Il caso peruviano offre molti spunti di interesse da analizzare con attenzione, dato che in questo paese si sono prodotte delle situazioni politiche che hanno colto di sorpresa gli osservatori e che risultano apparentemente paradossali.
Ad esempio aveva fatto scalpore, nel l’elezione alla Presidenza della Repubblica di Alberto Fujimori. un ingegnere di origine giapponese completamente estraneo al mondo della politica.
È vero che la meteorica ascesa di Fujimori nei mesi precedenti le elezioni e la sua vittoria sul favoritissimo della vigilia Mario Vargas Llosa aveva costituito per tutti gli osservatori, anche in Perù, una sorpresa colossale.
Ma è anche vero che gli analisti, che avevano data per scontata la vittoria di Vargas Llosa e della sua proposta liberale, avevano ipotizzato che gli elettori peruviani si sarebbero comportati come quelli europei e l’avrebbero fatto in circostanze simili: ma evidentemente non fu così e cercheremo di spiegare perché.
Lo stesso fatto che Fujimori fosse di origine giapponese aveva sorpreso molti, che avevano senza dubbio sottovalutato il peso, anche numerico, che le comunità orientali (cinesi e giapponesi) hanno in certi paesi dell’America Latina. Ancora più sorprendente era stato, nell’aprile 1992, il cosiddetto «fujigolpe», il colpo di stato dall’alto mediante il quale il presidente eletto aveva dissolto le Camere e assunto poteri dittatoriali con l’appoggio delle Forze Armate.
Tale avvenimento sembrava infatti andare in controtendenza rispetto al processo di democratizzazione che aveva contraddistinto i sistemi politici latinoamericani nel corso degli anni Ottanta. In un contesto nel quale tutti i presidenti erano stati eletti a suffragio popolare, proprio uno di questi rompeva l’incantesimo facendo planare sul subcontinente le ombre del passato.
Ma cosa fu davvero il «fujigolpe»? Si trattò di una reazione presidenziale agli intoppi posti alla sua azione da assemblee a lui ostili o, come sostengono altri, il presidente lo aveva pianificato sin dall’inizio con la complicità di parti dell’Esercito?
In questo secondo caso Fujimori non sarebbe altro che l’ennesimo dittatore populista apparso nella storia della Repubblica del Perù, ad onta delle speranze che aveva fatto nascere al momento dell’elezione, alimentate dagli indubbi elementi di novità presenti nel suo personaggio.
E il Perù avrebbe perso altro tempo sulla strada della propria modernizzazione, così necessaria per affrontare con successo la battaglia contro il sottosviluppo. Se invece la prima ipotesi fosse quella valida, la tappa Fujimori rappresenterebbe un passaggio obbligato per liberare il Paese dalla morsa della vecchia classe politica e rilanciare il sistema politico peruviano su nuove basi, lontano dalle esperienze del periodo 1980-1990 (presidenze Belaunde e Garcia, le più significative esperienze democratiche della storia repubblicana).
La reazione internazionale al colpo di stato dell’aprile 1992 era stata di unanime condanna nei confronti di Fujimori, proprio per quell’inquietante ritorno al passato che faceva presagire.
Ma alle condanne verbali non fece seguito, né da parte degli altri stati latinoamericani né da parte degli Stati Uniti, una gestione efficace della crisi diplomatica prodottasi, per cui il comportamento antidemocratico di Fujimori non provocò che ritorsioni molto limitate verso il suo regime.
L’Organizzazione degli stati americani (Oea) dimostrò una volta di più la sua totale inefficacia, nonostante fossero apparentemente in gioco valori fondamentali per le democrazie dell’area.
La destituzione del presidente golpista da parte delle Camere dissolte e la proclamazione di Máximo San Román (secondo vicepresidente di Fujimori) quale legittimo presidente del Perù, provocò una crisi temporanea che si esaurì in poco tempo di fronte al dato di fatto dell’effettività del potere di Fujimori a Lima.
La protesta finì lì e la comunità internazionale non insistette più di tanto nelle sue condanne.
D’altro canto, nello stesso Perù non ebbe luogo una decisa ribellione della società e delle istituzioni nei confronti del neo-dittatore, come invece avvenne l’anno seguente in Guatemala quando la Procuradoría general, il Tribunal constitucional e la stampa riuscirono a trascinare l’opinione pubblica contro il presidente Jorge Serrano, che aveva cercato di riprodurre in quel Paese l’esempio di Fujimori assumendo poteri dittatoriali.
Sembrerebbe quindi che sia la società peruviana sia la comunità internazionale abbiano concesso in fondo una certa fiducia a Fujimori anche dopo il colpo di stato, la prima dando credito alla sua richiesta di maggiori poteri necessari per fronteggiare le emergenze del terrorismo e della situazione economica, la seconda accettando senza troppi problemi i piani di ritorno alla democrazia da questi presentati a più riprese.
Tutti i sondaggi relativi alle prossime elezioni presidenziali di aprile indicano un chiaro vantaggio per Fujimori, che si accaparrerebbe più del 45 per cento dei voti con un chiarissimo vantaggio rispetto all’unico suo concorrente di peso, Javier Pérez de Cuellar, l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, il quale, come e più di Vargas Llosa cinque anni fa, riscuote invece i consensi unanimi degli osservatori internazionali.
Anche non volendo dare troppo credito ai sondaggi, che però cinque anni fa si rivelarono esatti, pare chiaro a pochi mesi dalle elezioni che Fujimori è in netto vantaggio sui suoi avversari e dovrebbe essere rieletto.
Ma com’è possibile che un presidente della repubblica divenuto dittatore possa vincere delle elezioni? Ancora una volta ci confrontiamo a un paradosso apparente del caso peruviano.
Per cercare di dare una risposta soddisfacente a queste contraddizioni apparenti facciamo ora un passo indietro nel tempo. per seguire quelle che sono state le costanti che hanno caratterizzato il sistema politico peruviano dal momento dell’indipendenza (1823) a oggi e che possono aiutarci a capire la situazione attuale.
Per circa cinquant’anni, fino al 1872, il potere politico in Perù è stato esercitato da militari: la borghesia creola forniva invece i quadri della burocrazia. I vari caudillos che si succedettero non riuscirono a dare un’impronta marcata allo Stato, le cui dimensioni aumentavano in assenza però di un disegno organico e di una stabilità istituzionale.
Si pensi ad esempio che, dal 1823 al 1867, furono promulgate sette diverse costituzioni e che nessuna poté davvero consolidarsi.
Naturalmente nel Paese esistevano, come ovunque in America Latina, una fazione liberale e un’altra conservatrice, ma in quel periodo esse rimasero comunque subordinate al potere dei militari. E’ nel 1876 che, per la prima volta, viene eletto presidente un civile, Manuel Pardo, leader appunto del Partido civil.
Tale formazione politica rappresentava gli interessi delle élites economiche, colpite dalle crescenti concessioni fatte agli investitori stranieri. Un altro partito importante sul finire del secolo scorso fu il Partido democrático, conservatore e al tempo stesso populista, ma la particolarità peruviana è che tale bipartitismo non riuscì a consolidarsi. A differenza di altri paesi dell’America Latina ove la struttura partitica bipolare è giunta sino ai giorni nostri, garantendo una certa stabilità politica pur spesso interrotta da regimi autoritari, in Perù le formazioni politiche non hanno mai potuto calarsi a fondo nella società sino a diventare un reale punto di riferimento.
Così al tramonto dei partiti ottocenteschi fa seguito, negli anni Trenta del nostro secolo, l’emergere di nuovi movimenti politici dalle caratteristiche assai diverse: l’Unión revolucionaria e, soprattutto, l’Apra (Alianza popular revolucionaria americana) di Haya de la Torre, che si richiama al socialismo ma non al marxismo e che vuole dare a tale ideologia un taglio specifico indo-americano.
L’Apra si svilupperà parecchio tra gli studenti e le classi medie emergenti, ma rimarrà a lungo al di fuori della legalità. Essa riuscirà a raggiungere il potere solo molto più tardi, nel 1985, quando gran parte del suo slancio ideale sarà venuto meno e il partito sarà caduto in mano a leaders senza scrupoli: saranno gli anni nefasti della presidenza di Alán García (1985-1990).
Altri partiti si svilupperanno più tardi: Acción popular, il Partido social cristiano, Izquierda unida, ma nessuna di tali formazioni, pur ottenendo successi parziali, riuscirà davvero a dare un’impronta decisiva al sistema politico e allo Stato.
Abbiamo quindi identificato una prima costante del sistema politico peruviano: la debolezza dei partiti e il loro scarso radicamento nella società.
La seconda costante è strettamente legata alla prima: in assenza di partiti politici forti, a cui dobbiamo aggiungere anche la tradizionale scarsa incidenza dei sindacati (solo l’11 per cento dei lavoratori vi è iscritto), l’istituzione politicamente più solida del Paese è stato da sempre l’Esercito e di regola il potere è stato esercitato, direttamente da questi o con il suo appoggio, sotto forme dittatoriali.
Il più recente esempio del peso dell’Esercito in Perù è la crisi scoppiata improvvisamente con l’Ecuador nella Cordigliera del Condor al confine tra i due paesi: è praticamente impossibile definire quale delle due parti sia stata responsabile dello scoppio delle ostilità, ma non crediamo sia estraneo al rapido sviluppo del conflitto il fatto che le Forze Armate peruviane, ormai meno impegnate nella lotta contro il terrorismo, abbiano voluto dare una dimostrazione di forza ad uso più che altro interno. D’altro canto, anche in Ecuador l’Esercito è padrone della situazione e in un contesto di questo tipo la crisi ha potuto degenerare rapidamente al di là dell’importanza effettiva della zona contesa.
La preminenza politica delle Forze Armate peruviane a livello centrale è stata rinforzata, nel corso degli anni Ottanta (quelli della democrazia), dal controllo diretto esercitato dai militari su parti crescenti del territorio nazionale nel quadro della guerra contro Sendero luminoso.
Nelle province nelle quali veniva dichiarato lo stato di guerra le leggi statali perdevano temporaneamente la loro vigenza ed era l’Esercito che assumeva l’esercizio dei diversi poteri.
Se, d’altro canto, consideriamo che Sendero luminoso ha tenuto per molti anni il controllo di diverse parti del Paese, sulle montagne e nel sud, ci possiamo rendere conto di come i peruviani abbiano dovuto a lungo convivere con una situazione di legalità precaria, la quale non ha potuto che attenuare la saldezza delle istituzioni democratiche.
Ed eccoci alla terza caratteristica di fondo della società peruviana: in presenza di uno stato elefantiaco ma inefficace, di un corpus giuridico e di un sistema giudiziario inadatti a regolare accettabilmente la società e la vita economica, di eccezioni rilevanti al normale funzionamento delle leggi legate al terrorismo senderista e in assenza di partiti politici con largo seguito popolare, capaci di convogliare le richieste di cambiamento, la società ha saputo sviluppare un sistema parallelo allo Stato che ha permesso alla gente comune di sopravvivere.
Ci stiamo riferendo all’esplosione dell’economia informale, che si è enormemente sviluppata in America Latina negli anni della grande crisi economica (la década perdida degli anni Ottanta), che ha proprio nel Perù uno dei suoi esempi più eclatanti (e meglio studiati).
Lo sviluppo del tessuto microeconomico informale, costituito da piccole imprese, da attività e da servizi che suppliscono alle carenze dell’economia ufficiale e dello Stato (si pensi, ad esempio, alle migliaia di automobili che a Lima vengono trasformate in taxi saltuari con un semplice adesivo e che costituiscono una parte fondamentale del trasporto urbano), è associato anche a un sistema giuridico parallelo a quello ufficiale, basato più sulla consuetudine che sulle leggi (1).
Quindi, se teniamo conto delle tre соstanti che abbiamo identificato, possiamo calibrare meglio le vicissitudini alterne della democrazia in Perù e gli atteggiamenti dell’opinione pubblica, che si differenziano chiaramente da quelli considerati normali in un paese a democrazia matura.
In questo quadro si era presentato sulla scena politica, nel 1990, Mario Vargas Llosa, scrittore di fama internazionale, deciso a portare il Perù sulla strada della modernizzazione, che per lui coincideva con un’impostazione di tipo liberale.
Tali riforme sembravano del tutto necessarie per rivitalizzare l’incerta democrazia peruviana, indebolita da dieci anni di fallimenti governativi: nel quinquennio 1980-1985, la presidenza Belaunde, supportata da Unión popular e dal Partido social cristiano, non aveva saputo portare avanti delle riforme decisive per lo sviluppo del Paese, mentre nel quinquennio successivo il governo aprista di Alán García era naufragato sugli scogli di una gestione саtastrofica dell’economia e di una corruzione di dimensioni scandalose. A tale difficile situazione politico-еconomica si aggiungeva poi l’attacco portato allo Stato da Sendero luminoso, раdrone di una parte del territorio nazionale.
Vargas Llosa, un personaggio al di fuori della politica tradizionale peruviana, ebbe però il torto di presentare fin troppo chiaramente nei suoi programmi quelle che sarebbero state le soluzioni politiche che avrebbe adottato una volta eletto: naturalmente si trattava di riforme che avrebbero ridimensionato il peso dell’economia pubblica e che avrebbero avuto dei rilevanti costi sociali (2).
Per molti mesi Vargas Llosa poté pensare che sarebbe diventato senza oppоsizioni presidente, quando apparve sulla scena il carneade Fujimori. La sua campagna elettorale fu improntata al più smaccato populismo, senza alcuna chiarezza sui programmi.
Ma si trattava di un personaggio ancor più nuovo di Vargas Llosa, che dal canto suo fu penalizzato anche dall’appoggio esplicito di diversi partiti tradizionali, e che per di più non prometteva sacrifici.
Una volta eletto Fujimori, il quale non aveva alle spalle un grande partito e non poteva quindi contare su un significativo appoggio parlamentare (il suo movimento, Cambio 90. non ebbe molti deputati nelle elezioni del 1990) applicò naturalmente delle politiche di austerità in contraddizione con le promesse elettorali, ma slegate (una volta di più!) da un organico processo di riforme.
Si può discutere a lungo sulla premeditazione o meno del golpe dell’aprile 1992 da parte di Fujimori: le conseguenze per l’analisi delle due diverse ipotesi sono quelle cui abbiamo accennato in precedenza.
Ciò che più ci preme sottolineare è реrò che molti dei partiti del dissolto Parlamento commisero certamente un errore quando decisero di non presentarsi alle elezioni del Congreso constituyente democrático del novembre 1992, permettendo così al dittatore di riconvertirsi in presidente legittimo con una maggioranza assoluta di seggi a favore della sua formazione politica.
Fujimori potè quindi far approvare, tramite un referendum popolare svoltosi nell’ottobre 1993, una nuova Costituzione confacente ai suoi interessi, che prevedeva tra l’altro la possibilità della rielezione immediata del presidente.
Ma questi errori delle opposizioni non bastano però a spiegare perché oggi Fujimori sia in testa nei sondaggi pre-elettorali e che un peruviano su due sia disposto a votarlo nel mese di aprile.
Il principale fattore esplicativo è la percezione, da parte dell’opinione pubblica, che la battaglia contro Sendero luminoso sia stata vinta.
Per dare un’idea di cosa abbia rappresentato per il Perù il conflitto armato con la guerriglia, basti pensare che dal 1980 esso ha provocato, secondo dati dell’Instituto constitución y sociedad, più di 27 mila morti e danni materiali valutati in 20 miliardi di dollari, cui naturalmente vanno aggiunti i danni derivati dal mancato sviluppо dell’economia dovuto allo sforzo antiterrorista (3).
La vita stessa del Paese è stata completamente sconvolta da questo conflitto: non solo alcune regioni, come quella di Ayacucho, culla del senderismo, erano sotto il controllo pratico della guerriglia, ma nella stessa Lima la presenza di Sendero aveva raggiunto una tale forza che l’organizzazione diretta da Abimael Guzmán era stata in grado, ancora nel 1992, di paralizzare la vita della capitale per diversi mesi con la proclamazione dello sciopero armato.
La cattura di Guzmán è avvenuta il 12 settembre 1992: tale avvenimento ha un’importanza fondamentale nella lotta contro Sendero, dato il verticismo del l’organizzazione e il potere assoluto da questi (conosciuto dai militanti come il Presidente Gonzalo, quarta spada del comunismo, legittimo successore dell’eredità di Mao) esercitato su di essa.
Da quel momento i metodi forti usati dall’Esercito contro Sendero e il Mita (Movimiento revolucionario Tupас Аmaru) hanno causato un notevole indebolimento della guerriglia: circa 12 mila guerriglieri sono stati catturati, altri 3500 hanno consegnato le armi beneficando della ley de arrepentimiento promulgata dal governo.
Il terrorismo non è stato completamente sconfitto e nonostante l’atteggiamento cooperativo assunto da Guzmán, che dal carcere di Base Naval lancia appelli chiedendo la resa ai suoi seguaci, alcune frazioni di terroristi, raggruppate sotto la leadership di Oscar Ramirez Durand, continuano a essere attive nella regione di Ayacucho: ma è senz’altro vero che Sendero non ha più la stessa caраcità operativa del passato.
Tale cambiamento è palpabile soprattutto nella capitale, dove la vita ha recuperato la normalità smarrita.
Non bisogna quindi stupirsi che la Grande Lima, che raccoglie ormai più del 60 per cento della popolazione peruviana, appaia oggi come un chiaro feudo fujimoriano.
Se ai progressi nella lotta antiterrorista aggiungiamo che il presidente ha astutamente concentrato nella prima parte del suo mandato le misure più antipopolari per il risanamento dell’economia, riservandosi per quest’ultimo anno pre-elettorale un approccio populista, che lo vede impegnato in continue inaugurazioni di opere pubbliche di vario tipo, possiamo capire dove abbia le sue radici il consenso per Fujimori.
L’economia sta mostrando solo qualche timido miglioramento (controllo dell’inflazione) e la situazione resta critica, ma il peruviano medio percepisce comunque dei cambi positivi, che può facilmente paragonare con il continuo deterioramento delle proprie condizioni di vita nella tappa democratica.
In questo contesto è sceso in campo Pérez de Cuellar, mosso, a suo dire, dall’eccessivo autoritarismo del regime e dalla critica al presidenzialismo di Fujimori plasmato nella nuova Costituzione. Pérez de Cuellar pensa che non ci siano alternative alla politica economica di
Fujimori, ma considera smaccatamente elettoralista la politica sociale del governo, che avrebbe dovuto essere avviata molto prima come una parte organica dell’insieme della politica economica (non dimentichiamo che il 50 per cento dei peruviani vive al di sotto della soglia della povertà). Un altro punto debole di Fujimori è, secondo il suo avversario, l’eccessivo centralismo della sua politica, che non fa che accentuare l’esagerato peso di Lima nella vita del Perù, rinforzando il circolo vizioso costituito dall’attrazione che la capitale esercita sulla popolazioni provinciali (4).
La candidatura di Pérez de Cuellar é naturalmente ben accettata dagli osservatori internazionali, ma oggi come oggi sembra difficile che possa imporsi nelle elezioni di aprile: le ragioni della forza di Fujimori sono quelle già illustrate, che trovano le loro radici profonde in quelle costanti della storia peruviana (debolezza dei partiti politici, preminenza delle Forze Armate dell’autoritarismo, disposizione del Paese a convivere con l’illegalità) cui abbiamo accennato.
In questo contesto il feuilleton che vede come protagonisti Fujimori e sua moglie Susana Higuchi, divenuta suo avversario politico alla testa del movimento Armonía – Siglo XXI, non sembra avere effetti devastanti sulla popolarità del presidente, che d’altra parte può essere spinta ulteriormente verso l’alto dall’ondata di nazionalismo provocata dal conflitto con l’Ecuador.
La candidatura di Pérez de Cuellar è poi indebolita dal suo stesso profilo, un diplomatico prestigioso percepito come qualcuno lontano dalla realtà del Pаеse, nonostante l’abbia percorso in lungo e in largo nei mesi che hanno preceduto l’annuncio della sua candidatura.
Come e più di Vargas Llosa cinque anni fa, Pérez de Cuellar corre il rischio di essere interpretato come un candidato venuto da fuori e, malgrado abbia esplicitamente rifiutato l’appoggio dei partiti tradizionali, di essere etichettato come espressione della vecchia classe politica, che sappiamo così impopolare.
Alla luce di tutti questi fattori esplicativi l’apparente anomalia della popolarità di Fujimori viene ridimensionata: in realtà il Perù rappresenta un esempio lampante delle difficoltà sperimentate dalla democrazia di tipo occidentale nei paesi in via di sviluppo.
Il dibattito sull’adeguatezza di questo sistema a tali realtà è, peraltro, uno dei più appassionanti cui oggi si devono confrontare tanto i politologi quanto i pоlicy-makers, date le straordinarie conseguenze che esso ha sullo sviluppo degli scenari strategici internazionali e sulle relazioni Nord-Sud.
Note
(1) Sull’economia informale in Perù vedasi: Rostros de la informalidad, Instituto de desarrollo del sector informal,
Lima 1992.
(2) Per approfondire la posizione di
Vargas Llosa si può fare riferimento all’opera del figlio Alvaro: La contenta
barbarie, Editorial Planeta, Barcelona
1993.
(3) Per approfondire la conoscenza di
Sendero luminoso sono disponibili numerose pubblicazioni.
Possiamo citare: D. Kruijt, Entre Sendero y los militares. Alfonso Aguilar, Lima
1991.
G. Gorriti, Sendero: Historia de la guerra milenaria del Perù. Apoyo, Lima
1990.
AA. VV., Shining Path of Peru. St. Martin’s Press, New York 1992.
(4) cfr. l’intervista a Javier Pérez de Cuellar pubblicata su El Pais di giovedì 8 settembre 1994.
