Ho passato la settimana di Pasqua a Madrid con la famiglia: purtroppo, non è stato un periodo di buone notizie, con tremendi attentati terroristici che hanno colpito due luoghi centrali della mia vita, la Bruxelles comunitaria e Lahore, una delle città nelle quali mi reco più spesso qui in Pakistan, visto che è la principale del paese, assieme a Karachi.
Nei giorni scorsi ho pubblicato un’inquadramento dell’attentato di Lahore su Facebook, reagendo ai primi flash d’agenzia che nel caso italiano parlavano subito di strage di cristiani. Mi stupiva che che la stampa internazionale e quella pakistana non si facessero eco di tale matrice, e l’italiana, fondandosi su portavoce della comunità cristiana, lo facessero a pochi minuti dall’esplosione. Conoscendo la dinamica abituale di tali azioni, e il contesto nel quale si svolgono, ho controproposto una versione che si è rivelata esatta, pubblicata sugli Stati Generali, che riprendo qui:(http://www.glistatigenerali.com/terrorismo/strage-di-pasqua-a-lahore-cosa-e-successo/):
(L’esplosione di un attentatore suicida a Lahore (Pakistan) è stata nel posteggio del parco Gulshan-i-Iqbal, molto frequentato da famiglie essendo il giorno festivo. Le vittime mortali sono sinora almeno 72 (i feriti 280). Il bilancio è stato moltiplicato dall’assembramento di folla per il festivo e dall’assenza di misure di sicurezza nel parco, cosa non del tutto anormale visto che non si tratta di un obiettivo abituale.
L’attentato è stato sinora rivendicato dal TTP, il principale gruppo di talebani del Pakistan, e da un gruppo dissidente, Jamaat-ul-Ahrar. Rivendicazioni molteplici sono abituali in questi casi, perché esiste una macabra competizione interna tra gruppi terroristici per ottenere prestigio e risorse. I TTP non sono affiliati a Daesh/ISIS, non mi risulta che nemmeno Jamatul ma non ho sicurezza su questo secondo dato. Il loro califfo non è Al Baghdadi ma Mansur, il successore del mullah Omar, entrambi afghani.
Una precisazione sulla presenza di ISIS nel subcontinente indiano, che include il Pakistan: Daesh è una franchigia, come lo era Al Qaeda: non un’organizzazione centralizzata, ma una rete di gruppi che dichiarano la loro sottomissione a un califfo. Attualmente ci sono due califfi: Al Baghdadi, iracheno, leader di ISIS (ex- Al Qaeda in Iraq) e Akhtar Mohammad Mansour, successore del Mullah Omar come leader dell’emirato afghano, cui prestano obbedienza anche i gruppi pachistani. Salvo alcuni gruppi dissidenti, che per smarcarsi nella lotta interna in Pakistan e Afghanistan e attirare militanti e risorse grazie al “fascino” della marca ISIS hanno dichiarato la loro fedeltà a Al Bagdhadi.
In realtà, pochi pakistani ed afghani combattono in Siria ed Iraq, la loro battaglia è in Pakistan ed Afghanistan, ed è una questione interna, una lotta tra leader per influenza e fondi.
I media italiani parlano di attacchi a cristiani. È possibile, ma bisogna capire il contesto. Lahore è il luogo di maggiore presenza di cristiani, tra le comunità più povere e marginali del Pakistan: più volte si sono dati attacchi, anche molto sanguinosi, contro i loro quartieri e chiese. Esistono gruppi specializzati nell’attaccare cristiani, sciiti e altri gruppi minoritari nell’Islam (ahmadis, ismaeliti): è la cosiddetta violenza settaria, la più diffusa oggi in Pakistan.
I talebani non si caratterizzano però per questo tipo d’attacchi, ma per attacchi contro lo stato e l’esercito (che ha in corso da due anni un’offensiva contro i talebani nelle loro zone del nord). I talebani sono meno presenti in Punjab, la principale regione del Pakistan, il cui capoluogo è Lahore, ma hanno stretto da tempo un’alleanza con altri gruppi localizzati nel sud della provincia, molto più a sud di Lahore. Questi gruppi di solito attaccano minoranze religiose.
Nel parco non c’erano solo cristiani, domenica è festiva per tutti, ma è possibile immaginare che i gruppi che hanno rivendicato l’attentato abbiano voluto lanciare un avvertimento al governo (controllato da un partito del Punjab) circa la loro capacità di colpire a Lahore in ritorsione per l’offensiva anti-talebana dell’esercito nel nord (zone tribali e Khybher Pakthunkwa).
L’offensiva militare, chiamata Zarb-e-Azb, ha colpito le basi talebane alla frontiera con l’Afghanistan, riducendo in gran parte l’estensione della zona santuario che i talebani avevano per organizzare le loro operazioni in entrambi i paesi. Quest’offensiva ha seguito quella per liberare la zona dello Swat negli anni precedenti, ed è completata da una per colpire gruppi criminali e basi terroriste a Karachi, la megalopoli pachistana. L’offensiva ha ridotto la capacità d’azione dei terroristi, senza eliminarla. Uno degli effetti collaterali della nuova strategia è stata quella di spingere i terrorista ad attaccare obiettivo “soft”: non più militari, ma scuole e, come adesso, parchi, meno sorvegliati.
Non è però impossibile immaginare che il suicida si sia fatto esplodere accanto a un gruppo di cristiani: anche se si vestono sostanzialmente allo stesso modo, un occhio locale sa riconoscerli, ormai persino io lo posso fare. Pur senza identificarli precisamente, è possibile stimare il gruppo religioso delle vittime pur senza un’identificazione precisa. Non è ancora chiaro se questo ne faccia un attacco anti-cristiano, che avrebbe avuto luogo, come in passato, in occasione della messa. Ma è possibile che molte vittime siano cristiane [Secondo un portavoce della polizia di Lahore, citato dal quotidiano Avvenire, i cristiani morti sono 10, quelli feriti 49, NdR]. Le minoranze religiose tutte – hindu, sette minoritarie non sunnite, cristiani – sono vittime di discriminazioni e attacchi, anche se non è in corso una vera e propria offensiva terrorista contro di loro. Anche i media pachistani parlano adesso di presenza maggioritaria di cristiani tra le vittime.
Non è indifferente sapere se esista una matrice religiosa nell’attacco, più discutibile fare distinzioni tra le vittime: pare probabile che i gruppi talebani abbiano voluto dare una dimostrazione di potenza in una zona cara al governo centrale, colpendo in modo da fare il più vittime possibili, con speciale intenzione di colpire in questo caso dei cristiani, ma non solo visto le modalità dell’attentato. Quando si sa che più di 60mila pachistani d’ogni religione sono morti per terrorismo dal 2001 (contro 1.800 europei, tanto per fare un paragone, che comunque sono 1.800 di troppo), si capisce che il terrorismo in Pakistan ha ramificazioni complesse e colpisce in maniera di solito indiscriminata.)
30 Marzo: I dati emersi nei giorni successivi hanno dimostrato che se la rivendicazione dei talebani dissidenti è probabilmente esatta, delle 67 vittime identificate solo 14 sono cristiane. Purtroppo ben 29 sono bambini. Significa questo che l’attentato non avesse come target anche i cristiani? Certamente no: anche se non è esattamente quella fazione talebana ad avere commesso gli attentati a chiese e gli attentati in quartieri cristiani di Lahore (Youanabad, St. Joseph’s Colony) degli anni scorsi, i cristiani sono indubbiamente una minoranza in pericolo in Pakistan, spesso oggetto d’attentati e soprattutto di discriminazione sociale. Sono anche tra le principali vittime delle leggi sulla blasfemia nei confronti del Profeta, per cui la «sharia» prevede la pena di morte (anche se non eseguita: il caso più noto internazionalmente è quello di Aasia Bibi).
L’attentatore s’è fatto esplodere accanto a un gruppo di cristiani un parco frequentato da pakistani d’ogni tipo in una domenica (giorno festivo anche in Pakistan): il risultato è che sono morti molti più musulmani che cristiani, ma questo non rende l’attentato più o meno grave. Se però avessero voluto colpire solo i cristiani come dicono per propaganda, avrebbero scelto altre modalità d’azione, come in passato (attacchi a chiese e quartieri cristiani). L’attacco è stato più che altro un avvertimento sanguinoso al primo ministro Nawaz Sharif e a suo fratello Shahbaz, primo ministro del Punjab, che la principale provincia del Pakistan, zona di scarsa presenza talebana, non è immune da attacchi. Il contesto è quello dell’offensiva militare contro i talebani nel nord (KP, territori tribali), in corso da oltre due anni (operazione Zarb-e-Azb) che ha ridotto molto la loro capacità operativa, senza però eliminarla del tutto, come gli attentati di Peshawar contro i bambini a scuola e quello di Pasqua dimostrano. Devono però colpire obiettivi più «soft», e paradossalmente fanno più male ancora.
In Pakistan la violenza terroristica ha ucciso più di 60.000 persone dal 2011, quando esplose a causa della caduta del regime talebano in Afghanistan e lo spostamento dei gruppi espulsi dall’Afghanistan oltre la frontiera pakistana. I dati degli ultimi anni hanno un visto un certo miglioramento, ma rimangono tra i peggiori al mondo:
2013: 1717 attentati, 2451 morti, 5438 feriti.
2014: 1206 attentati, 1723 morti, 3143 feriti.
2015: 625 attentati, 1069 morti, 1443 feriti.
Nei primi tre mesi del 2016, siamo già oltre i 300 morti.
Se la violenza «classica» si è ridotta a causa dell’offensiva militare (e a quella dei Rangers nella megalopoli Karachi), le due forme di violenza che rimangono diffuse sono gli attacchi «settari» contro minoranze religiose (sciiti, cristiani, ahmadi, ismaeliti, a volte anche induisti ma meno) e quelli nella provincia del Baluchistan promossi da chi è contrario alla costruzione di un grande asse viario promosso dai cinesi per esportare i loro prodotti via terra passando per il Pakistan (con confluenza nel porto pakistano di Gwadar, sul mar arabico). Progetto che solleva molte controversie e che piace poco a India e Iran.
Chiunque conosca il Pakistan sa che in questo paese il radicalismo islamico è in auge, e colpisce TUTTE le minoranze e chiunque esprima, anche tra la maggioranza sunnita, opinioni moderne o considerate «occidentalizzanti». Vedasi ad esempio Imtiaz Gul sul Corriere di ieri: http://www.corriere.it/esteri/16_marzo_29/pakistan-governo-radicalismo-intervista-cristiani-jamaat-ahrad-lahore-2999bcd8-f525-11e5-ad8f-b6693bfe4739.shtml.
Oggi all’arrivo a Islamabad ho ritrovato la città bloccata non per una protesta per l’attentato di Lahore, ma per una degli islamisti che protestano per l’esecuzione di un loro attivista che aveva ucciso un politico pakistano (sunnita) che aveva avuto l’ardire di dirsi personalmente contro la legge sulla blasfemia, che prevede la condanna a morte (peraltro mai eseguita) per chi insulta il Profeta.
I cristiani sono uno degli obiettivi del terrorismo, che è fenomeno molto più esteso e complesso, alimentato in gran parte dai fondi dei paesi del Golfo che nutrono la galassia islamico sunnita e le interpretazioni più conservatrici al suo interno a discapito delle altre, che erano le più diffuse fino a qualche decennio fa. Il wahabitismo e il salafismo stanno divenendo sempre più influenti, marginalizzando letture pacifiche dell’Islam sunnita, come il sufismo che dominava questa regione e le scuole africane oggi attaccate da Boko Haram. Questo fenomeno e l’espansione del terrorismo contribuiscono a diffondere l’idea sbagliata che i musulmani siano «tutti uguali», sempre più diffusa in Occidente, che chiunque frequenti il mondo islamico sa essere errata.
Ricordiamo che anche i mafiosi giurano fedeltà in nome della Madonna e dei santi: qualcuno dubita in quel caso che non si tratti di una manipolazione (nominare il nome di Dio invano del Vangelo)?
Per quanto riguarda il dibattito sulle «colpe dell’Occidente», il discorso non è che i cristiani si facciano esplodere nelle vie delle città musulmane, ma l’oggettiva destabilizzazione che gli interventi coloniali successivi alla caduta dell’impero ottomano hanno portato in regioni del mondo rette da equilibri secolari. Stati non omogenei e non «sentiti» come proprio riferimento, modalità e valori «democratici» che i musulmani non sentono propri se ne escludiamo una piccola minoranza «liberale», l’oggettiva priorità data al fattore petrolio su ogni altra considerazione e l’appoggio ai regimi del Golfo sempre e comunque contribuiscono ad alimentare l’idea diffusa tra i musulmani d’ essere trattati dall’Occidente solo in funzione degli interessi economici e senza «rispetto». La nefasta politica dei droni è poi venuta a risparmiare vite di militari a scapito di un aumento vertiginoso delle vittime civili nelle zone colpite da questo tipo di bombardamenti (si calcola una proporzione 20 / 80 tra militanti e civili uccisi).
Giustifica questo il terrorismo? Ovviamente no. È in corso una guerra di civiltà tra Islam e occidente? Un’osservazione attenta dice di no: è in corso una guerra all’interno dell’Islam tra una versione ultraconservatrice molto ricca di risorse che cerca d’imporsi su tutte le altre, d’evitare la modernizzazione delle società islamiche in nome di pluralismo e democrazia e di limitare progressi nell’istruzione al fine di mantenere le strutture di potere prevalenti nel Golfo. In nome di questo si cerca di discreditare l’Occidente e la sua cultura (Boko Haram, la cultura moderna è proibita, quella dei «book», opposta a quella del Libro, il Qitab), anche fomentando il risentimento e la marginalizzazione di una parte dei giovani musulmani europei, alla ricerca di un senso che trovano nella propaganda radicale, in maniera non così diversa da coloro che in Europa in una generazione precedente credettero che il capitalismo andasse sconfitto con le armi del terrore «asimmetrico».
Ai sauditi del Golfo importa poi tenere sotto controllo il potere emergente sciita, dal 1979 al potere in Iran e più recentemente in Iraq, dov`è completamente fallito l’esperimento «moderno».
In questo quadro, la lotta di civiltà è tra liberali (pochi in oriente, maggioritari in Occidente) e radicali (proporzioni inverse), non tra occidentali (cristiani, per dirla in modo islamico) e musulmani.
I cristiani del Pakistan si trovano in mezzo: poveri, emarginati e spesso sotto attacco. Ma confondere questo fronte, che esiste, con la battaglia globale è un errore che non va fatto per non cadere nel terreno dei violenti, che questo vogliono.
In quale considerazioni non c’è un solo grammo del cosiddetto «buonismo» o «relativismo» di cui oggi si accusa da più parti chi cerca d’introdurre argomenti più ragionati e solidi rispetto alle emozioni.
Che poi qualcuno preferisca chiudersi in visioni che gli risultano più comode o comprensibili o che esista un buonismo «acritico», va benissimo. Ma la realtà è più complessa di quanto spesso non vogliamo raccontare a noi stessi.
Islamabad, 30 marzo 2016.