Nuove tendenze politiche in America Latina: è reale la svolta a sinistra?

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Si parla molto, di questi tempi, di una svolta a sinistra che si starebbe verificando in America Latina. La congiuntura elettorale che prevede 12 elezioni presidenziali tra il dicembre 2005 ed il
dicembre 2006, nonché numerose elezioni legislative, tende ad avvalorare l’importanza di questo passaggio che potrebbe effettivamente consegnare al mondo un’America Latina profondamente spostata a sinistra, specie in caso di risultati in questa direzione in Messico e Brasile.

I recenti risultati in Bolivia e Cile, la possibile elezione del populista Ollanta Humala in Perù, il consolidamento di Nestor Kirchner in Argentina, l’influenza crescente nel subcontinente di Chávez, la probabile rielezione di Lula in Brasile nonostante la via crucis a cui è stato sottoposto il suo PT, la possibile affermazione di Lopez Obrador alla testa del PRD in Messico sono tutti fattori che sembrano testimoniare una svolta politica di grande significato.

In quest’articolo analizzeremo punti comuni e divergenze tra le diverse situazioni, cercando di capire se esista davvero una tendenza precisa in America latina, o se siamo di fronte ad un fenomeno congiunturale.

Tutto è cominciato con l’elezione storica di Lula nel 2002, che ha portato per la prima volta al potere la sinistra storica nel più grande paese latinoamericano, il Brasile.

Quell’elezione è stata interpretata come una svolta epocale per il Brasile e per l’America Latina: l’entusiasmo che ha contagiato il Brasile, che ha eletto l’exsindacalista già al primo turno elettorale, contagio’ rapidamente il resto del mondo, specie l’Europa, che ha salutato Lula con toni ed aspettative a mio parere eccessivi.


Al tempo in cui s’esaltava la figura del paziente Lula, eletto al suo quarto tentativo presidenziale, la maggior parte dei commentatori tendevano a trascurare o addirittura a disprezzare l’eredità dei due mandati di Fernando Henrique Cardoso, etichettati in maniera sbrigativa come un fallimento, quando si era invece trattato di un passaggio fondamentale della storia brasiliana; si era trattato del primo governo brasiliano che era riuscito a riequilibrare i conti, a modernizzare l’economia, a rilanciare la crescita.

L’eredità di Cardoso si è resa evidente negli anni di Lula, che hanno visto un Brasile risanato e competitivo affermarsi sulla scena economica internazionale. Senza il rigore di Cardoso non si sarebbero mai date le condizioni per l’elezione di Lula, cui osservatori superficiali attribuirono doti taumaturgiche: Lula avrebbe redistribuito la ricchezza, eliminato l’analfabetismo e la povertà, cambiato per sempre il corso della storia.

È evidente che le riforme portate in atto da Cardoso non produssero risultati sufficientemente significativi in campo sociale, ma è anche vero che, pur spostando il centro dell’azione di governo verso il sociale, risulta impossibile prescindere dal rigore economico.

Questo Lula l’ha sempre saputo, e sin dall’inizio s’impegnò a rispettare gli accordi con il FMI, successivamente non più rinnovato.

Frazioni importanti della sinistra brasiliana si sono disincantati per l’approccio rigoroso di Lula, definito anch’esso neo – liberale, e una profonda contestazione da sinistra è emersa in Brasile nel corso del mandato di Lula.

La grande delusione è venuta però dallo sgretolarsi del PT, il partito degli onesti per eccellenza, che si è visto imbrigliato in una complessa rete di favori, corruzione e connivenze che ne ha ridotto al minimo il prestigio. Il PT si è rivelato, nel gestire il potere, un partito come gli altri. Le politiche intraprese, pur spostando appunto l’enfasi verso il sociale, non hanno rotto con l’ortodossia finanziaria liberale, come molti s’auspicavano in Brasile e fuori. La riforma agraria non ha fatto passi avanti significativi rispetto al periodo precedente, e la politica ambientale (Amazzonia) è stata molto trascurata. Alcuni programmi in campo educativo e sanitario sono stati attivati e ampliati con successo, ma non si è dato in Brasile quel big bang che molti sognavano.

A sei mesi dalle elezioni presidenziali, pare che il prestigio personale di Lula lo porterà alla rielezione, ma il suo secondo mandato sarà politicamente ancora più complesso del primo, dato che certamente questi non avrà una solida maggioranza parlamentare (questo fu il problema che originò tutti gli scandali, a partire da quello del mensalão).

Il Brasile è andato in questi anni a sinistra? La sinistra ha raggiunto per la prima volta il potere, ma il suo raggio d’azione si è visto strutturalmente limitato dall’assenza di una coalizione forte, dalla necessità di salvaguardare il rigore economico, dalle aspettative eccessive createsi, dall’ampiezza dei problemi sociali, che richiedono almeno una generazione di riforme per essere risolti, non quattro anni.

È chiaro però che Lula è divenuto un riferimento internazionale, che il suo mandato non può certo definirsi un fallimento, che sulla scena internazionale il nuovo Brasile ha acquisito un ruolo impensabile fino a qualche tempo fa, e che il nuovo fronte dei paesi emergenti rappresenta una grande novità in termini di governance internazionale.

Gli entusiasmi sollevati nel 2002 da Lula si stanno ora ripetendo nel caso di Evo Morales, il nuevo niño bonito della sinistra internazionale.

Molti fattori contribuiscono a rendere simpatico il leader dei produttori tradizionali di coca boliviani: le origini etniche, il discorso franco e sincero, la capacità di mobilitazione dimostrata,
che l’ha portato ad un’elezione trionfale senza precedenti nella complessa storia politica boliviana, le idee decise in materia di sfruttamento delle risorse energetiche boliviane in favore delle popolazioni locali.

Dall’avvento della democrazia in Bolivia, nel 1982, nessun governo è mai riuscito a dare stabilità al paese, a impostare corrette riforme economiche e sociali in grado di rispondere alle aspettative della popolazione, a risolvere l’equazione energetica in maniera soddisfacente (vedasi la crisi che ha portato di Sánchez de Lozada e le tensioni regionali che rischiano di portare all’implosione del paese).

La crisi delle forme d’espressione politica tradizionali, una delle caratteristiche comuni a molti paesi latinoamericani, ha messo in ginocchio i partiti storici, favorendo l’emergenza d’una piattaforma d’associazioni e movimenti, la MAS, che ha portato all’elezione trionfale di Morales.

Siamo qui di fronte alla prima delle convergenze in atto in America Latina: i partiti tradizionali, espressione delle classi dominanti, non si dimostrano più in grado di offrire prospettive convincenti: è successo in Bolivia, ma anche in Perù dove l’elezione di Toledo coincise con lo sbriciolamento dei partiti tradizionali, con la sola eccezione del socialdemocratico APRA. È successo in Venezuela, dove il chavismo ha portato all’irrilevanza i partiti tradizionali, ma anche in Argentina, dove il radicalismo è in profonda crisi ed il peronismo si è diviso in una famiglia di sinistra (Kirchner) ed una di destra (Duhalde). E’ successo in parte in Brasile, dove i partiti non sono mai stati organizzazioni forti, salvo il PT, ma piuttosto cartelli elettorali: il candidato Lula raccolse molti più consensi rispetto al suo partito, venendo portato alla presidenza da una mobilitazione complessiva che andava ben al di là dell’elettorato tradizionale del PT. È successo in Uruguay, dove il Frente Amplio di Tabarè Vázquez ha significato il tramonto del bipolarismo tradizionale blanco colorado.

In Cile, l’elezione della socialista Michelle Bachelet sembra rappresentare un’eccezione alla regola, perché si tratta della quarta elezione consecutiva d’un rappresentante della Concertación. In realtà, la storia politica cilena è diversa da quella del resto dell’America Latina, così come la sua storia economica recente. Quindici anni consecutivi di crescita a livelli ben superiori a quelli registrati negli anni di dittatura, un ampio consenso in materia economica, una politica d’apertura commerciale senza uguali al mondo hanno creato uno scenario nel quale il concetto di sinistra si coniuga virtuosamente con i buoni risultati economici.

Nessuno, nemmeno il partito comunista cileno, contesterebbe oggi queste scelte essenziali, che tra l’altro hanno messo in difficoltà la destra di Piñera e Lavín, che un paio d’anni fa sembrava destinata a trionfare nelle elezioni di quest’ anno, essendo riuscita ad esorcizzare una volta per tutte il fantasma pinochetista.

Se il Cile rimane un paese profondamente classista e socialmente squilibrato, la divisione destra – sinistra si coniuga più in funzione dell’approccio rispetto ad un passato politico sempre meno pressante che in chiave di eventuali differenze concettuali in maniera economica.

La sfida per il nuovo governo cileno è adesso quella d’estendere al massimo i benefici della crescita economica piuttosto che di rivoluzionare ciò che funziona. Una sfida di post – sinistra che molti paesi, in America latina, vorrebbero poter imitare.

La presidenza di Nestor Kirchner in Argentina può in un certo senso essere catalogata come di sinistra, anche se sui generis: il successo di Kirchner, la cui rielezione nel 2007 è quasi assicurata visto il risultato delle recenti elezioni legislative, è legato al ritorno alla stabilità istituzionale dopo l’anno dei cinque presidenti, alla crescita economica (9% all’ anno dal 2004, seguente, è vero, alla grande recessione del 2002 – 2003), al successo nel negoziato con i creditori internazionali, tutti successi ottenuti senza seguire i dettami del Fondo Monetario Internazionale.

Si aggiungano poi alcune scelte coraggiose, anche se in parte intrise di populismo, in materia di riapertura dei dossier giudiziari legati alla dittatura militare, ed un certo nazionalismo economico, che ha ad esempio messo in crisi il Mercosur.

Non sono sicuro che si possa definire Kirchner un presidente di sinistra, ma di certo è un presidente personalista, populista, spregiudicato, che ha saputo ottenere risultati impensabili sino a qualche tempo fa. E le popolazioni vedono migliorare le loro condizioni di vita, un fenomeno che dovrebbe compiacere chi si dice di sinistra.

Il Venezuela di Chávez è spesso citato come il caso emblematico di visione alternativa alle politiche tradizionali. Il fenomeno Chávez è certamente complesso: se il suo discorso populista, la sua capacità di contattare con le parti più povere della popolazione venezuelana, i suoi programmi sociali, estesi su scala continentale, sono sicuramente anti – sistema, il suo sfrenato personalismo, la sua incontinenza verbale, la militarizzazione dell’economia e della politica venezuelana da lui portate avanti fanno sorgere interrogativi inquietanti. Sino a che punto è replicabile il modello – Chávez?

El Bloque Regional de Poder, le nuove alleanze regionali prefigurate da Chávez come alternativa ai modelli d’integrazione economica tradizionale, aprono propsettive interessanti in materia di cooperazione energetica, commerciale e replica di programmi sociali di successo. Non sono sicuro che questo si possa definire, come alcuni fanno pomposamente, il socialismo del XXI secolo, ma non credo che debba inquietare nessuno la prospettiva di nuove forme di cooperazione internazionale sud – sud, in grado di generare nuove convergenze e prospettive.

Chiaro che sinora Chávez ha potuto contare sulla manna petrolifera, che gli permette d’alimentare sogni e politiche ambiziose in patria ed altrove.

Si può interpretare il chavismo come l’ultimo travestimento del populismo petrolifero venezuelano, ma la vera chiave di volta è la distribuzione di maggiori parti del dividendo petrolifero tra la popolazione, una valutazione che sarà possibile fare solo tra qualche tempo.

Se Chávez riuscirà a farlo, ho l’impressione che il catalogarlo di destra o di sinistra risulterà irrilevante. Avrà comunque ottenuto uno straordinario risultato politico.

Così come un presidente diametralmente opposto a Chávez e certamente non di sinistra, Alvaro Uribe, deve la sua popolarità e la sua sicura rielezione ai risultati ottenuti, con metodi a volte non del tutto ortodossi, in materia di lotta contro il narcoterrorismo: la migliorata sicurezza nelle strade colombiane, associata ai discreti risultati economici, costituiscono una piattaforma indubbiamente solida che lascia poche speranze ai suoi potenziali rivali.

Il discorso populista di Chávez riappare anche nel nuovo fenomeno della politica peruviana, quell’Ollanta Humala che sembra il grande favorito del secondo turno elettorale, nel quale affronterà il sempiterno Alán García, leader dell’APRA.

Se poco chiari risultano i contorni del programma di Humala, che per ora non gioca che sul suo messaggio populista e sul suo carisma, il suo sorprendente successo è ancora una volta legato alla sua capacità di comunicare con delle masse che si sentono escluse dai benefici della crescita economica, che pure è stata significativa negli anni di Toledo.

Quest’ultimo, il primo presidente andino del subcontinente, ha deluso le aspettative per la sua incapacità di portare avanti le necessarie riforme politiche e di cristallizzare politiche sociali più efficaci in un contesto di crescita economicа.

In attesa delle elezioni messicane di luglio, nelle quali il PRD di Lopez Obrador potrebbe portare per la prima volta la sinistra al potere (che non mi senta un militante del PRI, un partito che si è sempre considerato di sinistra o perlomeno rivoluzionario…), quali sono le convergenze che possiamo elencare tra tutti i casi esaminati?

Al decennio perduto degli anni ottanta ha fatto seguito l’epoca delle riforme economiche degli anni novanta, centrate sul riordino dei conti pubblici, le privatizzazioni, l’ammodernamento dell’economia.

Tali riforme non hanno avuto il medesimo successo nei diversi paesi: se il Brasile ed il Messico sono usciti rafforzati dagli anni novanta, ed il loro principale problema consisteva nell’esiguità del dividendo sociale (diminuzione troppo lenta dei livelli di povertà) ma all’interno d’uno scenario economico fondamentalmente sano, l’ortodossia rispetto alle ricette del FMI seguita in Argentina, non accompagnata da opportune riforme interne, ha portato ad una crisi economica di dimensioni drammatiche, da cui solo ora il paese sembra uscire.

Il Cile rappresenta un’eccezione, perche le riforme economiche intraprese prima che altrove ed il modello aperto seguito hanno permesso di canalizzare meglio che altrove la risposta ai problemi sociali, che resta comunque insufficiente.

I paesi andini hanno avuto meno successo nelle loro riforme economiche, anche se il Perù ha ottenuto risultati migliori, l’Ecuador e la Bolivia si sono ritorte in convulsioni istituzionali di grande complessità, il Venezuela ha vissuto della rendita petrolifera.

La Colombia ha dato priorità alla soluzione del problema sicurezza, adottando un modello di apertura unilaterale nei confronti degli Stati Uniti che la rende un caso a sé in una regione nella
quale si sta alimentando un forte nazionalismo economico.

Le riforme macroeconomico – finanziarie (etichettate dai loro denigratori neo – liberali) hanno avuto più o meno successo, in funzione anche delle dimensioni delle specifiche economie, ma in tutta la regione è emersa, all’inizio del decennio, la necessità di riservare maggiore attenzione ai problemi sociali.

Le riforme di seconda generazione vanno oltre la dimensione prettamente economica e riguardano temi fondamentali come la distribuzione della ricchezza, la sanità, l’educazione, l’uso delle risorse energetiche. In una maniera o nell’altra, la nuova generazione di politici latinoamericani tende ad enfatizzare la dimensione sociale delle politica, senza per questo tralasciare il rigore economico ma senza più attribuire valore quasi religioso alle ricette degli organismi di Bretton Woods.

I nuovi leader tendono a superare i partiti politici tradizionali, ovunque in profonda crisi, a cominciare proprio da quelli di sinistra, ed a sviluppare un dialogo diretto con le popolazioni.
Spesso si trasformano in leader carismatici, in possesso d’una propria credibilità personale che va al di là del peso specifico dei settori politici che li appoggiano.

In campo internazionale, i paesi latinoamericani superano la soggezione tradizionale nei confronti degli Stati Uniti, la cui attenzione per la regione è tra l’altro scemata drasticamente dopo l’ 11-9, e fanno bella mostra d’indipendenza economica in ambito internazionale (emergenza del blocco G – 20 all’ OMC, blocco di un negoziato ALCA squilibrato a favore dei paesi nordamericani, ridefinizione delle regole del gioco in materia energetica).
Tutto ciò può essere definito di sinistra?
Una volta di più, ciò che meno importa sono le etichette o le generalizzazioni. L’America latina aveva bisogno di mettere ordine in casa, e l’ha fatto in maniera a volte dolorosa negli anni novanta. L’esigenza di meglio distribuire i benefici della crescita economica è poi emersa con forza, la politica tradizionale non è parsa in grado di gestire questa nuova dimensione, e si e vista scavalcata da nuove forme d’espressione politica, più dirette e carismatiche. A volte nell’ambito di partiti organizzati (Brasile, Argentina), più spesso nel quadro di nuove aggregazioni, più attente alle piazze. Nei paesi andini, il nuovo momento politico ha assunto spesso toni indigenisti.

In che direzione sta andando l’America latina? Così come il fenomeno analizzato, la risposta non può essere univoca. Di certo siamo in presenza di un nuovo laboratorio, nel quale si sta plasmando una nuova forma di concepire e gestire la politica, alla frontiera tra populismo e nuovo umanesimo, che risponda in maniera piu’ efficace del modello liberale classico ai problemi di paesi articolati come quelli latinoamericani.

Fondamentale però che questo nuovo umanesimo non stravolga le regole fondamentali dell’economia: la crescita è una premessa irrinunciabile in paesi dalla struttura sociale piramidale come quelli latinoamericani, le irresponsabilità che portarono alla crisi debitoria degli anni ottanta generarono più povertà, non la ridussero.

Prendiamo ad esempio la questione energetica in Bolivia: non si tratta di “cacciare” gli investitori stranieri, del tutto necessari sia dal punto di vista tecnologico che finanziario, ma di
rinegoziare in maniera equilibrata accordi di lungo periodo che diano certezze alle parti e permettano di distribuire in maniera più equilibrata i benefici delle risorse. Un obiettivo “di sinistra” che dovrebbe essere interesse di tutti, anche delle imprese internazionali.

Il mondo è cambiato profondamente nell’ultimo decennio: l’emergenza delle nuove potenze economiche asiatiche è sotto gli occhi di tutti. L’America Latina si sta inserendo in questi nuovi
equilibri internazionali in una maniera più variegata e sicuramente di meno impatto, ma quanto è in gestazione in America Latina in questi anni potrebbe avere un grande significato e costituire un esempio da seguire anche in altre parti del mondo.