La situazione di acuta crisi che sta vivendo l’Argentina evolve di giorno in giorno: nel momento in cui scriviamo (1 aprile 2002) non possiamo essere per nulla sicuri di quale sarà la situazione istituzionale ed economica del Paese al momento dell’uscita della rivista. L’evoluzione degli avvenimenti da dicembre a oggi è stata talmente rapida, e i punti interrogativi tanti e di tale complessità che sarebbe illusorio pensare di poter valutare la situazione attuale come definitiva o stabilizzata. Sembrano passati secoli, ed è invece passato solo un anno, da quando Domingo Cavallo tornò alle redini dell’economia argentina come super ministro dotato di poteri eccezionali (aprile 2001).
Un anno più tardi, non solo Cavallo ha fallito completamente nella sua missione, ma il presidente De la Rúa, che aveva puntato alla disperata su di lui come ultima carta per salvare la propria Presidenza ha dovuto dimettersi. In assenza di un vicepresidente (Chacho Alvárez, vicepresidente di De la Rúa, si era dimesso qualche mese prima senza essere sostituito),e di fronte all’evaporazione politica dell’alleanza di Governo tra radicali e Frepaso, tra l’altro divenuta minoritaria dopo le elezioni legislative dell’autunno, il Congresso a maggioranza peronista ha
eletto un presidente, Adolfo Rodríguez Sáa, per reggere la Presidenza ad interim fino al 3 marzo 2002, giorno nel quale si sarebbero dovute svolgere nuove elezioni con una formula assai originale, che avrebbe permesso a ogni partito di presentare diverse candidature.
A Rodríguez Sáa, che assunse il potere senza dare l’impressione di essersi reso conto della gravità della situazione del Paese, lanciandosi in annunci populisti e insensati, è però venuto a mancare l’appoggio dei pezzi grossi del peronismo, poco disposti a condividere con il neo presidente i costi di una gestione pressoché disperata e di bruciarsi in vista delle elezioni di marzo. Rodríguez Sáa si dimette dalla carica dopo una settimana. Il 1° gennaio, il Congresso elegge a sua volta Eduardo Duhalde, il candidato peronista sconfitto nelle elezioni del 1999, che assume la Presidenza sino alla fine del mandato non completato da De la Rúa (fine 2003). Dopo l’insuccesso di Rodríguez Sáa e tenendo conto dei disordini in piazza (30 morti nei giorni della caduta di De la Rúa, frequenti assalti a istituzioni e supermercati, sdegno della popolazione espresso mediante manifestazioni pacifiche ad altissima partecipazione (i cacerolazos), la maggioranza politica considera che non esistano le condizioni per una competizione elettorale. Due mesi dopo, la presidenza Duhalde è a sua volta alle prese con serissimi problemi, e solo la mancanza di alternative fattibili sembra tenere in piedi un Governo debolissimo. Ma non è per niente sicuro che Duhalde ce la possa fare. La crisi è totale: politica, economica, sociale. La convertibilità peso/dollaro, pezza chiave della politica economica argentina nell’ultimo decennio, è saltata, così come il tentativo del governo Duhalde di mantenere sotto controllo la quotazione del peso all’interno di una fascia tra 1 e 1,4 peso per dollaro.
Oggi il Paese è sul bordo dell’anarchia, l’economia è praticamente paralizzata, il peso è in caduta libera (la settimana scorsa ha raggiunto anche i 4 peso per dollaro, per poi ritornare su valori inferiori ai 3 peso, lontanissimo comunque dalla parità artificiale che aveva imperato per dieci anni), l’inflazione è fuori controllo (i prezzi sono già aumentati del 50 per cento negli ultimi tre mesi, si teme un ritorno dell’inflazione a tre cifre, un pericolo che sembrava ormai scongiurato dopo un decennio “virtuoso”), le previsioni sulla crescita economica per il 2002 catastrofiche.
Il tutto condito da un’assoluta indeterminazione delle scelte strategiche sul futuro (il bilancio statale 2002 è stato арprovato in base a delle previsioni ottimisticamente irreali che lo rendono in pratica carta straccia), dall’assenza di credibilità politica sia nelle file della maggioranza peronista, divisa al suo interno sul cammino da intraprendere, sia in quelle di un’opposizione assente e tagliata fuori da tutte le scelte dopo il fallimento della Presidenza De la Rúa, dalla mancanza di credibilità di tutti i poteri dello Stato (all’inefficacia dell’esecutivo e del legislativo corrisponde, infatti, l’immagine al di sotto di ogni sospetto di un giudiziario molto caratterizzato politicamente, e quindi invischiato nella crisi generalizzata del Paese), dalla disperazione di milioni di argentini alle prese con problemi di sussistenza cui non erano abituati, e i cui risparmi vanno in fumo.
Difficile immaginare una situazione più grigia di quella che l’Argentina di oggi sta affrontando, aggravata anche dall’improvvisa indifferenza degli organismi finanziari internazionali, che, condizionati anche da un atteggiamento di notevole chiusura dell’Amministrazione Bush, sembrano assai poco disposti a venire in soccorso di Buenos Aires con misure concrete.
L’Argentina di oggi, ex allieva modello delle istituzioni di Bretton Woods, è drammaticamente in balia di se stessa, e non sembra in grado di poter vincere la sua sfida.
Tenendo conto di tali premesse, e dell’alto grado d’incertezza attuale, penso valga la pena fare qualche riflessione di carattere più generale sugli insegnamenti della crisi argentina piuttosto che entrare nei dettagli d’una situazione tutt’altro che definita.
La prima questione da porsi è la seguente: se l’Argentina è stata per anni additata come l’esempio da seguire in termini di liberalizzazione dell’economia, privatizzazioni, risanamento dei conti pubblici, sistema monetario, com’è possibile che in pochi mesi lo scenario si sia deteriorato così drammaticamente?
È tutta colpa loro, come un po’ ipocritamente il segretario americano al Tesoro Paul O’Neill afferma a ogni piè sospinto, o c’è qualcosa che non va nel sistema finanziario internazionale?
E ancora: la situazione dell’Argentina di oggi è il risultato d’una politica economica sbagliata dell’ultimo governo, o affonda le sue radici in contraddizioni di più lungo periodo? I problemi argentini sono strutturali o congiunturali?
A mio modo di vedere, la crisi di oggi è il risultato, a un tempo, dell’ostinazione nel mantenere in vita un modello economico che aveva già esaurito il suo compito, e della mancanza di decisione delle autorità argentine nell’intraprendere delle riforme a fondo del sistema competitivo del Paese quando lo scudo protettore del sistema di currency-board lo permetteva.
Più indietro nel tempo, la crisi argentina di oggi è il frutto di una serie di scelte, o per meglio dire di non-scelte, effettuate dai successivi Governi argentini nell’ultimo secolo, o più precisamente dal 1880 a oggi. La nostra tesi è che coincidono nel manifestarsi della crisi argentina fattori di corto periodo (uscita tardiva dal modello di currency-board, insufficienze
nel processo di modernizzazione dell’economia) con fattori strutturali che vengono limitando le potenzialità argentine già da molto tempo.
Dal 1880 al 1930, l’economia argentina fondò la sua crescita su un modello agro-esportatore, pienamente inserito nello schema commerciale internazionale britannico. L’Argentina esportava prodotti agricoli e importava prodotti industriali dall’Europa, essenzialmente dalla Gran Bretagna. Tale commercio permise al Paese il raggiungimento di redditi pro capite non distanti da quelli prevalenti in Europa all’epoca, e una rispettabile partecipazione nel commercio mondiale del 3 per cento.
La crisi patita dall’Argentina a partire dalla prima guerra mondiale e dall’indebolimento del sistema commerciale britannico mise in evidenza l’eccessiva dipendenza del Paese dal commercio internazionale. Da questa constatazione prende l’avvio una seconda fase della
storia economica argentina, che va dal 1930 al 1975. Il nuovo modello economico era basato sulla sostituzione delle importazioni, mediante un processo d’industrializzazione a forte connotazione di capitali pubblici (era d’altronde il modello prevalente all’epoca in tutti i
paesi d’industrializzazione tardiva).
I risultati furono apprezzabili, sia in termini industriali che infrastrutturali. Durante il periodo peronista, un grandissimo sforzo in termini d’aumento del potere d’acquisto delle classi lavoratrici e ambiziose politiche in materia sanitaria, educativa e sociale portarono a una significativa crescita della qualità della vita di tali classi, su cui Perón aveva fondato
il suo consenso. Le Presidenze Perón, e soprattutto la prima (1946-1951), trionfale, crearono l’illusione di una potenza argentina con ambizioni mondiali.
Ma quello fu un miraggio, che era più frutto di una particolare situazione congiunturale, dovuta agli effetti della seconda guerra mondiale e all’impoverimento relativo delle principali potenze industriali mondiali, che il risultato di un’effettiva solidità del sistema produttivo argentino. La bilancia commerciale industriale argentina sarà infatti in permanente disavanzo per tutto questo реriodo, e l’Argentina non riuscirà in alcun momento a proporsi come potenza industriale innovativa.
A partire dal 1976, la dittatura militare impone al Paese un modello neoliberale ortodosso. Il fulcro dell’economia passa dal settore industriale a quello finanziario, le finanze pubbliche vanno fuori controllo. Il ritorno alla democrazia avverrà in un contesto di tale catastrofe
economica da provocare le dimissioni del pur carismatico e popolare presidente radicale Raúl Alfonsín (in Argentina si scherza amaramente sulla pericolosa propensione dei presidenti radicali a non terminare i loro mandati elettivi).
I due mandati Menem (1989-2000) furono improntati all’idea della liberalizzazione: deregulation, privatizzazioni, apertura commerciale, liberalizzazione dei mercati del lavoro e dei servizi, integrazione economica regionale nel quadro del Mercosur. Un’autentica rivoluzione per l’Argentina, il cui caposaldo diviene il sistema di currency-board (parità 1-1 tra il peso e il dollaro). Tale misura, radicale quanto efficace, ebbe per merito quello di strangolare l’inflazione, che aveva avuto effetti destabilizzanti negli anni ottanta.

In realtà, possiamo affermare che un sistema di questo tipo è sostenibile nel corto-medio periodo. Ma, a differenza del Brasile, che una volta sconfitta l’inflazione mediante il piano REAL, abbandonò dopo quattro anni la parità quasi fissa col dollaro (modello di svalutazione controllata a un tasso del 7,5 per cento annuale), in Argentina la parità fissa peso-dollaro era divenuta un tale orgoglio nazionale che nessuno osava metterne in dubbio i meriti. Farlo significava l’ostracismo politico, dato che nel frattempo le classi medie si erano indebitate in dollari, confidando nell’affidabilità a lungo periodo del sistema. Tali meriti erano esistiti, questo è indubbio, ma col passare del tempo, specie dopo la crisi finanziaria brasiliana e l’abbandono
da parte del vicino del modello monetario sopra descritto, l’economia argentina si vedeva sempre più soffocata da una camicia di forza che annientava la competitività dei prodotti argentini e aumentava spettacolarmente il costo della vita.
Se a questo aggiungiamo uno spettacolare aumento dell’indebitamento estero, quintuplicatosi dal 1975 al 2000, ma aumentato soprattutto nel decennio Menem, possiamo concludere che la liberalizzazione “selvaggia” dell’economia e della società argentine, pur avendo degli effetti sicuramente benefici, era comunque fondata su basi fragili.
Ma il problema non era solo monetario: certo, era illusorio pensare di rendere permanente la parità fissa con il dollaro cementandola solo su basi finanziarie. Le riserve in dollari detenute dall’Argentina erano infatti tali da far pensare ai responsabili politici che la situazione finanziaria argentina fosse inattaccabile.
Dal punto di vista strettamente tecnico sì, dato che le riserve in dollari erano equivalenti alla massa monetaria in peso, cioè la parità fissa era fisicamente garantita. Ma è stata l’asfissia dell’economia produttiva che ha portato alla crisi. Come pensare che un’economia come quella argentina, basata oggi come un secolo fa sull’esportazione di materie prime (oggi grano, soia, carni e petrolio), possa dar luogo a una parità monetaria permanente nei confronti di un’economia come quella americana, quaranta volte superiore in termini di volume e protagonista, nel corso degli anni novanta, di una straordinaria crescita della produttività basata sulle nuove tecnologie?
Il miraggio della dollarizzazione può servire in un Paese come Panama, talmente piccolo da non avere nessuna pretesa né peso nel commercio internazionale. Per un Paese intermedio come l’Argentina rinunciare ad avere una moneta nazionale per adottare permanentemente una moneta forte è uno scenario ipoоtizzabile solo per un certo periodo, nel quale l’esistenza di un’ancora cambiale può essere utile per stabilizzare l’economia. Ma tale scelta non è sostenibile nel lungo periodo, specie nel contesto di una globalizzazione finanziaria che rende
carissime le risorse disponibili per i paеsi emergenti.
L’errore di Cavallo e dei suoi non è stato quello di puntare sul currency-board, ma piuttosto d’insistere su tale modello quando esso aveva ormai fatto il suo tempo. In economia esistono molti modelli teorici che hanno una loro validità pratica. Ma nessuno di loro sarà valido in tutte le circostanze: l’economista che pretenda d’avere identificato il modello onnicomprensivo, adatto a tutte le situazioni, mente o semplicemente si sbaglia. De la Rúa, incapace di far fronte alla sfida d’un’economia improduttiva e per di più ingessata, richiama Cavallo illudendosi delle doti taumaturgiche di costui. America Gli sono concessi poteri pressoché assoluti per portare avanti tutte le riforme necessarie per ridare fiato al modello-Paese.
Di che cosa si trattava? La vera grande manchevolezza degli anni Menem non fu l’errore nel regime monetario, che errore non fu se non per eccesso d’insistenza. Non fu neanche l’attenzione limitata al sociale, che fu una conseguenza, non una causa. Non fu l’eccesso di corruzione, che pure esistette. Ma lo scarso rigore del processo di liberalizzazione.
Le privatizzazioni argentine, effettuate a passo di carica negli anni novanta, sono il frutto di una visione limitata e parziale del concetto di privatizzazione. In quegli anni prevaleva l’idea, di stampo thatcheriano-reaganiano, che il pubblico era il male e il privato il bene. Per definizione e senza equivoci. Privatizzare era un bene in sé. Quest’approccio alla questione prevalse un po’ in tutto il mondo e oggi, dopo dieci anni di funzionamento di quel tipo d’operazioni, sappiamo che una privatizzazione non va valutata in termini ideologici, ma deve dare risultati in termini di maggior efficienza del mercato e maggior scelta e qualità per il consumatore.
Negli anni ottanta, e in Argentina nei primi anni novanta, si privatizzò senza tener conto di che nuovo mercato si stesse costruendo. Si vendeva al miglior offerente, senza pensare a definire un nuovo quadro di regole, a effettivo beneficio dell’economia nel suo complesso. La logica era di cassa, e tremendamente ideologizzata. Nel mondo intero, le privatizzazioni ben concepite e ben attuate hanno portato a un miglior funzionamento del mercato, composto da operatori in maggioranza privati, ma non necessariamente, operanti all’interno di un sistema di regole eque.
Le privatizzazioni fatte astraendo da questo quadro hanno dato risultati pessimi, e questo è stato specialmente vero in settori come i trasporti o l’energia, che hanno dato problemi un po’ ovunque.
Negli anni di Menem in Argentina si privatizzò tutto così: in alcuni settori (telecomunicazioni su tutto) le cose sono migliorate spettacolarmente, in molti altri il nuovo contesto economico non ha fornito quegli stimoli virtuosi alla concorrenza che sono il principale risultato positivo d’una privatizzazione.
Nel corso degli anni novanta l’Argentina ha perso un’occasione d’oro per riscrivere una volta per tutte le regole del funzionamento della propria economia, per definire finalmente un modello economico competitivo e sostenibile. Dopo l’esaurimento del modello agro-esportatore e quello dello Stato-imprenditore, era necessaria una sferzata liberale. Ma essa avrebbe dovuto essere guidata con spirito strategico, sforzandosi di modernizzare davvero l’economia argentina, non semplicemente di farla cambiare di mano. L’approccio puramente finanziario seguito da Menem e Cavallo (che poi ruppero tra loro ma per questioni d’ambizione politica personale) venne buono negli anni in cui il nemico da battere era l’inflazione. Ma questa è come la febbre, è un sintomo di un malessere, non ci si può illudere che una volta messi sotto controllo i prezzi l’economia possa funzionare da sola senz’altri interventi.
L’Argentina è stata incapace di fondare un modello economico che vada al di là dell’esportazione delle materie prime: nell’anno 2002, il commercio estero argentino dipende dall’esportazione di carne (e ciò nonostante non si riesce a mantenere sotto controllo la febbre aftosa), di grano, di petrolio. È concepibile per un Paese che si vuole moderno e di primo mondo una struttura produttiva con queste caratteristiche? Difficile poter sostenere quest’argomento.
Negli anni dell’apertura l’Argentina avrebbe dovuto perseguire con ben maggiore decisione la via delle riforme economiche strutturali del proprio sistema produttivo, approfittando della stabilità garantita dal modello monetario e della buona accettazione presso gli organismi
finanziari internazionali, che avrebbe permesso di finanziare ambiziosi piani di sviluppo.
Invece le istituzioni e gli imprenditori argentini si sono cullati nelle dolcezze della congiuntura, buttando a mare un’opportunità storica di modernizzare il Paеse. Quando si ripresenterà tale occasione? Di certo non a breve termine, oggi l’Argentina è divenuto un paria internazionale (sull’atteggiamento degli organismi finanziari internazionali ritorneremo).
Non per nulla il ministro Cavallo, cosciente di queste manchevolezze, chiamò il suo progetto di riforma, portato avanti da aprile a dicembre 2001, piano di “competitività”. Quello era l’obiettivo da perseguire, anche se ormai era tardi. Tardi perché, per motivi politici, Cavallo non poteva abbandonare il suo modello monetario. Non potendolo rinnegare, si dedicò a due obiettivi: allungare la scadenza media del debito argentino, allontanando il momento del soffocamento, e cercare di flessibilizzare il sistema monetario mediante l’ancoraggio sia all’euro che al dollaro, che supponeva una svalutazione di fatto, ancorché parziale, del peso.
Sul piano internazionale, Cavallo cerca di creare una nuova fiducia internazionale nei confronti del Paese, riversando tutte le colpe della situazione argentina sulla… slealtà del Brasile. Se è vero che a seguito del cambio di regime monetario in Brasile (gennaio 1999) la competitività commerciale argentina all’interno del Mercosur si era considerevolmente ridotta, è anche vero che non era sostenibile per l’Argentina una situazione nella quale la bilancia commerciale era deficitaria nei confronti di tutti i paesi del mondo salvo i soci del Mercosur. Il problema era di fondo: il Brasile seppe veuеre a tempo i limiti della rigidità mone aria, l’Argentina no. Il Brasile ha saputo approfittare della stabilità economica per portare avanti ambiziose riforme strutturali, su cui cementare la propria crescita. Tali riforme hanno bisogno di un’impostazione politica chiara e ferma, ottenuta da Cardoso in Brasile. Questo spiega perché i piani conclusi dal Brasile con l’FMI dopo la crisi finanziaria del 1999 siano riusciti, mentre dieci piani FMI-Argentina siano falliti nell’ultimo biennio.
Non è solo una questione economica, ma politica: il sistema politico argentino, tanto dal lato radicale che da quello peronista, tanto a livello centrale come periferico, ha fallito nel disegnare i profili di un nuovo Paese.
Le misure palliative di Cavallo si dimostrarono quindi insufficienti: quando il peggioramento della congiuntura economica internazionale dopo l’11 settembre rende insostenibile la situazione economica argentina (dal 1999 in crescita negativa) la misura per Cavallo è colma.
L’introduzione del corralito (che fissa a 1000 dollari statunitensi mensili il tetto massimo di fondi ritirabili dal proprio conto bancario), unito al taglio del 13 per cento di stipendi pubblici e pensioni, crea una situazione insostenibile. La piazza non sopporta più Cavallo, il nuovo miracolo non avviene.
La caduta di Cavallo comporta anche quella di De la Rúa, un presidente onesto ma inerme e inspiegabilmente assente dalla scena. “Frenando de la Dulа”, come lo si è soprannominato in Argentina, dubiterà persino al momento celle dimissioni, per sparire poi completamente dalla scena una volta ceduto il potere all’opposizione.
Come detto, Adolfo Rodriguez Sáa, governatore peronista della provincia di San Luís, viene eletto presidente provvisorio dall’Assemblea legislativa. Nessuno dei grandi nomi del peronismo (Ruckauf, De la Sota, Duhalde, Reutemann) vuole occupare quel posto per due mesi, loro puntano alle elezioni di marzo.
Ma il vertice peronista non sembra rendersi conto della gravità della situazione: Rodriguez Sáa dichiara la moratoria sul debito pubblico, e lo fa con un’aria trionfalistica, come se si trattasse di una vittoria per il Paese. Volendo difendere a tutti i costi la parità peso-dollaro, viene annunciata l’emissione d’una nuova moneta, denominata argentino. L’idea è un po’ balzana (e difatti non funzionerà): si mantiene la parità peso-dollaro, ma vista la scarsa liquidità presente nell’economia (bloccata dal corralito, misura tesa a proteggere il sistema bancario dalla bancarotta), si crea una nuova moneta che dovrebbe sostituire tutti i titoli con valori di moneta emessi dalle province (i cosiddetti patacones nel caso di Buenos Aires, ma che altrove avevano nomi pittoreschi come bonfles, quebrachos, bocaflores, lecops e persino evitas).
Ecco a cosa porta l’intransigenza nella difesa di un modello insostenibile: per mantenere una parità ormai fasulla tra peso e dollaro, si riduce al minimo la quantità di circolante e, nella pratica, il Paese per funzionare ha bisogno d’inventarsi altre monete: si è arrivati a 17 (peso, dollaro, 15 tipi di patacones). L’argentino sarebbe stata la diciottesima valuta del Paese.
Non era questa la via per risolvere lo strangolamento dell’economia argentina. I Governatori provinciali peronisti con ambizioni politiche lo sanno e non si presentano alla riunione convocata da Rodriguez Sáa per definire le nuove strategie. Rodriguez Sáa se ne va.
Una volta eletto, Duhalde, un peronista della scuola “sociale”, intesa come oрposta alla fazione neoliberale di Menem, deve prendere atto della situazione e adottare decisioni più realiste rispetto al suo effimero predecessore.
Il problema-chiave è quello monetario, legato anche all’impopolarissimo corralito. Siccome il nuovo Governo non può permettersi di revocare la misura che limita l’accesso alle banche, cerca di attenuarne gli effetti negativi stabilendo regole più favorevoli per i crediti fino a 100.000 dollari statunitensi e aumentando i tetti massimi previsti per la ritirata di fondi. Si pone fine alla convertibilità mediante l’introduzione di una nuova parità fissa (1,4 peso = 1 dollaro
statunitense) per il commercio estero, е una quotazione fluttuante per tutti gli altri usi.
In pratica, chi ha acceso dei crediti in peso/dollari sino a 100.000 dollari statunitensi, li vede “pesificati” a 1,4: sembra una fregatura, ma solo in parte, dato che nel corso degli anni i depositi peso avevano fruttato tassi d’interesse reali altissimi (attorno al 15 per cento). La perdita attuale è netta, ma ancora ragionevole. Per operazioni oltre 100.000 dollari statunitensi, il cambio è quello di mercato.
Le grandi perdenti sono le imprese, specialmente europee, che sono entrate nel mercato argentino per offrire servizi (telefonia, energia ecc.). I loro contratti di concessione erano legati al dollaro, d’ora in poi le loro entrate saranno in peso svalutati. La situazione, specie nel settore bancario, è critica: molte banche probabilmente falliranno, generando una crisi difficile da controllare.
Se la quotazione del peso per qualche settimana è rimasta su livelli più o meno ragionevoli, sotto i due dollari, nelle ultime settimane le incertezze derivanti soprattutto dal confuso quadro in materia di riforme e dalla mancanza di prospettive di un intervento internazionale hanno aggravato la pressione sul tasso di cambio, che ha sfiorato quota 4 dollari.
Il Governo ha dovuto introdurre delle misure draconiane per riportare la quotazione del peso su valori più accettabili, ma la svalutazione della moneta ha già fatto ripartire l’inflazione, che probabilmente avvicinerà le tre cifre alla fine dell’anno: un salto indietro drammatico per l’Argentina, verso periodi che sembravano passati per sempre. Per quanto riguarda la crescita del PIB, le stime attuali parlano di valori attorno al -8,5 per cento nel 2002. Una situazione gravissima, se pensiamo che la crescita del PIB è già negativa dal 1999.
L’impoverimento del Paese è drammatico: si calcola che il 40 per cento della popolazione viva in situazione di povertà, un fatto grave in un Paese abituato a ben altri livelli di benessere.
In questo quadro complesso, la comunità internazionale chiede all’Argentina riforme credibili, in materia fiscale, monetaria, d’organizzazione dello Stato. Come già esposto in precedenza, l’Argentina ha perso molte occasioni per riformare sul serio il proprio sistema-Paese, dove convivono situazioni parassitarie, macroscopiche inefficienze, sperperi di fondi pubblici legati a favoritismi politici.
In realtà non è un problema puramente economico, ma di vera e propria organizzazione del Paese: quando il sistema politico non offre alternative credibili, il settore privato non è efficiente ma vive spesso di favori e rendite di posizione, la giustizia è politicizzata (persino la credibilità del Tribunale Supremo, i cui membri sono notoriamente legati all’ ‘ex presidente Menem e hanno fatto di tutto per liberarlo dalle accuse che gli erano state rivolte nel caso sul traffico internazionale d’armi, è bassissima), cosa rimane?
Solo la forza delle casseruole, che appresentano l’indignazione di una società civile beffata e derubata. Ma tale sdegno, comprensibile e condivisibile, ha poi bisogno d’essere articolato in un’azione politica positiva, e oggi nessuno in Argentina sembra in grado di raccogliere la sfida.
È significativo come per uscire da quest’impasse d’idee e di progetti, il Governo Duhalde abbia proposto un’iniziativa di dialogo sociale tripartita: si tratta del cosiddetto “dialogo argentino”, un’istanza di dialogo con rappresentanti della politica, dell’economia e della società argentine portato avanti dal Governo, dalla Chiesa cattolica e dall’UNDP (Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo). In altre parole, gli attori pubblici sono così screditati in Argentina che il Governo ha bisogno dell’aiuto istituzionale della Chiesa e delle Nazioni Unite per elaborаre un nuovo progetto di Paese.
Forse l’unica lezione positiva che si può estrarre dall’attuale débâcle argentina riguarda il ruolo dell’Esercito: a fronte d’una crisi così profonda di tutta la società, l’esercito argentino non ha nemmeno pensato di scendere in campo). E dire che in passato la presenza delle forze armate nella storia politica argentina è stata molto significativa! Questo significa due cose: in chiave strettamente interna, le forze armate sono uscite triturate dall’ultima dittatura, e non costituiscono più un’alternativa credibile. In chiave latino-americana, si conferma una tesi che difendiamo da tempo su questa rivista: che l’Esercito, così presente in passato nella storia politica del subcontinente, è tornato per sempre nelle caserme, avendo esaurito il suo ruolo pоlitico. La separazione tra sfera civile e militare è ormai netta, e tocca alla società civile assumersi il compito di governare, la scappatoia militare non esiste più. Abbiamo quindi risposto ad alcune delle nostre domande iniziali: la crisi argentina non è solo congiunturale, ma strutturale, ed essa è il risultato d’una serie di fattori alcuni vicini e altri lontani nel tempo.
Che dire dell’atteggiamento della comunità internazionale? È giusto dire che la crisi è un problema argentino che gli argentini devono risolversi da soli? Certo, gli errori di fondo che abbiamo elencato sono in gran parte interni: se nel corso degli anni la classe politica non ha saputo organizzare il Paese su basi solide ed efficienti le sue responsabilità sono evidenti.
Ma sino a poco fa l’Argentina era il modello da seguire in materia finanziaria, era il Paese dove le riforme erano state fatte in maniera più radicale (alloro diviso con il Cile), era un mercato promettente ecc. Gli errori di cui abbiamo parlato sono invece antichi. Non sarà che le valutazioni sulla bontà dell’ultimo decennio sono state un po’ affrettate, che non era tutto oro ciò che luccicava nell’era Menem? E soprattutto, gli organismi finanziari internazionali che sino a pochi mesi prima insistevano sulle bontà del currency-board non hanno contribuito ad affondare l’Argentina? Adesso si chiamano fuori, affermando che quelle scelte erano argentine, e che il problema consiste nell’incapacità dei successivi governi di mettere in pratica i piani accordati con il FMI.
Si richiedono riforme serie, ed è giusto, ma tanto rigore nei confronti del Paese nella congiuntura in cui esso si trova è ipocrita e ingiusto. L’Argentina deve essere aiutata, nell’interesse di tutti. Purtroppo, la nuova amministrazione americana ha ben altre priorità: in occasione della crisi brasiliana, un piano di salvataggio ben concepito, sotto la leadership USA ma con un decisivo contributo finanziario europeo, fu importantissimo per il superamento dell’impasse. Dopo un solo anno a crescita zero, il Brasile già nel 2000 tornò a crescere, stupendo un pó tutti gli analisti, e sbigottendo i ragazzini di Wall Street, quelli che decidono dei destini del mondo incollati al loro limitatissimo schermo di computer.
Oggi l’Amministrazione Bush afferma che l’Argentina ha già bruciato in un anno 63 miliardi di dollari in aiuti senza risolvere i suoi problemi, e non merita d’essere ulteriormente aiutata. È vero, ma a chi giova il disastro argentino? Gli USA hanno perso importanti posizioni nel Mercosur negli ultimi anni. Le imprese europee sono state molto più dinamiche nell’approfittare dell’apertura di queste economie nel corso degli anni novanta. Lo stesso negoziato commerciale Eu-Mercosur è molto più avanzato rispetto all’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe).
Lo stesso Mercosur, e sul suo esempio l’America Latina nel suo complesso, ha acquisito, grazie ai successi ottenuti negli anni novanta, una densità e un peso strategico impensabili anche solo dieci anni fa.
Forse sono malvagio nella mia visione, ma a pensare male non sempre si sbaglia: mantenere l’Argentina con l’acqua alla gola significa colpire a morte il Mercosur, un progetto d’integrazione che ha sempre infastidito gli USA, poco propensi a ritrovarsi dei partner forti in America Latina. La via d’uscita per l’Argentina potrebbe essere una dollarizzazione forzata, associata a un’apertura commerciale indiscriminata e rapidissima nel quadro di un’ALCA semplice trasposizione su scala continentale del NAFTA. Un progetto avversato dal Brasile, l’unico vero Paese in grado di fare da contrappeso (relativo) al dominio geopolitico USA nella regione. Un prolungamento della crisi argentina ferirebbe a morte il Mercosur e non potrebbe non avere conseguenze negative sul Brasile, che per il momento regge il colpo.
E dietro l’Argentina e il Brasile, chi c’è?
L’Europa, primo investitore e primo partner commerciale del Mercosur, molto più esposta degli USA nella regione. Ecco che in questo quadro agli USA non può fare molto dispiacere tenere l’Argentina a bagnomaria: il messaggio è, infatti, trasversale, e non è diretto solo a Buenos Aires.
D’altro canto, un quadro di questo tipo mette anche in evidenza la necessità per l’UE di affinare le proprie strategie e le proprie modalità d’azione in crisi come queste: l’Argentina sarà pure lontana geograficamente, ma è vicinissima culturalmente ed economicamente. I paesi europei dovrebbero coordinare meglio la loro azione negli organismi finanziari internazionali, al fine di far maggiormente pesare la loro influenza, teoricamente significativa (quando si tratta di
pagare il conto), nella pratica troppo condizionata dalle scelte USA (quando si tratta di decidere). E non stiamo parlando di azioni militari, dov’è chiaro che gli USA hanno anni luce di vantaggio rispetto a noi, ma di questioni economiche e finanziarie, dove l’EU pesa tanto quanto gli USA.
Questa è la situazione oggi in Argentina: il quadro non è positivo, le nubi sono dense e cariche di pioggia. Ma non facciamo l’errore di credere che si tratti solo di un problema interno a quel Paese. La crisi argentina propone dubbi e interrogativi che vanno analizzati seriamente, e richiedono risposte coerenti e ambiziose.


