Infine è successo: sembrava che questo momento non dovesse mai arrivare, ma la vittoria di Vicente Fox nelle elezioni presidenziali messicane del 2 luglio rappresenta una svolta epocale: il Partido Revolucionario Institucional (PRI) perde il potere per la prima volta dalla sua fondazione – settantuno anni fa! Pensateci, la stragrande maggioranza dei messicani, un popolo demograficamente giovane, ha vissuto sempre con il PRI al potere.
Dopo settantuno anni e quindici successivi presidenti, il Pri deve passare la mano. Certo, era nella logica delle cose che ciò alla fine avvenisse, ma molti messicani non erano per niente sicuri di riuscire a vederlo con i propri occhi. In realtà, il potere monolitico del PRI aveva già cominciato a erodersi: fino ai tempi della presidenza di Miguel de la Madrid (1982-88), il PRI ha avuto nelle sue mani una specie di potere assoluto, esercitando un controllo verticale su tutte le espressioni della vita politica, economica e sociale, configurandosi nella pratica come un “quasi partito unico”. L’opposizione si riduceva al Partido de Acción Nacional (PAN), che rappresentava gli interessi imprenditoriali, pur senza riuscire a scalfire la struttura di potere del PRI.
Sino ad allora le elezioni, tanto le presidenziali come le legislative e amministrative, non davano adito ad alcuna suspense. Il candidato del PRI poteva contare a priori sulla vittoria, assicurata dalla potentissima macchina elettorale priista, in grado di sbriciolare ogni tentativo di resistenza.
Il PRI controllava perfettamente ogni lembo di territorio messicano, e tale controllo era ancora più serrato nelle zone rurali. Ma anche nelle città, solo pensare a una sconfitta del PRI era fantascientifico: il partito, erede della gloriosa rivoluzione d’inizio secolo, incarnava l’insieme dei valori costitutivi della nazione messicana, e una sua sconfitta era impensabile.
Si è parlato spesso del modello messicano come di una “dittatura perfetta”: in realtà non è corretto parlare di dittatura, dato che la legittimazione del potere del PRI, partito-stato, non si basava solo sul controllo della macchina elettorale. Il PRi non vinceva solo a causa dei brogli, che avevano semmai la funzione di far sembrare schiaccianti e inevitabili delle vittorie che sarebbero state acquisite comunque. In realtà la politica del PRI, partito ideologicamente di sinistra, fondava il suo potere su dogmi che seppe trasformare in verità nazionali: laicismo (separazione assoluta tra Stato e Chiesa), nazionalismo (con particolare enfasi sull’autonomia rispetto agli Stati Uniti), statalismo, agrarismo (permanente distribuzione di terre), sindacalismo (di tipo verticale e identificato col partito).
La combinazione di questi fattori riuscì a soddisfare per molto tempo le esigenze della società: il PRI non è mai divenuto una dittatura in senso stretto per ché il partito era riuscito a inglobare in sé lo stato e la società; e quest’ultima non poteva non riaffermare periodicamente, in occasione delle elezioni, la propria approvazione di tale modello.
Tale sistema non ebbe mai bisogno di mostrarsi particolarmente autoritario: salvo poche eccezioni, come la rivolta studentesca del 1968 che portò alla strage di Tlatelolco, il PRI non usò metodi repressivi. Il controllo del partito era a monte, sulla società stessa.
Inoltre, riprendendo la suggestiva lettura di Vargas Llosa, la “dittatura perfetta” non degenerava perché ogni sei anni immolava il suo dittatore: il presidente della repubblica esercitava un potere assoluto, per sei anni, sul paese e sul partito, e le sue prerogative comprendevano anche la scelta, insindacabile, del successore (il famoso dedazo). Ma l’ex presidente abbandonava poi la vita pubblica, trasformandosi in un intoccabile monumento nazionale privo ormai di qualsiasi influenza. In questo modo si è sempre evitato che il sistema
s’incancrenisse, tramite un eccessivo prolungamento del potere personale, che invece si diluiva nel partito.
Durante il mandato presidenziale di De la Madrid, la crisi del debito estero impone per la prima volta seri vincoli sulle finanze pubbliche, perno del sistema. Emerge nel PRI una nuova generazione di “tecnocrati”, formati negli Usa, decisi a modernizzare il Messico somministrandogli una cura di liberalismo.
Nel 1988, l’elezione di Carlos Salinas de Gortari viene per la prima volta contesa da un avversario con possibilità di vittoria: Cuauthémoc Cárdenas, figlio dell’ex presidente Lázaro Cárdenas, uno dei fondatori del partito. Egli stesso ex priista, Cárdenas aveva fondato un proprio partito, il Partido de la Revolución Democrática (PRD), che proponeva una opposizione al PRI non da destra ma da sinistra, pretendendo di rappresentare i valori autentici della rivoluzione messicana.
La vittoria di Salinas de Gortari, di stretta misura, diviene probabilmente possibile solo grazie a un black-out di alcune ore del sistema informatico elettorale, al termine del quale la tendenza
a favore di Cárdenas si trasforma sorprendentemente in sconfitta.
Nello stesso periodo, il PRI comincia a perdere il controllo di alcuni stati, approfittò sia del PAN sia del PRD.
Il mandato di Salinas porta novità straordinarie (ALCA, fine della distribuzione di terre, concordato con il Vaticano, rottura con il sindacato unico). Il Messico del 1994 non era più lo stesso del 1988.
Anziché passare alla storia come l’artefice del cambio messicano, Salinas lascia la presidenza soffocato dai misteriosi intrecci legati al vorticoso circolo di corruzione che circonda il suo entourage (omicidi Posadas, Colosio e Ruiz Massieu): Salinas non aveva saputo (o voluto) mettere le mani sul partito, e questo suo limite gli si ritorce contro.
Ernesto Zedillo Ponce de León, presidente per caso, assume il potere il giorno in cui scoppia la rivolta in Chiapas e crolla il peso messicano (effetto-tequila): gli auspici non potevano essere peggiori. E invece il grigio economista, la cui vittoria elettorale era stata più tranquilla del previsto, porta avanti con decisione riforme che completano l’opera modernizzatrice di Salinas: i risultati economici messicani sono brillanti, il paese supera i pregiudizi del passato e completa la sua perestrojka.
Zedillo compie poi scelte fondamentali nei riguardi del partito. Sparisce il dedazo: il candidato presidenziale per il 2000, Francisco Labastida è il vincitore delle prime primarie interne della storia del partito.
Si rompono i lacci del governo con l’Instituto Federal Electoral (IFE), che finalmente diviene un organo davvero indipendente: le elezioni del 1997 (legislative e per la carica di governatore del Distretto federale) risultano impeccabili, e il PRi perde posizioni significative. Pur rimanendo il primo partito, per la prima volta perde la maggioranza assoluta alla Camera; Cuauthémoc Cárdenas ottiene una affermazione netta nel Distretto federale.
Le elezioni del 1997 dimostrano che il Messico sta divenendo multipartitico, con tre formazioni dominanti: PRI, PAN e PRD.
Da allora, la possibilità di un’alternanza, anche a livello della Presidenza della Repubblica, diviene reale.
Sembrava però che la union sacrée dell’opposizione fosse necessaria per sbancare il PRi nelle elezioni di quest’anno.
Ma il matrimonio “contro-natura” tra PAN e PRD dura pochi mesi, naufragando sulla questione più spinosa: il nome del candidato. Né Fox né Cárdenas sono disposti a rinunciare, e non si riesce a trovare un accordo nemmeno sulle norme di scelta del candidato unico.
Tuttavia, una parte del PRD (legata all’influente Porfirio Muñoz Ledo, rivale interno di Cárdenas) accetta di sostenere Fox e abbandona il partito. Gli intellettuali messicani, in prevalenza legati al PRD, si spaccano, ma l’appoggio a Fox aumenta anche in questo collettivo: al di là delle differenze ideologiche, quello che conta è sconfiggere il PRI, per permettere al Messico di voltare definitivamente pagina.
I risultati elettorali confermeranno questa tendenza e il PRD otterrà un risultato assai magro: Fox vince la sua scommessa.
Chi è Vicente Fox Quesada? 58 anni, ex dirigente della Coca-Cola, dove entra come venditore per poi scalare tutti i gradini fino a raggiungere la presidenza della filiale messicana, lascia successivamente la multinazionale per dedicarsi al business familiare. Entra nel 1988 nel PAN, divenendo nel 1995 governatore dello Stato di Guanajuato. Uomo d’azienda e cattolico convinto, sostenitore della famiglia e contrario all’aborto, populista e verbalmente aggressivo, è l’esatto opposto rispetto alla falsariga del politico priista, ben rappresentato da Francisco Labastida.
Il PRI concentra la sua campagna proprio su queste caratteristiche di Fox, accusandolo di voler mettere in discussione tutte le conquiste della “rivoluzione messicana”, vendendo il paese alle multinazionali e privilegiando le posizioni della Chiesa cattolica.
La campagna si fa particolarmente aggressiva quando, negli ultimi mesi, il partito fa ricorso ai cosiddetti “dinosauri”, vecchi gerarchi contrari alla linea “tecnocratica” di Zedillo e profondamente critici nei suoi confronti, ma disposti a tutto pur di non perdere le ancora ragguardevoli quote di potere. Questo ritorno in forza del vecchio PRI può in fondo avere penalizzato Labastida, che pur essendo un uomo dell’apparato, era pur sempre il vincitore delle primarie, dove aveva sconfitto i candidati della linea più conservatrice, in primis Roberto Madrazo, e che si presentava come il simbolo del nuovo Pri, democratico e pluralista.
Probabilmente questo fatto ha spinto molti elettori di Cárdenas a sostenere Fox, convinti che un PRI nuovamente vincitore avrebbe fagocitato le ipotesi di cambio.
Francisco Labastida Ochoa, anche lui cinquantottenne, è, come detto, un uomo d’apparato del PRI. Ministro dell’Energia nel 1982, diviene nel 1987 governatore dello Stato di Sinaloa, dove subisce un attentato organizzato dai narcotrafficanti. Sembrava avere abbandonato la ribalta politica con la nomina ad ambasciatore in Portogallo: al ritorno da Lisbona ottiene un posto burocratico, per poi tornare alla ribalta con Zedillo, prima al ministero dell’Agricoltura e poi a quello, delicato, degli Interni, dove si deve occupare della questione aperta del Chiapas e della crescente influenza del narcotraffico.
Si propone come riformatore moderato e gode certamente della fiducia del presidente Zedillo, che sicuramente ha visto di buon occhio la sua vittoria nelle primarie.
Meno carismatico di Fox, perde chiaramente nel confronto diretto (per la prima volta in questa campagna elettorale è stato organizzato un dibattito televisivo tra i sei candidati alla presidenza). I risultati diranno che la sua immagine di un Prı dalla faccia pulita non ha tenuto rispetto alla volontà di cambio esistente nel paese.
Cuauthémoc Cárdenas, il vincitore virtuale del 1988 e da allora eterno sfidante del PRI, perde via via forza a causa della diaspora dei suoi votanti che “turandosi il naso”, sono andati alla ricerca del cosiddetto “voto utile”. Cárdenas non è aiutato dal relativo vecchiume del suo programma, per molti versi pre-1989 e poco ispirato ai valori della sinistra moderna. Nemmeno gli zapatisti gli hanno dato una grossa mano: certo hanno votato per lui, ma hanno seguito con distacco il processo elettorale (d’altro canto, il “subcomandante” Marcos è molto più influente nell’immaginario collettivo della sinistra europea che nella realtà messicana).
La sua gestione a capo del Distretto federale non è stata poi particolarmente incisiva, e non gli è servita come trampolino per la corsa presidenziale.
L’affermazione di Fox è alla fine più netta del previsto: ottiene 15.988.740 voti (42,52 per cento), rispetto ai 13.576.385 voti (36,10 per cento) per Labastida e ai 6.259.048 (1,64 per cento) per Cárdenas.
I margini di questi risultati sono tali da annacquare tutti i sospetti della vigilia sulla possibilità di eventuali brogli: in realtà l’elezione, alla quale per la prima volta hanno assistito anche degli osservatori internazionali, è stata limpida e regolare.
Il PAN diviene il primo partito alla Camera, con 224 seggi su 500 (+102), il PRI si ferma a 209 (-30), il PRD a 124 (-57). L’avanzata del Pan è impressionante, anche se i numeri non gli concedono la maggioranza assoluta.
A seguito delle elezioni parziali del Senato, il PRi perde la maggioranza assoluta di cui godeva ma rimane il primo partito, con 58 seggi su 128 (53 vanno al PAN e 17 al PRD).
Lo scossone politico è quindi davvero straordinario, ma quali scenari si aprono per la politica messicana? Nonostante le accuse rivoltegli e la sua volontà di “riformare quasi tutto”, Fox probabilmente non avrà la forza per modificare drasticamente il panorama messicano.
Tra l’altro, molte delle linee essenziali portate avanti da Salinas e Zedillo (apertura internazionale del paese, modernizzazione, fine dello statalismo) sono coerenti con il credo di Fox.
Le scelte strategiche fondamentali (NAFTA, di recente completato e bilanciato dall’accordo di libero scambio con l’Unione europea, che contribuisce a rendere il Messico uno dei mercati più aperti del mondo) non saranno messe in discussione ma rafforzate.
Fox cercherà piuttosto di mettere in cantina gli aspetti più ammuffiti del sistema-PRI, ma dovrà fare i conti con una probabile alleanza “revisionista” tra PRI e PRD che gli renderà la vita difficile.
Fox deve poi scontare una certa inesperienza: personaggio eterodosso rispetto ai canoni del suo stesso partito, ha personalizzato la campagna elettorale, ma non è chiaro di chi si circonderà; di fatto, ha contrattato dei cacciatori di teste per formare il suo governo (la cultura aziendale!).
In seno al Pri, divenuto ormai un “partito normale”, la caccia alle streghe è già cominciata: Zedillo, presidente atipico, cercherà probabilmente di difendere le sue scelte moderniste e di guidare il partito verso l’aggiornamento definitivo. Ma è apertamente contestato dai “dinosauri”, nostalgici del vecchio PRI, che dovranno però imparare a vivere lontani dal potere, qualcosa d’impensabile sino a poco tempo fa.
Il PRD probabilmente si avvicinerà al PRI e continuerà a fare la corte all’elettorato di sinistra, ma la necessità di un ammodernamento della linea politica e di un ampliamento del gruppo di vertice che affianchi nuovi leaders a Cárdenas, figura rispettata ma non più vincente, è ormai divenuta impellente.
Ultimamente si è molto parlato di crisi della democrazia in America Latina: gli sviluppi della situazione messicana costituiscono invece una notizia confortante. La dittatura perfetta è ormai divenuta una democrazia a tutti gli effetti. Il paese ha compiuto negli ultimi anni scelte difficili ma le ha sapute gestire con efficacia dopo un periodo di instabilità piuttosto lungo.
Rimane aperto il problema del deficit sociale, comune anche agli altri paesi dell’America Latina. Ma tale sfida non può che essere raccolta da un sistema in crescita economica, come appunto il Messico di questi anni. La strada maestra sembra tracciata.