Fino all’avvento della rivoluzione industriale, l’economia complessiva di Cina e India rappresentava circa la metà del PIL mondiale. Alla metà del XX secolo, questo valore d’insieme era sceso ad un magro 8%; era il momento dell’indipendenza indiana dopo la lunga parentesi britannica e dell’avvento del comunismo in Cina, susseguitosi all’invasione giapponese ed alla guerra civile.
Oggi come oggi, le due economie rappresentano insieme tra il 15 ed il 20% mondiale: questo dato è per se espressivo, visto che testimonia un raddoppio relativo del peso economico di questi due paesi in cinquant’anni. Ma il dato acquisisce un ben maggiore significato se si proiettano i dati di crescita di queste due ecоnomie nei prossimi decenni. Se le tendenze attuali si confermeranno, il XXI secolo sarà profondamente diverso dal XX, e vedrà un peso preponderante dell’Asia, e soprattutto dei suoi giganti, che si avvicineranno progressivamente al ruolo che avevano prima dell’ottocento, ma nell’ambito di un mondo più piccoоlo e globalizzato.
In questo articolo guarderemo al modo in cui questi due paesi hanno trovato il cammino dello sviluppo, per poi analizzare lo stato dei rapporti attuali tra loro e cercare di capire in che modo queste nuove realtà influenzeranno gli scenari internazionali prossimi venturi.
In realtà, il calo nel peso relativo di Cina e India tra il 1800 ed il 1950 non significò un drammatico deterioramento delle condizioni di vita in questi due paesi. Al contrario, tali condizioni rimasero stabili, nel quadro di società essenzialmente agrarie e tradizionaliste.
La gran novità nell’economia internazionale fu lo sviluppo del capitalismo prima in Europa e poi negli USA, che portò ad un aumento drammatico della crescita economica nei paesi che ne furono coinvolti. Tale sviluppo toccò solo marginalmente Cina e India: la prima, chiusa nel suo sdegnoso isolamento, fu costretta ad aprirsi parzialmente il proprio commercio estero nello XIX secolo, ma senza che questo intaccasse minimamente la propria organizzazione tradizionale, né che questo significasse l’adozione dei principi economici del capitalismo.
L’India fu più influenzata della Cina dal nuovo modo di produzione, ma in maniera passiva, come soggetto dominato dal colonialismo britannico e fornitore di materie prime. Anzi, i britannici fecero di tutto per ostacolare la modernizzazione del sistema produttivo indiano.
Non furono quindi India e Cina a decadere, ma piuttosto l’Europa a crescere vertiginosamente, a fronte d’una stasi asiatica.
I modelli seguiti da entrambi i paesi dopo il 1950 non favorirono affatto la crescita economica, avendo come riferimento altri parametri: l’autosufficienza economica nel caso dell’India di Nehru. il comunismo agrario e l’industrializzazione pesante nel caso della Cina popolare.
La prima ad introdurre elementi d’economia di mercato fu la Cina di Deng Xiao Ping: i risultati di tali riforme sono divenuti visibili nel corso dell’ultimo decennio e la Cina può considerarsi già oggi una potenza economica mondiale a pieno titolo. Le conseguenze dell’impatto economico cinese sui mercati energetici (corsi del petrolio), dell’acciaio o del tessile, dove la Cina è di gran lunga al primo posto tra gli esportatori di manufatti nello scenario successivo all’abolizione delle quote, sono sotto gli occhi di tutti.
L’India fu più lenta nell’introdurre riforme: di fatto esse vennero solo nel 1991, quando il governo di Narasimha Rao, con l’attuale primo ministro Manmhoman Singh alle Finanze, fu costretto ad introdurre riforme – shock a causa dell’esaurimento delle riserve di valuta estera: il sistema di programmazione economica indiano si era inceppato.
In realtà, Indira Gandhi e soprattutto suo figlio Rajiv avevano già lanciato qualche tentativo di riforma: ma erano venute a mancare sia una sistematicità d’approccio che la volontà politica complessiva di realizzare tali riforme.
Sia i modelli seguiti da India e Cina nel riformare l’economia che i dati statistici riflettono le grandi differenze tra i due paesi: perché l’India e la Cina sono molto diverse, e sono in fondo accomunate solo dalle loro dimensioni, specie demografiche.
La crescita cinese dal 1980 al 2003 è stata, in media, del 9,5% l’anno, la più veloce al mondo; quella indiana, del 5,7%. Nello stesso periodo, il PIL per capita è cresciuto del 300% in Cina, del 125% in India.
Questi dati hanno fatto sì che l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale si concentrasse soprattutto sulla Cina, mentre solo negli ultimi due – tre anni si è cominciato a tener conto anche dell’India, specie a causa dell’effetto “outsourcing” e della sua crescente importanza nel mondo delle alte tecnologie e dell’informatica.
Al di là del fatto che oggi l’India ha un peso economico mondiale ancora sensibilmente inferiore a quello della Cina, altri sono i fattori che spiegano l’asimmetria nella percezione di questi due paesi. In primo luogo, l’India resta un paese ad economia relativamente chiusa, poco integrato con il resto del mondo: nel 2003, il commercio estero rappresentava 49% del PIL cinese, solo 21% del PIL indiano. La Cina esportava il 5,8% delle merci mondiali, l’India solo lo 0,7%.
Nel 2003, a fronte di uno stock d’investimenti esteri di circa 500 miliardi di dollari in Cina, l’India non ne contava pосо più di 30 miliardi. Nel 2003, la Cina ne aggiungeva altri 53,5 miliardi, l’India solo 4,3.
Ancora oggi, vicini dell’India come la Malesia o la Tailandia commerciano di più con il resto del mondo e ricevono più investimenti esteri che l’India.
Questo ha fatto sì che l’India non facesse notizia. Ma un’osservazione più attenta della realtà mette in luce un potenziale di crescita con effetti dirompenti sugli equilibri mondiali a lungo periodo. Con più d’un miliardo d’abitanti ed una crescita demografica superiore a quella cinese, tanto da far stimare che il sorpasso in termini di popolazione avverrà prima del 2020 (a quota 1,25 miliardi d’abitanti ciascuno!), una crescita che si sta stabilizzando sul 6 – 7% annuale e che pоtrebbe accelerarsi in caso di miglioramento delle infrastrutture proietta l’India come un nuovo fattore d’urto nell’economia mondiale nei prossimi decenni. Già oggi, un abitante del mondo su tre è indiano o cinese: nel 2050, questo raрporto sarà di uno a due. Ad economie non più statiche ma in rapida crescita, questo significa che il mondo si sta trasformando radicalmente ed ogni scenario verosimile vede la Cina e l’India al centro.
Come detto, India e Cina sono profondamente diverse l’una dall’altra, così come diverse le caratteristiche dei loro modelli di sviluppo.
Dal punto di vista culturale, si tratta di civilizzazioni millenarie molto fiere delle proprie radici culturali. Entrambe hanno influenzato profondamente il resto dell’umanità: di solito abbiamo più presente l’influenza cinese, ma forse è ancora più forte quella indiana. In India nacquero molte religioni, tra cui il buddismo, che ha avuto un gran successo in oriente (e nella stessa Cina) ed è nel proprio il campo spirituale quello in cui l’India ha marcato maggiormente la propria presenza. Molti aspetti della spiritualità occidentale sono anch’essi di derivazione indiana (anche se tale aspetto è di solito ignorato in occidente, che tende a definirli come non meglio precisati “aspetti orientali”). Ma anche molta della nostra scienza, in primis la matematica, ebbe origine in India, anche se fu portata in Europa dagli arabi, con cui l’identifichiamo.
Questo retroterra culturale rende fierissimi indiani e cinesi, che non hanno il minimo dubbio sulla superiorità delle loro civiltà rispetto a quella occidentale. Qualcuno può pensare a tale affermazione come esagerata, ma dovrà ricredersi: tale consapevolezza di sé accomuna questi due popoli, ed ha molta importanza anche per l’evoluzione degli scenari futuri. Ben lungi dal sentire un effetto di sudditanza nei confronti dell’occidente, questi due paesi vogliono usare la ritrovata crescita economica come fattore d’equilibrio ed eventualmente anche di supremazia nei confronti dell’occidente. Un fattore che differenzia di molto l’India dalla Cina è il sistema politico: la Cina ha un’economia per il momento molto più solida, ma anche un potenziale tallone d’Achille: il proprio sistema politico autoritario. Se la società cinese, abituata da sempre ad essere sottomessa ad un potere politico forte, non ha finora espresso, almeno dopo Tienammen, grandi fermenti democratici ed anzi sembra avere canalizzato tutte le sue energie nella ricerca della prosperità economica, sembra difficile che un sistema autoritario di partito unico possa rimanere un modello sostenibile a lungo periodo.
Difficile coniugare i possibili contorni di una crisi di sistema in Cina, ma essa non è da escludere. Anzi, è molto probabile che la mancanza di democrazia si faccia prima o poi sentire, obbligando a riforme per il momento improbabili. Se l’autoritarismo del comunismo di mercato cinese è stato sinora funzionale al modello di sviluppo economico centrato su ingentissimi investimenti diretti dal centro, non è detto che in una fase successiva questo modello non si dimostri insufficiente.
L’India ha preferito dare priorità allo sviluppo di un sistema democratico. Non dobbiamo sottovalutare i successi della democrazia indiana, che ha sopravvissuto per 55 anni in un paese con alti livelli di povertà, una demografia fuori controllo ed enormi diversità culturali. Oggi è facile dire che solo la democrazia poteva far funzionare il patchwork indiano: le difficoltà che però essa incontra in molte altre parti del mondo in sviluppo non possono non rendere ancora più ammirevole quanto gli indiani sono riusciti a costruire.
Certo, la democrazia indiana è perfettibile, la corruzione diffusa, l’uso politico del sistema delle caste un rebus complesso, il livello della classe politica spesso angosciante. Ma il mero fatto che la democrazia indiana resista, e sia stata in grado di sorprendere il mondo con un cambio di maggioranza del tutto imprevista da qualunque osservatore (vittoria del Congresso guidato da Sonia Gandhi nel 2004) che ne dimostra l’intrinseca vitalità, e un valore in sé.
Se la democrazia è, come sembra, un atout fondamentale, ebbene l’India ha perlomeno un gran vantaggio nei confronti del suo grande vicino.
Democrazia e società aperta sono grandi vantaggi (anche se nel caso indiano i due termini non possono essere considerati sinonimi, a causa dell’alto grado di conservazione sociale che ancora permea i comportamenti in questo paese), e la Cina dovrà fare i conti con questa realtà.
Ma livelli educativi, sanitari ed infrastrutture sono altri tre fattori – chiavi di cui nessuna società può fare a meno per svilupparsi pienamente.
In queste voci è invece la Cina ad avere uno scarto importante nei confronti dell’India: 35% d’analfabetismo in India contro 6% in Cina, solo 47% dei bambini indiani completano il ciclo elementare contro il 98% in Cina.
Le condizioni sanitarie su cui può contare la popolazione non sono brillanti in Cina, ma sono migliori di quelle, penose, con cui devono convivere centinaia di milioni d’indiani nelle campagne e in megalopoli invivibili.
In questo senso, l’India non sta colmando il divario che la separa dal resto del mondo, o lo sta facendo per una parte troppo limitata della sua popolazione, le classi medie urbane (200 – 300 milioni di persone).
In Cina il divario tra l’est e l’ovest, tra le città e le campagne, è grandissimo, ma nel complesso gli standard di vita e le opportunità aumentano per un maggiore numero di persone.
Dov’è più evidente il differenziale di sviluppo acquisito sinora da Cina ed India è nelle infrastrutture. In India sono semplicemente patetiche: strade, porti, aeroporti, fornitura d’energia elettrica ed acqua potabile, condizioni sanitarie. In tutte questi campi l’India ha accumulato decenni di ritardo rispetto non solo al mondo sviluppato, ma rispetto a tutti i suoi vicini asiatici. I successivi governi indiani non si sono mai occupati d’investire in infrastrutture, intestarditi com’erano nel preservare l’indipendenza nazionale e nel limitare l’accesso agli investimenti stranieri.
Negli ultimi venti anni la Cina ha seguito il cammino opposto: pur senza fare concessioni politiche, ha aperto le porte agli investitori internazionali ed ha modernizzato in modo ingente la parte del paese considerata strategicamente prioritaria (non il remoto ovest che rimane sottosviluppato).
Il flusso di capitali esteri e di tecnologia è stato impressionante, ed oggi l’est della Cina, l’asse Pechino – Shangai – Guandong è divenuto una macchina produttiva dal potenziale impressionante.
L’India ha preferito aprire solo timidamente ai capitali internazionali, preservare una forte autonomia economica (questo fa sì che il debito estero indiano sia molto basso e che l’India non sia colpita da crisi finanziarie), concentrare la propria attenzione su altre priorità, quali la crescita agricola. Ancora oggi, l’agricoltura occupa più di 600 milioni di persone, mentre in Cina l’esodo dal settore primario a quello industriale è stato massiccio.
Le carenze infrastrutturali hanno penalizzato l’India, strangolandone i tassi di crescita potenziali. Solo ora il governo indiano incomincia ad occuparsi di questo problema, e cerca di favorire gli investimenti, sia interni che esteri, verso questo settore.

L’industria indiana, sostanzialmente locale, sta modernizzandosi ma, oltre ai problemi infrastrutturali, deve ancora fare i conti con una manodopera poco istruita, una cultura della qualità inesistente, un mercato del lavoro rigidissimo. Fattori questi che controbilanciano un’elite dirigenziale d’alto livello e costi che di per sé sarebbero concorrenziali. Il Made in India non è ancora particolarmente competitivo in campo industriale. Dove l’India sta stupendo è nel campo dei servizi: Bangalore, Hyderabad, Pune ed altre città stanno diventando le “software house” del mondo. Fattori chiave di questo successo sono l’altissima scolarità delle elite indiane, la loro eccellente preparazione scientifico – tecnica, i costi contenuti, la capacità di lavorare in inglese, prima lingua delle classi alte indiane.
Il settore dei servizi ha visto tassi di crescita straordinari negli ultimi anni, causando non poche polemiche in Europa, specie in Gran Bretagna e negli USA, sul fenomeno dell’outsourcing. Tale crescita è innegabile e probabilmente inarrestabile, ma crea solo pochi milioni di posti di lavoro e molto localizzati in una certa fascia d’alto livello della società. Difficile ipotizzare che servizi e software possano divenire l’unico vettore di sviluppo di un paese con più di un miliardo d’abitanti.
Per stimolare la crescita indiana sara necessario investire in infrastrutture, comprese quelle “soft”, come sanità ed istruzione di base, rafforzare il settore manifatturiero, migliorare la produttività agricola e le condizioni di vita nelle campagne, dove forse non si muore più di fame ma dove centinaia di milioni d’indiani continuano a malvivere.
I fattori di rischio della Cina sono diversi: una volta diminuito il ritmo febbrile degli investimenti, che hanno equipaggiato il paese con infrastrutture moderne ed alimentato la crescita, diverrà necessario gestire la transizione verso un sistema economico più “soffice” e creativo, che dia maggior spazio all’iniziativa individuale e meno alla pianificazione centralizzata. Sarà necessario tener conto del ritardo di sviluppo delle campagne e dell’ovest, superando un modello di sviluppo a chiazze come l’attuale. Sarà cruciale aumentare i gradi di decentramento per mettere in movimento le energie locali a scapito del centro, oggi onnipresente.
È poi probabile che l’insieme di questi fattori abbia delle ripercussioni di carattere politico, che potrebbero mettere in crisi l’intero sistema.
In sintesi, potremmo affermare che se gli indicatori indiani sono per il momento meno solidi di quelli cinesi, i problemi che l’India deve affrontare sono più essenziali, e richiedono soluzioni più lineari, quelli cinesi presentano forse più incognite e maggiori fattori di rischio.
Se questi due paesi riusciranno a superare almeno in parte questi loro limiti, ed a confermare od addirittura a consolidare i tassi di crescita che li hanno caratterizzati negli ultimi anni, gli equilibri internazionali non potranno non vedersi profondamente cambiati.
Ha fatto molto rumore uno studio di Deloitte & Touche che nel 2004 ha reso evidente la ridistribuzione del peso relativo delle economie mondiali nel XXI secolo. I cosiddetti BRIC (a Cina ed India vengono associati anche Brasile e Russia) avranno un peso economico significativamente maggiore nel corso del secolo, a fronte di un declino relativo dei paesi oсcidentali ma soprattutto dell’Europa.
Un altro studio pubblicato recentemente da Icrier, un think – tank indiano, mette in luce il probabile emergere, nel corso del XXI secolo, di un mondo tripolare in termini di potere: dall’unipolarismo americano di oggi si passerebbe ad un bipolarismo USA – Cina attorno al 2020 ed ad un tripolarismo USA – Cina – India attorno al 2050.
Tali studi sono per molti versi criticabili ed opinabili: molte ipotesi sono eccessivamente rigide, molti parametri ispirati nel passato quando l’ambizione di tali studi è invece quella di ipotizzare possibili scenari futuri.
È però degno di nota sottolineare che in termini di PIL totale, la Cina ha già superato l’Italia ed il Canada, membri del G7, e si sta avvicinando ai valori del PIL francese e britannico.
La Cina dovrebbe situarsi al quarto posto tra i produttori mondiali nel giro di pochissimi anni.
Per quanto riguarda l’India, il PIL indiano è l’undicesimo al mondo, su valori assoluti ancora piuttosto bassi rispetto ai paesi del G7 (ad esempio, la produzione è meno della metà di quella italiana). Certo, se passiamo ad una valutazione in termini “per capita”, la Cina ed ancor più l’India sono abissalmente lontane dai valori che contraddistinguono i paesi occidentali. In dati 2000, ad un reddito annuale di 36.184 dollari a testa per un cittadino statunitense, corrispondevano 992 dollari per un cinese e 523 dollari per un indiano!
Per molto tempo, l’occidente si è trastullato con dati di questo tipo, vista la centralità che per noi ha sempre avuto la distribuzione della ricchezza.
Ma a fronte delle dimensioni demografiche combinate di Cina ed India e dei loro livelli di crescita, il dato corretto con cui contare è quello derivante dall’impatto d’urto sui mercati originato dall’emergere di paesi di tali dimensioni. Esso è già oggi ben visibile (quello della Cina sui prodotti manifatturati, quello dell’India sui servizi) pur in presenza di abissali differenze reddituali.
Se poi valutiamo il PIL dei vari paesi non in dollari, ma secondo la metodologia statistica della parità del potere d’acquisto (PPP), che mette meglio in luce il potenziale di crescita di un’economia,possiamo notare che lo sfasamento tra valori assoluti e “reali” è minimo nel caso dei paesi sviluppati, ma molto elevato nel caso di India e Cina. Il PIL cinese si moltiplica per sei, collocando questo paese già al secondo posto dietro gli USA, quello indiano per cinque, portando l’India già al quarto posto in parità di valori d’acquisto, dietro al Giappone ma davanti alla Germania.
Come detto, questa metodologia riflette in gran parte il potenziale in termini di crescita della produzione, poiché valori molto sfasati indicano un gran differenziale di crescita potenziale.
Questo tipo d’approccio ha i suoi limiti: non sono presi in considerazioni i problemi distributivi, s’ignora il ruolo di nuove forme di governo internazionali quali i processi d’integrazione regionale, si da forse troppa importanza a concetti tradizionali rilevanti nella definizione del potere internazionale, quali il territorio, la popolazione, la forza militare e troppo poca al ruolo del commercio estero ed alle cosiddette forme di soft power, anch’ esse rilevanti nelle relazioni internazionali di oggi ed ancor più di domani.
L’insieme di quest’analisi sembra fatta apposta per rendere evidente il declino europeo, visto che tutti i punti forti dell’integrazione europea (identità commerciale, politiche distributive del reddito, dimensione sociale) sono ignorati, е tutti i punti deboli (demografia, dipendenza energetica, assenza di potenza militare) amplificati.
Ma è difficile ignorare una tendenza che sembra di lungo periodo, e che vede le grandi potenze asiatiche occupare un ruolo sempre maggiore nelle relazioni internazionali.
Sulla base di queste proiezioni e delle percezioni che ne derivano, l’India e la Cina hanno avviato un processo d’avvicinamento che va seguito con attenzione. In Europa siamo portati a pensare soprattutto in termini d’integrazione ecоnomica. In realtà non è un mercato comune sino – indiano la prospettiva più probabile.
Se è vero che queste due economie sono per il momento pienamente compatibili, con la Cina più competitiva a livello industriale, l’India nei servizi, e che l’intercambio bilaterale sta aumentando molto rapidamente, un’area di libero scambio indo – cinese od un’altra forma d’integrazione primariamente commerciale non è d’attualità: gli industriali indiani temono troppo la Cina, e le diffidenze reciproche sono troppo consolidate.
Lo scenario più probabile, che di fatto si sta già prefigurando, è quello dell’aumento progressivo degli scambi mediante accordi preferenziali selettivi, l’intensificarsi di partnership tecnologiche, il rafforzamento di flussi d’investimenti cinesi in India nel settore infrastrutturale, d’investimenti indiani in Cina nel campo delle alte tecnologie, il rafforzamento dell’alleanza indo – cinese in vari ambiti multilaterali, compresa l’ОМС.
La Cina è pronta a sostenere l’ingresso dell’India come membro permanente (senza diritto di veto) nel Consiglio di sicurezza ONU, mentre è molto meno favorevole alla candidatura giapponese, che ostacolerà finché potrà.
Un tema di grande interesse comune tra Cina e India è quello dell’approvvigionamento energetico: si tratta del maggiore fattore di rischio per lo sviluppo a lungo periodo dei due paesi. Vanno letti in questo senso gli sviluppi triangolari in corso tra Pechino, Delhi e Mosca (recente vertice di Vladivostok). Lungi dal configurarsi come un’alleanza anti – americana, si tratta piuttosto di una “entente” pragmatica che ha l’energia e la cooperazione tecnologica come assi essenziali. D’altro canto, è proprio la dipendenza energetica che motiva l’impetuoso rafforzamento della marina cinese, finalizzato ad assicurare la fluidità delle rotte marittime verso la Cina (oltreché a mantenere aperto il caso Taiwan). In questo senso, l’intensificarsi della cooperazione militare e navale tra Washington e Nuova Delhi non è visto con favore dalla Cina.
La Cina e l’India hanno finalmente intrapreso il cammino della crescita dopo secoli di letargo. Uno o due decenni di crescita permettono già di mettere in luce il loro enorme potenziale. Di fronte a tale situazione, Pechino e Nuova Delhi hanno deciso di mettere in cassetto alcuni contenziosi importanti (problemi di frontiera in Sikkim, Arunachal Pradesh, presenza cinese in Kashmir) e diffidenze secolari per mettere a frutto le loro sinergie economiche.
L’analisi delle prospettive di lungo periodo rende probabile l’emergere di tre poli di potere nei prossimi decenni. La percezione di Washington del “pericolo” cinese giustifica l’attuale ravvicinamento tra India e USA, i cui rapporti nel passato erano stati tradizionalmente difficili. In questo contesto, l’Europa si vedrebbe penalizzata dalle proprie carenze strutturali in campo non economico. Nessun paese europeo è, infatti, in grado d’inserirsi da solo in uno scenario come quello configurato qui sopra.
Il lato relativamente più debole di tale triangolo resterebbe l’India, che però si situerebbe tra Cina e Stati Uniti. Nello spazio asiatico, un’integrazione più ambiziosa tra Cina ed India è impensabile a causa della forte personalità culturale di tali civiltà millenarie. È risaputo che gli esperimenti nucleari indiani del 1998 non erano in chiave anti – pakistana, ma piuttosto anti – cinese. Le ferite del 1962, quando la Cina ignorò l’accordo di convivenza pacifica (Panchshell) stabilito con l’India e l’attaccò per poi ritirarsi all’improvviso, e l’asse privilegiata esistente tra Cina e Pakistan costituiscono un retroterra difficile da ignorare.
È in ogni modo veramente improbabile che lo sviluppo cinese ed indiano si arrestino nei prossimi decenni: in questo quadro d’insieme l’unica ipotesi che attribuisce un qualche ruolo all’Europa è quello che vede un ulteriore approfondimento dell’integrazione ed un pieno consolidamento della dimensione esterna dell’UE. La timidezza in quest’ambito avrebbe come unico risultato accelerare il ridimensionamento verso il basso del peso europeo sulla scena mondiale.

