà quindi fare la sua parte per ridurre differenze oggi molto sensibili, nell’interesse italiano e globale.

  • Legarsi ai paesi emergenti

    La futura politica estera italiana dovrà dedicare un’attenzione molto maggiore dell’attuale al rapporto con le economie emergenti.

    Una volta di più, tanto il nostro sistema politico come, ed è ancor più grave, quello produttivo, si sono fatti trovare impreparati: oggi tutti si svegliano e scoprono la Cina, nuovo spauracchio mondiale. Ma lo smantellamento delle quote tessili e l’ingresso della Cina nell’OMC sono il risultato d’un processo durato anni.

    Molto tempo è stato perso ma, come già molti altri hanno segnalato, pensare di poter che ci sia qualcosa da salvare dietro l’erezione di estemporanee (ed illegali) barriere tariffarie non è che l’ennesimo errore d’approssimazione.

    La strada della crescita economica è in salita in diversi anni, nell’UE come in Italia. L’Asia sta sperimentando tassi di crescita nei prossimi anni l’America Latina notevolissimi, che continueranno nei prossimi anni. L’America Latina, pur soffrendo di periodiche crisi finanziarie dovute alla propria esposizione ai capitali esteri, è comunque un altro mercato che non potrà che crescere nei prossimi decenni.

    A tali due aree, vanno aggiunti il Mediterraneo, forse meno promettente in termini di crescita a corto periodo, ma scenario comunque d’ ineludibile importanza per il nostro paese, ed il Sudafrica.

    Saranno queste economie a sperimentare i maggiori tassi di crescita nei prossimi decenni: l’unica strategia fattibile è quella di legarsi ad esse, non di rinchiudersi in un insostenibile neo – protezionismo che ci isoli dal mondo.

    L’Italia si è sviluppata a livelli straordinari grazie all’integrazione europea: la formula allora vincente (qualità, flessibilità produttivo / commerciale, svalutazione competitiva) non può essere usata mostrò nell’ambito della globalizzazione, ma quell’esperienza dimostrò che
    l’apertura concorrenziale è’ benefica.

    Il paradosso italiano di oggi è il seguente: non possiamo competere con i paesi emergenti, ma la nostra economia non riunisce nemmeno caratteristiche tali da permettere di catalogarla come pienamente avanzata. Lo scollamento dalle economie di punta sta infatti diventando drammatico, come i dati sull’evoluzione dell’export ed i flussi d’investimenti verso l’Italia dimostrano.
    Anche se membro del G – 8, come Italia contiamo economicamente sempre meno.

    Che fare quindi?

    1. Ripartire, con rigore e decisione, dall’Agenda di Lisbona, oggi totalmente trascurata. Il nuovo governo deve farne la priorità numero uno, e fare capire al paese che la sua applicazione rappresenta una sfida d’importanza paragonabile a quella di Maastricht.
    2. Rilanciare la competitività smantellando monopoli ed inefficienze che penalizzano il nostro paese in ambito europeo e figuriamoci a quello mondiale.

    In parallelo a questi “lavori di casa”, il nuovo governo dovrebbe farsi fautore, in ambito europeo, di politiche coraggiose ed aperte nei confronti dei paesi emergenti.

    Raggiungere accordi commerciali equilibrati, con concessioni ambizione in entrambi le direzioni, è la via maestra per agganciare la nostra crescita a quella del mondo emergente. L’alternativa e l’atrofizzazione della nostra presenza internazionale.

    L’Italia dovrebbe sostenere un rilancio dei negoziati UE – Mercosur, contribuendo a migliorare l’offerta d’apertura del commercio agricolo, nell’interesse anche dei nostri consumatori (notevole riduzione dei prezzi dei prodotti alimentari).

    Nei confronti della Cina, l’Italia dovrebbe contribuire fattivamente all’approfondimento del dialogo con questo nuovo grande protagonista dell’economia mondiale. L’entrata della Cina nell’OMС era passo fondamentale per regolarne l’interrelazione con il resto del mondo. È nell’ambito OMC che bisognerà trovare le formule adatte per introdurre nell’agenda delle regole internazionali i temi sociali e lavorativi che oggi costituiscono un differenziale di competitività a nostro sfavore.

    Non si tratta quindi di concludere accordi di libero commercio con la Cina, ma di sviluppare collaborazioni e partnership che possano risultare vincenti.

    Con un mix di qualità, innovazione e capacità di pianificazione un futuro industriale per l’Italia è ancora possibile, anche nei confronti della Cina.

    Da non dimenticare poi la necessità di tenere d’occhio, con un approccio simile, ma differenziato nei tempi, l’altro grande gigante asiatico, l’India, che sta anch’esso crescendo impetuosamente e non cesserà di farlo per tutto il XXI secolo, e l’Asean.

    Da migliorare poi lo sforzo di promozione commerciale anche sugli altri mercati esteri: senza trascurare il Made in Italy ed il design, paesi europei avrebbero tutto da guadagnare migliorando le loro sinergie in materia di export promotion a livello di consorzi europei, anziché in ordine sparso, come oggi amano fare.

    Tale approccio integrato dovrebbe essere usato ovunque fuori Europa, ma specialmente in mercati maturi ed importanti come gli Usa ed il Giappone, un mercato oggi troppo trascurato.

  • L’Italia per il progresso dell’integrazione europea

    L’integrazione europea sembra in crisi. Nonostante il mercato unico, l’Euro, la Costituzione e tanti altri successi, i cittadini europei sembrano avere una visione sempre piu’ sfuocata del progetto politico europeo.

    Quello che noi europei siamo stati capaci di costruire in cinquant’anni verrà probabilmente considerato dagli storici prossimi venturi una straordinaria evoluzione in positivo del concetto di “governance”: già oggi un Rifkin ne parla in questi termini.

    Dalla guerra alla prosperità economica e l’eliminazione assoluta di prospettive belliche tra i membri dell’Unione: un risultato da poсо?
    Molti sembrano sottovalutarlo.


    Di fronte a questi grandi successi, che tra l’altro hanno costituito lo scenario necessario anche per lo sviluppo economico del nostro paese, che non avrebbe mai raggiunto i livelli di benessere attuali se non avesse partecipato al progetto europeo, è sconfortante vedere
    come oggi molte parti del mondo politico e dell’opinione pubblica e europea abbiano perso di vista l’insieme della questione.

    Trattare l’integrazione europea come un processo tecnico burocratico, come un gioco a somma zero dove uno vince e l’altro perde è un gravissimo errore di prospettiva.

    In questo quadro, al nuovo governo italiano spettano tre compiti fondamentali:

    1. Ridare all’Italia quel ruolo preminente ed attivo in Europa che la crisi post – Tangentopoli e l’attuale governo di centro – destra, privo di credibilità internazionale, le hanno tolto: in Europa oggi l’Italia non pesa quanto dovrebbe come paese “grande” e fondatore della
      Comunità.
      L’Italia deve rimettere la politica europea al centro, esprimere proposte e difenderle attivamente, creando le alleanze e le sinergie necessarie per la loro approvazione.
      L’Italia deve abbandonare la passività e riottosità che I’ha contraddistinta in tempi recenti in ambito europeo: l’Europa ha bisogno dell’Italia, delle sue idee, del suo contributo politico.
    2. Usare la dimensione europea come volano per le riforme di seconda generazione.
      Storicamente, e’ stata lo stimolo europeo quello che ha permesso di portare avanti le riforme intraprese in Italia, in campo economico, finanziario, commerciale.
      Molto resta da fare, ma l’euro – scetticismo serve solo a mascherare l’immobilismo.
      Ridivenire attivi in Europa significa vincolare le nostre politiche, in materia d’innovazione, ricerca, ca, imprenditorialità, mercato, lavoro, agli scenari prevalenti in Europa. L’Italia può divenire esempio di in dinamismo in Europa, come lo fu d’imprenditorialità in decenni passati. Basta decidersi a ripartire con coraggio e visione di futuro.
      Il recente rilassamento del patto di Stabilità non è di per sé una buona notizia, ma può dare un certo respiro in termini di conti pubblici, anche se vista la situazione specifica che lascerà il centro destra i margini non saranno enormi.
    3. Per rilanciare iniziative in Europa, è necessario che il governo italiano faccia uno sforzo pedagogico molto maggiore per spiegare l’Europa ai nostri cittadini, cui sfuggono i contorni del processo. Questo richiede onestà e chiarezza: l’Europa deve essere spiegata non come vincolo, ma come risorsa e stimolo.
      Il centro sinistra lo può fare, e lo deve fare.

    È poi importante che si rifletta agli scenari che si aprono in caso di non ratifica della Costituzione in altri paesi. In quel caso, l’Italia dovrebbe farsi portatrice non di un rinegoziato al ribasso, ma forse d’una nuova impostazione: ripartire su basi più ambiziose con i paesi che ci stanno, includendo la politica estera e di difesa come scenari d’integrazione, nel quadro d’un Unione a cerchi concentrici. Non è una soluzione ideale, ma può divenire uno scenario ragionevole cui pensare.

    L’Italia, per sua natura, interesse e vocazione, dovrebbe far parte dei
    paesi del nucleo centrale, più integrato.

  • La diaspora italiana: un input da valorizzare

    E’ indubbio che la modifica costituzionale approvata per facilitare il ci voto degli italiani all’estero può lasciare perplessi. Si tratta d’una soluzione del tutto originale, in quanto nessun altro paese prevede una rappresentazione su base territoriale degli italiani nel mondo.

    Il problema da risolvere era quello della difficoltà d’esercitare il diritto di voto, a causa della necessità esistente di esprimerlo recandosi fisicamente nel collegio d’origine in Italia. La soluzione scelta da quasi tutte le altre democrazie è quella del voto in consolato o del voto per posta.

    La legislazione italiana è andata molto al di là, e, una volta effettuata la prima elezione, sarà necessario fare un bilancio oggettivo di questa scelta.

    Ma allo stato attuale delle cose, si andrà al voto nella Circoscrizione Estero.

    A mio avviso, anche se il meccanismo elettorale favorisce i candidati il centro – sinistra istituzionali espressi dalle comunità, credo che il centro – sinistra dovrebbe cercare di sfruttare altrimenti il grande potenziale degli italiani nel mondo.

    Nel mondo ci sono migliaia di italiani, anche d’emigrazione relativamente recente, che in ambiti diversissimi occupano posizioni di prestigio ed hanno ottenuti notevoli successi professionali.


    Ritengo che sia molto più utile per il nostro paese attingere a queste professionalità, portando in Parlamento esperienze vincenti e persone capaci d’apportare un differenziale d’esperienza internazionale. Si tratterebbe d’un soffio d’aria nuova in un ambito spesso ultraprovinciale come quello della politica italiana.

    È chiaro che i temi cari alla comunità dovrebbero costituire una piattaforma irrinunciabile per i rappresentanti eletti: diffusione della lingua e della cultura italiana, assistenza ai connazionali in difficoltà, iniziative in campo economico e tecnologico finanziate con fondi italiani, contributo allo sviluppo economico dei paesi a forte presenza italiana, difesa e promozione del marchio Italia nel mondo.

    Ma quest’agenda non è sufficiente: idealmente, gli eletti in Parlamento dovrebbero essere italiani non solo d’origine, ma d’emigrazione relativamente recente, e totalmente familiarizzati con l’Italia di oggi, non quella di ieri.

    Persone di questo tipo sarebbero in grado di portare le loro esperienze maturate all’estero, stimolando nuove idee ed esperienze già risultate vincenti in altri paesi.

    In questo modo, i rappresentanti eletti all’estero non risulterebbero semplicemente un gruppo di pressione avente per obiettivo l’ottenimento di benefici per un collettivo specifico, ma uno stimolo а sviluppare nuove esperienze ed una ventata d’internazionalismo e professionalità nel Parlamento italiano.

    Un altro degli obiettivi da perseguire è quello di sfruttare esperienze consolidate in campo economico per definire iniziative di cooperazione più adeguate rispetto a quelli scarsamente efficaci del passato: l’Italia non ha mai saputo creare ponti economici con l’imprenditorialità italiana nel mondo, quest’elezione apre una nuova opportunità.

    Un commento sulle questioni culturali: da tempo l’Italia ha rinunciato a sostenere un sistema scolastico italiano nel mondo, paragonabile a quanto hanno fatto francesi e tedeschi. Problemi finanziari, mancanza di strategia, forse anche realismo, anche se le scuole italiane nel mondo avevano avuto una loro epoca di splendore.

    Gli Istituti Italiani di Cultura svolgono abbastanza bene il loro compito, ma sono presenti quasi solo nelle capitali. Sarebbe utile pensare ad un sistema di patrocinio, mediante finanziamenti leggeri, d’istituzioni locali in grado d’organizzare, con un minimo d’assistenza dall’Italia, attività culturali nelle numerose citta’ nel mondo nelle quali non è possibile aprire un istituto di Cultura.
    Festival di cinema italiano, mostre d’arte, design e cultura, convegni ed altre iniziative potrebbero essere replicate in diversi paesi con un costo limitato se si potesse contare su una rete su una rete d’istituzioni culturali “amiche” dell’Italia, anche se non necessariamente legate in esclusiva all’Italia.

    Da rivitalizzare poi la rete delle Camere di Commercio Italiane nel mondo, la cui operatività è oggi troppo legata all’ episodico attivismo dei suoi dirigenti locali. È necessario che la consistenza del sistema camerale venga sostenuta, mediante un rafforzamento del concetto di Camera ed iniziative di tipo orizzontale, che aiutino a standardizzarne i servizi: un altro compito cui i neo – eletti potranno dedicarsi.

  • Pace, diritti umani, interdipendenze economiche

    Le linee maestre d’una politica estera italiana

    Quali sono le relazioni internazionali che un’Italia pienamente integrata in Europa dovrebbe cercare di costruire?

    L’Italia e I’UE dovrebbero in primo luogo perseguire il rafforzamento del multilateralismo, conditio sine qua non per il raggiungimento di soluzioni equilibrate.

    Il raggiungimento di soluzioni multilaterali ai diversi problemi internazionali non è certo facile, come dimostrano i negoziati OMC equilibrio od in materia ambientale, ma è difficile immaginare equilibrio e collaborazione di tutti quando le soluzioni vengono imposte dall’alto o da qualcuno.

    Qualcuno potrebbe obiettare da “realista” che si tratta d’un utopia irrealizzabile: l’esempio dell’integrazione europea dimostra invece che quando si condividono i valori essenziali e gli obiettivi di fondo, si trova comunque il modo di progredire e d’avanzare insieme, anche se spesso è difficile ed a volte è opportuno arrestarsi.

    L’Europa è multilateralista per definizione, l’Italia non ha interesse alcuno a smarcarsi dal contesto europeo nei vari dibattiti internazionali.

    Come già accennato in un contributo precedente, l’Italia dovrebbe battersi instancabilmente per il raggiungimento sistematico d’una posizione europea.

    In questo, il futuro governo di centro – sinistra avrà interesse e smarcarsi dalle tentazioni neo – nazionaliste o acriticamente filo americane dell’attuale governo e far ritrovare all’Italia il posto che le spetta come membro fondatore dell’Unione Europea, oggi un po’ appannato.

    Questo non significa sostituire un americanismo acritico con un europeismo anch’esso acritico.

    L’Italia dovrà battersi per ma definire posizioni realistiche coraggiose, e sviluppare le sinergie necessarie con gli altri membri dell’Unione affinché divengano maggioritarie.

    I capisaldi di quest’approccio di politica estera dovrebbero essere, a mio avviso:

    • – il contributo attivo alla pace mondiale;
      – il consolidamento della democrazia e dei diritti umani;
      – l’intensificazione, su basi equilibrate, degli scambi economici.

    L”Italia da’ da tempo un contributo importante alle operazioni di peace – keeping. Tale contributo dovrebbe continuare, ma sempre e solo in un quadro d’una legalità internazionale che venne a mancare nel caso dell’intervento in Irak.

    L’Italia dovrebbe impegnarsi per una sempre maggiore europeizzazione delle operazioni di peace-keeping. Al tempo stesso, una capacità d’azione militare rapida a livello europeo dovrebbe essere resa operativa in tempi brevi. In questo modo, l’Italia e l’UE potrebbero sempre più contribuire alla soluzione di crisi umanitarie e belliche qualora ne esistano i presupposti condivisi.

    La nostra politica estera dovrebbe quindi contribuire a sviluppare una dottrina europea per gli interventi umanitari ed in caso di crisi, un passo che servirebbe ad evitare inerzie del passato.

    Allo sviluppo di tale dottrina dovrebbe poi associarsi uno sforzo logistico ed operativo che permetta all’Italia ed all’Europa d’assumere un ruolo adeguato nella soluzione delle crisi internazionali.

    Ma interventi di tipo militare possono smorzare le crisi, ma non certo costruire la pace.
    Una pace stabile è raggiungibile solo mediante una generalizzazione della democrazia ed il rispetto dei sistematico dei diritti umani, accompagnata da un riequilibrio dei rapporti economici.

    L’Italia dovrebbe contribuire all’affermazione d’un concetto euroрео ed internazionalmente condiviso della democrazia e dei diritti umani, senza eccezioni e deviazioni. In questo senso, un’equazione spesso complessa con i legittimi interessi economici dei nostri operatori dovrebbe essere effettuato, ma senza divenire una scusa per venire meno ai nostri impegni.

    Un esempio: se è fondamentale rafforzare i nostri rapporti economici con la Cina, nuova potenza economica mondiale, questo non significa dare il via al commercio di armi e tecnologie sensibili con quel paese, in assenza di precise garanzie e progressi tangibili in materia di democrazia e diritti umani.

    Diffondere la democrazia si può, intensificando la cooperazione e gli scambi d’esperienze, rafforzando quella che si definisce “politica soffice”, una materia in cui l’Europa ha un “know’-how” significativo e l’Italia la sua voce in capitolo.

    Ma relazioni internazionali equilibrate richiedono anche flussi economici più equilibrati. Concessioni significative vanno fatte in materia d’accesso ai nostri mercati: senza contribuire fattivamente ad un maggiore sviluppo economico delle economie del Sud è anche impossibile pensare d’ottenere migliori condizioni per i nostri prodotti. Dobbiamo legare maggiormente la nostra economia a quella dei paesi emergenti, senza cedere alle sirene del protezionismo.

    Questo richiede scelte a volte coraggiose ed una maggiore capacità pianificazione strategica sugli scenari internazionali, che tenga conto dell’evoluzione a lungo periodo sia degli scenari politici che di quelli economici.

  • L’agro alimentare: un potenziale da sfruttare

    Prendendo spunto dal dibattito di oggi “La catena del cibo”, cui non ho potuto partecipare, invio il mio contributo sul tema.

    Il settore agro – alimentare è certamente una ricchezza del nostro paese, ed uno dei settori con maggiori potenzialità del nostro export. Per sfruttare tale potenziale è però necessario coinvolgere l’intero settore in uno sforzo collettivo che tenga conto dei mutati scenari internazionali, senza inseguire vecchi sogni protezionistici.

    In primo luogo, è necessario che il nuovo governo sia molto più chiaro di quanto non si sia stati finora nei confronti degli agricoltori: l’agricoltura è un’attività importante della nostra economia, ma gli agricoltori non possono aspettarsi il mantenimento di protezioni paragonabili a quelle di cui il settore ha goduto per decenni.
    La riforma della PAC non è un punto d’approdo: a questa riforma ne seguiranno altre, orientate ad una sempre maggiore liberalizzazione dei mercati agricoli mondiali, nell’interesse sia dei consumatori (riduzione del prezzo degli alimenti) che della comunità internazionale.

    L’agri – food italiano non può che essere di nicchia, e centrata sui prodotti ad alto valore aggiunto.
    L’agricoltura italiana non può essere strutturalmente competitiva in produzioni di derrate alimentari su larga scala, né lo diventerà mediante costose protezioni artificiali.

    Il nostro agri – food è invece estremamente competitivo nei prodotti di qualità, legati a denominazioni d’origine, e nell’organico.

    Essendo tali prodotti venduti a prezzi più alti, essi non sono in competizione con le derrate a basso costo. Tali prodotti sono ricercati sia dai consumatori europei che da quelli extra – europei, anche nei paesi emergenti, dove la penetrazione dell’agro – alimentare italiano è ancora sotto potenziale, e di certo inferiore rispetto a quella di molti nostri concorrenti, sia europei che extra – europei.

    In termini di generazione di reddito, tali prodotti hanno una notevole capacità, da combinarsi con quella derivante dall’agriturismo.

    Nei negoziati internazionali (OMC), l’Italia dovrebbe trarre le conseguenze di tale approccio strategico ed appoggiare con decisione l’eliminazione dei sussidi all’esportazione, forse la maggiore palla al piede della diplomazia commerciale euroрeа.

    Tale eliminazione progressiva dei sussidi all’esportazione, che durerà alcuni anni, dovrebbe essere accompagnata da uno sforzo molto più accentuato della nostra filiera in termini di maggior penetrazione delle grandi catene distributive internazionali, dove ancora oggi, persino in Europa, il prodotto italiano è relativamente poco presente. Cooperative regionali o locali dirette all’esportazione dovrebbero moltiplicare le loro iniziative, per favorire le esportazioni dei
    produttori medio piccoli. In questo modo, nel giro di pochi anni potremo contare su un export rafforzato, ed il nostro settore pronto a convivere con una situazione più concorrenziale.

    L’export non è una via a senso unico: per ottenere accesso in altri mercati, è necessario concederne. Aprire senza remore ai prodotti più competitivi di altri non significa indebolire i nostri prodotti, ma è piuttosto la conditio sino qua non per affermarsi sui mercati in un contesto globale, dove non si regala nulla.

    Il governo italiano dovrebbe dare segni di realismo e, nell’ambito europeo dovrebbe concentrare la propria attenzione sui sussidi “verdi” non legati alla produzione od anche su quelli di tipo catalogati come blu (non commerciali), sempre quando non servano a proteggere produzioni non sostenibili nel lungo periodo.

    Sarebbe quindi necessario migliorare le capacità di tutto il settore di elaborare strategie di lungo periodo, privilegiando solo le filiere con vero potenziale, ed imparando a sfruttare sinergie anche con i paesi emergenti., là dove redditizie. Il nuovo contesto agricolo internazionale non è un gioco a somma zero, perché la domanda di cibo di qualità aumenterà moltissimo nei prossimi anni, e l’Italia dovrà riuscire a ritagliarsi una fetta consistente di tale mercato, imparando a guardare avanti e non arroccandosi su posizioni indifendibili.

    La ferma difesa delle indicazioni geografiche non riesce a far breccia a livello multilaterale: ebbene, l’Italia dovrebbe favorire, e non ostacolare, in seno all’UE, la conclusione di accordi bilaterali per la loro protezione.

    Fermezza anche sul rispetto degli standards sanitari, rifuggendo la tentazione di usarli a fini protezionistici, ma solo nell’interesse dei consumatori.

    Non sempre in passato i nostri produttori si sono fatti trovare preparati: se perdiamo il treno della nuova rivoluzione agricola mondiale le conseguenze saranno gravissime.

    L’agri – food italiano può essere, entro certi limiti, competitivo, ma c’è bisogno per questo di buone dosi di realismo e d’ambizione.

  • L’Europa come metodo

    Ritengo che la maggior parte dei contributi giunti sin qui in questa sezione rifletta poco una realtà incontrovertibile: l’assoluta necessità, per il futuro governo italiano, di elaborare una politica estera totalmente integrata nell’ambito europeo, senza ambiguità, velleitarismi o nazionalismi di ritorno.

    La PESC è la nostra politica estera, ed all’ interno di essa l’Italia deve recuperare la credibilità e l’influenza che la negligenza e le volute ambiguità del passato le hanno fatto perdere.

    Non si tratta di un problema – Berlusconi o Bush, ma piuttosto della necessità di prendere coscienza, una volta per tutte, dell’irrisorietà delle dimensioni delle nazioni europee di fronte alle grandi sfide internazionali del XXI secolo.

    Irrisorietà economica, e di questo siamo già più coscienti, ma anche politica e geo – strategica: l’alternativa non è tra un’Europa forte ed un’Europa meno integrata e debole, ma tra un’UE forte sulla scena internazionale od una costellazione balbuziente d’attori irrilevanti attenti a coltivare il loro sempre più piccolo orticello.

    Questo vale per l’Italia, ma anche per gli altri paesi, anche per quelli che si credono ancora grandi: Gran Bretagna, Francia, Germania, certa misura Spagna.

    Tutti gli analisti internazionali più competenti ed aggiornati guardano ad un mondo nel quale l’unica prospettiva credibile per l’Europa e quella della piena integrazione, che tutti i nostri partners tra l’altro si augurano (con qualche eccezione a Washington) perchè funzionale al
    raggiungimento di un maggiore equilibrio nelle relazioni internazionali.
    Là dove l’UE è forte (Commercio) o dove riesce ad esprimere posizioni coese (Kyoto, TPI) il funzionamento della comunità internazionale ne risente in positivo.

    Questo cosa significa per l’Italia?

    1. L’Europa deve divenire un metodo, non più un’opzione. Su ogni questione internazionale l’Italia deve rendersi protagonista, in ambito comunitario, d’iniziative tese al raggiungimento, sempre comunque, d’una posizione UE netta e precisa. Il lavoro della diplomazia italiana non dovrà con questo appiattirsi su e quello dei soci, ma contribuire attivamente alla definizione d’una posizione europea.
    2. Le scelte strategiche in materie afferenti alla politica estera, che di fatto ne fanno parte, come sicurezza e difesa, lotta al terrorismo, commercio, cooperazione internazionale, dovranno essere pienamente coerenti con questo metodo, evitando tentazioni d’indebolimento del fronte europeo su questa o quella questione, in beneficio di un illusorio vantaggio di corto respiro. Quando l’Europa è più debole, l’Italia è più debole. Sempre.
    3. Allontanare la tentazione di far parte o sviluppare Direttori o gruppi privilegiati nel quadro dell’Unione. Un Direttorio di “grandi paesi” non deve esistere, né l’Italia farne parte. L’Italia deve schierarsi senza ambiguità con i paesi che lavorano per un’Europa che parla con una voce sola. Quella che il mondo ci chiede.
    4. Questo non impedisce che su determinate questioni nella quali uno più paesi possiedono conoscenze o contatti specifici, si possano formare forme flessibili di cooperazione privilegiata per conto ed nome dell’Unione Europea.

    Un esempio a mio avviso positivo di questa linea di condotta fu l’atteggiamento dell’ultimo governo italiano di centro – sinistra in occasione della conclusione del Trattato di Nizza: nel contesto d’un negoziato frenetico nel quale la dimensione europea aveva ceduto il passo alla sommatoria di rivendicazioni nazionalistiche, il governo Amato fu tra i pochi a mantenere un atteggiamento costruttivo e realista. Fece Europa.

    In ulteriori interventi declinerò alcune delle proposte che a mio avviso il futuro governo di centro – sinistra dovrebbe formulare in campo internazionale, ma sempre utilizzando il metodo che ho presentato.

    Voglio solo anticiparne una: la posizione italiana in materia di riforma del CdS ONU è stata spesso oggetto d’ambiguità o addirittura di scherno: ritengo che il nuovo governo, in rispetto al suo europeismo di metodo, dovrebbe lavorare per una soluzione che preveda l’attribuzione d’un seggio permanente, senza diritto di veto, all’Unione Europea.

    Una riforma del CdS che voglia prendere atto della nuova realtà planetaria non puo’ aprire solo a Giappone, India, Brasile, Sudafrica. Il progetto europeo è, assieme alla decolonizzazione ed all’ascesa e caduta del blocco comunista, il grande avvenimento nelle relazioni internazionali della seconda metà del XX secolo. Una riforma che l’ignorasse nascerebbe zoppa, e l’Italia dovrebbe essere ferma su questo punto e adoperarsi anche presso i soci comunitari per una soluzione che non sia antistorica. Meglio non riformare che riformare male.