“Non è un mistero per nessuno che le prossime elezioni saranno agevolmente vinte dalla coalizione diretta dal BJP (Bharatiya Janata Party, Partito del pоpolo indiano). La National Democratic Alliance (NDA), composta da una ventina di partiti ma sotto la chiara leadership del partito nazionalista hindù del primo ministro Atal Bihar Vajpayee, raccoglierà così i frutti di cinque anni di successi economici, di arricchimento delle classi medie (asse portante del BJP), di modernizzazione del paese”.
Questo scrivevamo a pochi giorni dalle elezioni, nell’articolo pubblicato sullo scorso numero della rivista.
Resta come consolazione per il “granchio” preso il fatto d’essere in buona compagnia: assolutamente nessuno, né in India né fuori, aveva minimamente previsto un risultato di questo tipo: ad essere sinceri, nemmeno i vincitori, che si sono dovuti affrettare a buttar giù un programma unitario della coalizione che non esisteva prima del voto.
Cominciamo con qualche numero: su un totale di 539 seggi nella Lok Sabha (la Camera bassa), il Congresso ne ha ottenuti 145 (erano stati 114 nel 1999), il BJP 138 (182 nel 1999). Questi dati mettono in evidenza come i due partiti principali siano lontanissimi dal poter governare da soli. Nonostante in India si voti con un maggioritario secco all’inglese, la proliferazione di partiti d’estrazione regionale fa sì che sia sempre necessario formare coalizioni vastissime: la NDA (National Democratic Alliance) саpeggiata dal BJP contava con 24 partiti, la UPA (Unite Progressive Alliance) formata dal Congresso ne ha 19.
Tale fenomeno è relativamente recente: Nehru, Indira e Rajiv Gandhi avevano sempre potuto contare su confortevoli maggioranze assolute, salvo nel breve periodo in cui Indira fu costretta all’opposizione a causa del formarsi di una grande coalizione, che aveva preso a bordo gran parte degli altri partiti in chiave anti-Congresso.
Nelle elezioni del 1999, il BJP aveva raggiunto con gli alleati quota 302, il Congresso solo 137 (era in pratica senza alleati), 100 erano andati ad altri partiti (il cosiddetto “Third Front”).
La chiave dell’inaspettato successo del Congresso sta proprio qui: il partito, da sempre dominante nella politica indiana, aveva sofferto negli anni novanta della sua incapacità di stringere alleanze, trovandosi isolato, nonostante la sua connotazione di unico partito veramente nazionale. Il BJP, un partito radicato solo nel nord, nella zona di lingua hindi (grosso modo metà del paese) s’era invece contraddistinto per la sua capacità di tessere una rete di rapporti che lo rafforzavano in quegli stati (sud ed est dell’India) dove il partito era invece quasi inesistente.
Il grande successo di Sonia Gandhi, che ha preso alla sprovvista tutti gli osservatori, poco fiduciosi nella sua capacità di centrare questo obiettivo, è stato invece quello di riuscire a stringere una serie di alleanze che hanno permesso al Congresso, senza aumentare in maniera significativa il numero dei propri voti, di aumentare notevolmente la consistenza
del proprio gruppo parlamentare.
Facciamo attenzione a questi dati: Congresso e alleati (UPA) hanno ottenuto, su scala nazionale, il 35,19 per cento dei voti, BJp e alleati il 35,31 per cento, altri partiti il 27,58 per cento. In termini di seggi, il Congresso ha prevalso 217 a 185. Inoltre, i partiti di sinistra, che hanno raggiunto il loro massimo storico con 56 seggi, hanno assicurato il loro appoggio esterno all’UPA, così come altri partiti.
Il mandato governativo dato al Congresso è quindi molto solido: per il BJP, che pure non ha perduto voti, la sconfitta è stata cocente perché i sondaggi, peraltro assai poco affidabili in India, avevano previsto che superasse i 300 seggi.
La geografia del voto è comunque molto diversificata: gli alleati del Congresso, in questo caso il DMк, fanno cappotto nell’importante Tamil Nadu: 35-0! Da notare che questo partito aveva partecipato al governo del BJP, abbondando la NDA poco prima delle elezioni. Un voltafaccia che è costato carissimo al BJP, e un’alleanza di grande significato personale per Sonia, visto che quel partito era stato a lungo sospettato di connivenza nel complotto che uccise Rajiv Gandhi nel Tamil Nadu nel 1991.
Inattesa disfatta del BIP anche nell’Andra Pradesh, importante stato meridionale dove un alleato del BJP, Chandrababu Naidu, era unanimemente considerato il più brillante Chief Minister (primo ministro statale) dell’India: ebbene, le campagne hanno spazzato via un Naidu del tutto orientato sulle nuove tecnologie e la modernità; il Congresso è passato da 5 a 29 seggi, il BJp da 7 a 0, il TDP di Naidu da 30 a 13. Anche nelle contemporanee elezioni locali, il Congresso ha dominato completamente la scena, mandando il TDP all’opposizione.
I risultati in questi due soli stati sono quindi sufficienti a spiegare la debacle del BJP, mentre nel resto del paese non si è poi mosso molto.
Interessante notare che anche l’altro Chief Minister additato come modello di buon governo, S.M. Krishna (Karnataka), questa volta del Congresso, è stato battuto, perdendo sia il governo nello stato che la maggioranza dei seggi nazionali.
Krishna e Naidu avevano legato le loro fortune al rapido sviluppo delle capitali indiane della società dell’informazione, Bangalore e Hyderabad, città che attirano numerosi investimenti in alte tecnologie da tutto il mondo grazie anche a politiche pubbliche mirate a quest’obiettivo. Entrambi hanno però commesso l’errore di trascurare le campagne, alle prese tra l’altro con gravi siccità. Il voto dei contadini (70 per cento della popolazione indiana) è stato uno schiaffo per i tecnocrati della nuova India: un risultato che fa meditare perché, in termini di gestione, è vero che i governi dell’Andra Pradesh e del Karnataka erano davvero tra i migliori dell’India.
Nell’Uttar Pradesh, stato-chiave del nord con i suoi 80 seggi, e che ha espresso 7 degli 11 premier della storia indiana, né il BJp né il Congresso hanno sfondato: 10 e 9 seggi rispettivamente (tra quelli del Congresso anche Sonia, eletta a Rae Ваreli e suo figlio Rahul, eletto nel collegio storico della famiglia Gandhi ad Amethi). La parte del leone l’hanno fatta due partiti locali, Sp e BsP, espressione delle caste più basse (il voto in India è fortemente influenzato dai legami di casta, e tale struttura sociale è particolarmente forte nel nord dell’India).
Il BJP ha ottenuto successi pressoché totali in stati popolosi come il Rajasthan e il Madhya Pradesh. Equilibrio invece nel Maharashtra (stato di Bombay) e, sorprendentemente, anche nel Gujarat, dove si aspettava una marea zafferano, il colore del BJP. Molto significativo che candidati del BJP siano stati sconfitti proprio nei collegi dove avvennero i peggiori massacri nel 2002.
Il fattore-chiave del successo del Congresso sta quindi nel buon rendimento delle sue alleanze e negli errori commessi invece dal BJP in alcuni stati importanti. Errori che sono costati carissimi.
Penso che fosse importante sottolineare questi dati per evidenziare come certe analisi un po’ frettolose (voto contro le riforme economiche, rivincita dell’India rurale su quella urbana) siano in pratica campate per aria.
Innegabili però alcuni fatti: il risultato delle elezioni rappresenta un indubbio successo personale per Sonia Gandhi, a lungo considerata una guida inadeguata e inopportuna per il Congresso. Il voto ha spazzato via ogni residuo dubbio sul suo ruolo politico: la sua rinuncia a divenire primo ministro, quando il posto le era destinato, è stata una mossa magistrale, sicuramente preventivata, che ha colto nel segno: ha tolto al BJP, ossessionato dal problema delle sue origini straniere, ogni motivo per attaccarla; ha rialzato la propria statura morale, dato che l’opinione pubblica indiana è rimasta impressionata dal gesto, non certo abituale tra i politici indiani; ha passato lo scettro a un riformista convinto, Manhoman Singh, che da ministro delle Finanze fu l’iniziatore delle riforme economiche nel 1991. Si tratta di una scelta ben accetta dai mercati e di un politico del tutto fedele a lei e senza ambizioni personali. Inoltre Sonia rimane leader del partito, rompendo con una tradizione che vuole il primo ministro contemporaneamente leader del partito maggioritario, e tutti i ministri-chiave sono legati a filo doppio a lei.
Nulla da dire: Sonia ha sorpreso in positivo, e si afferma come la figura centrale della politica indiana.
Un’altra lezione chiara di queste elezioni è il rifiuto chiaro del settarismo culturale e religioso sospinto dal BJP. In questo partito convivono due anime: quella che propugna riforme economiche liberali, ma anche quella integralista, che sostiene una visione politica dell’induismo (bindutva) dominante ed escludente nei confronti delle altre religioni presenti in India. Il BJP si è dedicato a riscrivere i libri di testo usati nelle scuole, minimizzando il contributo musulmano e di altre comunità alla storia dell’India; ha promosso un’aggressiva politica pro-induista nei villaggi, giungendo persino a proporre il divieto di conversioni religiose dall’induismo verso il cristianesimo o il buddismo (un fenomeno abituale tra i membri delle caste più basse, che cercano in questo di sfuggire alla rigidità del sistema di caste nelle campagne); vuole promuovere il divieto assoluto del macello di mucche, animale sacro dell’Induismo ma regolarmente consumato da membri di altre confessioni religiose. Il momento più nero di tale atteggiamento politico è stato l’atteggiamento permissivo del governo BJp del Gujarat nei confronti delle folle che nel 2002 massacrarono musulmani (duemila morti, senza che la polizia intervenisse).
Queste due anime convivono nel BJP, е l’equilibrio tra le due non è sempre facile da raggiungere. Il primo ministro Vajpayee non è mai stato propenso a usare troppo l’arma religiosa, ma il suo vice, L.K. Advani, ora nominato leader dell’opposizione, ha basato tutta la sua campagna elettorale su una trionfalistica Rath Yatra (viaggio su carro) che, evocando la mitologia induista, l’ha portato da un capo all’altro dell’India. La Rath Yatra non ha portato voti, anzi i candidati oltranzisti sono spesso stati sconfitti là dove si sono presentati, nel Gujarat e a Bombay.
È questo un altro grande successo per Sonia, che ha sempre affermato di essersi impegnata in politica per difendere i valori del secolarismo risalenti a Gandhi e Nehru. Uno dei capisaldi ideologici del Congresso esce sicuramente rafforzato da questo risultato, e il fronte dell’hindutva dovrà chiedersi cosa fare adesso.
Più complesso il discorso sulla continuità delle riforme economiche: alcuni, presi dall’entusiasmo per la sconfitta del BJP, si sono avventurati a interpretarla come un rifiuto espresso dalle masse indiane contro le riforme economiche e la globalizzazione. Se è vero che in buona parte delle campagne, poco toccate dall’aumento del benessere visibile nelle città, la campagna pro-poor del Congresso ha fatto presa, è anche vero che in altre zone il BJP e i suoi alleati si sono invece imposti.
Ferma restando l’evidente necessità per l’India di avviare delle serie riforme agricole che permettano a 700 milioni di persone di innalzare i loro livelli di vita, spesso bassissimi, la natura del voto rurale in India sembra essere stata più politica che strettamente economica. Gli elettori hanno espresso la loro insoddisfazione per le carenze infrastrutturali (strade, acqua, elettricità) e l’hanno fatta pagare ai governi in carica, quale che fosse il loro colore. Negli stati dove si è imposto il BJP (Rajasthan, Madhya Pradesh), il risultato non ha fatto che confermare quanto avvenuto pochi mesi prima, quando i governi del Congresso furono sconfitti nelle elezioni locali.
C’è quindi una diffusa volontà di cambiamento tra gli elettori indiani, che mette in discussione la capacità della sfera politica di produrre risultati concreti sul terreno, piuttosto che una visione complessiva pro o contro le riforme economiche.
Sorprende piuttosto che il BJP, che aveva puntato gran parte della sua campagna elettorale sul motto “India brillante”, sia stato pesantemente sconfitto anche nelle grandi città, dove sono concentrate quelle classi medio-alte che sembravano sensibili a tale discorso.

In realtà, la lettura d’insieme del voto sembrerebbe suggerire più un rifiuto generalizzato del modo di governare le città e gli stati indiani da parte di un ceto politico anchilosato ed ereditario (cento dinastie politiche sono rappresentate in Parlamento) piuttosto che rispondere a una chiara scelta politica. In questo caso, il Congresso è risultato favorito in quanto opposizione, ma le cose potrebbero cambiare rapidamente.
Il governo formato dal Congresso e dai suoi alleati denominato, come detto, UPA, ha per prima cosa voluto confermare che le riforme economiche verranno continuate. La stessa figura scelta per dirigere il governo, Manhoman Singh, è emblematica in questo senso: economista di grande prestigio, arrivato tardi alla politica e mai eletto, fu il ministro delle Finanze che diresse, a partire dal 1991, le riforme economiche lanciate dal governo Rao, che rappresentarono un vero punto di svolta rispetto alla tradizione dirigista seguita fino ad allora dai governi indiani. I mercati, estremamente volatili nei giorni successivi alle elezioni, si sono calmati con la nomina di Singh.
Alle Finanze è andato un altro economista di grande prestigio, P. Chidambaram, che occupò questo posto già nel 1997. Un altro personaggio dalla reputazione piuttosto solida.
Il Programma minimo comune (CMP) elaborato dalla coalizione diretta da M. Singh nei giorni immediatamente successivi alla formazione del governo introduce alcune novità nel tono, ma conferma che non è prevista alcuna interruzione né tantomeno un passo indietro nelle riforme economiche: l’appoggio esterno delle sinistre al governo avrebbe potuto farlo pensare, ma la necessità di alimentare una crescita economica sostenuta (7-8 per cento all’anno) per tenere testa alla crescita demografica e migliorare il livello di vita della popolazione rende impossibile pensare a un ritorno del protezionismo e del dirigismo.
Ma le riforme intraprese in India non sono mai state selvagge: anzi, l’India rappresenta un caso senz’altro singolare di apertura economica abbinata a una grande prudenza: se il BJP, conservatore dal punto di vista sociale, voleva evitare il più possibile ogni sorta di occidentalizzazione, il Congresso e le sinistre sono altrettanto legati, anche se in un modо diverso, a preservare l’originalità dell’India. La differenza sta semmai nell’approccio: il BJp puntava allo sviluppo delle élites, trascurando il resto della popolazione; il Congresso ha a cuore, e lo ribadisce nel programma, le grandi masse rurali, le classi lavoratrici, l’”uomo comune”.
Ma entrambe le visioni rifuggono le sirene della globalizzazione sine qua non.
l’India deve rimanere in primo luogo se stessa, su questo v’è unanimità nella pоlitica indiana. Le riforme dovranno essere prudenti e selettive: come dice il programma, esse dovranno avere un “volto umano”.
Questo atteggiamento è molto legato alla storia indiana: paese dalla cultura millenaria, da cui si sono originati concetti essenziali delle civiltà eurasiatiche e della stessa cultura universale, non accetta di piegarsi senza se e senza ma agli imperativi della modernizzazione. Dopo più di un decennio di riforme economiche, in India si respira ancora un’aria molto diversa da quella del Sud-Est asiatico, dove i valori del capitalismo occіdentale si sono fusi con gli elementi fondanti delle culture locali per dar luogo in fondo a uno shock culturale. L’India no, rimane prima di tutto India, con i suoi limiti e contraddizioni: ma troverete raramente un indiano disposto a premere sull’acceleratore della modernizzazione.
Questo governo andrà quindi avanti sulla via di un’apertura selettiva dell’economia indiana al commercio estero e agli investimenti; andrà piano nelle privatizzazioni, che toccheranno solo imprese statali in perdita; non porterà avanti alcuna riforma per rendere più flessibile il mercato del lavoro; starà bene attento a non prendere impegni internazionali che lo obblighino a forzare i tempi della propria apertura economica (ad esempio all’OMC). Insomma, farà di tutto per tenere il pallino in mano.
Nonostante il basso reddito pro capite dell’India, che colloca il paese molto indietro rispetto agli altri paesi emergenti, questa gode però di un vantaggio relativo: non dipende in misura significativa dai mercati finanziari internazionali, la maggioranza dei capitali sono nazionali, le riserve valutarie sono abbondanti. Anche se si può sostenere che questi siano altrettanti limiti od occasioni perdute del modello di sviluppo indiano, al tempo stesso questi fattori rendono l’India relativamente più autonoma rispetto ad altri paesi.
I principali ministri del nuovo governo non sono certo giovanissimi: con l’eccezione di Chidambaram (58), sono tutti ultra-settantenni, e s’iscrivono nella tradizione nehruviana del Congresso. Molti sono legati personalmente a Sonia, altri le hanno fatto la guerra in passato ma sono leaders importanti del partito la cui presenza è necessaria al nuovo governo. Di certo, non ci si può aspettare da questo gruppo una gran ventata d’originalità: ma il primo obiettivo del Congresso dopo le elezioni vinte a sorpresa era quello di trasmettere una sensazione di stabilità. I volti nuovi, tra cui Raul Gandhi, dovranno farsi le ossa nella vita parlamentare prima di ambire a posizioni esecutive: anche questa è in fondo una tradizione indiana.
In politica estera, c’è da attendersi la continuazione del disgelo con il Pakistan avviata dal precedente governo: è un capitolo fondamentale per liberare l’India da una grave ipoteca che la frena.
L’amore a tutto tondo per gli USA professato dal BJP si vedrà senz’altro ripensato senza essere rinnegato: i due paesi hanno bisogno l’uno dell’altro e la comunità indiana d’America è sempre più benestante, influente e integrata.
È anche prevedibile una maggiore attenzione dell’attuale governo indiano per l’Unione europea allargata, così come per la Russia. Il rapporto con la Cina presenta molte incognite, ma il governo Vajpayee si era mosso molto per rompere antiche diffidenze. Il fronte Nuova Delhi-Pechino rimane uno dei grandi assi potenziali del XXI secolo.
Il nuovo governo sarà probabilmente meno attivo rispetto al precedente nella conclusione di accordi commerciali bilaterali e regionali, anche se il processo d’integrazione sud-asiatico (SAARC) dovrebbe vedersi rafforzato dal miglioramento delle relazioni tra India e Pakistan.
L’India è rimasta sorpresa dall’inaspettato risultato elettorale, e la transizione è stata lunga: venti giorni di scrutinio, dieci di negoziati per la formazione del governo. Solo adesso l’azione dell’esecutivo sta partendo e un periodo d’aggiustamento è preventivabile. Anche se la maggioranza è numericamente solida, le sorprese non sono escluse. Il gran numero di politici regionali che sono divenuti ministri, e che tenderanno, com’è loro tradizione, a governare ad esclusivo beneficio del loro bacino d’utenza creerà senz’altro problemi e tensioni.
Ma questa volta mi permetterete una certa prudenza, per cui non mi lancerò in previsioni precise.