L’Italia per il progresso dell’integrazione europea

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L’integrazione europea sembra in crisi. Nonostante il mercato unico, l’Euro, la Costituzione e tanti altri successi, i cittadini europei sembrano avere una visione sempre piu’ sfuocata del progetto politico europeo.

Quello che noi europei siamo stati capaci di costruire in cinquant’anni verrà probabilmente considerato dagli storici prossimi venturi una straordinaria evoluzione in positivo del concetto di “governance”: già oggi un Rifkin ne parla in questi termini.

Dalla guerra alla prosperità economica e l’eliminazione assoluta di prospettive belliche tra i membri dell’Unione: un risultato da poсо?
Molti sembrano sottovalutarlo.


Di fronte a questi grandi successi, che tra l’altro hanno costituito lo scenario necessario anche per lo sviluppo economico del nostro paese, che non avrebbe mai raggiunto i livelli di benessere attuali se non avesse partecipato al progetto europeo, è sconfortante vedere
come oggi molte parti del mondo politico e dell’opinione pubblica e europea abbiano perso di vista l’insieme della questione.

Trattare l’integrazione europea come un processo tecnico burocratico, come un gioco a somma zero dove uno vince e l’altro perde è un gravissimo errore di prospettiva.

In questo quadro, al nuovo governo italiano spettano tre compiti fondamentali:

  1. Ridare all’Italia quel ruolo preminente ed attivo in Europa che la crisi post – Tangentopoli e l’attuale governo di centro – destra, privo di credibilità internazionale, le hanno tolto: in Europa oggi l’Italia non pesa quanto dovrebbe come paese “grande” e fondatore della
    Comunità.
    L’Italia deve rimettere la politica europea al centro, esprimere proposte e difenderle attivamente, creando le alleanze e le sinergie necessarie per la loro approvazione.
    L’Italia deve abbandonare la passività e riottosità che I’ha contraddistinta in tempi recenti in ambito europeo: l’Europa ha bisogno dell’Italia, delle sue idee, del suo contributo politico.
  2. Usare la dimensione europea come volano per le riforme di seconda generazione.
    Storicamente, e’ stata lo stimolo europeo quello che ha permesso di portare avanti le riforme intraprese in Italia, in campo economico, finanziario, commerciale.
    Molto resta da fare, ma l’euro – scetticismo serve solo a mascherare l’immobilismo.
    Ridivenire attivi in Europa significa vincolare le nostre politiche, in materia d’innovazione, ricerca, ca, imprenditorialità, mercato, lavoro, agli scenari prevalenti in Europa. L’Italia può divenire esempio di in dinamismo in Europa, come lo fu d’imprenditorialità in decenni passati. Basta decidersi a ripartire con coraggio e visione di futuro.
    Il recente rilassamento del patto di Stabilità non è di per sé una buona notizia, ma può dare un certo respiro in termini di conti pubblici, anche se vista la situazione specifica che lascerà il centro destra i margini non saranno enormi.
  3. Per rilanciare iniziative in Europa, è necessario che il governo italiano faccia uno sforzo pedagogico molto maggiore per spiegare l’Europa ai nostri cittadini, cui sfuggono i contorni del processo. Questo richiede onestà e chiarezza: l’Europa deve essere spiegata non come vincolo, ma come risorsa e stimolo.
    Il centro sinistra lo può fare, e lo deve fare.

È poi importante che si rifletta agli scenari che si aprono in caso di non ratifica della Costituzione in altri paesi. In quel caso, l’Italia dovrebbe farsi portatrice non di un rinegoziato al ribasso, ma forse d’una nuova impostazione: ripartire su basi più ambiziose con i paesi che ci stanno, includendo la politica estera e di difesa come scenari d’integrazione, nel quadro d’un Unione a cerchi concentrici. Non è una soluzione ideale, ma può divenire uno scenario ragionevole cui pensare.

L’Italia, per sua natura, interesse e vocazione, dovrebbe far parte dei
paesi del nucleo centrale, più integrato.