La contestata rielezione di Fujimori in Perù

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Le vicissitudini che hanno portato alla seconda rielezione del presidente Alberto Fujimori in Perù hanno destato un grande interesse anche al di fuori dell’America Latina. Alcuni osservatori hanno visto nella discutibile vittoria del presidente uscente una conferma della
regressione democratica che sarebbe in atto nella regione.

Alcuni dati recenti sono, in effetti, inquietanti: in Ecuador un colpo di stato che ha affiancato parti dell’esercito е militanti indios è stato abortito, ma ha portato alla sostituzione (di dubbiosa legalità) del presidente Mahuad con il suo vice Noboa. In Venezuela il processo che ha portato al potere Chávez è stato generalmente interpretato come preoccupante in termini di democrazia: per una visione un po’ più articolata rimandiamo al nostro recente articolo sull’argomento (La riforma costituzionale in Venezuela: ritorno all’autoritarismo in America Latina?, in “Acque & Terre”, n. 1.2000), ma è chiaro che le speranze accese in un primo tempo da Chávez si stanno affievolendo e che egli, incapace di materializzare le promesse fatte, ha già perso in poco più d’un anno buona parte dell’enorme capitale di fiducia di cui aveva goduto nel corso del 1999. In Bolivia il presidente Banzer dichiara lo stato d’emergenza per soffocare delle sommosse popolari. In Colombia il processo di pace si contorce su se stesso senza che s’intravedano sbocchi concreti. E ora, in Perù, Fujimori ottiene, in elezioni messe in discussione non solo dall’opposizione ma anche da tutti gli osservatori internazionali, un terzo mandato cui non aveva probabilmente diritto se fosse stato rispettato lo spirito della Costituzione da lui stesso introdotta.

I cinque paesi che formano la Comunità Andina sono quindi tutti alle prese con problemi complessi e diversi tra loro ma che possono essere in ogni modo ricondotti a una matrice comune: il difficile consolidamento della democrazia in una regione del mondo nella quale la modernizzazione economica non riesce a produrre risultati tali da intaccare in maniera sufficiente il substrato di povertà e le diseguaglianze sociali che affliggono la maggior parte della popolazione.
Che tutto il percorso politico di Fujimori dimostri il suo carattere autoritario e opportunista è fuori discussione: nei suoi dieci anni alla presidenza del Perù (1990-2000) si sono alternate luci e ombre, ma la sua azione è stata improntata all’accentramento del potere nella sua persona e alla sistematica ricerca, all’interno della società peruviana, degli appoggi necessari per consolidare il suo controllo assoluto della situazione.
Nel nostro articolo del 1995 (Le contraddizioni apparenti della fragile democrazia peruviana, “Acque & Terre”,n. 1.1995), avevamo cercato di presentare le ragioni che spiegavano la sua netta vittoria di allora su Pérez de Cuellar, candidato appoggiato dall’opinione pubblica internazionale, travolto nelle precedenti presidenziali da un Fujimori inviso a molti (fuori dal
Perù). Esse andavano ricondotte essenzialmente a: 1) il successo riportato su Sendero Luminoso, la cui azione di guerriglia e terrorismo aveva avuto delle conseguenze disastrose per il paese, mettendo a repentaglio i fondamenti stessi della vita della popolazione peruviana; 2) l’assoluta mancanza di credibilità degli esponenti dei partiti tradizionali, che avevano portato il paese sull’orlo della bancarotta; 3) i buoni risultati economici seguiti al fujichoque immediatamente successivo alla sua elezione del 1990, abilmente accompagnati da una politica sociale di stampo populista – in cui Fujimori è maestro – che, anche se non intacca le radici della povertà che affligge una buona metà della popolazione peruviana, ha comunque un
grande impatto d’immagine nei confronti dei ceti più bisognosi.

Questo cocktail ha reso el chino (come è popolarmente conosciuto Fujimori in Perù, nonostante sia d’origine giapponese) un candidato imbattibile per diversi anni.

Questi risultati, apprezzati positivamente dalla maggioranza della popolazione peruviana, nonostante la diffidenza degli osservatori internazionali e degli esponenti dei partiti tradizionali, completamente emarginati nel decennio Fujimori, sono stati però accompagnati da pratiche dubbiose che non hanno fatto che aggravarsi nel corso del decennio.

In primo luogo, Fujimori – eletto a sorpresa al secondo turno delle elezioni del 1990 grazie all’appoggio di tutti i candidati dell’opposizione, il cui obiettivo era quello di sconfiggere il candidato maggioritario al primo turno, lo scrittore Vargas Llosa – non poteva contare al momento dell’elezione su un significativo appoggio parlamentare: il suo movimento, l’improvvisato Cambio 90 sorto per appoggiarlo alle elezioni, non aveva ottenuto che pochi seggi (in Perù le elezioni parlamentari coincidono con il primo turno delle presidenziali). Fujimori aveva quindi bisogno di trovare appoggi per governare nella maniera desiderata. Sarà l’esercito a fornirgli questi appoggi: tale scelta va letta alla luce della situazione del Perù dei primi anni Novanta, alle prese con una vera e propria guerra interna con Sendero Luminoso che metteva i militari in primo piano nella vita del paese.

Fujimori chiede al Parlamento poteri eccezionali per combattere il terrorismo; non li ottiene e scioglie le Camere assumendo il potere dittatoriale con l’appoggio delle forze armate: è il fujigolpe dell’aprile 1992. I partiti d’opposizione non si presentano alle successive elezioni per l’Assemblea costituente, nella quale il presidente-dittatore ha via libera per fare approvare una Costituzione, accentratrice e ultra-presidenzialista, di suo gradimento. Tale Costituzione è approvata mediante referendum popolare nell’ottobre 1993.

Nel frattempo, Sendero Luminoso è colpito a morte: a partire dalla cattura del líder máximo Abimael Guzmán (settembre 1992), il gruppo terrorista si sfalda e perde in poco tempo gran parte della sua forza. In Perù la vita ritorna alla normalita.

Il lato negativo della fine dell’emergenza senderista è il progressivo aumento del potere delle forze armate: protagoniste della sconfitta del terrorismo e alleate del presidente autoritario, divengono il vero pilastro dell’edificio fujimorista.

Attorno all’uomo-chiave di Fujimori, il consigliere presidenziale Vladimir Montesinos, responsabile del sempre più potente servizio di sicurezza interna (Servicio de Inteligencia Nacional, SIN), si crea una densa rete d’uomini e interessi economici legati a filo doppio a Montesinos e al presidente: i ventidue militari di più alto rango delle forze armate peruviane (otto generali di divisione e quattordici di brigata) sono tutti compagni di classe di Montesinos, diplomatisi all’Accademia militare di Chorrillos nel gennaio 1966. Per arrivare a questo risultato, è stata necessaria un’epurazione degli ufficiali non fedeli al presidente. Il risultato di tale processo sono delle forze armate totalmente identificate con il presidente, al cui interno le carriere sono in praticа bloccate: la cupola dovrebbe andare in pensione in blocco a fine 2000, ma già si sta preparando una modifica legislativa che prorogherebbe la situazione per altri cinque anni (guarda caso, i cinque anni del terzo mandato Fujimori).

In parallelo a questo processo d’asservimento delle cupole militari, Fujimori ha progressivamente allargato il raggio d’azione del Sin, che sotto l’attenta regia di Montesinos ha sviluppato una gran capacità d’intossicazione informativa e di distruzione sistematica degli avversari di Fujimori.

L’altro punto-chiave del potere di Fujimori è il controllo assoluto dei mezzi di comunicazione, ottenuto anche ricorrendo a metodi poco ortodossi, come pretestuose espropriazioni forzate: emblematico è stato il caso di Baruch Ivcher, proprietario di Canal 2 Frecuencia Latina, canale televisivo non particolarmente critico rispetto a Fujimori, ma divenuto il nemico pubblico numero uno a seguito della diffusione di denunce contro il SIN e Montesinos. Ivcher, israeliano naturalizzato peruviano, è stato espropriato e privato della cittadinanza.

Il risultato di tali metodi è l’inesistenza di voci discordanti nelle televisioni peruviane: i sei canali aperti esistenti nel paese non hanno accettato alcun tipo di pubblicità elettorale dell’opposizione, confinata su un solo canale via cаvo dalla diffusione assai ridotta.

Se a livello della stampa scritta non si è raggiunta una tale unanimità, lo squilibrio esistente in televisione è sufficiente per giustificare le denunce d’assoluta parzialità della campagna elettorale peruviana.

La Costituzione del 1992 è poi fortemente centralizzata: le attribuzioni dell’unica Camera sono molto ridotte, e la stessa figura del primo ministro è fortemente appiattita su quella del presidente, vero padrone della situazione. Nelle elezioni del 1995 Fujimori aveva per di più ottenuto una comoda maggioranza parlamentare, che gli ha permesso un’ampia libertà d’azione nel corso del suo secondo mandato.

La situazione si è ulteriormente deteriorata quando Fujimori ha deciso di puntare a una nuova rielezione: il primo responso del Tribunale costituzionale è negativo, ma per ovviare a tale contrattempo Fujimori destituisce tre giudici per sostituirli con tre fedeli. Il nuovo responso gli dà ragione, per cui la prospettiva della re-relección diviene reale: il ragionamento seguito, assai bizzarro, è che la prima elezione di Fujimori era stata ottenuta con un’altra Costituzione (da lui stesso violata!), per cui l’attuale rielezione sarebbe in realtà la prima secondo la Costituzione attuale.

Un’iniziativa di referendum popolare avente per obiettivo il rovesciamento di tale interpretazione è poi considerato illegittimo dalla stessa Corte, tagliando l’erba sotto i piedi dei sempre più numerosi critici del fujimorismo.

Questi sviluppi, associati a un forte rallentamento della crescita economica avvenuto nel 1998 e nel 1999, hanno alienato molte simpatie a Fujimori nel corso dell’ultimo biennio: per queste ragioni, e per la crescente usura di un metodo di governo eccessivamente autoritario che asfissia la società civile e che mette in discussione i fondamenti stessi della democrazia, pur rispettando i dettami della forma, la prospettiva di una sconfitta di Fujimori nelle elezioni di quest’anno si era fatta concreta.

Alcuni candidati d’opposizione avevano i numeri per ottenere un buon risultato: Alberto Andrade, sindaco di Lima e Luís Castañeda Lossio, che si è costruito un’ottima reputazione nel suo passaggio alla presidenza dell’IPSs, (Istituto peruviano di previdenza sociale). Ma l’incapacità dell’opposizione di unirsi attorno a un solo candidato e le sistematiche campagne di disinformazione di cui questi due candidati sono stati oggetto hanno ridotto al lumicino i loro consensi.

Negli ultimi mesi di campagna è però apparsa una candidatura che non aveva meritato l’attenzione dell’establishment: quella dell’economista Alejandro Toledo, che facendo campagna nel Perù profondo e senza contare sui mezzi d’informazione è riuscito sorprendentemente a coagulare attorno a sé la maggioranza dei consensi degli scontenti di Fujimori.

Toledo, economista pluri-diplomato (dottorato a Stanford, professore a Harvard), ha fatto presa sull’elettorato: le sue fattezze indiscutibilmente andine e il suo messaggio diretto e comprensibile hanno saputo smuovere una società peruviana non più disposta a sopportare a ogni costo il pugno duro della cupola al potere e desiderosa di cambiamenti concreti e profondi delle proprie condizioni di vita.

La T di trabajo è stata il motto della campagna di Toledo, che dice di se stesso: “sono l’esempio vivente di come la formazione può trasformare un uomo”.

A fronte di questa crescita imprevista dei consensi per Toledo, molti osservatori mettevano in dubbio che Fujimori potesse accettare una possibile sconfitta: la previsione unanime era che avrebbe cercato a tutti i costi un’affermazione al primo turno, per evitare la possibile concentrazione dei voti dell’opposizione su Toledo nel secondo turno.

La missione d’osservazione elettorale dell’OSA (Organizzazione degli stati americani), nonché della Fondazione Carter, di Transparencia e d’altre istituzioni internazionali hanno tutte dato fede delle gravi irregolarità del primo turno elettorale, svoltosi il 9 aprile: 1 milione 200 mila schede scrutate in più rispetto al numero dei votanti, gravi anomalie riscontrate nelle sezioni elettorali nelle quali non erano presenti osservatori internazionali o dell’opposizione, cancellazione della lista di Toledo (Perù Posible) in molte schede e così via.

La saga del conteggio dei voti del primo turno elettorale è durata vari giorni: alla fine i risultati officiali hanno visto Fujimori al 49,79 per cento dei vOti e Toledo al 40,31 per cento, numeri che hanno reso necessario il secondo turno.

L’impressione derivante dall’altalenarsi delle notizie provenienti da Lima nei giorni successivi al 9 aprile è quella di un conteggio viziato, effettuato da istituzioni elettorali succubi al presidente, che ha accarezzato fino all’ultimo l’idea di ottenere la vittoria al primo turno: il peso delle pressioni internazionali e delle oggettive anomalie messe in luce dagli osservatori e dall’opposizione ha però reso impossibile la proclamazione della vittoria di Fujimori già al primo turno.

In vista di questo secondo turno, la missione dell’OAs ha richiesto alle istituzioni elettorali una rapida correzione delle anomalie riscontrate, così come la garanzia di un’apertura di spazi televisivi al candidato oppositore.

A pochi giorni dal voto, Toledo ha richiesto un rinvio di venti giorni del secondo turno, previsto per il 28 maggio, al fine di permettere l’adozione delle misure necessarie per assicurare la trasparenza della tornata elettorale: l’OAS ha appoggiato la richiesta, respinta dalle autorità peruviane. Toledo ha allora annunciato il suo ritiro dal secondo turno, invitando i suoi elettori ad astenersi o ad annullare la scheda.

Preso poi atto dell’insufficienza delle misure adottate dalla JNE e dall’ONPE, le due istituzioni interessate, che all’ultimo momento hanno cambiato il programma usato per il conteggio anziché correggere gli errori esistenti nel programma usato al primo turno, la missione dell’OAs ha deciso anch’essa di ritirarsi, non sentendosi in grado di avallare il processo elettorale in corso.

Si è quindi votato il 28 maggio, con il nome di Toledo sulle schede nonostante questi avesse richiesto che fosse ritirato: la sua consegna agli elettori è stata l’astensione.

In questo quadro turbolento (elezioni senza opposizione e senza osservatori internazionali), Fujimori ha ottenuto il 51,2 per cento dei voti validi, Toledo il 17,68 per cento e il 29,93 per cento delle schede sono state annullate cоme richiesto da Toledo (il voto è obbligatorio in Perù e la sanzione è molto onerosa, il che impediva un massiccio boicottaggio delle urne, che comunque ha raggiunto il 19 per cento).

Fujimori è stato rieletto al termine d’un processo macchiato di molteplici irregolarità, ma la situazione reale è quella di un pareggio tecnico che apre la strada a una grande instabilità politica in Perù.
Toledo ha denunciato i risultati elettorali. Sostiene che la sua rinuncia fosse obbligata perché i brogli avrebbero in ogni caso (gli indizi ci sono) permesso a Fujimori di aggiudicarsi la vittoria, e
partecipare al secondo turno avrebbe legittimato tali brogli: risulta però difficile sostenere che Fujimori sia un presidente illegittimo. Il processo elettorale è stato senza dubbio irregolare e merita un giudizio negativo, ma Fujimori ha la forma dalla sua. Chi potrebbe ora esautorarlo? La pressione statunitense sull’OAs, avente per obiettivo l’imposizione di sanzioni al Perù, è stata mitigata in occasione della riunione ministeriale di Windsor (4 giugno) dall’opposizione esercitata da molti paesi latino-americani (in prima fila Messico, Brasile e Venezuela), contrari all’adozione di misure drastiche. Dietro l’angolo vi è il sospetto con cui molti governi latino-americani guardano all’uso del principio del rispetto democratico come forma d’ingerenza statunitense nelle questioni interne. I governi della regione avevano già espresso molte riserve nei confronti dell’azione della NATO in Kosovo e Jugoslavia adottata al di fuori del sistema delle Nazioni Unite, mostrando riluttanza ad accettare il principio dell’ingerenza umanitaria.

Al tempo stesso, l’esempio peruviano solleva preoccupazioni tra i paesi della regione anche perché non è un caso isolato ma si inserisce in un momento difficile dello sviluppo democratico in America Latina.

Il trade-off tra le due posizioni (ingerenza in nome della democrazia e rispetto della dimensione politica nazionale) è in ogni caso difficile, come del resto ben sappiamo in Europa (l’ambasciatore austriaco presso l’Oas ha affermato che l’Unione europea dovrebbe prendere esempio dalle decisioni adottate da tale organizzazione nel caso peruviano).

Se è prevedibile che Fujimori,che non è certo persona di molti scrupoli, si arroccherà sulle sue posizioni, è altrettanto vero che l’imprevedibile sviluppo della situazione peruviana apre scenari impensabili sino a qualche mese fa: Fujimori non dispone più d’una maggioranza parlamentare (ha solo cinquantadue deputati su centoventi) e l’opposizione pare finalmente essersi unita attorno a Toledo. Fujimori non potrà più governare nel modo cui era abituato, perché delle crepe si sono chiaramente aperte nell’edificio che sostiene il suo potere. Anche nelle forze armate sono apparse voci di dissenso, е anche in assenza di sanzioni esplicite, il Perù di Fujimori soffrirà di un crescente isolamento internazionale.

Sfocerà questa situazione su una caduta di Fujimori prima della fine del suo mandato? È difficile a dirsi. In questo momento l’opposizione, fuori gioco per dieci anni, è rientrata in campо con un ragionevole raggio d’azione: il suo successo, e il relativo indebolimento di Fujimori, dipenderanno molto dal suo operato, più che dalla pressione internazionale.

In passato, l’opposizione peruviana ha spesso sbagliato le sue mosse, sottovalutando l’intraprendenza e le risorse di Fujimori (in occasione del secondo turno del Novanta, dell’autogolpe del 1992, della scelta del candidato nel 1995, della tardiva unità nel 2000, forse persino nella rinuncia di Toledo il 28 maggio).

Riprendendo le conclusioni dell’articolo, già citato, del 1995, possiamo concludere che una volta di più la democrazia deve fare i conti, in America Latina, con le specificità politiche e sociali che caratterizzano la regione.

È però indubbio che, rispetto alla situazione di cinque anni fa, Fujimori ha ecceduto sul cammino dell’autoritarismo e che gli ultimi avvenimenti costituiscono un chiaro passo indietro per la democrazia peruviana.

Mentre nel Cono Sud (Argentina, Brasile, Uruguay e Cile) la democrazia può considerarsi ormai del tutto stabile, con l’eccezione del Paraguay, paese avente un livello di sviluppo paragonabile più ai suoi vicini andini che ai suoi soci nel MERCOSUR, nella regione andina i segnali pericolosi per la democrazia sono molteplici.

A nostro parere, questa constatazione non autorizza a parlare di possibile regressione della democrazia in America Latina: i risultati del processo di modernizzazione economica e democratizzazione politica iniziato negli anni Ottanta sono tangibili e irreversibili.

Dove però i risultati economici non riescono a raggiungere con sufficiente rapidità una parte significativa della popolazione e dove la società civile trova più difficoltà a organizzarsi e farsi sentire, servendo da contrappeso al potere della classe politica o dei “poteri di fatto”, la tentazione autoritaria può fare di nuovo capolino: in questo senso, i paesi andini presentano ancora situazioni a rischio.

Lo scenario di fondo è quello della grande sfida che l’America Latina deve affrontare nel XXI secolo: il grande nemico da sconfiggere è il deficit sociale che separa le élites dal resto della popolazione. Solo quando questa sfida sarà stata vinta la democrazia non sarà più in pericolo.