Lo sviluppo del multilateralismo ed il rafforzamento dell’Unione Europea come attore fondamentale della comunità internazionale sono gli scenari fondamentali che tutelano al
meglio gli interessi internazionali dell’Italia. Il nuovo governo dovrebbe dare priorità al rilancio dei contenuti della Costituzione Europea, ed a sviluppare un dialogo capillare con la cittadinanza sulle sfide internazionali che l’Italia deve attrezzarsi per affrontare. A livello multilaterale, pace, democrazia e equilibrio degli scambi economici sono le tre dimensioni da privilegiare. Legarsi ai paesi emergenti con strategie di lungo periodo per consolidare il rilancio della nostra economia e coinvolgere maggiormente la società civile, gli operatori privati e le comunità nel mondo nella strategia nei confronti del Sud sono sfide che richiedono un superamento della dimensione troppo personalista che ha prevalso nella gestione recente dei rapporti internazionali.
Nella mia analisi prendo spunto dall’ottimo documento di Pistelli e Vecchi (Una nuova Italia in un mondo che cambia, 19.05.2005) che condivido pienamente, per sviluppare alcune proposte specifiche.
L’asse portante delle mie riflessioni è la necessità, per il nuovo governo italiano, di riprendere l’iniziativa per lo sviluppo di un mondo multipolare, del quale l’Unione Europеа è un attore fondamentale. Il rafforzamento dell’Ue è conditio sine qua non per un successo dell’approccio multilaterale, l’unico che permette infatti di affrontare compiutamente le grandi sfide della globalizzazione, del cambio climatico, della sicurezza, dello sviluppo economico.
Se nell’Ue prevalesse, alla luce della difficoltà attuali, un profilo basso che limitasse il perfezionamento dell’identità e delle strutture di un vera politica estera e di sicurezza comune, il multilateralismo ne soffrirebbe terribilmente, perché l’Europa ne è il modello più compiuto. L’integrazione europea, il suo progressivo allargamento geografico l’estensione delle sue competenze al di là della materia strettamente commerciale sono stati la risposta più brillante che il nostro continente ha potuto dare alle sfide della seconda e metà del XX secolo.
Gli scenari strategici prevedibili per il XXI secolo vedono tutti l’emergenza di nuovi attori (Cina ed India in primo luogo, ma anche Brasile, Sudafrica ed altri) che aumenteranno il loro peso globale, venendo a modificare gli equilibri attuali. Se il ruolo centrale degli Usa non è in discussione, le nazioni europee sembrano condannate ad una crescente emarginazione, che sfocerà presto nell’irrilevanza, al di fuori di un’Ue forte e dinamica.
Se questo è vero per Gran Bretagna, Francia e Germania, che s’illudono di conservare un loro peso specifico proprio a causa della loro storia o di certe situazioni che ne sono l’eredità (Consiglio di Sicurezza, passato imperiale, peso economico), è ancora più vero per un paese come il nostro che ha sempre dovuto affannarsi per essere trattato alla pari di quelli menzionati e per affermare una personalità propria in politica estera.
Gli anni del governo Berlusconi hanno ulteriormente allargato questo fossato tra pretese interne e credibilità reale dell’Italia in campo internazionale. Il profilo personale del Presidente del Consiglio, il suo intervenzionismo dilettantesco e personalista in politica estera, le sue provocazioni, che possono indurre al sorriso in un contesto italiano ma costano care a livello internazionale, l’occasione perduta della Presidenza europea, sono tutti fattori che hanno giocato contro l’Italia in questi anni.
Ma l’errore più grave compiuto dal governo italiano di centrodestra è stato quello d’assecondare la deriva unilateralista dell’attuale amministrazione americana, che non ha fatto che rendere evidenti i limiti di ogni soluzione non multilaterale; su molte questioni, in questi anni si sono fatti passi indietro anziché avanti. E l’Italia ha purtroppo contribuito tutto ciò: minare l’efficacia delle Nazioni Unite ed indebolire sistematicamente progresso dell’integrazione europea e lo sviluppo della personalità estera internazionale dell’Ue ha significato andare esattamente nella direzione contraria agli interessi dell’Italia.
L’Unione, che può contare su competenze di uno spessore internazionale ben diverso agli squinternati provincialismi della maggioranza attuale, buoni solo per assicurarsi un marginalissimo strapuntino al tavolo dell’unilateralismo “neoconservatore”, dovrà appunto ribaltare queste due tendenze, facendosi portatrice d’iniziative nella direzione opposta.
Intendiamoci; non si tratta di sostituire all’americanismo “a prescindere” un europeismo anch’esso “a prescindere”. Dopo l’11 Settembre, il mondo si e riempito di “migliori amici dell’America”, tutti disposti a fare il loro meglio per ingraziarsi la più retriva amministrazione americana del dopoguerra, intestarditasi a mettere in atto un’agenda internazionale squilibrata e superficiale.
I dividendi che l’Italia ne ha tratti sono stati l’avventura irakena, le cui vie d’uscita sono state chiaramente indicate da Romano Prodi in suoi recenti interventi su cui non è necessario ritornare; nel corso del tempo, la marginalità del contributo italiano è stata più volte messa in evidenza, dimostrando che il rischio di vite italiane non ha minimamente contribuito ad affermare un rapporto privilegiato con gli Usa. Anzi, in momenti di crisi, gli Usa non si sono preoccupati di passare oltre il loro “miglior amico”. Le aspettative ottimistiche legate alla ricostruzione dell’Irak si sono rivelate l’ennesima buggeratura: non c’è stato spazio proprio per nessuna impresa che non fosse legata a filo doppio all’amministrazione Bush, e questo dovrebbe far riflettere un governo che confonde politica estera con commercio estero (Berlusconi dixit).
L’appiattimento sulle posizioni di Washington e la perdita d’iniziativa italiana in politica estera si sono tradotte in una crescente irrilevanza italiana in ambito europeo ed in una conseguente perdita di peso su scenari di fondamentale importanza per un’Italia che vuole crescere economicamente, quali l’Asia, il Mediterraneo, l’America latina. In una parola nei rapporti con i paesi emergenti, con i quali l’Italia non solo non ha intensificato i propri rapporti, ma riesce persino a deteriorare le proprie posizioni rispetto ad un passato che aveva visto certi segmenti dell’imprenditoria italiana protagonista (industria meccanica, grandi opere, agri – food).
Non si tratta quindi di sostituire un europeismo acritico ad un americanismo acritico: ma è necessario che gli italiani comprendano una volte per tutte che se è vero che gli Stati Uniti rimangono un partner irrinunciabile, l’Europa costituisce lo spazio democratico di riferimento nel quale l’Italia deve coniugare le proprie posizioni. Con realismo e convinzione.
La politica estera italiana è la politica estera europea, a cui un’Italia post – berlusconiana contribuire. Perché non solo l’Italia ha bisogno di un’Europa forte, ma anche l’Europa sente il bisogno di contare di nuovo con l’apporto italiano.
L’essersi intestarditi nel voler firmare la Costituzione Europea a Roma, come se quello fosse il punto, è stata l’ennesima dimostrazione della superficialità dell’azione estera italiana negli ultimi anni. Importante invece che l’Italia ritorni protagonista nella sostanza, facendosi portatrice di una capacità di proposta in ambito europeo ed evitando ogni tentazione di cammini paralleli che non portano da nessuna parte.
Fatte queste premesse, come riprendere l’iniziativa sui diversi scenari internazionali?
Europa: il prossimo governo italiano dovrà adoperarsi per far ritrovare all’Italia il ruolo e la voce perduti in ambito europeo.
Interesse primario dell’Italia è rafforzare i meccanismi decisionali in seno all’Ue, consolidare lo spazio giuridico europeo, superando le reticenze in materia dell’attuale governo, rilanciare la strategia di Lisbona, di cui il nostro paese ha bisogno ancor più di altri, adoperarsi per la creazione del corpo diplomatico europeo sotto la tutela di un Ministro degli Esteri comunitario e per il rafforzamento della politica di difesa comune.
L’Italia ha già ratificato la Costituzione Europea: se essa non è più d’attualità nel suo testo attuale, il nostro governo dovrebbe però farsi forte di tale ratifica, effettuata assieme altri 12 membri dell’Ue, per proporre l’approvazione per stralcio delle parti meno conflittuali della Costituzione (ricordandosi che i sondaggi dicono che la gran maggioranza degli europei, anche in Francia ed Olanda, è a favore dell’integrazione europea), quali la riforma istituzionale, la carta dei diritti, la politica estera.
L’Italia dovrebbe poi proporre una riscrittura della Costituzione su nuove basi, per venire incontro al problema fondamentale del testo costituzionale, che ha disatteso in questo il mandato: quello di rendere leggibili e comprensibili i trattati. Per questo, è necessario riscrivere i testi su nuove basi, e produrre una vera e propria carta costituzionale corta e chiara.
Per fare ciò, non è sufficiente prendere l’iniziativa a livello comunitario: è necessario portare avanti una gran campagna informativa, che porti pool d’esperti in tutte le province italiane (e l’Unione può contare con molti simpatizzanti con curriculum adeguati ma questo scopo), con il compito di discutere con la cittadinanza l’agenda europea ed internazionale. Bisogna sfatare il mito della politica estera “domaine réservé” di pochi esperti, che ha portato all’euro – scetticismo ed al populismo di ritorno dell’attuale governo, per spiegare con chiarezza e competenza agli italiani che cosa rappresentano per l’Italia l’integrazione europea, la sfida asiatica, i rapporti mediterranei, i negoziati WTO, le riforme agricole.
Continuare a non parlarne, a non portare nelle nostre cento città questi temi significa lasciare tutto lo spazio ai pressappochismi, agli scenari catastrofici, ai protezionismi interessati.
A livello di politica estera europea, la creazione del servizio diplomatico europeo prevista dalla Costituzione ed il conseguente rafforzamento progressivo delle Ambasciate Ue nei confronti di quelle nazionali avrà un effetto catalizzatore sull’immagine dell’Ue nel mondo, sulla sua efficacia operativa, sulla sua affidabilità, oltre a comportare un notevole risparmio finanziario. Tutti questi aspetti beneficiano l’Italia e gli italiani.
La fondamentale battaglia per un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, acutamente analizzata da Pagani e de Guttry, diviene una cartina al tornasole cruciale per l’Ue attore mondiale. La candidatura tedesca e del tutto incoerente con il rafforzamento dell’Europa nel mondo, cosi come lo sarebbe un’ipotetica candidatura italiana.
Pur senza negare i meriti della posizione assunta dall’attuale governo italiano, solo l’affiancamento di un seggio permanente Ue a quelli francese e britannico, con cui esisterebbe un obbligo di coordinamento sistematico, farebbe giustizia al peso dell’Ue nel mondo, oggi penalizzato dagli arcaismi istituzionali.
Si pensi anche all’insufficiente coordinamento tra europei in seno agli organismi finanziari internazionali, che vanifica spesso l’efficacia dell’azione europea anche dopo l’apparizione dell’Euro e regala agli Usa un ruolo principe che squilibra i mercati finanziari internazionali, e si vedrà chiaramente come la posizione tedesca non significhi affatto maggiore, ma minore peso per l’Europa nel CdS.
Il governo dell’Unione dovrebbe adottare questi due obiettivi di fondo in ambito Pesc, pur sapendo che non saranno necessariamente realizzabili nell’immediato.
Il rafforzamento della dimensione difensiva dell’Unione è stato adeguatamente affrontato da Romano Prodi nel suo intervento programmatico a Traversetolo, e non richiede ulteriori sviluppi, salvo sottolinearne la sua necessità urgente per dare peso all’Europa nel mondo.
In ambito multilaterale, un’Italia ridivenuta protagonista in sede europea dovrebbe adottare come pilastri delle proprie posizioni i seguenti principi:
– il contributo attivo alla pace mondiale, a cominciare dall’Irak, in un’ottica di transizione dalla dimensione del peace-keeping a quella del peace – building, che sviluppi tutte sinergie necessarie con un rilancio della politica di cooperazione allo sviluppo e straordinario attivismo della società civile e degli enti locali italiani;
– il consolidamento della democrazia e dei diritti umani, quella che Prodi definisce una politica etica, in consonanza con gli altri principi che tanti italiani condividono promuovono mediante le loro attività nel mondo;
– l’intensificazione, su basi equilibrate, degli scambi economici, che tenga dovuto conto, in un contesto multilaterale, delle nostre legittime esigenze di mantenimento dei nostri standard economici e sociali ma anche dell’emergere di nuove economie e della necessità di sviluppo delle economie meno avanzate. Questo richiede un maggior sforzo di comprensione e d’adattamento ai nuovi scenari internazionali, sia parte del governo che degli operatori privati, che stanno soffrendo d’un certo ritardo del sistema Italia nella transizione dallo spazio economico europeo a quello globale.
Nei confronti dei paesi emergenti, l’Italia ha perso spazi che si era saputa creare in passato. Non favorire l’europeizzazione della politica estera ed in particolare sforzi congiunti di promozione commerciale europea penalizza le imprese italiane in crisi di competitività.
Nei confronti dell’Asia, è necessario impostare da subito un approccio attivo a Cina ed India, potenze economiche del futuro, adattando il nostro sistema d’appoggio alle imprese alle necessità di tali mercati, sviluppando sinergie con i soci europei superiori alle attuali, rilanciando la politica di supporto all’innovazione in legame con la potenza emergente nel settore, I’India. Il governo italiano dovrebbe poi farsi fautore in sede europeo di negoziati commerciali miranti la conclusione di accordi commerciali di mutuo interesse con i partner suddetti, nonché con Giappone ed Asean.
Nei confronti dell’America Latina, l’Italia deve finalmente farsi portatrice d’iniziative politiche ed economiche, sempre carenti in passato, con qualche eccezione nel caso argentino. In seno all’Ue, l’Italia dovrebbe assumere un ruolo di amico dell’America Latina, cui ci legano storia ed interessi comuni, simile a quello della Spagna, con cui in ogni caso non si avrebbe la pretesa di competere, ma di cooperare. L’integrazione regionale, nel Mercosur o nel più esteso ambito sudamericano dovrebbe ritrovare il protagonismo ebbe in tempi anche recenti, e l’Italia dovrebbe darsi da fare per rilanciare i negoziati il Mercosur, attualmente stagnanti.
Nei confronti del Mediterraneo, l’Italia dovrebbe darsi da fare per rilanciare il processo di Barcellona, vittima delle rarefazioni politiche ma anche d’un approccio eccessivamente burocratico. Andando contro a chi si dichiara convinto della nostra indiscutibile superiorità culturale, l’Italia, paese mediterraneo per eccellenza, dovrebbe fare molto di più per rafforzare la cooperazione culturale e tra collettività locali e società civile.
Nei confronti dell’Africa, è fondamentale che l’Italia contribuisca attivamente al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo per il Millennio, mediante un rafforzamento nei limiti del possibile degli aiuti pubblici allo sviluppo (meglio un piano ragionevole e pluriannnuale che promesse al vento) ed una riforma che rilanci la cooperazione in sinergia con il settore privato e sfruttando le notevoli competenze dei cooperanti italiani, molto apprezzati nel mondo.
Per quanto riguarda la nuova pagina degli Italiani nel Mondo, l’Unione si sta adoperando per contrastare l’approccio di stampo assistenzialistico – corporativo caro al ministro attuale, che si rivolge agli italiani nel mondo di cinquanta anni fa, non a quelli di oggi.
Il nuovo drappello di rappresentanti degli italiani nel mondo dovrebbe essere invece composto di rappresentanti di una diaspora italiana moderna e competente, che non guarda all’Italia con nostalgie mal riposte ma con realismo e volonta di cooperazione. Gli italiani nel mondo non devono venire a chiedere, ma a proporre. La transizione dal Cgie al Parlamento non sarà semplice, ma. permetterå di sviluppare importanti sinergie con la presenza italiana nel mondo, e rilanciare la diffusione della cultura italiana in modo più capillare, anche grazie al protagonismo delle nostre comunità.
Dall’insieme di tutte queste proposte, è chiaro che l’Italia è ad una svolta anche in materia di politica estera. In un mondo che corre, abbiamo bisogno di un’Italia che sappia analizzare le nuove realtà, proporre azioni che vadano di là della facciata, tessere nuovi rapporti che mettano in valore il potenziale delle nostre imprese, della nostra società civile, delle nostre comunità nel mondo. E’ una sfida difficile, ma necessaria: se l’Italia non si muove, nessuno lo farà per noi. Vale senz’altro la pena di farlo.