Riprendo le mie pubblicazioni sul Pakistan anche se nel frattempo ho lasciato il paese: mi sono rimasti alcuni temi da trattare per cui non ho avuto tempo in questi mesi convulsi di cambiamento, credo scriverò ancora tre volte prima di chiuderlo.
Oggi vorrei affrontare il tema del ruolo delle donne in Pakistan. Abbiamo passato l’estate a discutere di burkini come se quel tema si giocasse il futuro dell’Occidente. Non ho posizioni ferme perché non ritengo corretto travisare temi per trasformarli in moltiplicatori delle nostre opinioni su altro. Non esiste una «crisi burkini» in Europa se non quella che ci siamo inventati, ma rimane un’occasione per riflettere sulla sfida della multiculturalità nella quale siamo comunque immersi, piaccia o no.
Io e mia moglie abbiamo vissuto per due anni in un paese, il Pakistan, che è non solo dichiaratamente islamico (lo porta nel nome, e il paese è nato come patria di tutti i musulmani dell’Asia del Sud, di quella che era l’India britannica), ma che è immerso in un processo di ulteriore islamizzazione, anziché di occidentalizzazione come penseremmo «naturale» (noi).
Il Pakistan non è certo un paese che possiamo definire tollerante: il 4% di pakistani non musulmani è considerato come di «seconda classe» e soffre chiare discriminazioni economiche e sociali, se non giuridiche. La tolleranza che noi europei esercitiamo nei confronti delle persone dalle culture diverse è una chimera in Pakistan, dove è chiarissimo che stranieri e non musulmani devono rispettare alla lettera le regole esistenti: in materia alimentare, d’abbigliamento, di usi. Non esiste uno spazio specifico o una comprensione per chi è diverso dalla maggioranza.
Rimane da vedere se la simmetria nel trattamento è ciò che dovremmo considerare opportuno o se, convinti della bontà del nostro atteggiamento tollerante non dovremmo insistere in quello anziché chiedere ad altri di allinearsi con noi. In fondo, i nostri dubbi riflettono un’insicurezza, della quale approfitta chi vuole approfittare della nostra tolleranza senza concederla a casa sua.
In realtà, questioni tipo vignette di Charlie Hebdo e dibattito sul burkini sono visti nei paesi islamici come prove d’ipocrisia dell’Occidente, che si crede superiore e tollerante ma solo sulla base degli standard da esso stesso definiti. I provvedimenti francesi su velo e burkini come segni d’intolleranza e doppia morale.
In Pakistan, paese come detto molto conservatore, la visione islamista delle cose è potente ma permea la società a un livello diverso dalla politica: i partiti islamici non hanno seguito elettorale né particolare credibilità, i pakistani non vogliono essere governati da loro, ma i leader religiosi hanno un’enorme influenza comunque attraverso la vita appunto religiosa: in un paese islamico l’ateismo o il laicismo non sono di casa, chiunque nato nell’Islam rimane tale e non può staccarsene, per cui si rimane per forza sotto l’influenza religiosa. In particolare, il Pakistan è un paese di tradizione sufista, la versione «poetica» dell’Islam, e in questo quadro giocano un ruolo fondamentale i pir, i santoni, che hanno un’enorme influenza spirituale. Si noti come in questo il Pakistan musulmano riprenda una tradizione indiana, quella dei guru, distinguendosi in questo dall’Islam originale di matrice araba, che non contempla questa figura.
Durante l’ultimo anno ha acquisito in Pakistan molta visibilità l’operato di un organismo, il Council of Islamic Ideology (CII), cui la costituzione ha affidato il ruolo di verificare la conformità della legislazione con l’Islam. Compito originalmente temporaneo, ma l’organismo esiste ancora, ed ha un ruolo consultivo ma «pesante» su ogni nuova legge in discussione. Recentemente, alcune opinioni del CII chiaramente retrograde su proposte di legge che volevano introdurre limiti d’età per il matrimonio (per evitare la piaga delle bambine «vendute» in matrimonio e delle conversione «forzose» di ragazze induiste mediante matrimoni con musulmani) e su misure per proteggere le donne dalla violenza domestica (il capo del CII ha scherzato sul fatto che non si poteva espellere un uomo da casa sua, e che qualche «colpetto» ogni tanto non poteva far danni a una donna) hanno messo n discussione il ruolo di quest’organo.
Le fotografie degli anni sessanta mostrano donne pakistane non coperte e con gonne corte: fenomeno probabilmente limitato alle grandi città, ma visibile anche in Egitto, Afghanistan e Iran, paesi nei quali avvenne un movimento relativamente progressista nei costumi parallelo a quello che ebbe luogo in occidente. La prima svolta contraria viene nel 1979, quando la rivoluzione khomeinista in Iran portò con sé due messaggi divenuti chiave nel mondo d’oggi: il riscatto degli sciiti e il cambio sociale non vissuto in chiave occidentale ma islamica. La seconda svolta quella dell’11 settembre 2001 e della reazione americana contro l’Islam tutto, che provoca un sussulto anti – occidentale, nel quale siamo tuttora immersi.
La propagazione, tramite generosi finanziamenti sauditi, del modello islamista wahabita in zone che ne erano lontane, come il Pakistan, ha diffuso a macchia un Islam retrogrado e ultra conservatore laddove esistevano altre versioni dell’Islam, più tolleranti e moderne: come nel Pakistan sufista.
In Pakistan le donne non devono necessariamente coprire la testa, salvo in una moschea, e tantomeno il volto. È certamente malvisto che espongano braccia, gambe od altro, in generale che vestano «sexy». Più che una regola stabilita per motivi religiosi, obbedisce a quello che i pakistani chiamano «modestia», che si traduce in una certa paura del corpo, anche maschile. Essa si riflette nel fatto che le piscine sono luoghi tabù, nei quali pakistani e pakistane vanno ultracoperti e si trovano a disagio con la presenza di donne in bikini. Il burkini, che ha incominciato a diffondersi anche in Pakistan, è un tentativo di permettere alle donne di esercitare certe attività senza contravvenire alla «modestia» islamica. Sono loro a sentirsi molto scomode in bikini, costume intero o anche in presenza di uomini in costume da bagno, se non della loro famiglia. È un’accezione leggermente diversa dall’imposizione maschile d’indossare un burkini di cui si parla da noi.
Nella tradizione prevalente in Pakistan, non c’è dubbio che la donna sia in una posizione debole rispetto all’uomo, e che i meccanismi matrimoniali, simili a quelli indiani, diano alla famiglia del maschio diritti superiori a quelli della famiglia della femmina: sia in India che in Pakistan, una donna sposandosi «integra» la famiglia del marito, assumendone tutti gli obblighi derivati. Una donna pakistana non può poi rimanere single, ed i meccanismi di divorzio islamici lasciano la cosa interamente nelle mani del marito.
Ciò non toglie che le donne pakistane abbiano un ruolo fondamentale, e siano presenti in ogni ambito della vita sociale e politica, non solo familiare. Il Pakistan ha avuto, a differenza dell’Italia, un primo ministro donna, Benazir Bhutto, ed ha parecchie donne in parlamento, ma la ragione non è tanto un suo ruolo emancipato quanto che rappresentano una famiglia patriarcale: la maggioranza di politici pakistani è membro di un clan dinastico, e quando il successore è una donna, lei prende in mano i destini della famiglia, anche in politica. Il Pakistan paga molto cara la sua struttura patriarcale / dinastica, che si traduce in una politica estremamente conservatrice.
In Pakistan le donne tendono a defilarsi, a non cercare le luci della ribalta, ma hanno spesso ruoli importanti nell’ombra. Tutti conoscono Malala, la ragazza che si ribellò alle regole dei talebani nello Swat, ma se lei ha un’enorme visibilità internazionale, è meno considerata in Pakistan, dove non mette piede ed è spesso considerata una «traditrice» (il suo libro è vietato in molte scuole pakistane).
Nel mio lavoro ho avuto modo d’incontrare molte donne coraggiose, che non hanno paura di adottare posizioni progressiste e coraggiose che, ricordiamolo, in un paese come il Pakistan ti possono costare la vita.
Donne come Sarah Bilal, che dalla piattaforma del suo Justice Project Pakistan difende con vigore i diritti dei condannati a morte: in Pakistan le esecuzioni sono state sospese per cinque anni, su richieste dell’Unione Europea: dopo il mostruoso attentato di Peshawar (dicembre 2014), la moratoria fu interrotta e da allora più di 400 persone sono state impiccate. Pochi di loro terroristi, però: quasi sempre poveracci condannati per crimini comuni, dei quali risulta molto difficile constatare la vera colpevolezza da parte di un sistema giudiziario sclerotizzato e corrotto. Tra l’altro, in Pakistan ti puoi redimere da una condanna a morte, anche pagando, se ottieni il perdono dei familiari delle vittime: meccanismo interessante, ma perverso, perché fa coincidere impunità con possibilità di pagare.
Donne come Marvi Menon, che alla testa del Benazir Bhutto Income Support Program si muove all’interno di un governo peraltro piuttosto conservatore e «maschile» per promuovere i diritti delle donne, soprattutto di quelle più umili ed emarginate. Fu lei la promotrice della legge per invalidare i matrimoni di minorenni, poi bloccata dal veto islamico del CII. Con relative minacce di morte, chiaro.
Donne come Sherry Rehman, che come ministra dell’informazione del precedente governo e poi ambasciatrice negli Usa ha coperto posizioni importanti, e adesso continua a prendere posizioni coraggiose su temi come libertà per le donne e libertà religiose che la mantengono sempre sotto minaccia di rappresaglie.
Donne come Sabeen Mahmud, attivista per i diritti civili che a Karachi fece del suo locale The Second Floor un’oasi di libertà di pensiero in una città sempre più confusa e ingestibile: uccisa il 24 aprile 2015.
Donne come Sharmeen Obaid – Chinoy, regista due volte premiata con l’Oscar per documentari durissimi e coraggiosi, che senza contemplazioni denunciano pratiche mostruose come lo sfregio con acido contro donne «disobbedienti» (Saving Face, 2012), https://www.youtube.com/watch?v=lWC1pbWkNjU) e gli omicidi d’onore di donne che compiono scelte invise alla famiglia, spesso compiuti dai genitori o dai fratelli. (A Girl in the River, 2015), https://www.youtube.com/watch?v=9tmDUR2atyc.
Intendiamoci, le donne citate sono tutte espressioni delle classi alte e con studi all’estero, ma con il coraggio sufficiente per rompere barriere, sfidare il conformismo e provare a cambiare il loro paese a rischio della loro vita. Tutte donne musulmane con molto, molto coraggio, che dimostrano che l’azione è sempre possibile: dobbiamo evitare di cadere nell’inazione su basi culturali (l’Islam è così, non ci si può fare niente).
Io le ho conosciute, ce ne sono sicuramente molte altre altrettanto meritevoli che non conosco: in un paese dove hanno quasi tutto contro, molte non si arrendono e si mettono al servizio del loro paese
Io ho avuto esperienze curiose, come una riunione con la commissione diritti umani del parlamento pakistano, dove mi sono trovato davanti dodici membri donne du dodici (ma uomo il presidente): molte con la testa coperta, una con il volto coperto, altre scoperte ma tutte disposte a lavorare assieme per i diritti delle donne nel loro paese, anche se su basi islamiche. Tema considerato «minore» dai politici maschi.
Non ho immagini di quel giorno, ma concludo con altre donne: le madri di un villaggio del Sindh, distretto di Thatta, particolarmente colpito dal problema della denutrizione in cui l’Unione Europea interviene con un progetto per assisterle sia dal punto di vista sanitario che nutrizionale. In Pakistan, il 40%!!! dei bambini sono malnutriti (sottopeso negli – chiave di crescita) e la metà di loro affetti da malnutrizione cronica nei primi cinque anni, con effetti irreversibili anche intellettuali.
Quando ho visitato il centro per bambini malnutriti, per pudore non ho voluto fare foto né prenderli in braccio: bambini che mi stavano in una sola mano!
Pubblico però la foto che ho fatto con le donne del villaggio, riunite per una sessione con gli esperti del progetto su pratiche sanitarie ed alimentari. Credo che lo sguardo di queste donne ne faccia trasparire le difficoltà della vita.

Rimango con il loro ricordo, e con quello, che mi mancherà, delle ragazzine che escono dalle scuole con i loro veli e sciarpe colorate al vento, e quello delle coloratissime donne pakistane, coperte di tutto punto ma dignitose ed affascinanti nei loro mille colori. Il nero non va granché da queste parti. E il burkini è certo l’ultimo dei problemi.
Madrid, 11 settembre 2016.