Il Nicaragua dall’utopia alla realtà

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Come si inquadrano le recenti elezioni nicaraguensi nel contesto роlitico centroamericano? L’ascesa alla presidenza di Arnoldo Alemán riflette una situazione puramente interna al Nicaragua o è in linea con una tendenza più generale in America centrale?

Al momento in cui scriviamo, nei giorni immediatamente successivi alle elezioni del 20 ottobre, non disponiamo ancora dei risultati definitivi: è però fuori discussione che il presidente eletto sia Arnoldo Alemán. candidato di Alianza Liberal, che ha senz’altro oltrepassato la soglia del quarantacinque per cento necessaria per essere proclamato vincitore al primo turno. Secondo gli ultimi dati Alemán supererebbe il quarantotto per cento dei voti, mentre i consensi raccolti
dal candidato del Frente Sandinista de Liberación Nacional, l’ex presidente Daniel Ortega, si aggirerebbero intorno al trentotto per cento.
Il Fsln non ha accettato immediatamente il responso delle urne, adducendo irregolarità nel voto, specie nelle regioni periferiche. Ma se è indubbio che l’organizzazione sia stata molto carente e confusa, in particolare nelle zone rurali, gli osservatori internazionali sono stati
unanimi nell’affermare che le anomalie non erano tali da inficiare il risultato elettorale.

Com’era largamente previsto gli altri candidati, tra cui l’ex vicepresidente Sergio Ramirez, ora transfuga dal Fsln e candidato del Movimiento Renovador Sandinista, che si proclama l’erede autentico del sandinismo, si sono piazzati lontanissimo dai due contendenti principali, stritolati dalla forte bipolarizzazione che caratterizza la vita politica nicaraguense. Tale risultato penalizza numerosi personaggi politici e molti dei partiti della Unión Nacional Opositora, la coalizione che nel 1990 aveva portato alla vittoria Violeta Barrios de Chamorro, la presidentessa uscente. Basti dire che al terzo posto troviamo, con il cinque per cento, il pastore evangelico Guillermo Osorno, candidato del Camino Cristiano Nicaraguense, che di certo non è espressione delle forze politiche tradizionali.
La vittoria di Alemán era prevista da tempo: da almeno un anno l’ex sindaco di Managua si era profilato come il candidato da battere, sembrando in grado di poter attrarre su di sé la maggior parte dell’elettorato di centro-destra, contrario a qualsiasi tentazione di ritorno al
sandinismo.
Il suo avversario più pericoloso, l’ex ministro della Presidenza e genero di Violeta Chamorro, Antonio Lacayo, non ha avuto la possibilità di partecipare alla competizione. Questi è stato, di fatto, l’uomo-chiave della passata presidenza, il vero presidente-ombra; però non ha potuto presentarsi a seguito della riforma costituzionale, che limita le candidature di familiari del presidente in carica (sull’importanza di questo provvedimento ritorneremo in seguito).

La signora Chamorro, il cui merito essenziale come candidata dell’Uno alle elezioni del 1990 era quello di essere la vedova della figura-simbolo dell’antisomozismo, il giornalista Pedro Joaquín
Chamorro, non era nulla più che una scelta di bandiera per tenere assieme una coalizione eterogenea di quattordici partiti (tutti i movimenti politici есcetto quello sandinista). Questa, infatti, rappresentava l’unica possibilità per le opposizioni di sconfiggere il Fsln, che
governava dalla caduta di Somoza (1979).
Prevedibilmente, una volta raggiunto il grande obiettivo elettorale con la vittoria su Ortega nel febbraio 1990, la convivenza si dimostrò impossibile. La bancada (così si chiamano i gruppi
parlamentari in Nicaragua) Uno perse rapidamente la propria unità e Violeta Chamorro, che di fatto non era una personalità politica, ruppe con una parte importante della coalizione che l’aveva sorretta delegando la gestione del potere al genero e assumendo un ruolo più che altro di rappresentanza e di prima ambasciatrice del nuovo Nicaragua sulla scena internazionale.

L’equidistanza della Chamorro dalle diverse forze politiche componenti la Uno si era però perduta; del resto, la maggioranza raggiunta non era tale da permettere alla coalizione di portare avanti delle riforme in grado di incidere in modo significativo sull’eredità sandinista. Il duo Lacayo-Chamorro impostò dunque la propria azione di governo su una collaborazione fattuale con l’opposizione, la cui bancada era guidata da Sergio Ramirez.
Che senso aveva tale collaborazione, che faceva seguito al durissimo «muro contro muro» di quelle drammatiche elezioni?

Se da un lato abbiamo già sottolineato la debolezza strutturale della nuova maggioranza, dall’altro crediamo che ogni osservatore imparziale debba ammettere che il bilancio di undici anni di sandinismo non possa considerarsi totalmente negativo. I sandinisti, guidati da Daniel Ortega e da suo fratello Humberto, capo delle forze armate, avevano certo commesso, trascinati da impostazioni ideologiche radicalmente di sinistra, errori gravi nella gestione dell’ecоnomia, perseguendo un modello di proprietà collettiva dei mezzi di produzione che ha avuto risultati nefasti ovünque sia stato applicato. Ma il loro altro grande torto non era forse stato quello di dare priorità alle politiche sociali ed educative in un’epoca nella quale il leitmotiv dominante l’economia mondiale era diametralmente opposto a tali priorità? Era di fatto possibile negli anni Ottanta, al di là del valore personale di qualche leader o della supposta buona volontà di una classe dirigente, portare avanti un esperimento di trasformazione
sociale in un paese centro-americano?

Il sandinismo, ideologia di sinistra di concezione latino-americana e non sovietica, era giunto a cogliere la sua oсcasione storica in un momento nel quale le condizioni esterne non avrebbero potuto essere più negative. Il Nicaragua, divenuto suo malgrado teatro di una battaglia politica e militare che andava molto al di là della portata effettiva della «rivoluzione sandinista, dovette assumere per un decennio un ruolo sproporzionato sulla scacchiera internazionale come protagonista di un confronto ideologico che trascendeva la realtà nazionale.
L’ostracismo delle amministrazioni Reagan e Bush nei confronti del governo di Managua, manifestatosi platealmente con l’appoggio ai contras, creò condizioni tali da rendere impraticabile l’esperimento sandinista. Se a questo aggiungiamo le difficoltà oggettive della guerra civile e la radicalizzazione dei dirigenti sandinisti, che di fronte a tale situazione rifuggirono ogni compromesso chiudendosi a riccio su posizioni strategico-ideologiche impossibili da mantenere, possiamo comprendere come il sandinismo non abbia potuto ottenere un successo pieno. Ma se questo è fallito per le ragioni sopra illustrate, certe conquiste sociali che per la prima volta i nicaraguensi avevano potuto conseguire vanno messe, nonostante tutto, all’attivo del sandinismo.

Il Fsln ha praticato per un decennio una politica utopica e forse eccessiva nel suo radicalismo, ma non totalmente fuori luogo in un paese i cui livelli di povertà e ingiustizia sociale sono sconcertanti (attraversare Managua è un’esperienza che coglie impreparato anche chi è abituato agli scenari di povertà così frequenti negli agglomerati urbani del Terzo Mondo). L’aquis non poteva essere eliminato da un giorno all’altro, e di questo erano coscienti anche i sostenitori dell’oрposizione vincitrice nel 1990 e la Chiesa cattolica, che pure ha sempre avuto un rapporto molto conflittuale con il sandinismo. La concomitanza di fattori rendeva necessaria una coabitazione cooреrativa tra il governo dell’Uno (o di Violeta Chamorro) e l’opposizione sandinista, materializzatasi però solo nella seconda parte del mandato presidenziale, dopo un lungo periodo di diatribe all’interno della maggioranza e tra maggioranza e opposizione.

Principale risultato di tale mutamento di tendenza, verificatosi a partire dal 1994, è stata la riforma costituzionale approvata nel giugno 1995, che ha modificato la composizione della Corte suprema e del Consiglio elettorale – organismi che si è cercato di depoliticizzare -, ha ridotto la durata del mandato presidenziale da sei a cinque anni e ha ristretto l’accesso alle
cariche elettive dei familiari del presidente in carica. Questultima modifica, introdotta per emendamento e non presente nella proposta iniziale, può sembrare di poca importanza ma è invece molto significativa nel contesto del Nicaragua, un paese nel quale un ristretto numero di famiglie ha concentrato da sempre il potere economico e politico: risulta curioso a un osservatore esterno di tale realtà notare come una quindicina di cognomi si rincorrano ossessivamente da un lato all’altro dello steccato politico e nei posti-chiave dell’Amministrazione e del settore privato. La riforma, pur senza apportare modifiche sostanziali, risulta comunque un passo in avanti di sicuro significato sulla via della
modernizzazione del sistema politico nazionale.
Ma la convivenza tra governo e opposizione, che pure ha dato luogo a questi risultati, non ha impedito che la vita politica nicaraguense continuasse a essere caratterizzata da contrasti ideologici profondi. Tale situazione è forse inevitabile in un paese che ha vissuto un lungo pеriodo di guerra (cinquantamila morti dal 1978 su una popolazione di 4,5 milioni di abitanti) e deve confrontarsi con una situazione di povertà estrema: il reddito pro capite del Nicaragua è di 430 dollari americani, il più basso dell’America continentale e superiore solo al dato di Haiti. La polarizzazione del sistema politico è quindi una conseguenza delle lacerazioni provocate dalla lunga guerra civile e della drammaticità della situazione sociale che inasprisce i conflitti ideologici.

Come interpretare la seconda sconfitta elettorale del Fsln, che pure rimane, individualmente considerato, il primo partito nicaraguense?
Il fallimento del sandinismo nella sua accezione radicale è stato seguito dalla sconfitta del sandinismo nella sua versione «socialdemocratica». Aveva causato grande sorpresa il nuovo look di Ortega, la cui strategia elettorale era basata su toni concilianti e pacifici che poco avevano da spartire con gli atteggiamenti guerreggianti del passato.
Il Fsnl ha candidato alla vicepresidenza un ex proprietario terriero espropriato, Juan Manuel Caldera, a significare il nuovo spirito conciliatore del sandinismo light. Il grigioverde tradizionale del presidente Ortega è stato sostituito dal bianco immacolato del candidato Ortega. Di fatto questa strategia ha dato dei buoni risultati perché il partito ha recuperato terreno nel corso dell’ultimo anno, raddoppiando i consensi ottenuti rispetto alle intenzioni di voto espresse un anno fa. Ma una volta di più la sinistra centroamericana si è dimostrata incapace di vincere delle elezioni: alla sconfitta a sorpresa del 1990 è seguita la sconfitta prevista del 1996.

Al di là della scarsa credibilità della riconversione, ha fatto forse ancor più male al sandinismo il fenomeno del piñatismo», espressione che sta a significare l’appropriazione indiscriminata di beni espropriati di cui si sono resi protagonisti le maggiori figure del sandinismo nel periodo intercorso tra la sconfitta elettorale del 1990 e l’accesso formale alla presidenza di Violeta Chamorro. Oltre agli errori del passato, comuni a molti altri paesi del socialismo reale.
questo atteggiamento ha inciso pesantemente sulla coerenza e la credibilità della conversione dei sandinisti alla democrazia e ha annacquato i risultati positivi della loro gestione.
La riconversione difficile della sinistra rivoluzionaria alle responsabilità della democrazia non è un fenomeno nicaraguense ma è comune agli altri paesi centroamericani e riflette le difficoltà più generali della sinistra in America Latina, che sta vivendo una profonda crisi esistenziale legata solo in parte al tramonto del socialismo reale e alla crisi della sinistra nei paesi occidentali.
La debolezza di fondo è legata all’inesistenza dello stato sociale, la cui difesa e modernizzazione è divenuto il contesto nel quale si muove la sinistra europea.
In America centrale l’utopia rivoluzionaria è tramontata e la sinistra non è stata in grado di trasformare le sue istanze radicali di cambio in proposte riformistiche credibili nell’ambito del processo di ricostruzione delle società civili nell’istmo. La situazione di estremo disagio economico che vivono la maggior parte dei paesi della regione rende nei fatti impossibile una politica sociale compatibile con le ricette internazionali a cui questi paesi sono sottoposti e nei fatti risultano vincenti le proposte politiche di centro-destra, venate spesso di populismo.
Il tramonto delle ideologie ha significato l’auge di politiche che abbiano dimostrato una certa efficacia gestionale e ciò spiega le frequenti vittorie di ex sindaci delle capitali nelle recenti competizioni elettorali (a Aléman dobbiamo aggiungere Calderón, già primo cittadino di San Salvador e Arzù, ex sindaco di Ciudad de Guatemala).

L’ultimo decennio ha visto dapprima la pacificazione progressiva dell’istmo centro-americano e poi T’inizio dei processi di ricostruzione delle società e dei sistemi economici. Il passo successivo, già parzialmente intrapreso in alcuni paesi, è quello della modernizzazione delle strutture statali e della diminuzione delle disuguaglianze sociali tramite lo sviluppo economico.
In questo senso il Nicaragua, ma anche il Salvador, il Guatemala e l’Honduras hanno tutto da guadagnare da un ampliamento progressivo delle basi del pоtere reale e da una riduzione ai minimi termini dei contrasti ideologici del passato. Quindi l’affermazione di Amoldo Aléman non va letta riduttivamente come un ritorno al passato (il somozismo), ma come un ulteriore passo verso la stabilizzazione economica e sociale nel quadro del consolidamento progressivo della democrazia.