La futura politica estera italiana dovrà dedicare un’attenzione molto maggiore dell’attuale al rapporto con le economie emergenti.
Una volta di più, tanto il nostro sistema politico come, ed è ancor più grave, quello produttivo, si sono fatti trovare impreparati: oggi tutti si svegliano e scoprono la Cina, nuovo spauracchio mondiale. Ma lo smantellamento delle quote tessili e l’ingresso della Cina nell’OMC sono il risultato d’un processo durato anni.
Molto tempo è stato perso ma, come già molti altri hanno segnalato, pensare di poter che ci sia qualcosa da salvare dietro l’erezione di estemporanee (ed illegali) barriere tariffarie non è che l’ennesimo errore d’approssimazione.
La strada della crescita economica è in salita in diversi anni, nell’UE come in Italia. L’Asia sta sperimentando tassi di crescita nei prossimi anni l’America Latina notevolissimi, che continueranno nei prossimi anni. L’America Latina, pur soffrendo di periodiche crisi finanziarie dovute alla propria esposizione ai capitali esteri, è comunque un altro mercato che non potrà che crescere nei prossimi decenni.
A tali due aree, vanno aggiunti il Mediterraneo, forse meno promettente in termini di crescita a corto periodo, ma scenario comunque d’ ineludibile importanza per il nostro paese, ed il Sudafrica.
Saranno queste economie a sperimentare i maggiori tassi di crescita nei prossimi decenni: l’unica strategia fattibile è quella di legarsi ad esse, non di rinchiudersi in un insostenibile neo – protezionismo che ci isoli dal mondo.
L’Italia si è sviluppata a livelli straordinari grazie all’integrazione europea: la formula allora vincente (qualità, flessibilità produttivo / commerciale, svalutazione competitiva) non può essere usata mostrò nell’ambito della globalizzazione, ma quell’esperienza dimostrò che
l’apertura concorrenziale è’ benefica.
Il paradosso italiano di oggi è il seguente: non possiamo competere con i paesi emergenti, ma la nostra economia non riunisce nemmeno caratteristiche tali da permettere di catalogarla come pienamente avanzata. Lo scollamento dalle economie di punta sta infatti diventando drammatico, come i dati sull’evoluzione dell’export ed i flussi d’investimenti verso l’Italia dimostrano.
Anche se membro del G – 8, come Italia contiamo economicamente sempre meno.
Che fare quindi?
- Ripartire, con rigore e decisione, dall’Agenda di Lisbona, oggi totalmente trascurata. Il nuovo governo deve farne la priorità numero uno, e fare capire al paese che la sua applicazione rappresenta una sfida d’importanza paragonabile a quella di Maastricht.
- Rilanciare la competitività smantellando monopoli ed inefficienze che penalizzano il nostro paese in ambito europeo e figuriamoci a quello mondiale.
In parallelo a questi “lavori di casa”, il nuovo governo dovrebbe farsi fautore, in ambito europeo, di politiche coraggiose ed aperte nei confronti dei paesi emergenti.
Raggiungere accordi commerciali equilibrati, con concessioni ambizione in entrambi le direzioni, è la via maestra per agganciare la nostra crescita a quella del mondo emergente. L’alternativa e l’atrofizzazione della nostra presenza internazionale.
L’Italia dovrebbe sostenere un rilancio dei negoziati UE – Mercosur, contribuendo a migliorare l’offerta d’apertura del commercio agricolo, nell’interesse anche dei nostri consumatori (notevole riduzione dei prezzi dei prodotti alimentari).
Nei confronti della Cina, l’Italia dovrebbe contribuire fattivamente all’approfondimento del dialogo con questo nuovo grande protagonista dell’economia mondiale. L’entrata della Cina nell’OMС era passo fondamentale per regolarne l’interrelazione con il resto del mondo. È nell’ambito OMC che bisognerà trovare le formule adatte per introdurre nell’agenda delle regole internazionali i temi sociali e lavorativi che oggi costituiscono un differenziale di competitività a nostro sfavore.
Non si tratta quindi di concludere accordi di libero commercio con la Cina, ma di sviluppare collaborazioni e partnership che possano risultare vincenti.
Con un mix di qualità, innovazione e capacità di pianificazione un futuro industriale per l’Italia è ancora possibile, anche nei confronti della Cina.
Da non dimenticare poi la necessità di tenere d’occhio, con un approccio simile, ma differenziato nei tempi, l’altro grande gigante asiatico, l’India, che sta anch’esso crescendo impetuosamente e non cesserà di farlo per tutto il XXI secolo, e l’Asean.
Da migliorare poi lo sforzo di promozione commerciale anche sugli altri mercati esteri: senza trascurare il Made in Italy ed il design, paesi europei avrebbero tutto da guadagnare migliorando le loro sinergie in materia di export promotion a livello di consorzi europei, anziché in ordine sparso, come oggi amano fare.
Tale approccio integrato dovrebbe essere usato ovunque fuori Europa, ma specialmente in mercati maturi ed importanti come gli Usa ed il Giappone, un mercato oggi troppo trascurato.