Il conflitto tra Perù e Ecuador nel quadro delle controversie territoriali in America Latina

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L’obiettivo di questo articolo non è tanto quello di illustrare nei dettagli la breve guerra che per quaranta giorni, tra la fine di gennaio ed i primi di marzo di quest’anno, ha messo di fronte il Perù e l’Ecuador nel territorio della cosiddetta cordigliera del Condor, quanto quello di inserire tale conflitto nel contesto delle relazioni internazionali nel subcontinente latino-americano, e in particolare della problematica legata ai conflitti di frontiera.

Questo tipo di controversie è infatti quello che ha provocato la pratica totalità dei conflitti che si sono verificati tra le repubbliche latino-americane dal momento della loro indipendenza. Facciamo dapprima il punto sul conflitto tra Perù e Ecuador per ampliare successivamente la portata del nostro discorso.

La rivalità tra i due paesi derivante da controversie sulla delimitazione della frontiera comune è di vecchia data: essa si è prodotta praticamente sin dai tempi dell’indipendenza, ed è dovuta al fatto che Perù e Ecuador hanno ereditato. come del resto le altre repubbliche, le preesistenti delimitazioni dei diversi virreinatos dell’impero spagnolo, che si trasformarono quindi da frontiere amministrative a frontiere internazionali.

E qui, come altrove, tali delimitazioni non erano state definite con chiarezza in regioni pressoché inaccessibili, la cui conoscenza era rimasta molto imprecisa sin dai tempi della colonizzazione spagnola.

In questo caso la controversia si situa nella zona della cosiddetta cordigliera del Condor, nella quale per un tratto di 78 kmq. la frontiera non è definita ed esiste quindi un territorio di 340 kmq che entrambi i paesi considerano proprio.

Il primo conflitto tra Perù e Ecuador in questa zona si era prodotto tra il 1858 e il 1861. La pace di Mapasingue che vi aveva fatto seguito non chiuse però la questione, e fu richiesta la mediazione del re di Spagna. La sua sentenza arbitrale non fu però accettata dall’Ecuador. La controversia rimase quindi aperta, per sfociare in conflitto nel 1941.

La guerra terminò con una severa sconfitta per l’Ecuador, che dovette accettare una perdita territoriale di 174 mila kmq, cioè di un 40 per cento della sua superficie complessiva.

In situazione d’inferiorità l’Ecuador dovette accettare l’anno successivo le condizioni imposte nel Protocollo di Rio, che defini le frontiere stabilite dalla guerra, fatta eccezione per i 78 km. cui
abbiamo già accennato, dato che non era disponibile una cartografia attendibile della zona.

l Protocollo ebbe la forma di un trattato tra i due paesi, firmato con la garanzia di quattro potenze: Argentina, Brasile, Cile e Stati Uniti d’America. Tale formula avrà le sue conseguenze anche nella soluzione del conflitto attuale.

Nel 1960 l’Ecuador denunciò formalmente il Protocollo, che considerava impossibile da applicare, e da allora il contenzioso si è trascinato tra scaramucce fino a oggi, con un conflitto di più ampie dimensioni nel 1981.

Lo scontro di quest’anno è stato però il più grave dalla guerra del 1941.

Bisogna sottolineare il fatto che l’Ecuador non si limita a rivendicare il territorio attualmente conteso, ma continua ad avere pretese su tutta la zona persa nel 1941: quindi su tutto il territorio a ovest del fiume Marañón, in piena foresta amazzonica.

Mantenere vivo il conflitto con il Perù nella zona del Condor significa quindi mantenere aperta la possibilità di riconquistare la propria porzione di foresta amazzonica, dalla quale l’Ecuador è stato estromesso.

Questo fatto spiega in parte che in Ecuador si sia seguita tutta la vicenda con maggior fervore che in Perù (ma non porta certo ad attribuire a Quito le responsabilità della guerra, di pressoché impossibile assegnazione).

Ma perché il Protocollo di Rio non definì un tracciato chiaro della frontiera in questa regione, lasciando quindi aperta una controversia pericolosa?

Il problema è legato alla scarsa conoscenza della regione, impervia e abitata quasi solo da tribù di indios (shuar, achuara e aguarunas). La delimitazione definita nel Protocollo aveva preso come punto di riferimento un presunto corso dei fiumi Zamora e Santiago che non corrispondeva alla realtà, mentre la presenza di un altro fiume di cui si ignorava l’esistenza, il Cenepa, veniva a complicare ulteriormente la delimitazione dei confini.

La valle del fiume Cenepa, considerata da entrambe le parti territorio nazionale, è il luogo dove si sono svolti i combattimenti.

Si è parlato di presunte ricchezze minerali nella zona, in particolare della presenza di importanti giacimenti auriferi. Ma non esistono informazioni realmente attendibili su questo punto, e in ogni caso lo sfruttamento eventuale di tali risorse richiederebbe degli investimenti ingenti dalla dubbia reddittività: in realtà alle radici della controversia non ci sono delle motivazioni economiche, ma piuttosto delle considerazioni di tipo nazionalistico, che trovano nella controversia territoriale una possibilità di sfogo.

La crisi è stata gestita, dopo un tentativo di intervento del segretario generale dell’Organizzazione degli stati americani (Oea) César Gaviria, dalle potenze garanti del Protocollo di Rio: i negoziati si sono svolti dapprima a Brasilia e dopo la mancata accettazione da parte dell’Ecuador di una prima proposta di accordo sono sfociate nella pace dell’Itamaraty (17 febbraio).

Tale patto, che prevedeva un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe in territorio non in conflitto in presenza di osservatori internazionali, non è stato rispettato dalle parti. Successivamente è stato raggiunto un altro accordo, di natura simile, firmato a Montevideo il 1° marzo, in occasione della cerimonia di assunzione della presidenza della Repubblicaа dell’Uruguay da parte di Sanguinetti, alla quale hanno partecipato tanto il capo di stato peruviano Fujimori quanto il presidente dell’Ecuador Durán Bailén.

Questo accordo è attualmente in fase di applicazione: dobbiamo sottolineare il fatto che apparentemente gli scontri sono questa volta davvero cessati e che la fase bellica della controversia sembra essersi arrestata.

Il bilancio in termini di vite umane varia, secondo le fonti. da 100 a 300. Ingente lo sperpero di risorse economiche, se pensiamo che il costo di un giorno di guerra sarebbe stato, secondo alcune stime, di circa dieci milioni di dollari per il solo Perù, e che tali spese sono state effettuate da economie in netta difficoltà.

Ma al di là della controversia territoriale, quali sono stati i fattori che hanno portato alla escalation del conflitto, giudicato dalla comunità internazionale un’assurdità?

In primo luogo dobbiamo chiarire che è praticamente impossibile attribuire delle responsabilità sull’inizio delle ostilità a uno dei due paesi in particolare: non esistono prove al riguardo, e difficilmente potrà mai essere fatta piena luce su questo punto.

In assenza di osservatori internazionali e di qualsiasi tipo di testimonianza non di parte, l’unica fonte di informazione esistente sono le accuse contrapposte di sconfinamento mosse sia dall’una sia dall’altra parte: essendo perdipiù la zona di difficile accesso risulta arduo uscire dal gioco delle propagande contrapposte, oggettivamente di poca utilità per l’analisi.

L’ipotesi che ci sembra più corretta è la seguente: più che da una responsabilità chiara di uno dei due paesi il conflitto è stato provocato dalla coincidenza di movimenti militari di entrambe le parti nella zona rivendicata nei giorni dell’anniversario della firma del Protocollo (29 gennaio 1942).

Le autorità militari dei due paesi hanno probabilmente elevato il tono della contesa, anziché assumere l’atteggiamento contrario. La dinamica in cui ci si è trovati è stata quindi quella della
guerra (non ufficialmente dichiarata), anche se le cause oggettive che la giustificavano non erano in quest’occasione più pregnanti che in passato. Più che di motivazioni particolari possiamo parlare di condizioni che hanno favorito questo sviluppo della situazione.

Abbiamo già accennato all’aleatorietà delle motivazioni economiche. Il quadro di fondo nel quale si inserisce il conflitto è caratterizzato piuttosto da motivi di politica interna.

La prossimità delle elezioni presidenziali del 9 aprile può avere in certa misura influenzato gli atteggiamenti del governo peruviano, date le strette relazioni di quest’ultimo con le forze armate.

Se il conflitto non è stato provocato per questo motivo, di certo è stato usato per fini propagandistici.

Come già sottolineavamo nell’articolo sul Perù pubblicato nello scorso numero della rivista, può non essere estraneo allo sviluppo bellico da parte peruviana il ridimensionamento del pericolo interno causato da Sendero Luminoso: per la prima volta dopo molti anni l’esercito peruviano è stato in grado di mobilitare forze ingenti e truppe di élite in un conflitto esterno. Eccoci quindi in presenza di un’altra delle condizioni che possono avere favorito la escalation del conflitto.

Per quanto riguarda l’Ecuador, il presidente Sixto Durán Bailén era al nadir della sua popolarità prima del conflitto e l’ondata di fervore nazionalistico provocata dalla guerra, molto più accentuata a Quito che a Lima, ha giocato a suo favore nel quadro degli equilibri politici interni. Anche se l’interessato ha negato più volte di essere in una posizione difficile di fronte all’esercito, è probabile che lo sviluppo della crisi abbia portato dei dividendi sia alla sua immagine sia alle forze armate, una istituzione-chiave nel sistema politico ecuadoriano.

Il motivo per il quale la guerra è stata vissuta con molta più partecipazione in Ecuador che in Perù è legato alle radici storiche del conflitto: il Perù è il nemico per antonomasia dell’Ecuador dai tempi della guerra del 1941 e della relativa amputazione territoriale.

Il Perù considera invece suo principale nemico il Cile, che a sua volta conquistò nella guerra del Pacifico significative parti di territorio peruviano. La controversia con l’Ecuador ha quindi per il Perù un’importanza minore e fa meno parte dei valori collettivi nazionali.

La situazione attuale del conflitto è quella più logica: le ostilità sono cessate (militarmente nessuna delle due parti, nonostante la superiorità peruviana, aveva la possibilità di raggiungere la vittoria totale) e l’accordo raggiunto tra le parti nel quadro degli strumenti giuridici previsti dal Protocollo di Rio è la premessa per un negoziato approfondito che, in presenza di osservatori internazionali, permetta di giungere a un regolamento definitivo della controversia.

È da sottolinearsi come in questa circostanza la diplomazia interamericana abbia dato buoni risultati e il conflitto si sia potuto ricomporre nel quadro delle strutture previste dal trattato del 1941, senza intervento diretto delle Nazioni Unite.

Come dicevamo all’inizio del nostro articolo, il conflitto della cordigliera del Condor si inserisce in una tradizione bellica latino-americana motivata essenzialmente da controversie sulla delimitazione delle frontiere.

Le contrapposizioni di tipo ideologico-politico hanno avuto scarso peso nei contrasti tra le repubbliche latinoamericane, che d’altro canto sono rimaste sostanzialmente estranee alle grandi guerre mondiali del XX secolo: quasi sempre sono state le controversie su porzioni di territorio che hanno motivato delle guerre interamericane, che però nel loro complesso hanno avuto delle conseguenze infinitamente minori, in termini di perdite umane e materiali, rispetto a quanto successo ad esempio in Europa nel periodo dal 1820 a oggi (cioè dai tempi dell’indipendenza delle repubbliche).

Come già accennato in precedenza, i numerosi contenziosi territoriali sono originati dal fatto che, una volta tramontata l’utopia bolivariana di un’unica patria latino-americana, nacquero degli stati che ereditarono le frontiere amministrative preesistenti, che molto spesso non erano chiaramente definite a causa della mancanza di informazioni geografiche precise che si univano alla mancanza di interesse da parte delle autorità provinciali (perché delimitare precisamente porzioni di territorio inaccessibili che in fondo appartenevano alla stessa entità statale?).

Le repubbliche latino-americane nascono quasi tutte nello stesso periodo e sulla base di processi simili: non esiste una diversificazione forte alla radice dei nazionalismi latino-americani.

Le controversie territoriali costituiscono quindi l’asse portante attorno al quale si strutturano i particolarismi nazionali in America Latina.

L’enfatizzazione del concetto di territorio «virtuale», coincidente quindi con le pretese nazionali, è divenuta la regola, è passato a far parte dei valori collettivi nazionali ed è stata la causa di numerosi conflitti.

Limitiamoci a ricordare alcuni di questi confronti bellici: il più importante fu forse la guerra del Pacifico del 1883, grazie alla quale il Cile si impossessò della provincia peruviana di Tarapaca e
della regione costiera boliviana di Antofagasta, privando così da allora la Bolivia di un accesso all’Oceano. Nel XX secolo ricordiamo la guerra del Chaco tra la Bolivia e il Paraguay, il conflitto di Tacna-Arica tra il Cile e il Perù, il conflitto di Leticia tra il Perù e la Colombia, naturalmente la guerra del 1941 tra il Perù e l’Ecuador, la guerra del 1969 scoppiata tra El Salvador e l’Honduras.

Attualmente circa metà del tracciato delle frontiere latino-americane è il risultato di una guerra o di un accordo tra ineguali; rimangono aperti contenziosi su circa tremila km. di frontiera (7 per
cento del totale) e su circa 600 mila kmq. di territorio (3 per cento del totale).

Alcune controversie sono state risolte pacificamente: ricordiamo il contenzioso tra Cile e Argentina sulla laguna del Desierto, territorio patagonico che nel 1994 passò all’Argentina per accordo mutuo e quello relativo al canale di Reagle, risolta nel 1978 con mediazione papale.

Una sentenza del settembre 1992 della Corte internazionale di giustizia ha роsto fine alla controversia tra Honduras e El Salvador, che aveva causato la guerra del 1969 (la guerra cosiddetta del «pallone»).

Parecchi contenziosi sono ancora aperti:

  • – Colombia e Venezuela sono in disaccordo sulla delimitazione delle rispettive acque territoriali nel golfo di Maracaibo, ricco di petrolio, anche se una commissione bilaterale è stata formata nel 1990 per dirimere la questione;
    – la Bolivia non ha mai accettato la perdita del suo accesso al Pacifico e rivendica i territori persi nella guerra del 1883: le relazioni tra Perù e Cile sono migliorate, ma rimane aperto il contenzioso della provincia di Tarapaca;
    – il Guatemala, che ha riconosciuto solo nel 1990 l’indipendenza del vicino Belize, ne rivendica ampie parti di territorio;
    – tra Argentina e Paraguay vi è una frontiera irregolare, quella delimitata dal fiume Pilcomayo;
    – Guyana francese e Suriname sono in litigio per cinquemila kmq attorno al fiume Maroní;
    – tra Suriname e Guyana vi è un conflitto di attribuzione su 15 mila kmq di foresta tropicale; altri 130 mila kmq sono oggetto di disputa tra la stessa Guyana e il Venezuela;
    – il Nicaragua rivendica l’arcipelago caraibico di San Andrés, oggi colombiano.

Vi sono quindi ancora parecchie questioni aperte: quali possibilità ci sono che tali situazioni possano sfociare in conflitti aperti? Nella maggior parte dei casi sono piuttosto scarse, dato che gli interessi economici in gioco sono relativi.

Bisogna poi considerare che se in passato la diplomazia multilaterale interamericana non ha ottenuto sempre risultati brillanti nella soluzione delle controversie internazionali, l’aria che si respira attualmente nel subcontinente è quella dell’integrazione economica quale cammino per lo sviluppo piuttosto che quella del confronto: in questo contesto, e in presenza in tutti i paesi latino-americani di sistemi democratici, le dispute territoriali dovrebbero perdere gradatamente peso.

In tal senso il conflitto tra Perù e Ecuador avrebbe rappresentato un’eccezione: i due paesi sono democrazie e appartengono alla stessa organizzazione economica regionale, il Patto Andino e malgrado questo fatto sono arrivate alle armi.

Bisogna però sottolineare come questo processo di integrazione sia probabilmente il meno dinamico in America Latina (il Perù se ne era anche ritirato) e come sia la democrazia peruviana sia quella ecuadoriana siano caratterizzate da un notevole peso delle forze armate nella vita politica, che condiziona in buona misura i comportamenti presidenziali.

Se cerchiamo di stabilire in America Latina una correlazione tra lo scoppio di conflitti e la presenza nei paesi coinvolti di governi democraticamente eletti, non siamo in grado di trarne delle conclusioni significative.

Ma se invece cercassimo di stabilire tale correlazione tenendo conto del peso dell’esercito nella vita politica nazionale i risultati sarebbero assai più significativi.

Il ricorso alla guerra diviene in questo quadro più legato a obiettivi di politica interna che di politica estera e le gerarchie militari possono avere la tendenza a sottolineare il loro peso politico in un contesto del quale la diffusione della democrazia può far presagire un loro ridimensionamento.

L’importanza del concetto di territorio nazionale nella cultura collettiva delle nazioni latino-americane costituisce lo scenario di fondo che può favorire tali situazioni.

Nel caso del conflitto tra Perù e Ecuador, tali fattori hanno avuto senz’altro un loro ruolo.

In termini più generali possiamo però affermare che la guerra della cordigliera del Condor dovrebbe essere stata un’eccezione e che le controversie territoriali in America Latina troveranno una loro soluzione sempre più in un ambito negoziale.