l’India: analisi di una potenza emergente

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L’India che dal 20 aprile al 10 maggio va alle elezioni per eleggere il suo 14° Parlamento (Lok Sabha), dal 1947 è un paese cui si suole dedicare in Europa pochissima attenzione: l’informazione sull’India che appare nei nostri media si limita di solito a qualche stereotipo. Da una parte si propagano immagini di pоvertà e drammatiche ingiustizie sociali, dall’altra si coltiva la dimensione spirituale dell’India. Entrambe queste realtà esistono e contribuiscono a formare la complessità di questo paese, ma non l’esauriscono di certo.

Le élites indiane tendono a essere vittime di uno strabismo in fondo simile: esse passano letteralmente oltre l’esistenza di una problematica sociale in questo paese, e concentrano tutta la loro attenzione sullo sforzo di crescita del paese. Ancor più dello sviluppo economico e del miglioramento delle condizioni di vita, ciò che sembra attrarre tutte le loro energie è l’acquisizione di uno status internazionale di “superpotenza” per l’India. Ossessionati dalla necessità di dimostrare a ogni piè sospinto il loro cosmopolitismo, ma anche la loro originalità culturale derivante dall’essere indiani, gli strati più abbienti della popolazione indiana vedono solo un’India, quella moderna ed elitaria. Il resto viene ignorato, come se non esistesse.

Tra queste due visioni estreme, esiste poi un paese reale di più di un miliardo di abitanti (il secondo al mondo), spesso ignorato perché considerato un mistero o un gigante addormentato senza possibilità di risveglio. Ma negli ultimi due-tre anni l’attenzione internazionale nei suoi confronti si è improvvisamente risvegliata, grazie ai notevoli risultati economici e alle ancor più impressionanti prospettive di crescita nei prossimi decenni. Al Foro economico mondiale di Davos si è parlato mondo di India, delle sue prospettive di crescita e della sua industria high-tech, l’alternativo Foro sociale mondiale si è svolto a Bombay e ha dato voce a chi invece di tale modello di sviluppo ha una visione critica.

In questi mesi in India si cita a più riprese, con malcelato trionfalismo, uno studio della Goldman Sachs sulle prospettive di crescita economica da qui al 2050 di quattro grandi paesi emergenti: Cina, India, Brasile e Russia. Le conclusioni dello studio sorprenderanno chiunque sia abituato a guardare al mondo solo attraverso le lenti del presente: estrapolando tassi di crescita attuali e potenziali, questi paesi vedrebbero spettacolarmente innalzato il loro peso economico, e conseguentemente la loro influenza mondiale, nei prossimi decenni. I dati sono particolarmente significativi nel caso dei due giganti asiatici. In India non ci si stanca di ripetere che, secondo lo studio, il PiL dell’India supererà quello italiano attorno al 2016, quello francese e quello britannico verso il 2022, е che l’India si dovrebbe affermare come la terza economia mondiale (dopo USA e Cina) verso la metà del secolo. Naturalmente, tutto ceteris paribus, cioè dando per buoni per tutto il periodo tassi di crescita simili a quelli attuali (nei paesi emergenti e nei paesi a economia più matura).

Le ipotesi sono quindi abbastanza limitanti, ma è altrettanto vero che, al di là dell’esattezza puntuale delle previsioni o del momento preciso dei “sorpassi”, la tendenza analizzata dallo studio sembra difficilmente contrastabile. Il mondo verso cui stiamo andando sarà significativamente diverso da quello attuale, e in quel contesto la misconosciuta India avrà un peso economico e geopolitico diverso dall’attuale.

Nello studio di Goldman Sachs si citano le dimensioni assolute del PIL, non il suo livello pro capite. In termini relativi, i PIL cinese e indiano rimarranno per tutto il XXI secolo chiaramente al di sotto di quelli statunitensi ed europei, questo è fuori discussione. Ma ciò che fa pendere la bilancia verso l’Asia è l’effetto derivante dalla combinazione di una crescita economica sostenuta con livelli demografici elevatissimi: India e Cina assieme hanno oggi più di due miliardi e duecento milioni di abitanti. Anche se i tassi di natalità stanno riducendosi, come sempre in presenza di sviluppo economico, tra pochi decenni un abitante su due del pianeta sarà cinese o indiano!

Alla Cina tutti fanno attenzione da tempo. Vale senzʼaltro la pena di seguire un po’ più da vicino anche le vicende indiane e capire di che paese stiamo parlando. Le operazioni elettorali prendono venti giorni per la semplice ragione che il paese è immenso, e per effettuarle tutte in contemporanea sarebbero necessari milioni di funzionari incaricati della supervisione. Questo ci ricorda che l’India è una democrazia (in Cina non hanno di questi problemi), la più grande democrazia del mondo in termini quantitativi (una democrazia “vibrante”, si dice da queste parti).

Dal 1947 aoggi, l’India ha tenuto fede a questa caratteristica: salvo una breve eсcezione ai tempi di Indira Gandhi (sospensione delle garanzie democratiche dal 1977 al 1979, che le costò l’immediata ripulsa degli elettori nella tornata successiva), l’India ha sempre funzionato come una democrazia. Si può discutere di alcuni aspetti sostanziali di tale sistema democratico, come la limitatezza di certi diritti economici e sociali, ma sarebbe sbagliato sottovalutare la portata della democrazia indiana: un paese di proporzioni immense e in gran parte povero, nel quale non hanno peraltro mai prevalso tentazioni autoritarie. Non vi sono altri esempi simili al mondo, e questo è senz’altro un atout che onora questo paese e che gli va riconosciuto.

Così come va giustamente valorizzato un altro aspetto: a partire dalla “Rivoluzione verde” degli anni settanta l’India, pur rimanendo un paese in cui diverse centinaia di milioni di persone vivono in povertà, è sostanzialmente autosufficiente dal punto di vista alimentare, e anzi si
propone oggi come un esportatore di prodotti agricoli.

Se teniamo conto che le carestie erano endemiche nell’India britannica (che non arrivava a quattrocento milioni di abitanti) e che oggi l’India riesce a sfamare più di un miliardo di abitanti con risorse proprie, non possiamo non riconoscere in questo un successo straordinario.

Democrazia e autosufficienza sono due concetti-chiave dell’immaginario collettivo indiano, e spiegano molte delle scelte politiche effettuate dai governi di Nuova Delhi nel corso degli anni: la democrazia è la conseguenza del movimento collettivo che, sotto la guida spirituale e politica del Mahatma Gandhi, portò all’indipendenza. Questo movimento, un esempio raro nella storia di fusione tra una leadership illuminata e un movimento pacifico “dal basso” (oggi diremmo della società civile) era per sua natura democratico. Quindi tradire la democrazia significherebbe tradire le radici stesse dell’India indipendente.

L’autosufficienza alimentare è importante perché la tappa coloniale rappresenta un passato doloroso che ha marcato profondamente l’India: paese ancora oggi rurale (circa 700 milioni di persone vivono dell’agricoltura), ha fortemente sofferto un modello economico funzionale esclusivamente agli interessi della potenza coloniale che soffocava ogni velleità di autonomia. L’India-colonia produceva ciò che faceva comodo all’Impero britannico, da cui a sua volta importava tutti i prodotti manufatturieri, a ragioni di scambio determinate da Londra. Anche nei primi decenni successivi all’indipendenza, la cronica insufficienza alimentare ha portato a rapporti conflittuali con le potenze (USa e URSS), che spesso usarono di quest’arma per estendere la loro influenza.

Questo spiega l’ipersensibilità indiana nei confronti di chiunque cerchi di usare l’economia come forma di pressione: sin dai primi anni di indipendenza l’India volle sviluppare un’economia e un’industria saldamente in mani nazionali, ed eliminare la dipendenza dall’estero sia sotto forma di investimenti che di importazioni alimentari.

Ancora oggi, gli investimenti esteri in India sono molto inferiori a quelli effettuati nelle altre economie emergenti, e il commercio estero indiano rappresenta una quota del PiL di molto inferiore a quella dei paesi più sviluppati o anche di molti Pvs. Questa caratteristica dell’economia indiana è ambivalente: da un lato preserva l’India da quelle dolorosissime crisi di liquidità che attanagliano l’America Latina o altri paesi emergenti, dall’altra ne limita in parte il potenziale di sviluppo in termini tecnologici.

Questo modello nazionalista di sviluppo, che risale a Nehru e che era stato portato avanti anche dai successivi governi, si arrestò nel 1991, quando il governo Rao fu costretto a una svolta in termini di apertura economica: le riserve valutarie erano giunte quasi a zero e la crescita era divenuta asfittica, anche a causa dei troppi livelli di controllo e regolamentazione tipici di un’economia pianificata come quella indiana (sistema delle licenze o raj).

Un decennio di riforme economiche (privatizzazioni, deburocratizzazione, liberalizzazione dell’economia) ha portato a una notevole accellerazione dei tassi di crescita, che si sono assestati su livelli sconosciuti prima dell’apertura e hanno portato a un’euforia impensabile in passato. In un contesto economico internazionale non brillante, un’economia come quella indiana cresce tra il 6 e l’8 per cento all’anno, e l’accumulazione nel tempo di tassi di questo tipo diviene davvero significativa, anche pensando all’ancora enorme fossato esistente tra 250 milioni di indiani inseriti nell’economia moderna e il resto.

Come detto, l’economia indiana è ancora a forte connotazione agricola (essa rappresenta circa un quarto del PIL). In questi anni, è stata impressionante l’ascesa dei servizi, specialmente produzione di software e outsourcing, grazie alla straordinaria competitività indiana in questo settore: una popolazione molto istruita (diversi milioni di laureati l’anno), perfettamente a suo agio in inglese e con l’uso delle alte tecnologie, e dai costi molto contenuti se paragonati ai parametri internazionali.

Questo spiega come mai in India si produca oggigiorno più della metà del software mondiale, perché la maggior parte dei centri di sviluppo tecnologico delle multinazionali si stiano localizzando in India, specie sull’asse Bangalore-Hyderabad-Pune. Non solo, ma negli USA e in Europa molte aziende del settore sono possedute da indiani o vedono molti ingegneri indiani nelle loro fila.

Questa è una dimensione che non va trascurata: se gran parte dell’India vive ancora oggi ai margini dello sviluppo, specie nella “cintura dell’hindi”, che corrisponde in sostanza all’India settentrionale, questo paese ha una presenza marcatissima nei settori a maggior valore aggiunto. E non si tratta solo di trasferimento di funzioni a basso costo, ma della concezione e dello sviluppo di nuovi prodotti. L’India ha un futuro, parte dell’India è già nel futuro.

Certo, l’high-tech non può dare lavoro a un miliardo di indiani, ma rappresenta comunque un asse di sviluppo di fondamentale importanza. L’India rappresenta un caso curiosissimo nella storia economica: non si ricordano altri casi di economie in sviluppo i cui due pilastri principali fossero l’agricoltura e i servizi.

Per consolidare le prospettiva di crescita cui abbiamo fatto cenno, l’India si vede obbligata a rafforzare il proprio settore industriale, necessario anche per soddisfare la crescente domanda di beni delle nuove classi medie, che si affacciano ora sul mercato, in modo simile a quanto gli italiani fecero negli anni sessanta.

L’industria indiana di oggi è di vaste dimensioni, ma nella maggior parte dei casi ancora incapace di produrre prodotti di qualità, in grado di competere sui mercati mondiali. Questo spiega la riluttanza dei governi indiani a ridurre con più decisione le tariffe doganali, oggi le più elevate al mondo. Questa spirale è negativa, perché molte importazioni sono invece necessarie proprio per modernizzare l’apparato produttivo. La contraddizione tra le ambizioni globali dell’India e il suo atteggiamento iperconservatore in materia di protezione economica rimane uno dei nodi da sciogliere nel prossimo futuro.

Altre grandi questioni aperte con cui i futuri governi indiani dovranno fare seriamente i conti sono le seguenti:

  • – modernizzazione dell’agricoltura: l’agricoltura indiana è oggigiorno in gran parte di sussistenza, anche se relativamente meccanizzata (eredità della “Rivoluzione verde”). Esistono molte limitazioni alla libera circolazione dei prodotti agricoli da uno stato all’altro, enormi i problemi di finanziamento e organizzazione dei mercati. Una volta risolto il problema dell’autosufficienza alimentare, la prossima sfida da affrontare è quella della modernizzazione del settore, con l’inevitabile riduzione del numero di occupati;
    – l’inevitabile flusso di popolazione verso le città provocherà dei notevoli problemi di sostenibilità. Gli agglomerati urbani indiani sono già oggi tra i più grandi al mondo e le infrastrutture sono del tutto insufficienti: un ulteriore esodo non farà che mettere maggiormente a prova delle città già invivibili, nelle quali acqua pulita, energia elettrica, trasporti e abitazioni sono carenti;
    – l’ulteriore sviluppo economico dell’India si potrebbe vedere frenato proprio da queste carenze infrastrutturali: strade, produzione di energia elettrica, porti, aeroporti sono altrettante palle al piede dell’India di oggi. Non è pensabile un significativo passo in avanti in assenza di seri correttivi alle deficienze attuali;
    – per effettuare tali enormi investimenti sarà però necessaria una decisa modernizzazione e moralizzazione del sistema politico. L’India ha oggi un insostenibile deficit pubblico del 10 per cento annuale, essenzialmente dovuto a una spesa pubblica fuori controllo, risultato di una gestione clientelare delle finanze pubbliche da parte di un sistema politico paternalista e drammaticamente antiquato rispetto ai bisogni dell’India moderna. Se l’India non ha bisogno, a differenza di altri paesi emergenti, di un costante flusso di capitali esteri per saldare la propria bilancia dei pagamenti, è però chiaro che ipotecare le risorse pubbliche in spese improduttive non fa gli interessi del paese;
    – un’altra grande questione aperta è quella della scarsa attenzione prestata dai poteri pubblici a quelli che l’esperienza ha dimostrato essere i due assi portanti dello sviluppo: educazione e sanità. In India esiste un’impressionante asimmetria tra delle élites cosmopolite e coltissime, cittadine a pieno titolo del mondo, e una grande massa di diseredati le cui condizioni di vita sarebbero intollerabili nel mondo sviluppato. Il governo indiano dedica risorse irrisorie alla sanità pubblica e alla scuola primaria, contribuendo in questo modo ad ampliare il fossato tra le due Indie. È questa dimensione sostenibile per un paese che vuole consolidare la sua crescita?

Non è un mistero per nessuno che le prossime elezioni saranno agevolmente vinte dalla coalizione diretta dal BJP (Bharatiya Janata Party – Partito del popolo indiano). La National Democratic Alliance (NDA), composta da una ventina di partiti ma sotto la chiara leadership del Partito nazionalista hindù del primo ministro Atal Bihar Vajpayee, raccoglierà così i frutti di cinque anni di successi economici, di arricchimento delle classi medie (asse portante del BJP), di modernizzazione del paese.

Se è vero che l’apertura economica fu lanciata nel 1991 da un governo del Congresso (dall’allora ministro delle Finanze Mahoman Singh), è anche vero che molti dei dividendi risultano dalla continuità data a tali riforme dal BJP.

Il progetto politico del BJP è ambivalente e va compreso nella sua originalità: i principali dirigenti del partito sono membri dell’Rss, movimento ultra-nazionalista dalle tinte fascisteggianti. Per passare dalla quasi irrilevanza all’epoca di Rajiv Gandhi (primi anni ottanta) al predominio di oggi, gli ideologi del partito hanno dovuto senz’altro contare con il logoramento fisiologico del Congresso, l’erede della tradizione politica gandhiana e nehruviana. Ma hanno anche forzato molto alcuni aspetti “hindừ” del loro discorso, al fine di creare un nuovo movimento popolare tra le masse indiane, deluse dal Congresso e stimolate a mobilitarsi attorno a un’agenda politica “color zafferano” (Hindutva) che predica la supremazia degli induisti sulle altre comunità indiane (musulmana, sikh, cristiana, buddista, jainista).

Oggi il BJP è portatore di un progetto politico che sembra contraddittorio se visto con occhi occidentali: esso associa al liberalismo economico un’agenda sociale conservatrice, tesa a perpetuare l’originalità della società indiana, fondata sull’inamovibilità del sistema delle caste e il meccanismo dei matrimoni concordati dalle famiglie all’interno della stessa cаsta, un formidabile meccanismo di conversazione dei privilegi e del potere.

L’esperienza occidentale farebbe pensare che le trasformazioni economiche siano destinate ad appianare quelle sociali: l’osservazione del caso indiano rende tale dinamica molto meno evidente: almeno è questo quanto il progetto politico del BJP, attualmente vincente, tende a fare.

Questa proposta politica del BJp ferisce al cuore un caposaldo del Congresso: quello del “secolarismo”, l’uguaglianza tra le varie religioni dell’India. Pur se in maniera diversa, sia Gandhi che Nehru erano entrambi legati all’idea di un’India tollerante e laica, dove l’essere cittadini dell’India prevaleva su ogni altra considerazione. Rivelatosi impossibile evitare la divisione con il Pakistan, il Congresso ha sempre perseguito una politica di “unità laica”, anche se a volte con difficoltà (lo scontro con il fondamentalismo sikh costò la vita a Indira).

Il BJp ha un’idea diversa: per questo partito l’uguaglianza tra comunità non è possible né consigliabile: gli 850 milioni di induisti sono i “veri indiani”, 130 milioni di musulmani, 40 milioni di cristiani, i sikh sono “meno indiani” rispetto ai loro concittadini induisti.

Questo spiega l’esistenza di un’agenda ultra-induista i cui contenuti sembrano un po’ inverosimili a un’osservatore esterno: controversia su Ayodhya (città dove gli integralisti hindù hanno distrutto nel 1992 una moschea costruita sul luogo dove sarebbe nato Rama, uno degli dei più importanti dell’induismo), interdizione del macello di mucche (animale sacro dell’induismo ma consumato da musulmani e cristiani), eliminazione del codice civile specifico per i musulmani, divieto delle conversioni religiose.

Pur in presenza di una politica dai contenuti laici, i conflitti tra diverse comunità (fenomeno chiamato commuпalism in India) sono scoppiati periodicamente dal 1947 a oggi. L’attuale intensificarsi dei riferimenti a una politica strettamente induista predicata dal BJP proietta però ombre inquietanti sul futuro di questo paese, che avrebbe invece interesse a mobilitare tutte le proprie energie sul resto dei problemi che lo affliggono piuttosto che a costruire nuove barriere e a seminare futuri conflitti.

I tragici fatti del Gujarat, quando nel 2001 più di duemila musulmani furono trucidati senza che le autorità statali facessero il loro dovere per fermare le stragi, costituisce un esempio dell’India horribilis che potrebbe prevalere se il settarismo dovesse avere la meglio sul principio della convivenza.

Se la coalizione attualmente al governo è alle prese con questa contraddizione di fondo, l’opposizione, guidata dall’All India Congress, partito che ha governato l’India per buona parte del periodo 1947-1999, sembra incapace di proporsi come alternativa credibile. La difesa del secolarismo a fronte dell’ascesa di programmi di ispirazione religiosa è un punto fermo del Congresso, ma sembra insufficiente ad arrestare la marea color zafferano (colore dell’induismo) del BJP.

Il Congresso soffre anch’esso di parecchie contraddizioni: esso rimane un partito succube della famiglia Gandhi. Attualmente diretto da Sonia (la moglie di origini italiane di Rajiv), attaccata dai nazionalisti come inadatta a divenire primo ministro perché “straniera”, rimane un partito antiquato, mal organizzato, privo di capacità di “coalition-building”, una necessità in un paese nel quale il panorama politico è estremamente frammentato e dove i partiti regionali contano sempre più.

Il dibattito sull’italianità o indianità di Sonia Gandhi è pretestuoso: Sonia è cittadina indiana e la legge le permette di accedere a qualsiasi carica pubblica, comprese le più elevate. Tocca semmai agli elettori, come in qualsiasi democrazia, deciderne il destino. Sonia è poi molto attenta a comportarsi da indiana: veste sempre in sari, parla molto spesso in un buon hindi (anche se esso non è, ovviamente la sua lingua materna). Vista da un italiano, Sonia Gandhi è oggettivamente oggi molto più indiana che italiana.

La sua presenza in politica sembra molto più legata alla necessità di mantenere unito il partito nella tradizione nehruviana-gandhiana piuttosto che da ambizioni personali. Di fatto, la candidatura del trentatreenne figlio Rahul alle prossime elezioni sembra prefigurare una futura leadership di questi nel futuro del Congresso (anche la sorella Priyanka, trentaquattrenne, potrebbe avere ambizioni politiche).

Certo, ci si può chiedere se sia logico se un partito dal glorioso passato come il Congresso debba per forza essere guidato, una generazione dopo l’altra, da un membro della famiglia Gandhi. Ma i concetti di famiglia e dinastia hanno molto peso nella cultura indiana.

Ancor più grave per il Congresso è l’indeterminatezza programmatica: l’agenda economica non differisce molto da quella del BJP, certo con una diversa percezione dei problemi sociali e agricoli del paese, che rimane però assai poco declinata nei programmi e nei discorsi.

Il grande partito che fu di Nehru sembra ancora lontano dalla compattezza necessaria per proporsi come forza di governo (in fondo lo è stata per decenni!) e il prossimo appuntamento elettorale non preannuncia nulla di buono.

L’India è anche alle prese con una modifica sostanziale della propria politica estera: paese tradizionalmente geloso della propria autonomia, e desideroso di proporsi come leader dei paesi in via di sviluppo, ha recentemente modificato, con l’attuale governo, alcuni capisaldi che gli erano tradizionali.

Il rapporto con gli Stati Uniti, tradizionalmente delicato, è divenuto molto pіù fluido sin dai tempi di Clinton (anche se i test nucleari del 1998 vennero a complicare momentaneamente questo riavvicinamento). Una nuova generazione di politici indiani, formati negli USA anziché in Europa, guarda con favore alla società americana, di cui vuole imitare i comportamenti economici (ma non quelli sociali). Dal punto di vista strategico, lo scenario post-11 settembre dà all’India un ruolo-chiave, in quanto grande democrazia nucleare con una posizione strategica fondamentale, tra il Medio Oriente in crisi e la Cina grande potenza emergente.

L’India, paese in passato piuttosto ripiegato su se stesso e poco amico dell’integrazione economica, guarda anche con molta attenzione a est: il rapporto di tradizionale diffidenza/competizione con la Cina si sta trasformando in un tentativo di partnership economico/strategica tra le due grandi potenze emergenti dell’Asia. Nei confronti del Sud-Est asiatico, l’India ha modificato il proprio atteggiamento riluttante nei confronti dell’apertura economica, e ha intrapreso un’ambizioso ciclo di negoziati commerciali con tutti i suoi vicini (Asean, Thailandia, Singapore).

Per potersi aprire al mondo senza complessi, l’India ha però bisogno di migliorare i propri rapporti con i vicini immediati, soprattutto con il tradizionale avversario, il Pakistan. Due anni fa si giunse ai limiti di un conflitto dalle conseguenze imprevedibili. Oggi il clima è migliorato parecchio, e il recente vertice SAARC di Islamabad (gennaio 2004) ha aperto la prospettiva di un dialogo tra Nuova Delhi e Islamabad che era divenuto più che necessario. Moltissime le nubi sul rapporto tra India e Pakistan, fortemente appoggiato anche da USA e Ue: principale ostacolo è l’eterno problema del Kashmir, un dossier complicato anche dalla contrapposizione di opposti integralismi (fare cambiare idea a un indiano non è precisamente impresa agevole, e i pakistani sono dei cugini di primo grado).

Interessante anche l’emergere di un nuovo blocco Sud-Sud, i cui vertici sono Brasile, Sudafrica e India, apparso con tutta la sua forza alla Conferenza ministeriale di Cancún. Il G-20 sembra una versione aggiornata dei non allineati, ma adattata al contesto del mondo globalizzato. Di fatto, l’alleanza tra i grandi paesi emergenti viene ad arricchire lo scenario internazionale, e sarebbe un grave errore sottovalutarne la portata e il potenziale.

In questo quadro, l’Unione europea e l’India fanno a volte fatica a ritrovarsi: ma recenti sviluppi dimostrano che entrambe le parti hanno capito che hanno interesse a sviluppare le loro sinergie. I vertici annuali UE-India, iniziatisi quattro anni fa, stanno riempiendosi di contenuti e significato. L’UE, primo socio commerciale dell’India e primo investitore, ha tutto l’interesse a legarsi a filo doppio a un grande paese che sarà senza dubbio protagonista, pur con tutte le sue contraddizioni, del XXI secolo.

E l’India ha dal canto suo interesse a non sottovalutare il suo legame con un’Europa che sta poco a poco imparando ad apprezzare molti aspetti della cultura indiana: la spiritualità, l’inventiva, la musica, la cucina, il cinema.

Le prossime elezioni non modificheranno queste tendenze di fondo: e sbaglia senz’altro chi decida di continuare a considerare l’India un gigante addormentato.